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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  AI  NOSTRI  GIORNI 
SPECIALMENTE     INTORNO 

AT  PRt^rciPALl  SAffTIj  BEATI,  MARtlRl,  PADRf,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDlNAI.t 
E  PIÙ  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARlI  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA  ,  ALLE  CITTA  PATRIARCALI  ,  ARClVESCOVlLI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILlIj  ALtE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CEREMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPEtLE  PAPALI,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NO* 
CHE    AlLA    CORTE  E  CURIA  ROMANA    ED  ALLA  FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.    EC.    EC* 

COMPILAZIONE 

DEL  CAVALIERE  GAETANO  MOROJNI  ROMANO 

PRIMO  AIUTANTE  DI  CAMERA  DI  SUA  SANTITÀ 

GREGORIO     XVI. 


VCL.  XXXtV. 

IN     VENEZIA 

DALLA      TIPOGRAFIA     EMILIANA 
MDCCCXLV. 


l.y 


DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO-ECCLESIASTICA 


IMM 


I. 


IMMAGINE, /wrtg^o.  Sembianza, 
somiglianza  ,  apparenza ,  ed  anche 
figura  di  rilievo,  o  dipinta,  o  stam- 
pata ;  ritratto.  Con  voce  greca  l'im- 
magine  si  chiama  Icona  o  Icon, 
pittura  o  immagine,  come  si  rac- 
coglie dalle  seguenti  parole  ripor- 
tate dal  Macri  :  Considera  ìconani 
ejiis  in  Sardanay,  quae  in  car- 
neni  versa,  oleum  sine  cessatione 
stillat.  Caesar.  1.  7,  e.  25.  Il  me- 
desimo Macri  aggiunge  che  con 
questa  voce  d'  Icona  fu  formata 
l' altra  voce  Iconostasion,  che  si- 
gnifica Riposto  delle  immagini  , 
Questo  vocabolo  presso  i  greci  si- 
gnifica anche  il  leggio  o  pulpito 
acconciato  con  drappi,  sopra  del 
quale  pongono  l'immagine  di  quel 
santo,  di  cui  si  fa  in  tal  giorno  la 
festa,  e  viene  posto  in  mezzo  alla 
chiesa  per  essere  venerato  dal  po- 
polo. Dalla  stessa  voce  Icona  fu- 
rono chiamati  Icononiachus  ed  /- 
conoclasla  i  persecutori  delle  san- 
te immagini,  perchè  significa  op- 
pugnatore delle  immagini,  e  di&trut- 


IMM 

tore  delle  medesime.  Inoltre  dicesi 
in  greco  Hagiomachus  per  inimi- 
co de'  santi.  Dice  il  Bergier,  sareb- 
be inutile  che  ci  mettessimo  a 
provare  1'  utilità  delle  immagini  e 
l'impressioni  che  fanno  sull'animo 
di  tutti  gli  uomini  ;  sono  più  ef- 
ficaci delle  parole  ;  sovente  fanno 
comprendere  cose  che  non  si  pos- 
sono esprimere  con  parole;  dicesi 
quindi  con  ragione  che  questo  è  il 
catechismo  degl'  ignoranti.  La  pit- 
tura, al  dire  di  s.  Gregorio  I,  è 
pegl' ignoranti  ciò  che  la  scrittura 
è  pei  dotti,  1.  9,  ep.  9.  Dunque 
non  è  meraviglia  che  la  maggior 
parte  dei  popoli  n'  abbiano  fatto 
uso  per  rappresentarsi  gli  oggetti 
del  culto  religioso,  e  che  se  n'ab- 
bia confessato  l'utilità  nel  cristiane- 
simo. Tuttavia  alcune  sette  di  ere- 
tici asserirono  che  l'uso  delle  im- 
magini è  una  superstizione,  e  l'o- 
nore che  loro  si  presta  un'  Idola- 
tria (Fedi).  Gli  ebrei  ed  i  mao- 
mettani non  hanno  alcuna  imma- 
gine nelle  loro  sinagoghe  o  moschee, 


6                      IMM  IMM 

Ile  in  alcuno  dì  quegli  altri  luoghi  drizzassero  dai  sudditi  statue  d  oro 
destinati  all'orazione  o  ad  altri  at-  e  d'argento,  ma  sibbene  le  doves- 
ti di  divozione.  se    formare  ne'  cuori   degli  uomini 
Antico  è  il  costume  delle  irnma-  col    beneficarli ,  perchè    tali  statue 
gìni  o  ritratti  de'quali    parla  Eze-  mai  non    sarebbero  dal  tempo  lo- 
chiele,  ove  dice  al  cap.  23,  v.  i4;  gorate.  Plotino,  fra  i  seguaci  di  Pia- 
Cam  que  vidisset  viros  depicLos  in  ione    il    più     rinomato,    non  volle 
pariete  y    imagines    caldaeoruni  ex-  mai  acconsentire  d'essere  da  pitto- 
nressas    colorihus.    Ma    sieno    pur  re    veruno    ritratto  in  tela,  perchè 
effigiati  i  volti  in  bronzo  e   in  mar-  disdicevole  cosa  stimava,  che  si  e- 
mo,  se  ne  formino  statue  al  natu-  ternasse    la    sembianza    del     corpo 
vale,  vi  s'  intagli  e  scolpisca  anche  fragile ,  ed    alle  bellezze  dell'anima 
)1  loro  nome,  alla  fine  l' intempe-  non  si  rivolgesse   il  pensiero.  Ales- 
rie  dell'atmosfera,  ed  il  tempo  di  Sandro  il  Grande  fu  vaghissimo  di 
psse  piti  potente  le  riduce  in  poi-  farsi  ritrarre,  e    perciò    destinò  che 
•vere,  siccome  osserva  Pompeo  Sar-  i  soli    Apelle  lo    dipingesse,  Pirgo- 
pelli,   Lellere  eccl.  t.  X,  lett.    XLl,  tele   lo    scolpisse,    e  Lisippo  gli  la- 
Ve*  ritratti ,  dell'  idolatrìa,  e  della  cesse  le    statue    di  bronco,  vietan- 
venerazione    delle   sacre  immagini,  dolo  agli  altri  artisti;  anzi  ie  pri- 
I  ritratti  de*  costumi    e  dell'animo  me  monete  greche,  secondo  il  Sar- 
si veggono  o  negli  scritti  propri,  o  nelli,  sono  di    Dario,  di  Filippo,  e 
in    quelli    che    trattano  della    loro  di  Alessandro  colla  effigie  loro  ;  co- 
vita  .  Di  8.  Giovanni  Climaco  dis-  sì  veramente  divennero  desiderabili 
se  un  savio   scrittore;    Porro  ani-  i   loro   ritratti     per  la  ricca  mate- 
piae  illius  divina  quaedani  effìgies  ria,  perchè  de'ritratti  in  altra  ma- 
viuUo    clarius   pcrspicitur    in    suis  niera  non  ognuno  si  diletta. 
scriptis.  Agesilao  lasciò  nel  suo  te-  Da    queste   statue    e  ritratti,  al 
stamento    il  divieto  che  niuno   ne  dire  del  Sarnelli,  nacque  l'idolatria, 
facesse  il  ritratto  o  io  pitture  o  in  come  si  legge  nella  Sapienza  al  e. 
istatue,  rimettendosi  alle  sue  azio-  i4>  ^*  '^•'*  Acerbo  enim  luctu  do- 
ni che  erano  famose.  A  che  servo-  lens  pater,    cito   sibi  rapti  filii  fé- 
pò  i  ritratti  e  le  statue,  ed  il  com-  cit  imaginem  ;  et  illum,    qui  tunc 
parire  ft'a*  vivi  morto  in  una  carta,  quasi  homo    mortuus  fuerat,  nunc 
io  una    tela,  in    un  sasso,     di  che  tanquani    Deum   colere    coepit ,  et 
disse  Cicerone:    TJnus  Xenophontis  coustituit  inter    servos    suos   sacra 
libellus  in    eo  rege    laudando,  fa'  et  sacrifici  a".  Questi    fu    Nembrot 
Cile  omnes  imagines,  omnes  statuas-  detto   anche   Bdo,    a   cui    essendo 
que  superavit.    \\    cardinal  Bellar-  morto  un  figliuolo  che  teneramen- 
mino  in  una  circostanza   si  espres-  te  amava,  per  mitigare  il  grave    e 
se,  che  l'immagine  del  vecchio  per  acerbo  dolore   che    per  tal  perdita 
(essere    troppo  difforme  non   mevir  sentiva,  fece  fare   la  di  lui  imma- 
tava    di   essere    mandata  a*  poste-  gine,  e  cominciò  ad  adorarla  come 
fi,  e  quella    del  nuovo    nemmeno,  un  Nume,  ordinando  a  tutti  i  suoi 
per  non  essere  ridotta  a  perfezione,  sudditi  che  fkcessero    lo  stesso;  e  que- 
Mecenate  procurava  di    persuadere  sti  prontamente  concorsero  ad  offrir- 
Augusto,  che    vivendo  non  dovesse  gli  sacrifizi  ed  altri  atti  di  culto  di- 
perqaettere    clie    ne'    teatri   sp   ^li     vijio,  ricevendolo  e    tenendolo  pev 


r 


IMM 

loro  Dio.  E  questo  fa  il  primo  Idolo 
(P^edi),  al  diie  del  medesimo  Sar- 
nelli,  adorato  nel  mondo,  e  chiamato 
Belo;  gli  altri  poi  moltiplicati  fu- 
rono detti  Bel,  Baal,  Baalim,  Be- 
lia,  Beelphegor,  Belzebub,  perchè 
Bt;£  iu  lingua  ebraica  significa  Si- 
gnore. Sembra  dunque  che  il  primo 
motivo  dell'idolatria  sia  stato  l'af- 
fetto grande  verso  i  morti,  come 
pur  dicemmo  al  citato  articolo  Ido- 
latria,  parlando  degli  dei  dome- 
stici Lari  o  Penati  ;  ed  oltre  a 
Nembrot  fu  Nino  re  di  Babilonia 
che  pure  a  suo  padre  piorto  in- 
nalzò altari,  e  comandò  adorazioni. 
E  nei  susseguenti  tempi  Semirami- 
de, e  altri  sino  a  Nabucco,  il  qua- 
le fece  la  famosa  statua  d'oro  or- 
dinando a  tutti  che  l'adorassero.  11 
secondo  motivo  dell'  idolatria  fu 
l'adulazione,  come  nell'apoteosi  dei 
gentili,  di  cui  parlammo  all'artico- 
lo Divinità,  il  terzo  la  gratitudine, 
quindi  furono  riposti  tra  le  dei- 
tà Eusculapio  primo  maestro  del- 
la medicina,  Trittolemo  che  inven- 
tò il  coltivare  i  campi,  Bacco  per- 
chè insegnò  a  fare  il  vino,  ec. 
Quarto  il  timore,  il  quale  mosse 
gli  uomini  a  tenere  per  idei  quel- 
le cose  che  potevano  nuocere,  co- 
me le  Eumenidi.  Quinto  la  vita 
licenziosa  fece  piti  idoli  di  persone 
■viziose,  come  di  Giove,  Marte,  Ve- 
nere, Mercurio  ec,  per  potere  con 
minor  vergogna  praticare  ogni  dis- 
solutezza. Tutti  siffatti  dei  venne- 
ro rappresentati  con  immagini  scol- 
pite, dipinte,  o  in  altro  modo  rap- 
presentate. E  però  Iddio  proibì  agli 
ebrei  di  fare  qualunque  immagine, 
figura,  statua,  e  di  renderle  alcu- 
na specie  di  culto,  come  si  legge  nel- 
l'Exodo  e.  20,  v.  4;  Jìel  Levitico 
e,  26,  V.  I  ;  e  nel  Deuteronomio 
e.  4}  ^'   i^>  *^3p.  5,  V.  8.   Questa 


IMM  7 

proibizione  era  giusta  e  necessaria, 
attesa  la  grande  inclinazione  che  gli 
ebrei  avevano  per  l' idolatria ,  i 
mali  esempi  da  cui  erano  circon- 
dati, e  perchè  in  quel  tempo  pen- 
savasi  che  ogni  immagine  rappre- 
sentasse una  divinità.  Ciò  nondi- 
meno Mosè  pose  due  figure  di 
cherubini  sull'arca  dell'  alleanza,  e 
Salomone  ne  fece  dipingere  sopra 
le  mura  del  tempio,  e  sulla  corti- 
na del  santuario  ;  prova  che  la 
proibizione  non  avea  più  luogo, 
quando  non  v'era  pericolo  che  que- 
ste figure  fossero  prese  per  un 
oggetto  di  adorazione. 

Così  non  sono  proibite  ai  cri- 
stiani le  immagini  di  Gesù  Cristo 
e  de'santi,  perchè  questi  non  sono 
idoli;  sono  idoli  le  immagini  di 
falsi  dei,  perchè  sono  similitudine 
degli  dei  che  non  sono  dei,  e  fal- 
sa rappresentanza  di  un  oggetto  non 
vero,  o  del  culto  di  latria  solamen- 
te dovuto  a  Dio  onnipotente.  Ma 
le  immagini  de'santi  e  di  Cristo 
non  possono  chiamarsi  idoli,  per- 
chè sono  immagini  di  cose  vere, 
istituite  a  rappresentare  quello  che 
essi  veramente  sono.  Siccome  l'im- 
magine del  re  non  si  può  dir  ido- 
lo perchè  rappresenta  quello  che 
è;  sicché  il  culto  che  si  dà  alle 
sacre  immagini  si  riferisce  al  pro- 
totipo, che  in  quelle  è  rappresen- 
talo; cioè  non  si  dà  l'onore  al 
legno,  air  oro,  al  metallo  od  al- 
tra materia  assolutamente,  come 
se  avessero  iu  sé  qualche  divinità, 
ma  come  rappresentante  Cristo  , 
la  Beata  Vergine  e  i  santi  ,  sic- 
come degni  di  onore  per  1'  eccel- 
lenza della  loro  santità  in  venera- 
zione dell'originale  che  figurano. 
Dappoiché  sempre  ^si  verifica  il 
cattolico  insegnamento,  essere  molto 
giovevoli   i    sensibiU   segni    esterni 


8  IMM 

ed  eccitar  ne'  popoli  interni  afletti 
divotì.  E  questa  è  la  perpetua  con- 
suetudine delia  Chiesa,  che  ha  ori- 
gine dallo  stesso  Cristo,  che  lasciò 
impresso  il  suo  J^olto  santo  (Vedi), 
nel  bianco  lino  di  s.  Veronica,  ed 
i  lineamenti   del    suo    corpo    nella 
sacra  Sindone    (Vedi).  I  ritratti  al 
naturale  di   s.  Pietro  e  di  s.  Paolo 
furono  diligeptemente  conservati  fi- 
no ne' primi  tempi  della  Chiesa:  s. 
Giovanni  Crisostomo  avea  un  ritrat- 
to di    s.    Paolo,  e  in    leggendo   le 
sue  epistole,  di  quando  in  quando 
fissamente    la    contemplava.    Onde 
delle  immagini  di  Cristo,  della  Be^- 
ta  Vergine  e  de'santi,  è  bene  che 
i   cattolici    ne    tengano    per    ogni 
parte  delle    loro  stanze,  per  avere 
à  chi  dirigere  i    loro  voti;    e  cosi 
il  cattolico  si  fa  ospite  de'santi  con 
accogliere  le  loro  figure  fatte    per 
divozione,  per    ricordare  i  medesi- 
mi ,  per    imitarne    quindi    le  loro 
Tirlù     e    meravigliosi    esempi.    Di- 
pingonsi    le    tre  persone    delia    ss. 
Trinila,  il  Padre  in  forma  di  vec- 
chio, il  Figliuolo  in  quella  di  gio- 
vane, e  lo  Spirito  Santo  in  forma 
di  colomba,  di  fuoco,  e  lo  fu  an- 
cora di  vento,  e  gli  angeli  in  for- 
ma   di    bellissimi    giovanetti    alati, 
non  perchè  abbiano  corpo,  ma  per- 
chè in   tali  forme  vengono  descrit- 
ti dalla  Scrittura  sacra,  e  sono  ap- 
parsi agli    uomini.    Costume  prati- 
cato sin  dai  primi  secoli  della  Chie- 
sa dai    fedeli.  I   primi    Iconoclasti 
(Vedi)^    eretici    disprezzatori    e  ne- 
mici   delle  sacre  immagini,    si  op- 
posero  nei    medesimi    primi  secoli 
a   quelle  dello  Spirito  Santo   e  de- 
gli angeli,    e  negli    antichi  mosaici 
vedesi    il  Padre   Eterno  in    figura, 
o  almeno  una  mano  tra  le  nuvole 
indicante    la    potenza    del    Padre. 
Questo    era  il    modo   in   cui    dai 


IMM 
primi  fedeli  si  rappresentava  Dio 
Padre,  tenendo  talvolta  la  ma- 
no un  volume,  non  permettendosi 
l'effigie  umana.  Quanto  allo  Spiri- 
to Santo  ordinariamente  fu  rappre- 
sentato in  figura  di  colomba  per 
essere  comparso  in  quella  forma, 
come  insegnarono  i  santi  evangeli, 
Luca  cap.  3  :  Apertuni  est  codimi 
et  descendi t  Spiritus  sanctus  corpo- 
rali  specie  sicut  columha  in  ipsuni. 
Lo  insegnarono  pure  molti  santi 
padri,  e  fu  definito  nel  concilio 
Costantinopolitano  Act.  2,  e  nel  Ni- 
ceno  Act^  5.  Urbano  Vili  fece  ab- 
bruciare quelle  immagini  che  rap- 
presentavano r  ineffabile  mistero 
della  ss.  Trinità  con  un  corpo  e 
tre  volti  ;  e  Benedetto  XIV  coi 
breve  Sollicitudini  nostrae,  diretto 
al  vescovo  d'Augusta,  vietò  il  di- 
pingersi lo  Spirito  Santo  in  forma 
umana ,  essendosi  sparse  per  la 
Germania  alcune  immagini  in  for- 
ma di  avvenente  giovane.  Circa  le 
immagini  degli  angeli,  V.  Coro 
DEGLI  Angeli. 

Gesù  Cristo  mandò  la  propria 
immagine  ad  Abgaro  re  di  Edes- 
sa  (Fedi)f  i  di  cui  popoli  in  virtù 
della  medesima  riportarono  insigni 
vittorie  contro  Cosroe  re  di  Per- 
sia :  al  citato  articolo  ed  altrove  si 
tratta  di  tale  immagine.  Come  e- 
ziandio  si  rese  celebre  per  molti 
prodigi  quella  statua  di  rame  in- 
nalzata a  Gesù  Cristo  nella  città 
di  Cesarea  di  Filippo,  da  quella 
donna  dal  medesimo  sanata  da  un 
flusso  di  sangue,  e  conservata  sino 
ai  tempi  di  Giuliano  l'apostata,  che 
vi  sostituì  la  propria,  rovinata  su- 
bito dal  fulmine.  In  testimonianza 
che  sino  dai  primi  secoli  venera- 
vansi  le  sacre  immagini,  i  cristiani 
rappresentavano  ne'  calici  V  effigie 
del   Salvatore   in  forma  d'  agnello; 


IMM 

ma  siccome  poi  dipinsero  e  rap- 
presenlarono  l'agnello  in  croce,  in 
vece  dell'immagine  del  Crocefisso 
(Vedi)y  con  s.  Giovanni  Battista  in- 
contro che  col  dito  dimostravalo  : 
Ecce  Agnus  Dei,  dal  concilio  VI 
col  can.  82  fu  proibito  di  dipin- 
gere r  agnello  in  croce,  ed  indi- 
dicato  dal  santo  Precursore.  Il 
Baronio  all'  anno  Sy,  num.  52  e 
III,  narra  che  i  cristiani  sino  nei 
primi  secoli  dipìngevano  le  sacre 
immagini  del  Salvatore,  di  Maria 
Vergine,  degli  apostoli,  dei  martiri, 
nei  calici  coli'  immagine  di  Cristo 
in  figura  di  pastore  colla  pecorel- 
la in  ispalla,  cosi  negli  anelli,  nelle 
colonne  e  ne' pilastri  delle  chiese; 
in  altri  vasi  sacri  ,  ne' cimiteri  e 
catacombe,  nei  veli  che  si  appen- 
devano nelle  chiese,  ed  in  quelle 
di  Costantinopoli  si  dipingevano  le 
immagini  sacre  in  luoghi  bassi,  per- 
chè si  potessero  baciare  dai  fedeli. 
Dell'immagine  del  Salvatore  tra  gli 
altri  scrisse  dottamente  e  con  eru- 
dizione Giovanni  Marangoni  nel- 
V Istoria  dell'  oratorio  di  s.  Loren- 
zo nel  patriarchio  lateranense,  e 
della  celebre  immagine  del  ss.  Sal- 
vatore detta  Acheropita  che  ivi 
conservasi^  come  anche  delV  origi- 
ne ed  uso  di  tal  sorta  d'immagi- 
ni venerate  nella  cattolica  Chiesa. 
Roma  1747.  Ivi  pure  tratta  delle 
immagini  del  Salvatore  effigiate 
nelle  antiche  basiliche  di  Roma, 
di  quella  mostrata  da  Papa  s.  Sil- 
vestro I  a  Costantino  imperatore  ; 
essere  solito  effigiarsi  anticamente 
nelle  medaglie  degl'imperatori  gre- 
ci, dei  re  di  Servia,  nelle  monete 
d'oro  di  Venezia,  nelle  monete  pon- 
tificie, ne'cimiteri  comuni  in  diver- 
se maniere,  sopra  le  urne,  sarcofa- 
gi e  cenotafi  de'  fedeli  ;  sopra  gli 
anelli,  e   nei  sigiUi  di  alcuni  ordi- 


IMM  9 

ni  e  congregazioni  di  religiosi;  e 
dell'immagine  del  Salvatore  detta 
la   Pietà  ^  e  loro  uso  diverso. 

La  lezione  che  i  sacri  cimiteri 
ci  danno  in  fatto  di  sacre  imma- 
gini dipinte  e  scolpite  non  è  molto 
estesa,  ma  di  molta  importanza.  I 
sacri  cimiteri  primieramente  non 
hanno  immagini  contemporanee  a- 
gli  apostoli,  e  forse  neppure  del 
primo  secolo  della  Chiesa.  Pare  che 
i  Pontefici  tardassero  a  giovarsi  di 
questo  istromento  efficacissimo  alla 
istruzione  delle  menti  e  dei  cuori, 
per  non  offendere  i  neofiti  venuti 
alla  fede  dal  giudaismo,  e  non  pre- 
sentare occasione  di  scandalo  ai  neo- 
fiti venuti  dal  paganesimo.  Fina 
dalla  prima  metà  del  secondo  seco- 
lo i  più  antichi  cimiteri  sacri  com- 
pariscono abbondantemente  ricchi 
d' immagini  sante.  La  Chiesa  ro- 
mana non  credette  però  ancora 
giunto  il  tempo  di  far  penetrare 
nelle  menti  dei  neofiti  la  vera  ra- 
gione di  quel  culto,  che  ad  alcu- 
ne di  tali  immagini  si  deve  pre- 
stare. Ed  è  cosa  degnissima  di 
osservazione,  che  sino  a  tanto  che 
durò  un  qualche  pericolo  di  mala 
intelligenza  per  parte  de' convertiti, 
la  Chiesa  romana  presentò  loro  le 
immagini  che  non  erano  in  un'a- 
zione istorica,  ma  nell'atto  dell'  o- 
razione.  E  in  fatti,  il  divoto  che 
guarda  la  Beata  Vergine,  gli  apo- 
stoli, i  martiri,  e  i  santi  tutti  in 
atto  di  pregare,  intende  facilmen- 
te col  solo  occhio,  che  chi  usa  del- 
la preghiera  non  può  essere  una 
divinità,  e  intende  insieme  che 
postochè  i  santi  nella  beata  loro 
patria  pregano,  si  può  ad  essi  ri- 
correre acciocché  interpongano  l'ef- 
ficacia della  loro  preghiera  presso 
a  Dio,  onde  ottenere  le  grazie  di- 
verse di  cui  gli  uomini  loro  clien- 


fo  IMM 

ti  si  trovano  avere  su  questa  ter- 
ra e  valle  di  lagrime  continuo 
bisogno.  Conviene  entrare  ne' sacri 
cimiteri  o  catacombe  per  vedere  le 
pitture  più  anticlic  della  Chiesa  ro- 
mana. Si  conservano  tuttora  sopra 
grintonaclii  delle  pareti  cos\  delle 
celle  sepolcrali  delle  private  fami- 
glie, come  delle  cripte  che  la  chie- 
sa stessa  scavava  in  quei  sotterra- 
nei per  le  sacre  sinassi  o  adunan- 
ze de' fedeli. 

Fra  quelle  che  rimontano  al  se- 
condo secolo  dell'era  nostra  deb- 
bonsi  contar  eziandio  le  immagini 
del  Buon  Pastore  ne' vasi  cimiteria> 
li  anche  di  vetro.  Uno  di  questi 
che  si  conserva  nel  museo  Borgia- 
no  del  collegio  Urbano  rappresen- 
ta la  Beata  Vergine  in  mezzo  ai 
ss.  Pietro  e  Paolo;  non  è  quindi 
un  arbitrio  temerario  quello  di  giu- 
dicare che  rappresentino  Maria  tia 
i  principi  degli  apostoli  quelle  tre 
immagini  dipinte  a  fresco  ne'cimi- 
teri,  somiglianti  in  tutto  a  quelle 
simili  dei  vetri,  quantunque  man- 
chino di  nome  scritto.  Una  copia 
si  vede  nel  cimitero  de'  ss.  Mar- 
cellino e  Pietro,  dove  i  due  apo- 
stoli stendono  la  destra  verso  Ma- 
ria che  prega,  ma  rimangono  da 
essa  divisi  pei^  un  sottile  albero 
che  il  pittore  vi  ha  posto  tra  mez- 
zo. Una  seconda  molto  pii^i  singo- 
lare trovasi  nel  cimiterio  di  Ciria- 
ca, dove  i  due  apostoli  sostengono 
le  braccia  di  Maria  stessa  solleva- 
te in  orazione;  tal  pittura  rappre- 
senta la  ss.  Vergine  che  prega  per 
la  Chiesa  e  pel  popolo  cristiano, 
e  perchè  non  cessi  mai  da  tale 
ullizio,  né  l'una  né  l'altro  abbiano 
ad  essere  da'  loro  nemici  superati 
e  vinti,  le  sono  posti  a  reggere  le 
braccia  i  ss.  Pietro  e  Paolo,  che 
ia  quuhtà  di  fondatori  e  reggitori 


IxMM 
primari  della  Chiesa  romana,  nu- 
trono verso  di  essa  la  più  viva 
sollecitudine.  Tal  modo  di  rappre- 
sentare la  Beata  Vergine  orante, 
allude  a  Mosè  che  nella  guerra 
degli  amaleciti  pregava  Dio  col- 
le braccia  aperte  perchè  rendes- 
se vittoriosi  gl'israeliti,  e  sicco- 
me questi  piegavano  all'impeto  del 
nemico  quando  Mosè  per  stanchez- 
za calava  le  braccia,  Aronne  ed 
Ur  gli  si  posero  a' lati  per  soste- 
nergliele sollevate,  onde  gì'  israeli- 
ti riportarono  pieno  trionfo.  Il  dot- 
to Bosio,  che  non  avea  veduto  i 
vetri  dipinti  e  scritti,  credette  di 
vedere  nelle  tre  figure  così  aggrup- 
pate una  matrona  romana  orante, 
e  due  servi  che  a  diminuirle  il 
disagio  le  sostenevano  le  braccia. 
Disconveniente  e  falso  giudizio,  che 
per  confutarlo  basta  il  riflettere 
che  la  disciplina  primitiva  della 
Chiesa  vietava  che  le  donne  fos- 
sero mischiate  cogli  uomini  ne'luo- 
ghi  d'orazione. 

Antichissimo  eziandio  è  l'effi- 
giare la  Beata  Vergine  Maria,  at- 
tribuendosene molte  dipinte  da  s. 
Luca  :  quanto  al  rappresentarla 
col  divin  figlio  Gesù  in  forma  di 
Ijambino  nel  suo  grembo,  il  padre 
Lupi  nel  tom.  I  delle  sue  Disserta' 
ziouij  nell'Vlll  tratta  di  questo  ar- 
gomento, dicendo  che  tale  uso  eoa 
molta  frequenza  fu  seguito  nel  quin- 
to secolo,  dopo  che  il  concilio  di 
Efeso  condannò  l'eresia  dell'empio 
Nestorio,  che  alla  Madonna  nega- 
va il  glorioso  attributo  di  Madre 
di  Dio.  Il  Sarnelli  nel  tom.  IV 
delle  Leu.  p.  90,  discorre  come  si 
debbano  rappresentare  le  immagi- 
ni della  Beata  Vergine.  Dice  a- 
dunque  che  avendo  cominciato  al- 
cuni religiosi  a  vestire  tale  imma- 
gine cogli  abiti  e   colori  di    quelli 


IMM 
propri  del  loro  ordine,  Urbano  Vili 
nel   16^1  fece  una  costituzione  in 
cui  vietò  rappresentarsi    la  Madre 
di  Dio  in  modo  diverso  da  quello 
praticato  dalla  Chiesa  dai  suoi  pi'i~ 
mi  tempi.    E    certo    che    sino   da 
quelli  apostolici    la    Beata  Vergine 
fu    scolpila   e    dipinta    colla    veste 
di    color    rosaceo    o  porporino,    e 
col  manto    azzurro    o    celeste,   pel 
qual  colore  si  spiega  la  sua  risplen- 
dente   purità    come    cielo    sereno 
senza  macchia  pel  suo  immacolato 
concepimento;  ne  doversi  tal  colo- 
re cangiare  in  nero  per  significare 
la  mestizia  o  il  dolore  per  la  mor- 
te del  suo  Unigenito  divin  Figlio, 
perchè  il  suo  dolore  non  fu  discom- 
pagnato dal  sapere  che  il  suo  figliuo- 
lo era  il  Verbo  di  Dio,  e  che  volon- 
tariamente era    morto  per    la  re- 
denzione del  genere  umano,  e  che 
dopo  tre  di  dovea  resuscitare   con 
maestà  e  gloria.  11  medesimo  Sar- 
nelli  nel  tom.  I,  pag.    i56  e  seg. 
eruditamente  descrive  le  forme,  la 
statura    e  le  fattezze  di  Gesù  Cri- 
sto, della  B.  Vergine,    e    de'  santi 
apostoli  Pietro  e  Paolo,  e  del  mo- 
do come  vestivano.  Inoltre  il  Sar- 
nelli  nel  tora.  Ili,  p.    17  ci  dà  la 
lettera  VII:  Se  sìa  lecito   pingen- 
dosi  figure  di  santi  fare  ne  loro  volti 
comparire  ritratti  di  persone   par- 
ticolari. Dopo  avere  indicato    vari 
quadri    e  tavole  in  cui  sono  i  ri- 
tratti al  naturale  di  chi  ordinò  la 
pittura,  e  degl'individui  di  sua  fa- 
miglia, o  di  altre  persone,  sotto  le 
sembianze  della  B.  Vergine,  de'san- 
ti    e    delle  sante,    disapprova  che 
nelle  figure  principali  di  pitture  o 
rappresentanze    che    si    espongono 
sugli    altari    per   destar    divozione 
ne' fedeli,   e   l'imitazione  di    quelli 
che  sono    figurati,    venga    imitata 
l'imagine  d'alcuno,  tauto   pii^  che 


IMM  n 

un  tal  capriccio  fti  stimata  ambi- 
zione e  stoltezza  anche  ne*  gentili, 
come  gli  storici  dissero  di  Gaio 
imperatore,  che  deliberato  avea  di 
far  condurre  a  Roma  il  simulacro 
di  Giove  Olimpico,  per  mutar  l'ef- 
figie di  lui  nella  propria.  E  perciò 
troppo  ambiziosi  furono  Adriano 
e  Giuliano  V  Apostata  imperatori, 
che  fecero  nelle  monete  efligiare  il 
proprio  volto  a  somighanza  di 
quello  di  Serapide,  con  alla  sini- 
stra l'effigie  d'Iside;  le  quali  imma- 
gini dagli  egizi  furono  usate  per 
rappresentare  il  sole  e  la  luna 
che  veneravano.  Però  nelle  figure 
inferiori  o  meno  principali  il  Sar- 
nelli  trova  l'uso  tollerabile,  avendo- 
lo praticato  eccellenti  pittori.  Nel 
tom.  I,  pag.  i54  abbiamo  di  lui 
la  lett.  XXXVII:  Come  si  debbono 
dipingere  le  sacre  immagini.  Egli 
desidera  che  il  pittore  sia  erudito, 
onde  ben  conosca  ciò  che  fa  e  se  ne 
penetri ,  per  evitare  i  capricci  e 
le  stravaganze,  e  per  destare  divo- 
zione ne'  riguardanti  ;  ed  a  certi 
dipinti  da  lui  ordinati  volle  che 
fossero  mezze  figure  o  mezzi  bu- 
sti, secondo  l'antico  uso  de'cristia- 
ni,  osservato  pure  dai  greci  per 
saggi  riflessi,  pe' quali  preferirono 
i  bassi  rilievi  alle  statue  per  mag- 
gior modestia  e  venerazione,  ram- 
mentando che  le  antiche  immagini 
del  Crocefisso  erano  coperte  da 
vesti,  rigettando  le  nudità  e  le  at- 
titudini immodeste,  massime  nei 
putti  e  negli  angeli.  Narra  che  a 
quel  pittore  che  osò  fare  l'imma- 
gine di  Cristo  sotto  la  forma  di 
Giove,  se  gli  inaridì  la  mano,  e  solo 
guari  per  le  orazioni  di  Gennadio 
vescovo  di  Costantinopoli;  riporta 
vari  consimili  esempi,  e  dice  pecca- 
re quegli  artisti  che  introduco- 
UQ  uelle    chiese    cose,  che    invece 


1^  IMM 

di  edifìcazioue    riescouo    di    icati- 
idalo. 

Il  sinodo  Quinisesto  del  707,  col 
can.    100    proibì  le  pitture  lascive, 
e   scomunica    chi    le    eseguisce.    Il 
concilio  di  Magonza  sotto  Paolo  IH 
nel    1 549  decretò  :  «  Procaces  ima- 
gines,  et  nimio    artis  lenocìnlo    ad 
inundunae  potìus  vanitatis  speciem, 
quam  ad    pietatis    commonitionem 
eliìgiatas,  in  tempiis  proponi  omnino 
vetamus  ".  Ed  il  concilio  di  Trento 
sess.  2  5  comandò.  «  Omnis  denique 
lascivia  viletur ,  ita  ut  procaci   ve- 
nustate  imagines  non  pingantur,  nec 
ornentur.    Haec,  ut   fidelius  obser- 
"venlur,  statuit  s.  Synodus  nemini 
licere  uUo  in  loco,    vel  Ecclesia  e- 
tiam  quomodolibet  exempta,  ullam 
insolitam     ponere,    vel    ponendam 
curare  imaginera,  nisi  ab  episcopo 
approbata  fuerit  ".   Il    Sarnelli  nel 
tom.  VI,  p.  8r,  tratta    nella    lett. 
XX XIX,  Se  sia  lecito  ritoccare  al- 
cune immagini^  che  sono  state  mi- 
racolosCf  logorate  dal  tempo  e  dif- 
formate.    Egli    opina    doversi   fare, 
rinnovando  i  medesimi  lineamenti, 
perchè    non    torna    in    decoro   del 
culto    religioso    vedere    somiglianti 
figure  disfigurate.  S.  Carlo  Borro- 
meo arcivescovo  di  Milano,  nel  suo 
primo  concilio  provinciale    decretò 
che  le  immagini,  qiiae  pìctae  sunt 
iiidecore,  vel  deleantur,  vel  corrin- 
gatilur.    Poco    imporla    che    sieno 
dipinte  malamente,  o  che  sieno  rese 
logore    dal  tempo ,  onde  s.    Carlo 
nel  quarto  concilio   provinciale  fe- 
ce quest'  altro  decreto  :  >»  Imagines, 
quae  pene  deletae  sunt,  renoventur, 
aut    deleantur ,    et    cumburantur , 
cineribus  in    pavimenti    fóssis    col- 
locatis".     Argumento   can.    Altaris 
palla,  De  consecr.  disL    i,  dove  si 
dice.  «  Altaris  palla,  cathedra,  can- 
delabrum,  et  vellum,  si  fuerint  ve- 


IMM 

tustate  consumpta,  incendio  dentur 
etc,  cineres  quoque  eorum  in  ba- 
ptisterium  inferantur,  ubi  nuUus 
transitum  habeat,  ut  in  pariete, 
aut  in  fossis  pavimentorum  jactea- 
turj  ne  introeuntium  pedibus  in- 
quinentur  ".  Quindi  narrando  il 
Sarnelli  che  la  celebre  città  di  An- 
versa in  Fiandra  ripete  la  sua 
grandezza  da  un'  immagine  della 
13.  Vergine,  la  quale  fu  ritoccata 
e  ristorata  dai  guasti ,  per  le  ra- 
gioni che  adduce  si  conferma  nel 
suo  sentimento,  doversi  riparare  le 
immagini  in  cattivo  stato.  Il  p. 
Rho  ne'  Sabati  del  Gesù  di  Ro- 
ma tom.  I,  esempio  61,  dopo  aver 
molto  studiato  sulle  immagini  del- 
la B.  Vergine  dichiarò,  che  quan- 
to sono  le  sue  immagini  più  an- 
tiche, tanto  pare  che  sieno  piti  ve- 
nerabili, come  che  non  sempre  di 
buona  maniera  dipinte. 

I  raggi  o  splendori  dipinti  o  posti 
intorno  al  capo  delle  immagini,  è  il 
simbolo  de'beati:  quanto  a\V Aureo- 
la^ Corona^  Diadema ^  Nimbo  (P^edi) 
che  adornano  le  immagini,  sono  a 
vedersi  quegli  articoli,  ove  pure  si 
spiega  il  quadrato  che  si  vede  sulle 
antiche  immagini^  massime  di  Pon- 
tefici fabbricatori  o  ristoratóri  delle 
chiese  ove  sono  rappresentati  per  lo 
più  in  mosaico.  Le  tavole  d'altare 
ebbero  l' origine  dai  Dittici  sacri 
(Fedi)  y  colle  immagini,  di  che  di- 
scorre il  Buonarroti  a  p.  2  58,  nel- 
le Osservazioni  sui  vasi  antichi  di 
vetro ,  come  dei  diversi  modi  di 
rappresentare  i  soggetti;  e  in  fatti 
dice  che  l*  uso  de'  dittici  fu  molto 
adattato  alla  necessità  che  aveano  i 
primi  cristiani,  a  cagione  delle  per- 
secuzioni, di  mutar  spesso  i  luoghi 
destinati  per  le  sacre  adunanze, 
poiché  se  altrimenti  le  avessero 
avute,  e    stabilmente    dipinte    nel 


IMM 
muri,  le  avrebbero  sottoposte  agli 
ÌBSulti  e  profanazioni  de'  gentili. 
E  da  ciò  riceve  molta  chiarezza  il 
can.  36  del  concilio  Illiberitano 
che  prescrive.  «*  Placuit  pìcturas  in 
ecclesia  esse  non  debere,  ne  quod 
colitur,  aut  adoratur  in  parietibus 
dipingatur  ".  Sì  prescrive  dunque 
in  questo  canone,  che  le  immagini 
sacre,  venerate  ed  adorate  dai  cri- 
stiani, non  si  dipingano  stabilmen- 
te sui  muri  delle  chiese  ,  come 
per  alcuni  si  doveva  già  fare  a 
cagione  della  lunga  pace  goduta 
da' fedeli,  e  ciò  per  una  prudente 
economia  adattala  ai  tempi  che 
correvano  allora,  dell'imminente 
persecuzione  di  Diocleziano,  onde 
tornava  molto  in  acconcio  di  ave- 
re le  sacre  immagini  in  piccoli 
dittici  da  potersi  in  ogni  accidente 
facilmente  levar  via  e  nascondere, 
ed  evitarne  l'oltraggio  se  fossero 
venute  in  mano  de' nemici  della 
fede.  Il  luogo  poi  ove  si  colloca- 
vano i  dittici  era  in  testa  alle 
sacre  mense,  lo  che  mostra  altresì 
ciò  che  viene  praticato  fino  a'tem- 
pi  nostri  nelle  tavole ,  quadri ,  o 
palle  da  altare,  succedute  ai  dittici. 
Anticamente  i  cristiani  ebbero 
in  costume  nei  giorni  più  solenni 
di  adornar  le  chiese  di  sacri  arre- 
di, i  principah  de' quali  erano  al- 
cuni panni  preziosi,  che  chiamava- 
no veli,  e  che  usavano  mettere 
pendenti  dagli  archi  o  architravi 
delle  navate,  e  specialmente  nei 
quattro  lati  delle  cappellette ,  che 
si  chiamavano  Cibori  (Fedij^  sotto 
i  quali  stavano  gli  altari;  abbelli- 
vano ancom  i  sacri  templi  di 
lampade,  di  candellieri,  d'incensie- 
ri, di  vasi  e  di  corone,  e  di  altri 
cimeli  o  utensili,  i  quali  erano  fat- 
ti di  metalli  preziosi ,  e  sovente 
erano  tempestati  di  gioie,  come  si 


IMM  i3 

legge  in  Anastasio  Bibliotecario.  Ciò 
si  deduce  da  alcune  miniature  del 
Menologio  di  Basilio  della  Vatica- 
na ,  nelle  quali  per  aggiunta  ed 
ornamento  delle  figure  principali 
de' santi,  vi  sono  fatte  talora  delle 
vedute  come  in  lontananza,  di  al- 
cune parti  interiori  di  chiese ,  e 
specialmente  alla  pag.  809  il  dì  9 
gennaio,  per  ornamento  e  per  cam- 
po dell'immagine  di  s.  Teoctisto 
martire,  si  vedono  due  archi  or- 
nati di  veli,  e  in  cima  vi  è  sos- 
pesa una  corona  gioiellata,,  pen- 
dente nel  mezzo  di  ciascuno,  e  sot- 
to un  candeliiere  con  cereo  acceso, 
e  sopra  le  colonne  negli  angoli  che 
fanno  gli  archi  vi  è  collocato  un 
Flabello  (Fedi)  o  rosta  che  i  gre- 
ci usano  nella  messa,  e  1'  usarono 
anche  i  latini  ;  ed  è  perciò  che  co- 
me osserva  il  Buonarroti,  nell'  an- 
tica chiesa  di  s.  Sabina  di  Roma, 
per  imitazione  degli  ornamenti 
che  vi  si  vedevano  nelle  feste,  ne- 
gli angoli  fra  arco  e  arco  furono 
fatti  molti  di  tali  flabelli  con  pic- 
cole lastre  di  marmo.  Uno  dei 
luoghi  principali,  dove  più  frequen- 
temente e  con  maggiore  abbondanza 
gli  antichi  cristiani  mettevano  ed  es- 
ponevano al  pubblico  i  mentovati 
sacri  arredi,  erano  alcuni  palchi  intor- 
no air  altare,  che  si  dissero  pergule, 
e  particolarmente  ancora  li  mette- 
vano in  veduta  in  certi  gradi  o 
rialti  in  testa  all'altare,  che  tor- 
nando sopra  la  confessione,  si  po- 
tevano ben  godere  dal  popolo;  i 
quali  rialti,  mutato  il  sito  degli  al- 
tari, furono  trasferiti  verso  la  tri- 
buna in  faccia  e  sopra  i  medesi- 
mi, e  quelli  hanno  dato  l'origine 
agli  odierni  gradini,  che  si  sogliono 
ancor  essi  ornare  di  vasi  preziosi, 
di  candellieri  e  di  reliquie.  In  tali 
luoghi  vennero  ancora  a  collocarsi 


i4  IMM 

le  varie  specie  dei  dìltici  ecclesia- 
stici d'avorio,  o  d'altra  materia  di 
prezzo,  o  [X'r  mero  ornamento,  o 
perdio  ancora  fossero  vicini  e  pron- 
ti per  r  uso  che  se  ne  doveva  fa- 
re nelle  sacre  liturgie;  e  nel  mez- 
zo a  questi  dittici ,  nel  luogo  più 
principale,  vi  mettevano  quelli  in- 
signiti delle  sacre  immagini  dei 
santi,  specialmente  di  quelli  a  cui 
dedicata  fosse  la  chiesa  o  la  solen- 
nità che  celebravasi  ;  al  quale  an- 
tico costume  molto  s'  uniformano 
tuttavia  i  greci ,  i  quali  pongono 
in  mezzo  al  coro,  nella  parte  vi- 
cina al  santuario ,  in  un  compe- 
tente rialto,  r  immagine  voltata  al 
popolo  del  santo,  di  cui  progressi- 
vamente celebrano  la  festa  ,  come 
pure  indicammo  di  sopra.  Sì  con- 
gettura che  neir  Africa  parimenti 
si  costumasse  di  porre  sopra  l'al- 
tare o  in  luogo  ad  esso  vicinissimo 
le  sacre  immagini ,  come  rilevasi 
da  s.  Oliato  Milevitano  1.  2,  ad 
V.  Parmen.  p.  82.  Però  le  imma- 
gini di  cui  parla  tal  santo  erano 
le  imperiali  laureate  o  labratae, 
così  dette  perchè  quasi  coronate 
di  alloro ,  corona  resa  particolare 
agl'imperatori  a' quali  furono  ri- 
servati i  trionfi.  Da  questa  testi- 
monianza di  s.  Oliato^  oltre  il  ri- 
to di  accomodare  solennemente  gli 
Altari  (Fedi),  il  Buonarroti  sem- 
bra vedervi  il  costume,  che  quan- 
do per  le  feste  si  adornavano  gli 
altari,  e  in  tempo  de* sacrifizi,  le 
immagini  sacre  si  collocassero  in 
luogo  vicinissimo ,  ed  in  sito  che 
si  potesse  dire  eh'  esse  fossero  so- 
pra gli  altari  ;  poiché  se  non  vi 
fosse  stato  generalmente  un  tal 
costume  intorno  alle  sacre  imma- 
gini, non  potevasi  inventar  dai  do- 
natisti. 

Il  p.  Chardon,   Storia   de  sa- 


IMM 
cramentiy  tom.  I,  p.  325,  parlnndt) 
del  luogo  ove  si  conservava  l'Eu- 
caristia ,  dice  che  il  p.  Mabillon  non 
potevasi  persuadere  che  ne'  piimi 
dieci  secoli  della  Chiesa  si  mettes- 
sero immagini  sugli  altari,  e  che 
il  Papa  s.  Leone  IV  dell' 847  lo 
insegna  in  un*  omelia ,  ove  parla 
così.  M  Nulla  si  ponga  sull'altare, 
fuorché  le  cassette  e  le  reliquie,  o 
foi"se  i  quattro  evangeli ,  e  una 
pisside  col  corpo  di  Nostro  Signo- 
re pel  viatico  degl*  infermi.  Tut- 
to il  restante  si  metta  in  luogo 
proprio  '*.  Raterio  vescovo  di  Ve- 
rona ripete  le  parole  medesime  in 
un  discorso  fatto  al  suo  sinodo. 
Nulladimeno  da  Fortunato  si  sa  , 
che  alcune  volte  sull*  altare  si  met- 
tevano de'  fiori ,  e  san  Gregorio 
di  Tours  afferma,  che  si  usava  di 
sospendervi  una  croce.  Ora  sebbe- 
ne le  casse  e  i  reliquiari  dovesse- 
ro far  le  veci  delle  immagini,  non 
è  certissimo  che  solamente  un  po- 
co prima  del  nono  secolo  si  co- 
minciò a  porre  sugli  altari  reli- 
quiari e  reliquie ,  da  che  si  può 
conchiudere  che  al  tempo  del  se- 
condo concilio  di  Tours  celebrato 
nel  566  o  56^^  sull'altare  non  vi 
si  mettevano  immagini,  cioè  in  que- 
gli altari  ove  cuslodivasi  l'Eucari- 
stia che  soleva  custodirsi  in  dis- 
parte, e  sotto  la  croce.  Da  san 
Paolino  apprendiamo  che  Severo 
fece  porre  la  statua  di  Gesù  Cri- 
sto nel  battisterio.  Filostorgio  as- 
sicura che  la  statua  del  Salvatore 
eretta  in  Cesarea  sunnominata,  fu 
collocata  nella  diaconia  o  sagrestia 
della  basilica ,  e  colà  veneravasi 
com'  era  dovere.  11  medesimo  s. 
Paolino,  e  il  ven.  Beda  affermano 
che  si  attaccavano  le  immagini  al- 
le loggie  delle  Chiese  (Fedi),  e  si 
dipingevano    sulle    volte    de'  sacri 


IMM 
templi.  Il  Macri  nella  Not.  de^vo- 
caholi  eccl.  dice  die  nella  cappella 
pontifìcia  le  immagini  si  copriva- 
no nella  domenica  di  Passione , 
pronunciate  le  paiole  del  santo 
vangelo:  Jesum  autem  ahscondit  se, 
et  exivit  de  tempio.  Soggiunge  che 
cosi  ordina  il  Cerimoniale  lib.  2, 
cap.  35.  w  Cum  in  fine  evangelii 
dicitur:  Jesus  autem  abscondit  se, 
et  exivit  de  tempio,  clerici  cappel- 
lae  super  altare  velum  paratum 
cordulis  in  rotis  supra  in  altum 
confìxis  euntibus  sursum  trahnnt 
et  eo  imagines  omnes  ibidem  de- 
piclae  cooperiuntur  ".  Dice  inoltre  il 
Macri,  che  nella  Spagna  si  cuopro- 
no  le  sacre  immagini  nel  tempo 
dell'avvento,  delle  vigilie,  delie 
quattro  tempora,  e  dalla  domenica 
di  settuagcsima  fino  al  sabbaio 
santo.  Nel  voi.  Vili,  p.  278,  291, 
3o8  ;  IX,  p.  7,  e  principalmente 
nel  voi.  XV III,  p.  280  del  Dizio- 
nario,  abbiamo  detto  come  nella 
cappella  pontificia  dalla  domenica 
di  Passione  in  poi  si  vedono  co- 
perti il  quadro  o  immagini  del- 
l' altare ,  la  croce  di  questo ,  e  la 
croce  papaie  -,  dello  scuoprimento 
delle  croci  nel  venerdì  santo,  e  del 
quadro  nel  sabbato  santo ,  e  del 
significato  di  tali  coprimenti,  oltre 
due  relativi  decreti  della  congre- 
gazione de'  riti.  La  liturgìa  della 
Chiesa  su  quest'argomento  prescri- 
ve quanto  segue.  Nel  sabbato  pre- 
cedente alla  domenica  di  Passione, 
innanzi  ai  primi  vesperi,  quantun- 
que siano  di  qualsiasi  festa  occor- 
rente nel  sabbato,  si  copriranno  con 
veli  paonazzi  le  croci  e  le  imma- 
gini del  Salvatore  che  sono  nella 
chiesa,  così  le  immagini  degli  al- 
tari, e  quelle  dei  santi  che  si  tro- 
vano nella  medesima;  nei  quali 
veli  non  debbono  apparire    uè    fi- 


IMJVI  i5 

gure,  ne  immagini,  ne  insegne  del- 
la Passione.  Le  croci  così  velate 
dovranno  rimanere  coperte  fino  al 
venerdì  santo,  e  le  immagini  sino 
alla  fine  delie  litanie  del  sabbato 
santo.  Le  dette  immagini  non  si 
possono  scoprire  nella  settimana  di 
Passione  occorrendo  la  festa  del 
santo  titolare,  o  della  dedicazione 
della  chiesa  ,  ne  si  può  cambiare 
il  velo  secondo  il  colore  delle  fe- 
ste che  occorrono.  E  perciò  abuso, 
cadendo  la  festa  dell'  Annunziazio- 
ne  della  B.  Vergine  tempore  Pas- 
sionisi od  altra  simile  festa  di  gioia, 
il  coprire  con  velo  bianco  la  cro- 
ce processionale  o  la  vescovile ,  o 
quella  dell'altare,  dappoiché  la  co- 
pertura del  velo  bianco  è  solo  ri- 
servata nella  messa  del  giovedì 
santo,  e  nella  lavanda  de'  piedi  al- 
la sola  croce  dell'  altare  maggiore. 
Quanto  al  culto  delle  sacre  im- 
magini esso  è  antichissimo,  ed  ebbe 
principio  colia  Chiesa.  Tutta  volta 
ne' primi  tempi  del  cristianesimo, 
quando  ancora  sussisteva  la  idola- 
tria, se  si  fossero  poste  nelle  chiese 
o  luoghi  pubblici  delle  sacre  adunan- 
ze alcune  immagini,  i  pagani  avreb- 
bero credulo  che  i  cristiani  loro 
rendessero  lo  stesso  culto ,  eh'  essi 
dirigevano  ai  loro  idoli.  Conseguen- 
temente in  pubblico  si  astennero 
da  un  tale  uso ,  ed  è  perciò  che 
se  ne  scorgono  poche  vestigia  nei 
primi  tre  secoli,  tranne  però  quel- 
le delle  catacombe  e  cimiteri,  ove 
se  ne  vedono  ancora  i  monumen- 
ti. Secondo  l' asserzione  di  s.  Ire- 
neo, adv.  haer.  1.  i,  e.  25,  i  car- 
pocraziani,  eretici  del  secondo  secolo, 
avevano  delle  immagini  di  GesU 
Cristo,  di  Pitagora  e  di  Platone, 
cui  prestavano  lo  stesso  culto  che 
i  pagani  rendevano  ai  loro  eroi. 
Altra  ragione  che  dovea  far  teme* 


i6  IMM 

re  di  onorare  pubblicamente  le 
immagini.  Alcuni  apologisti  scriven- 
do contro  i  pagani  dissero ,  che  i 
cristiani  nelle  loro  radunanze  non 
avevano  ne  immagini ,  né  simula- 
cri, perchè  adoravano  un  solo  Dio 
puro  spirito,  che  non  può  essere 
rappresentato  da  alcuna  figura . 
Nuiladimeno  Tertulliano,  De  piidi- 
cit.  e.  7,  che  scrisse  nel  principio 
del  tei-zo  secolo,  ci  dice  che  Gesù 
Cristo  sotto  la  immagine  di  Buon 
Pastore  era  rappresentato  sui  vasi 
sacri  e  in  fondo  ai  calici  o  tazze 
che  servivano  ne'  cimiteri  alla  sa- 
cra Eucaristia  e  alle  agapi ,  come 
attestarono  altri  pure  dicendo  che 
i  sacri  cimiteri  furono  adorni  di 
misteriose  immagini  dell'  antico  e 
nuovo  Testamento,  di  simboli  ed 
emblemi  tutti  ordinati  a  confor- 
tare Io  spirito  degli  eroi  della 
primitiva  Chiesa.  Alcuni  de'  sud- 
detti fondi  di  calici  o  tazze  col- 
r  effigie  del  Buon  Pastore ,  so- 
no stati  tolti  dai  cimiteri ,  do- 
v'erano  murati  pressoché  sempre 
al  sepolcro  de'martiri,  e  trasporta- 
ti ne'  pubblici  e  privati  musei.  Il 
museo  cristiano  della  biblioteca  va- 
ticana ne  conserva  piti  d'uno,  e  ne 
conserva  molti  dell'età  medesima, 
cioè  se  non  anteriori  almeno  con- 
temporanei a  Tertulliano,  con  al- 
tre storie  sacre,  e  immagini  di  va- 
ri apostoli  e  martiri.  Tertulliano 
divenuto  montanista,  rinfacciò  alla 
Chiesa  romana  l'abuso  che  faceva 
di  queste  immagini  del  Buon  Pa- 
store nel  fondo  de' mentovati  calici. 
Le  testimonianze  del  Baronio 
intorno  all'  antichità  delle  sacre 
immagini,  massime  del  Salvatore, 
di  Maria,  degli  apostoli  e  de*  mar- 
tiri, le  riportammo  più  sopra.  Eu- 
sebio attesta  di  aver  veduto  im- 
magini di  Gesù  Cristo,  di    s.  Pie- 


IMM 
tro  e  di  s.  Paolo  ch'erano  stale 
fatte  a*  loro  tempi,  come  si  legge 
neir^w;.  eccl.  1.  7,  e.  18.  Di  una 
antica  immagine  del  Salvatore  che 
dicesi  donata  da  s.  Pietro  al  sena- 
tor  Pudente,  e  dell'immagine  del 
s.  Apostolo  fatta  presso  quella  che 
conservava  s.  Silvestro  I,  ne  parlam- 
mo a  Chiesa  di  s.  P ras  sede  (l^edi)^ 
ove  si  venerano.  Il  Piazza  weW  E- 
merologìo  di  Roma  pag.  1 13,  nella 
digressione  che  fa  dell'origine  e 
culto  antico  misterioso  ed  utile 
nella  Chiesa  delle  sacre  immagini, 
dice  esistere  nella  basilica  vaticana 
le  immagini  de'  ss.  Pietro  e  Paolo 
mostrate  dal  Papa  s.  Silvestro  I 
all'  imperatore  Costantino  il  Gran- 
de ;  ed  aggiunge  che  di  altre  an- 
tichissime immagini  venerate  in  al- 
tre basiliche,  accuratamente  scrisse 
monsignor  Ciampini.  Il  medesimo 
Eusebio  parla  di  un  certo  Leuca 
Carino  che  avea  inventato  un  li- 
bro intitolato  yiaggi  degli  aposto- 
li^ nel  quale  insegnava  l'errore  dei 
doceti  o  dociti,  di  cui  fu  invento- 
re Giulio  Cassiano,  i  quali  eretici 
ammettevano  il  mistero  dell'incar- 
nazione successo  in  visione,  e  non 
in  realtà,  onde  attribuivano  a  Cri- 
sto corpo  fantastico  ed  ideale.  Pre- 
tendesi  che  detto  libro  sia  citato 
da  Clemente  Alessandrino  col  no- 
me di  Tradizioni,  dunque  è  del 
secondo  secolo.  Ma  al  dire  di  Fo- 
zio  che  ne  fece  un  compendio, 
cod.  ii4>  Leuca  Carino  domma- 
tizzava  contro  le  immagini,  come 
gì'  iconomachi,  ciò  che  non  avreb- 
be fatto  se  allora  alcuno  non  a- 
vesse  reso  loro  qualche  culto,  fi- 
gli si  fondava  sopra  ciò,  che  un 
cristiano  per  nome  Licodemo  ave- 
va fatto  fare  un'immagine  dì  san 
Giovanni,  cui  coronava  ed  onora- 
va: pratica  ch'era  stata   disappro- 


IMM 
vata  dallo  stesso  s.  Giovanni.  Que- 
sta storia  è  senza  dubbio  favolosa, 
ma  la  censura  di  Leuca  sarebbe 
assurda,  se  alcuno  non  avesse  o- 
norato  le  immagini  nel  suo  tem- 
po, cioè  nel  secondo  secolo. 

I  protestanti  sono  troppo  arditi 
quando  asseriscono  non  esservi  al- 
cun vestigio  del  culto  reso  alle 
immagini  avanti  il  fine  del  quar- 
to secolo.  Mosemio,  più  guardingo, 
non  ebbe  l'audacia  di  affermarlo, 
Hist.  christ.  saec.  I,  §  22.  S.  Ba- 
silio più  istruito  dice  nell'  epist. 
860  ad  Julìan.  che  questo  culto 
è  di  tradizione  apostolica;  laonde 
lo  si  doveva  sapere  più  nel  quar- 
to che  nel  sedicesimo  secolo.  Come 
allora  era  cessato  il  pericolo  d*ido- 
latria,  il  culto  de'santi  e  delle  lo- 
ro immagini  divenne  più  comune 
e  più  manifesto;  però  non  si  deve 
conchiudere  che  abbia  cominciato 
allora,  poiché  si  professava  di  crede- 
re e  di  praticare  soltanto  ciò  che  si 
aveva  appreso  per  tradizione.  I  pro- 
testanti sono  soliti  di  dire,  prima 
della  tal  epoca  non  troviamo  al- 
cuna prova  positiva  di  tal  uso, 
dunque  cominciò  allora:  questa 
prova  è  solo  negativa,  e  nulla  con- 
chiude; essa  è  combattuta  da  una 
prova  positiva  generale  che  la  di- 
strugge, cioè  che  sino  dai  primi 
secoli  si  fece  professione  di  non  far 
novità.  Così  il  Bergier.  Se  ancora 
in  oggi  da' piotestanti  si  tacci  d'i- 
dolatria il  culto  delle  sacre  imma- 
gini, è  a  vedersi  il  Zaccaria  nel  suo 
jfinti-Feb rollìo i  L  I,  p.  VII.  Quanto 
alla  qualità  del  Cullo  (Fedi)  dovu- 
to alle  sacre  immagini,  lo  dicem- 
mo in  quell'articolo,  ove  si  fa  la 
distinzione  del  culto  di  latria  do- 
TUto  a  B'ìOi  di  quello  d'iperdulia 
dovuto  alla  Beata  Vergine,  e  di 
quello  di    dulia  dovuto    a    tutti  i 


IMM  *7 

santi.  Nel  settimo  secolo  i  mao- 
mettani si  unirono  ai  giudei  nel- 
l'errore che  aveano  delle  immagi- 
ni, e  si  fecero  un  punto  di  reli- 
gione di  distruggerle.  Nel  principio 
dell'ottavo  secolo,  l'imperatore  Leo- 
ne HI  [' IsaiirìcOj  uomo  ignorantis- 
simo, ch'essendo  semplice  soldato 
era  divenuto  augusto,  pieno  degli 
stessi  pregiudizi,  ftroibì  con  un 
empio  editto  il  culto  delle  imma- 
gini come  un  atto  d'idolatria,  e 
comandò  di  atterrarle  in  tutte  le 
chiese  e  luoghi;  questa  persecu- 
zione e  nefanda  eresia  riempi  l'im- 
pero di  stragi  e  di  crudeltà,  pef 
obbligare  i  popoli  ad  esegufre  ì 
suoi  riprovevoli  ordini.  Quelli  che' 
si  conformarono  a  tale  decisronef 
furono  chiamati  iconomachi,  nevaio 
ci  delle  immagini,  e  iconoclasti^ 
spezzatori  delle  immagini  ;  per  lo- 
ro parte,  essi  appellarono  gli  oi'to- 
dossi  iconoduli  e  iconolatri,  servi 
o  adoratori  delle  immagini;  né 
racconta  la  storia  il  Bernino,  e  noi 
la  facemmo  in  compendio  all'arti- 
colo Iconoclasti.  Primieramente 
vi  si  oppose  con  sommo  zelo  ed 
energia  il  Pontefice  s.  Gregorio  II 
che  fu  imitato  dai  successori  j  co- 
me nella  persecuzione  ed  eresia 
r  imperatore  ebbe  altri  augusti  a 
seguaci.  Condannò  s.  Gregorio  II 
l'imperatore,  dopo  averlo  inutil- 
mente con  paterna  sollecitudine 
invitato  ad  emendarsi.  11  Severano 
nelle  Memorie  sacre,  a  pag.  66, 
parla  di  una  parte  della  bolla  di 
s.  Gregorio  III  contro  i  profana- 
tori delle  immagini,  rinvenuta  nel- 
l'altare maggiore  dell'  antica  cap- 
pella di  s.  Maria  della  febbre 
nella  basilica  vaticana,  e  scolpita 
in  pietra.  S.  Giovanni  Damasceno 
scrisse  tre  discorsi  per  difendere  il 
culto    delle   sacre   immagini,    e  la 


VOL.    XXXIV. 


P. 


/t*s^/^V\jfY»«i 


i8  IMM 

pratica  della  Chiesa  :  gli  fu  perciò 
troncata  dagl'  iconoclasti  la  mano 
con  cui  aveva  scritto,  e  mentre  sta- 
va appesa  nella  piazza  a  vista  del 
popolo,  il  santo  la  chiese  per  gra- 
zia air  imperatore  e  V  ottenne; 
quindi  applicandola  al  proprio  brac- 
cio, gli  si  riunì  per  miracolo  del- 
la ss.  Vergine,  siccome  raccontano 
molti  storici  ecclesiastici  ed  il  Ri- 
naldi all'anno  728.  I  protestanti 
commendarono  il  furore  degl'  im- 
peratori iconoclasti  nel  distruggere 
le  sacre  immagini,  ma  non  ardi- 
rono approvar  le  stragi  e  le  inau- 
dite crudeltà  che  commisero  con- 
tro di  esse  e  i  loro  veneratori. 
S.  Gregorio  II  scrisse  all'  impera- 
tore Leone,  che  quando  andava 
nella  basilica  vaticana,  in  veder 
$olamente  l'immagine  di  s.  Pie- 
tro dipinta,  si  compungeva  e  pian- 
geva dirottamente.  In  questa  basi- 
lica vi  si  portò  con  tutto  il  popo- 
lo a  piedi  nudi,  e  processionalmen- 
te  Stefano  IV  dopo  aver  celebra- 
to in  Laterano  un  concilio  per 
promulgarvi  il  decreto  a  favore 
delle  sacre  immagini.  Indi  s.  Pa- 
squale I  neir824  diede  ricovero  in 
Roma,  ad  esempio  de'suoi  prede- 
cessori, a  molti  monaci  ed  altri 
greci,  esiliati  come  osservatori  del 
culto  delle  sacre  immagini.  I  gre- 
ci fuggitivi  portarono  nell'  Italia  ed 
altrove  molte  sacre  immagini,  mas- 
sime del  Salvatore  e  della  Beata 
Vergine,  che  ancora  sono  in  gran- 
de venerazione  pei  miracoli  da  Dio 
operati  ai  loro  di  voti.  Dipoi  la 
prima  domenica  di  quaresima  fu 
dai  greci  chiamata  Doniinica  Or- 
tìiodoxià,  perché  in  tal  giorno  do- 
po cessata  la  persecuzione  delle 
sante  immagini,  celebravano  la  fe- 
sta della  loro  esaltazione,  procura- 
ta ancora  dall'imperatrice    Teodo- 


IMM 
ra  dopo  la  morte  dell'  imperatore 
Teofìlo  nemico  delle  immagini,  e 
fautore  dtgli  eretici  iconoclasti . 
Veramente  i  greci  in  seguito  abu- 
sarono delle  sacre  immagini  con 
diversi  atti  e  riti  descritti  dal  p. 
Panlaleone  domenicano  nel  suo 
trattato  contro  gli  errori  de'greci. 
Ecco  i  canoni  de' principali  con- 
cilii  risguardanti  le  sante  immagini, 
»»  Chiunque  disprezzcrà  l'uso  della 
Chiesa  intorno  alla  venerazione  del- 
le sante  immagini;  chiunque  le  to- 
glierà, le  distruggerà,  le  profanerà, 
o  ne  parlerà  con  disprezzo  sarà 
privato  del  corpo  e  del  sangue  di 
Gesù  Cristo,  e  separato  dalla  co- 
munione della  Chiesa".  Conc.  di 
Roma  an.  782  sotto  il  Papa  s. 
Gregorio  III.  »»  Dopo  averci  dato 
tutto  il  tempo,  e  tutta  l'esattezza 
possibile,  noi  decidiamo  che  le  san- 
te immagini,  tanto  di  colore,  come 
di  rilievo,  o  di  qualunque  altra 
maniera  convenevole,  saranno  pro- 
poste, come  la  figura  della  croce, 
tanto  nelle  chiese  sopra  i  vasi  e 
gli  abiti  sacri ,  sopra  le  muraglie 
o  le  tavole,  che  nelle  case  e  nelle 
strade;  cioè  l'immagine  di  nostro 
Signore  Gesìi  Cristo,  della  sua  ss. 
Madre,  degli  angeli ,  e  di  tutti  i 
santi.  Imperciocché  quanto  più  spes- 
so si  vedono  nelle  loro  immagini, 
tanto  più  quelli  che  le  mirano  so- 
no eccitati  a  ricordarsi  e  ad  ama- 
re gli  originali.  A  queste  immagi- 
ni si  deve  rendere  il  saluto  e  l'a- 
dorazione di  onore,  non  la  vera  la- 
tria, ch'esige  la  nostra  fede,  e  la 
quale  non  conviene  che  alla  natu- 
ra divina  ;  ma  si  useranno  verso 
di  queste  immagini  l'incenso  e  i 
lumi,  come  costumasi  verso  la  cro- 
cCj  agli  evangeli  e  ad  altre  cose 
sacre,  secondo  il  pio  costume  dei 
maggiori  :  imperciocché  l'onore  del- 


IMM 

la  immagine  passa    all'originale,  e 
chi    adora    la    immagine    adora    il 
soggetto  cui  rappresenta.  Tale  è  la 
dottrina  de' santi  padri,    e  la  tra- 
dizione delia  Chiesa  cattolica.   Cosi 
noi  seguiamo  il  precetto  di  s.  Pao- 
lo ritenendo  le  tradizioni    che  ab- 
biamo ricevuto.  /.  Thess.  II.   Quelli 
adunque  che    ardiscono    pensare  o 
insegnare  altrimenti,  che   abolisco- 
no   come   gli   eretici    le   tradizioni 
della  Chiesa,  che  introducono  del- 
le novità,  che  tolgono  qualche  co- 
sa di  ciò  che  conservasi  nella  Chie- 
sa, il  vangelo,  la  croce,    le   imma- 
gini, o   le    reliquie    de'  santi;    che 
profanano   i  vasi  sacri,  o  venerabili 
nionisteri,  noi  ordiniamo  che  sieno 
deposti  se  sono  vescovi  o  chierici, 
e    scomunicati   se   sono    monaci    o 
laici  ".   FU  Conc.  gen.   il  secondo 
NicenOy  Vanno  787.  «  Il  culto  del- 
le immagini   non    è    un'idolatria, 
come  lo  pretendono  gli  eretici,  per- 
chè i  cattolici  non  le  adorano  co- 
me Dio,  ne  credono  in  quelle  qual- 
che divinità  ;  ma  se  ne  servono  u- 
nicamente   per    ricordarsi    del    Fi- 
gliuolo di  Dio  ,   e  per  eccitarsi  ad 
amar  quello  di  cui  veggono  la  rap- 
presentazione,  per    imitare    le    sue 
sante  azioni,  e  per  domandarne  la 
grazia  a  Gesù  Cristo.  Non  ci  pro- 
striamo noi  dunque  davanti  le  im- 
magini, come  davanti    ad    una  di- 
vinità, ma  si  adora  quello  che  gli 
ha  fatti  santi.  Le  immagini  servo- 
no a*  semplici  per  eccitarli  ad  imi- 
tarne la  virtù  ".  Conc.  di  Sens  an. 
i528,    i4  ^^^-  »»  Si  devono  avere 
e   conservare    principalmente    nelle 
chiese  le  immagini  di  Gesù  Cristo, 
della  Vergine  Madre  di  Dio,  e  de- 
gli altri  santi,  e  far    loro    rendere 
l'onore    e    la   venerazione    dovuta. 
Non  già  che  si  creda  esservi  in  esse 
qualche    divinità    o    qualche   virtù 


IMM  ig 

per  la  quale  debbasi  rendere  loro 
questo  culto  ;  ovvero  che  sia  ne- 
cessario domandar  loro  qualche  co- 
sa, o  fermar  in  esse  la  nostra  con- 
fidenza, come  facevano  un  tempo  i 
pagani,  che  mettevano  le  loro  spe- 
ranze negl'  idoli  ;  ma  perchè  l'ono- 
re che  loro  si  rende  è  riferito  agli 
originali  cui  rappresentano,  di  ma- 
niera che  per  mezzo  delle  immai- 
gini  che  noi  baciamo,  e  dinanzi  al- 
le quali  noi  ci  scopriamo  il  capo 
e  ci  prostriamo,  adoriamo  Gesti 
Cristo,  e  rendiamo  i  nostri  osse- 
qui ai  santi,  de'  quali  portano  la 
rassomiglianza,  siccome  fu  definito 
dai  decreti  dei  concili!,  particolar- 
mente del  secondo  Niceno  contro 
quelli  che  attaccavano  le  immagi- 
ni ".  Conc.  dì  Tremo  sess.  2  5,  de- 
cìs.  della  invocazione  de'  santi.  Nel- 
la qual  sessione  il  medesimo  con- 
cilio de  sacris  immaginibns,  emanè» 
il  seguente  decreto  per  reprimere 
l'arbitrio  de'  superiori  delle  chiese 
di  cambiar  le  immagini  de' santi , 
a*  quali  furono  consccrati  gli  alta- 
ri. »  Non  essere  permesso  ad  al- 
cuno di  porre  o  di  procurare  che 
venga  posta  qualunque  immagine 
in  alcun  luogo  o  chiesa  anche  pri- 
vilegiata, se  l'immagine  non  sia  sta- 
ta approvata  dal  vescovo  ". 

Le  sacre  immagini  sogliono  be- 
nedirsi con  orazioni  e  riti  prescrit- 
ti dal  Pontificale  ronianum  nella 
seconda  parte,  de  benediciione  novac 
crucis;  de  benedictione  imaginis  B. 
M.  Virgìnis;  de  benedictione  ima^ 
ginum  alioruni  sanctoriun.  Delle  be- 
nedizioni che  il  Papa  comparte  alle 
immagini  con  indulgenza,  V.  Be- 
nedizioni e  CoROJJE  DivozioNALi.  Sul- 
la Coronazione  delle  sacre  ivima' 
giniy  V.  questo  articolo,  ove  si  ri- 
porta l'origine  ed  il  rito.  Al  voi. 
XXV,  p.  3  04  del  Dizionario,    r^ 


?.o  IMM 

porta m tuo  come  il  cappuccino  for- 
livese fr.  Girolamo  Paolucci,  si  vuo- 
le che  sia  stato  il  primo  a  coro- 
nare solennemente  le  sante  imma- 
gini. Il  Buonarroti  nelle  Osserva- 
zioni sopra'  i  vasi  antichi  di  vetro 
dice  che  probabilmente  gì'  impera- 
tori dopo  la  restituzione  del  culto 
alle  immagini  sante,  lasciarono  le 
diademe  o  nimbo  per  ornamento 
delie  sole  sacre  immagini,  trala- 
sciando di  farle  ture  ne'  loro  ritrat- 
ti. Il  medesimo  parla  delle  lettere 
o  iscrizioni  poste  dagli  antichi  per 
ispiegazione  alle  figure  dipinte;  e 
delle  lettere  nelle  vesti  delle  figu- 
re delle  pitture  antiche.  Le  quali 
osservazioni  riprodusse  l'Adami  nel- 
le sue  Ricerche  sul  carcere  Tulliano 
a  p.  147.  Del  legato  pio  delle  corone 
d'oro  istituito  nel  capitolo  vaticano 
dal  conte  Alessandro  Sforza,  di  che 
parlammo  al  citato  articolo  Coro- 
nazione, ne  tratta  pure  il  Piazza 
neìì'Euseuologio  romano,  tratt.  Ili, 
cap.  VII.  Della  particolare  divozio- 
ne de'  moscoviti  verso  le  sacre  im- 
magini ne  discorrono  il  Macri,  ver- 
bo Icona,  ed  il  Sarnelli  nel  t.  I, 
p.  25o.  Tale  è  la  riverenza  de'mo- 
scoviti  verso  le  immagini  sante,  che 
i  nominati  scrittori  dicono  ch'en- 
trando essi  nelle  case  prima  «alu- 
tano le  immagini,  poi  il  padrone 
della  abitazione  ,  questa  divozione 
però  non  è  esente  da  superstizioni. 
Anticamente  e  sino  ad  Alessandro 
"VII  i  servi  di  Dio  pubblicamente 
si  beatificavano  col  porre  la  loro 
immagine  sopra  la  porta  di  qual- 
che chiesa,  ciò  che  ora  si  fa  per 
indicare  la  festa  che  ivi  si  celebra 
del  medesimo.  Dei  riti  della  Ca- 
nonizzazione e  Beatificazione,  e  del 
modo  come  in  tali  funzioni  si  espon- 
gono alla  pubblica  venerazione  le 
immagini  dei  servi  di  Dio  defunti. 


IMM 
si  parla  ai   nominati  articoli,  e  nel 
primo  pure    dell'origine  degli  sten- 
dardi colle  sacre  immagini. 

Il  Vettori  a  pag.  106  del  Fiorino 
d'oro  dice  che  nelle  monete  per  se- 
gno di  verità  della  materia  e  del  pe- 
so s'incominciò  ad  imprimervi  il  no- 
me di  Dio  o  di  alcun  santo,  od  il 
segno  della  croce,  e  che  per  que- 
sto istesso  motivo  nelle  medaglie 
antiche  si  trovano  scolpite  l'ellìgie 
dei  cesari,  perchè  se  ne  venerasse- 
ro e  rispettassero  le  loro  imma- 
gini dai  popoli  i  pili  lontani ,  ed 
acciò  ninno  ardisse  alterarne  la  for- 
ma. Il  Borgia  nelle  Memorie  sto- 
riche a  pag.  58  dichiara  come  le 
immagini  de'  santi  nelle  monete  è 
segno  della  loro  protezione  delle 
città  o  regni  ai  quali  appartengo- 
no le  monete  istesse.  I  fondatori 
o  restauratori  de*  sacri  templi  so- 
levano porre  nei  medesimi  le  loro 
immagini,  come  si  fa  oggidì  nelle 
solennità  in  cui  nelle  chiese  si  espon- 
gono le  immagini  de'  sovrani  e 
Pontefici  regnanti,  de'cardinali  pro- 
tettori, titolari  e  diaconi  delle  me- 
desime. Analoghe  erudizieni  le  ri- 
porta il  Borgia  nel  tom.  I,  p.  4^ 
delle  suddette  Memorie  ist.oriche;  e 
siccome  i  gentili  solevano  riporre 
le  immagini  de'  principi  ne'  luoghi 
sacri,  i  romani  ammettevano  per 
legittima  l'elezione  degl'imperatori 
greci,  con  ricevere  le  loro  imma- 
gini ed  esporle  nel  principal  tem- 
pio o  sia  nella  basilica  lateranen- 
se,  ed  altrettanto  praticavasi  nelle 
città  provinciali,  f^.  Imperatore. 
Dell'esporre  in  Roma  le  immagini 
de'  sovrani  nelle  loro  chiese  nazio- 
nali, ciò  che  non  sì  fa  in  quella 
ove  il  Pontefice  tiene  cappella  pa- 
pale ,  ne  parlammo  al  volume  IX, 
pag.  9?.  del  Dizionario.  Fedi  Ri- 
tratti ,  ed   il  Paleotti ,    De    ima*- 


IMM 

ginibus  sacris  et  profanis,  Ingolsla- 
dii. 

Naturalmente  in  Roma,  siccome 
centro  del  cattolicismo,  innumera- 
bili sono  le  sacre  immagini  che  ivi 
si  venerano,  antichissime  e  mira- 
colose :  all'articolo  Chiese  di  Roma, 
ed  agli  articoli  relativi  non  man- 
cammo trattarne.  Come  pure  delle 
immagini  sacre  più  celebri  che  so- 
no sparse  per  tutto  il  mondo,  del- 
le principali  se  ne  discorre  a""  loro 
articoli.  Delle  più  rinomate  sante 
immagini  di  Roma  ne  trattano  il 
p.  Giovanni  Severano,  nelle  Me- 
morie sacre  delle  sette  chiese,  il 
Paociroli  ne  Tesori  nascosti;  il  Piaz- 
za nelle  sue  opere;  Pietro  Bom- 
belli  nella  sua  Raccolta  di  quel- 
le coronate;  il  Costanzi  neil' O^- 
servatore  di  Roma  nel  libro  VI 
de'  luoghi  in  cui  si  venerano  sacre 
immagini  prodigiose,  al  cui  capo  1 V 
novera  le  immagini  della  B.  Ver- 
gine coronate  dal  capitolo  vatica- 
no. D.  Giovanni  Marchetti,  poi  ar- 
civescovo, nel  1797  colle  stampe 
del  Zempel  pubblicò  in  Roma  col- 
le rispettive  immagini  incise;  Z?e'/?ro- 
digii  avvenuti  in  molte  sacre  im- 
magini specialmente  di  Maria  ss. 
secondo  gli  autentici  processi  com- 
pilati in  Roma;  con  breve  raggua- 
glio di  altri  simili  prò  digii  compro- 
vati nelle  curie  vescovili  dello  sta- 
to pontificio.  In  Roma  molte  delle 
sacre  immagini  delle  chiese  e  pub- 
bliche strade  dipinte  od  in  istatua 
incominciarono  ad  aprire  gli  occhi, 
alzare  e  girare  le  pupille,  ed  al- 
cuna a  lacrimare  a' 9  luglio  1796, 
e  durarono  si  fatti  prodigi  fino  al- 
la metà  circa  di  gennaio  1797; 
miracoli,  che  per  la  loro  specialità, 
frequenza,  durata,  e  numero  risve- 
gliarono la  generale  divozione  e 
compunzione.    Pio    VI    che  allora 


IMM  31 

regnava,  dopo  aver  con  rigorosi  pro- 
cessi tutto  verificato ,  vedendo  e 
considerando  le  calamità  che  so- 
vrastavano ai  suoi  dorainii  ed  a 
tutta  la  Chiesa,  che  fatalmente  eb- 
bero pur  troppo  effetto,  ordinò  le 
missioni  e  prediche  in  sei  delle 
principali  piazze  di  Roma,  e  pubbli- 
che processioni  di  penitenza;  fece 
esporre  le  reliquie  maggiori  in  un 
ai  Volto  Santo  nella  basilica  vati- 
cana, l'immagine  del  ss.  Salvatore 
ad  sancta  sanctorum,  e  quella  del- 
la B.  Vergine  nella  chiesa  di  s.  Ma- 
ria in  Campi telli,  e  prescrisse  ora- 
zioni e  digiuni  per  placare  l'ira  di- 
vina,  ed  implorarne  misericordia, 
dappoiché  cogli  indicati  ripetuti 
straordinari  prodigi  furono  i  po- 
poli avvertiti  della  catastrofe  che 
pose  sossopra  tutta  l' Europa  ed 
altre  parli  del  mondo  nel  declina- 
re del  secolo  passato,  e  nei  primi 
anni  del  corrente,  di  cui  ancora 
deploriamo  le  orribili  conseguenze. 
Le  sagre  immagini  di  Roma,  del- 
le quali  pienamente  consta  il  ripe- 
tuto prodigio,  sono  quelle  dell'Ar- 
chetto ;  l' Addolorata  nella  chiesa 
degli  agonizzanti;  al  vicolo  delle 
Muratte;  nel  palazzo  dell'Impresa; 
l'Addolorata  presso  3.  Andrea  della 
Valle;  T  Immacolata  in  s.  Nicola 
de'  Lorenesi;  l'Addolorata  presso  la 
chiesa  nuova  ;  il  Crocefisso  in  casa 
Pucci;  l'Immacolata  in  s.  Silve- 
stro in  Capite;  di  Maria  del  Cena- 
colo in  detta  chiesa;  l'Assunta  in 
s.  Maria  in  Vallicella  ;  di  Maria 
della  Lara  pana  in  s.  Giovanni  di 
Dio;  di  Maria  delle  Grazie  nella 
vecchia  chiesa  dell'  ospedale  della 
Consolazione;  della  Vergine  sulla 
piazza  dell'Olmo  ;  del  ss.  Rosario 
in  rilievo  in  casa  Galh  ;  di  Maria 
sotto  l'arco  di  Grottapinta;  del 
Carmelo    a    s.    Martino    a'  Monti  ; 


32  IMM 

altra  simile  nella  cappella    interna 
del  Noviziato  ;  del  ss.   Crocefisso  in 
s.  Giovanni  in  A  ino  ;  dei    ss.    Ro- 
sario  all'  arco  della    Ciambella  ;  di 
Maria  sotto  l'arco  del  palazzo  Brac- 
ciano o  Odescalchi  ;  della  stessa  sotto 
il    palazzo    delia    Consulta  ;    della 
medesima  nella  cappella  privata  di 
casa  Bolognetti;  dell'Addolorata  in 
piazza  Madama;  delia  Madonna  di 
Guadalupe   in  s.  Nicola    in  Carce- 
re ;  e  dell'Addolorata  sul    cantone 
della  piazza  di    Gesù.    Delie   altre 
immagini    delie    quali    erano  inco- 
minciati i  formali  processi  il   Mar- 
chetti ne  riporta  l'indice  a  p.  LIX. 
Nell'appendice  poi  tratta  di    eguali 
prodigii  delle  immagini    d'Ancona, 
Maria  regina  di  tutti  i  santi  detta 
di  s.  Ciriaco;   di    Torriceiia    nella 
diocesi  di  Taranto,  statua  di  legno 
rappresentante  Maria  delle  Grazie  ; 
quella  delia  Vergine  di  Arezzo,  pel* 
non  dire  di  altre  fuori  delio  stato 
pontificio  ;  di  Veroli  ed  altri    luo- 
ghi delia  diocesi ,  come   Torrice   e 
Ceprano,  ec.  ec;  di  Frascati  l'Ad- 
dolorata ;  di  s.  Angelo  in  Vado  ed 
Urbania,   diverse   immagini  ;    Mer- 
cateiio    luogo    di    tal   diocesi  ;    del 
convento  di  s.  Liberato    diocesi  di 
Camerino;    di    Calcata    diocesi    di 
Civita  Castellana;  e  di    Todi    due 
immagini.  Il  Giornale  ecclesiastico 
di  Roma  tratta  pure  di  questi  pro- 
digii, cioè  nel  tom.  XI,  pag.    i46 
e   147;  e  tom.  XII,  pag.    2.    Dei 
medesimi  discorre  monsignor    Cal- 
dassarri  nel  tom.  II,  pag.  896  e  seg. 
della    Relazione    delle    avversità   e 
patimenti  di  Pio   VI,  spiegando  la 
chiusura    ed    apertura    degli  occhi 
della  Beata  Vergine  nelle  sue  im- 
magini, due  materni  virtuosi  efietti 
che  voleva  eccitare  nel    cuore   dei 
cristiani,    i  quali  erano    di    dolore 
e  di  fiducia.  Altre  erudizioni  delle 


IMM 
immagini  sacre  e  profane  si  posso- 
no vedere  negli  analoghi  articoli  di 
questo  Dizionario j  nel  Marangoni, 
Delle  cose  gentileschej  nel  Buonar- 
roti nelle  Osservazioni  sui  vetri 
antichi:  e  nel  Zaccaria,  Storia  let- 
teraria p.  44  e  seg.,  tom.  II.  Delle 
immagini  poste  nelle  chiese,  cap- 
pelle, oratorii,ec.  quali  Tabelle  vo- 
tive, V.  quell'  articolo.  Ne'  luoghi 
ove  si  fulmina  V  Interdetto  (Vedi)^ 
le  immagini  e  le  croci  vengono 
coperte  di  nero,  e  si  depongono  sul 
suolo. 

IMMERSIONE.  V.  Battesimo,' 
Battister^o,  Diaconesse,  Fonte  sa- 
cro. 

IMMUNITÀ',  Inw}unitas.  Privi- 
legio, esenzione  da  un  dovere,  da 
un  tributo,  o  da  un'imposizione 
qualunque.  Questo  vocabolo  signi- 
fica pure  libertà,  franchigia,  asilo 
o  luogo  di  sicurezza,  in  cui  non  è 
permesso  usare  violenza  nemmeno 
contro  i  colpevoli ,  vSenza  le  debite 
licenze.  Laonde  non  solo  diremo 
dell'  immunità  propriamente  detta, 
ma  ancora  dell'asilo  e  delle  fran- 
chigie. Il  vocabolo  immunità  fu  par- 
ticolarmente usato  per  le  immuni- 
tà ecclesiastiche,  per  cui  parleremo 
prima  brevemente  dell'  asilo.  Il 
luogo  di  rifugio  per  un  reo ,  ac- 
ciocché non  cada  nelle  mani  della 
giustizia,  fu  detto  asilo  con  voce 
greca,  che  diversamente  pronuncia- 
ta, in  una  maniera  significa  traho, 
e  neir  altra  spolio  j  dappoiché  i 
rifugiati  né  dal  luogo  sacro  pote- 
vano essei'e  estratti ,  né  spogliali 
di  ciò  che  seco  avessero  recato. 
Dapprima  si  concedette  l' asilo  qua! 
misericordioso  privilegio  agli  omi- 
cidi involontari,  e  per  delilli  d' in- 
avvertenza fortuita;  poscia  venne 
esteso  ad  ogni  gran  colpevole  ,  e 
talmente  ne  crebbero  gli    abusi    e 


IMM 
gì'  inconvenienti,  che  non  bastando 
le  leggi  emanate  per  reprimerli, 
si  dovette  venirne  alla  soppressio- 
ne. Il  privilegio  dell'  asilo  fu  da 
Dio  istituito,  quando  ordinò  a  Mo- 
sè  neir  ingresso  del  popolo  israeli- 
tico nella  Terra  Promessa,  che  sta- 
bilite fossero  sei  città  di  rifugio, 
nelle  quali  ritirar  si  potessero  con 
sicurezza  coloro ,  i  quali  o  casual- 
mente o  pure  in  qualche  rissa 
uccidessero  alcuno  ;  ma  non  già  a 
caso  pensato,  o  con  insidie  preme- 
ditato ,  e  di  queste  città  trattasi 
nell'  Exodo  cap.  2 1  ,  nei  Numeri 
e.  35,  e  nel  Deuteronomio  e.  4 
e  19.  Questo  privilegio  fu  conce- 
duto ancora  al  tabernacolo  in  cui 
era  V  altare  degli  olocausti,  come  si 
legge  nel  libro  111  dei  Regi  cap.  I, 
V.  5o,  ove  si  dice  eh'  essendo  sta- 
to abbandonato  Adonia  dai  suoi 
fautori  che  lo  avevano  acclamato 
re,  e  vedendo  Salomone  eh' erasi 
rifugiato  presso  l' altare ,  lo  fece 
assicurare  della  vita,  e  che  godes- 
se l' asilo.  Che  anco  il  tempio 
fabbricato  poscia  da  Salomone 
godesse  l' asilo ,  si  ha  dal  capo 
XI,  del  IV  libro  de' Re ,  ove  si 
legge  che  l'empia  regina  Atalia 
essendo  entrata  nel  tempio,  il  som- 
mo sacerdote  Jojada  ordinò  :  non 
occidatur  in  tempio  Domini  ^  e 
perchè  rea  di  mille  morii,  fu  quin- 
di estratta  ed  uccisa.  Le  sei  città 
d'  asilo  degli  ebrei  erano  tra  le 
quaranl'  otto  assegnate  ai  leviti  nel- 
le altre  tribù:  del  beneficio  del- 
l' asilo  godevano  non  solo  quelli 
della  nazione  ebraica,  ma  tutti  gli 
altri  di  qualunque  paese  e  culto. 
Non  avevano  ricetto  nelle  città  di 
asilo,  oltre  gli  uccisori  con  animo 
deliberato,  i  rei  di  altri  delitti,  co- 
me di  furti,  adulterii  ed  altre  scel- 
leratezze: Gioab  per   avere    ucciso 


IMM  23 

con  insidie  e  con  animo  deliberato 
Abncr  ed  Amasa,  benché  si  fosse  ri- 
covrato  nel  tempio,  e  tenesse  con  le 
mani  il  corno  dell'altare,  non  volen- 
do uscire  dal  luogo  ivi  fu  scannato  da 
Banaia  per  comando  di  Salomone. 
Siccome  gli  ebrei  non  avevano  che 
un  tempio  ed  un  tabernacolo ,  e 
quindi  era  probabile  che  recando- 
visi  da  tutte  le  parti  gli  omicidia- 
rì,  essi  avrebbero  turbato  colla  lo- 
ro moltitudine  il  servigio  divino , 
ovvero  quando  ne  fossero  espulsi 
riparando  in  paese  straniero  potes- 
sero traviare  con  adorare  i  falsi 
dei,  cosi  venne  stimata  salutare 
provvidenza  lo  stabilimento  delle  cit- 
tà di  asilo.  Tutti  quelli  che  frui- 
vano dell'  asilo,  ivi  potevano  resta- 
re finche  fosse  esaminata  la  pro- 
pria causa,  e  fosse  morto  il  sommo 
sacerdote ,  sebbene  avessero  fatto 
constare  di  avere  commesso  1'  omi- 
cidio per  difesa  della  propria  vita. 
Morto  il  sommo  sacerdote,  il  rifu- 
giato riacquistava  la  sua  libertà,  e 
poteva  ricondursi  liberamente  in 
patria  od  altrove.  Erodoto  nel  li- 
bro II  narra  che  in  Egitto  alla  fo- 
ce del  Nilo  era  un  luogo  di  fran- 
chigia, cioè  il  tempio  di  Ercole,  al 
quale  se  fuggivansi  gli  schiavi,  era- 
no liberi  dalla  servitù,  ed  era  sti- 
mata cosa  nefanda  e  sacrilega  il 
toccarli.  Strabene  fa  menzione  deU 
r  asilo  d'  Osiride  nel  medesimo  E- 
gitto  ;  altri  di  quello  di  Tebe  che 
perciò  si  aumentò  di  popolazione. 
Il  p.  Menochio  nel  tom.  Ili,  p. 
371  ci  dà  il  cap.  XIX:  Degli  asili 
cioè  luogJd  di  franchigia  appresso 
gli  antichi. 

Ad  esempio  degli  ebrei  i  gentili 
greci  e  romani ,  ed  altre  nazioni 
istituirono  gU  asili  ed  i  luoghi  di 
franchigia  in  diversi  luoghi  e  in 
parecchi  de' loro  templi,  stabilendo 


a4                     IMM  IMM 

che  fossero  luoghi    d' immunità    a  sulla  piazza    ove    è    ora    la    statua 
quelli  che  per    qualche    delitto   vi  equestre  di  Marco  Aurelio;   lo  cir- 
si rifugiassero,  per  cui  non   si  pò-  condò  con  un  boschetU)  di  querele, 
levano  i  rei  estrarre    da    essi    vio-  e  l'uno  e  l'altro  fu  poscia  dedicato 
lentemenle.  Tra   i    greci    si    vuole  a    Giove,  e  dichiaralo  luogo    sacro, 
che  l'asilo  fosse  inventato   dai  ni-  Di   quest'asilo  istituito  da  Romolo 
poli  di  Ercole  in    Atene,  temendo  a  coofugio  di  sicura  ft-anchigia,  se 
le  insidie  di  coloro  i    quali    afflitti  fosse  aperto  tra  due  boschi ,  se   vi 
erano  stati  dal   loro  avo.   In  Atene  fosse    alcun     tempietto    sacro     alla 
pertanto    sei    asili  erano  in   altiet-  Misericordia,  a  Veiove  o  a  Cei*ere, 
tanti  templi,  cioè  in  quelli  della  Mi-  ne    tratta    il    Nardiui    nella    Roma 
^ericordia,  delle  Eumenidi,  di  Mu-  amica  p.  281,  289  e  290.  E  sic^ 
nichia,  e  ne'due  di  Teseo.  Aflinchè  come  ancor  lui  alferma  che    l'  asi- 
però  un  tal  privilegio  non  servisse  lo  fu  sempre  sul  Campidoglio,  non 
di  fomento  ad  eccessivi    delitti,  in  sembra  probabile  l'opinione    d' ai- 
alcuni  casi  più    enormi    non  som-  cuni    riportata    dal    Severano  a    p. 
ministra  vasi    cibo    al    delinquente ,  333    delle    Memorie    sacre  ,    che 
onde  moriva  di  fame,    oppure  apr  1*  asilo  o    tempio    della    Misericor- 
piccatovi  il  fuoco   era  costretto    ad  dia  ,  sorgesse  ov'  è    al    presente    la 
uscirne.  Bella  è  la  sentenza  di  Plur  chiesa    di    s.    Maria     Egiziaca.     A 
tarco  sugli    asili    od   immunità  :  Si  quest'  asilo   concorse  da   ogni  parte 
terra  ab  eas  invenire  poteris   Urbes  moltitudine  di  gente  facinorosa  ed 
mitris ,  liUeris  y   regibiis ,    doniibus ,  armigera,   col    di  cui    valore    inco- 
opibus  numismate  carenles :  Urbeni  minciò  l'ingrandimento  di  Roma; 
templis  ,    diisque    carentem    nenio  quindi   l'asilo,    anche    tra'  romani, 
iispiani  yidit.  La    religione    nacque  fu  tenuto  per  santuaiio  di  religio- 
poir  uomo ,  il  rispetto    e    la  vene-  ne,  come  scrisse  Livio  iib.  35.  Non 
razione  ai  luoghi ,  cose   e    persone  ostante  che  i  romani    concedessero 
sacre  rimonta    all'origine    dell' uo-  a' templi  l'asilo   e    l'immunità    di 
ino.     Il    citato    Strabone    fa     pure  coloro  che  vi   si    rifugiassero,    tut- 
memoria  dell'asilo  di  Nettuno  pres-  tavolta  in  molte  occasioni  ritrovasi 
so  Froezone,  e  di  Apollo  nella  So-  che  non    lo    praticarono.    Volendo 
ria,    tutti    luoghi   considerati    sacri  Tulio  Ostilio  re  di  Roma  che  fos- 
e  venerabili.  In    progresso    i    greci  se    distrutta    la    città    d' Alba,    co- 
dierono  asilo  ai    rei,  non  solo  pres-  mandò  che  ne  fossero    eccettuati  i 
so  i  templi,  gli  altari    e    le  statue  templi  :  non  permise    però    che  gli 
degli    dei,   ma  pure    presso  quelle  abitanti  vi    si    rifugiassero,    e   pose 
degli  eroi,  dappoiché  credevano  che  alle  loro  porle  soldati  a  custodirli, 
i  numi    stessi    fossero    i    protettori  per  cui  i  fuggitivi  albanesi  si  que- 
dei    rei ,    ed  i    vendicatori    di    chi  relavano    di    dover    lasciare    come 
violasse  l'asilo,  rispetto   al  quale  si  imprigionate    le    loro    deità.    Dipoi 
accordava  l' impunità  ai  'più  gravi  nella  guerra  civile  tra    Caio  Mario 
delitti.  Ad  imitazione  de'greci,  Ro-  e  L.  Siila,  essendo  esausto  l'erario, 
molo    a    fine    di    popolare    la    sua  il  senato  spogliò  i  templi  degli  dei 
nuova  città  di    R.oma,    formò    sul  di  tutti  gli  ornamenti  d'oro    e  di 
Campidoglio  un  asilo  ch'era  situa-  argento,  impiegandoli   per  stipendio 
Ip,  §ecopdo   i  più   accurati   storici,  delle  milizie.  Non  però  tutti  i  terar 


IMM 

pli  di  Roma,  come  di  altre  regio- 
ni, godevano  quest'  asilo,  quantun- 
que fossero  consacrati,  ma  sola- 
mente quelli  che  con  tale  speciale 
distintivo  fossero  privilegiati  nel- 
l'atto della  loro  consacrazione,  scri- 
vendo Servio  neir  Vili  libro  del- 
l' Eneide  :  Asìliun  vocari  non  quod- 
\>is  (templum)y  sed  cui  consecra- 
lionìs  lege  esset  concessum .  Ma 
essendosi  a  tempo  di  Tiberio  imr 
peratore  talmente  ampliata  la  li- 
bertà d'  applicare  1'  asilo  a'  templi, 
massime  nella  Grecia,  per  cui  que- 
sti si  riempivano  di  enormi  disso- 
lutezze, Io  stesso  principe  abolì  il 
privilegio  e  jus  degli  asili  di  tutti 
i  templi.  Al  dire  di  Tacito,  il  qua- 
le narra  che  la  questione  fu  ven- 
tilata in  senato,  sembra  che  Tiberio 
abolisse  soltanto  gli  asili  fuori  di 
Roma,  non  quelli  della  città.  Ag- 
giunge Tacito  che  i  templi  erano 
divenuti  pieni  d' una  moltitudine 
di  debitori  insolvibili ,  di  schiavi 
malvagi,  sui  quali  penavano  i  ma-» 
gistrati  ad  esercitare  la  sorveglian- 
za della  legge ,  dacché  il  popolo 
proteggeva  i  delitti  degli  uomini , 
come  le  cerimonie  degli  dei. 

Il  privilegio  degli  asili,  dopo  l'in- 
Iroduzione  del  cristianesimo,  passò 
dai  templi  pagani  alle  chiese  cristia- 
ne, e  venne  ad  esse  conceduto  o 
confermato  da  vari  Pontefici,  im- 
peratori e  concilii ,  essendo  la  re- 
ligione cristiana  tutta  carità  e  mi- 
sericordia verso  i  delinquenti.  Ap- 
pena r  imperatore  Costantino  ebbe 
ricevuto  nel  Laterano  il  battesimo, 
come  riferisce  il  Baronie  all'  anno 
324,  num.  19,  nei  sette  giorni,  che 
dopo  di  ciò  rimase  colle  vesti  bian- 
che, promulgò  sette  leggi,  la  quin- 
ta delle  quali  fu  il  concedere  l'im- 
munità a  tutti  coloro,  i  quali  rei 
di  qualche    delitto    rifugiati  si  fos- 


IMM  25 

sero  nelle  chiese.    Dice  inoltre    che 
ciò  ricavasi    dagli  atti   del  Papa  s. 
Silvestro  I,    i    quali     per    attestato 
di  s.   Gelasio  I,    che  fiorì  circa   un 
secolo    dopo,  erano     così  autentici, 
che  non  solo  in  Roma,  ma  in  altri 
luoghi  sì    leggevano  pubblicamente 
nelle  chiese    de'cattolici,  11   giustis- 
simo rispetto  dovuto  alle  chiese  coi- 
rne case  di  Dio  in   terra,  e  luoghi 
sacri,  l'osservarono  tutti  gl'impera- 
tori cattolici  successori  di  Costantino, 
tranne  Aicadio  che   per    istigazione 
dell'  eunuco    Eutropio    emanò  una 
legge     che    i    rifugiati    nelle  chiese 
fossero  violentemente  estratti,  quin- 
di  puniti  secondo  i   loro  delitti.  Dio 
castigò    il   potente  eunuco,  dappoi^ 
che  caduto    dalla  grazia  imperiale, 
e  cercalo  a   morte,  non   riconobbe 
altro  scampo     che    rifugiarsi    nella 
chiesa  di  Costantinopoli.  Fremendo 
però  le  milizie  contro  il   malvagio, 
Arcadio  per  frenarle  con  una  nuova 
legge  confermò  l'antica    immunità 
della  chiesa;  ma  ciò  non  bastando, 
s.   Giovanni    Crisostomo  già  perse- 
guitato  dall'eunuco    perchè    ne  ri-^ 
prendeva    i   vizi ,    mentre  Eutropio 
colle  mani    stava  attaccato  all'alta^ 
re,     salito  sul    pergamo  peroiò    ai 
soldati,   e  colla  sua  facondia  otten- 
ne che    gli    fosse    donata    la    vita, 
e    non   permise    che  fosse    estratto 
dalla  chiesa,  se  prima  il  magistrato 
non  si  obbligò  con  giuramento  di 
non  ucciderlo,  onde  fu  rilegalo  in 
Cipro,    Neil'  anno    medesimo     899 
venne  confermata   l' immunità  del^- 
la  chiesa,  con  altra    sua   legge  per 
l'Afiica  da  Onorio  fratello    di  Ar- 
cadio, il   quale  di   più  nel  4^8  in- 
sieme con  Teodosio  li  stabilì  un'al- 
tra legge,    dichiarando  rei    di  lessi 
maestà    coloro    i    quali    alcun  reo 
eslraessero  dalla   chiesa.  U  medesi- 
mo Teodosio  II    nel   4^1    ampliò 


26  IMM 

sominnmenle  tale  legge,  estenden- 
do l'asilo  delle  chiese  non  solo  si- 
no alle  porte  di  esse,  ma  ancora 
ai  loro  portici,  atri,  abitazioni,  or- 
ti e  bagni,  quale  distesamente  fu 
ìnserila  negli  atti  del  concilio  ge- 
nerale celebralo  in  Efeso  nello  stes- 
so anno,  sebbene  per  alcuni  casi 
occorsi,  gli  convenne  poscia  correg- 
gerla. Nell'anno  4^6  l'imperatore 
Leone  altra  legge  amplissima  e 
severissima  promulgò  contro  i  vio- 
latori di  questa  immunità  delle 
chiese,  perchè  il  capitano  Ardabu- 
rio  ariano  ,  volendo  far  estrarre 
un  rifugiato  dal  monistero  degli  a-> 
cemeti,  visibilmente  apparve  sopra 
quel  luogo  l'immagine  del  Croce- 
fisso circondata  di  fuoco,  che  vi- 
brando per  ogni  parte  folgori  con- 
tro gì'  insolenti  soldati,  li  pose  in 
fuga.  Lo  stesso  Leone  annullò  la 
legge  del  predecessore  Teodosio  I, 
in  cui  comandava  a'  vescovi ,  che 
prestando  il  rifugio  nelle  chiese  a 
coloro  ch'erano  gravati  di  qualche 
debito,  eglino  pagassero  a*  credito- 
ri la  somma  dovuta. 

iVei  primi  anni  del  quinto  seco- 
lo avendo  Alarico  re  de'  goti  pre- 
sa Roma,  la  saccheggiò,  e  pubblicò 
un  editto  col  quale  perdonò  e  lasciò 
la  vita  e  le  facoltà  non  solo  de'cri- 
stiani,  ma  eziandio  de' gentili ,  i 
quali  eransi  rifugiati  nell'ampia  ba- 
silica di  s.  Pietro;  onde  moltissi- 
mi gentili  colle  loro  ricchezze  go- 
derono nella  chiesa  di  Cristo  quel 
rifugio  ed  immunità  eh'  eglino  ed 
i  loro  maggiori  conceduto  non  a- 
veano  in  tali  casi  ai  templi  delle 
deità  che  adoravano.  Il  citato  Se- 
vcrano,  descrivendo  a  pag.  ^02.  ì 
pregi  delia  basilica  di  s.  Paolo,  di- 
ce che  i  barbari  anche  a  questa 
portarono  rispetto,  facendola  asilo 
e  franchigia  come  quella  di  s.  Pie- 


IMM 
tro,  che  perciò  vi  si  recarono  le  ss.. 
Marcella  e  Principia,  siccome  te- 
stifica Procopio,  De  bello  goth.  1.  2. 
Ivi  racconta  come  furono  puniti  da 
Dio  con  fulmini  i  soldati  del  du- 
ca Ermanno,  per  aver  occupato  t 
prati  circostanti  alla  basilica  di  s. 
Paolo.  A  pag.  588  parlando  della 
basilica  Costantiniana  Lateranensc 
dice  che  fu  pure  chiamato  tempio 
della  Misericordia  ed  asilo,  che  per- 
ciò vi  erano  tre  porte,  sempre  a- 
perte,  come  meglio  dicemmo  nel 
volume  XII,  pag.  19  del  Diziona- 
rio, All'articolo  Chiesa  (Vedi)^  § 
VII,  della  venerazione  die  si  deve 
alla  chiesa,  parlammo  dell'antichis- 
sima sua  immunità,  e  di  alcuni 
autori  che  scrissero  sugli  asili  del- 
la medesima.  Nei  tempi  poi  delle 
successive  irruzioni  barbariche,  e  in 
quella  dura  e  procellosa  epoca  che 
tenne  lor  dietro,  quando  la  legge 
era  nella  spada,  e  il  diritto  nella 
forza ,  quando  scompigliato  ogni 
ordine  sociale,  restava  qualunque 
violenza  impunita,  ed  era  il  debo- 
le abbandonato  all'arbitrio  del  più 
forte,  la  misericordia  della  Chiesa, 
unica  autorità  tutelare  che  si  frap- 
ponesse fra  gli  oppressi  e  gli  op- 
pressori, ampliò  ed  estese  a  molti 
luoghi  considerati  come  sacri  il  pri- 
vilegio dell'asilo.  E  non  era  già 
per  assicurare  l' impunità  al  reo  , 
che  le  leggi  ecclesiastiche  di  quei 
secoli  s'adoperavano  a  rendere  così 
frequenti  ed  inviolabili  gli  asili; 
ma  sibbene  per  dare  ai  persegui- 
tati un  rifugio,  per  impedire  il 
compimento  di  quelle  atroci  ven- 
dette, ch'erano  da'  feroci  costumi 
de'  tempi  quasi  comandate,  né  cer- 
to condannate  mai;  per  lasciar  tem- 
po di  frenarsi  all'ira  popolare,  di 
calmarsi  all'odio  concitato  degli  of- 
fesi,    di    frammettersi    tranquilla- 


IMM 
mente   a    qua'  magistrali ,    che    in 
«jiialunquc  modo  esercitavano  allo- 
ra la  giustizia.  Tutte  le  chiese  cri- 
stiane servivano  perciò  ad  asili,  ed 
erano    considerati    siccome     luoghi 
di  franchigia  o  d'immunità,   dove 
non  aveva  accesso  la  forza  ,  ne  la 
giustizia  criminale.  Però  se  i  rifu* 
giati    negli    asili  erano    veramente 
colpevoli,  venivano  obbligati  a  ri- 
parare il  male  che  avevano    com- 
messo, ed  erano  assoggettati  a  pub- 
blica penitenza  ;  ma  non  erano  mai 
consegnati  nelle  mani  di  quelli  che 
gl'inseguivano,  se  non  a  patto  che 
venissero  loro  salve    la  vita    e   le 
membra.  A  ciò  si  provvide  coi  de- 
creti  di   vari   concilii,  e  fra  gli  al- 
tri in  quello  di  Sardì,  non  mai  di- 
partendosi la    Chiesa    cristiana    da 
quei  dettami  di  mansuetudine,  che 
derivano   così    spontanei  e  naturali 
dalla   legge  di  carità ,    sebbene   da 
vari  scrittori  che  scrissero  su  que- 
st'argomento, come  dall'abbate  Gua- 
sco, dall'Alessandro  ab  Alessandro, 
e    dal    Pistorozzi,  si     dimostri  che 
l'asilo    fu  comune  alle  più  barbare 
nazioni,   essendo  fallaci  le  assertive 
di  fr.   Paolo  Sarpi,  di  Van-Espen, 
e  di  altri.   11  diritto    d'asilo    fu  in 
diverse  epoche  esteso   ai    cimiteri, 
ai  palazzi  de'  vescovi,  ai  chiostri  di 
monaci    e  di   canonici ,    al  terreno 
che  li  circondava  nella  periferia  di 
trenta  passi,    e    alle  croci  pianiate 
sulle  grandi  strade.  Godendo  que- 
sto misericordioso  privilegio    i    rei 
de'  più  atroci  delitti,  e  siccome  di 
tante  altre  benefiche  istituzioni,  se 
ne  abusò    cotanto    che    si  procede 
senza  il  concorso  della    Chiesa   al- 
l'abolizione   degli    asili     in    diversi 
stati    dopo  la  metà  del  secolo  de- 
corso, e  in    c(uasi    tutta    l' Europa 
dopo  la  rivoluzione    francese,    seb- 
bene le  questioni   degli   asili   sacri 


IMM  27 

sono  di  privativa  giurisdizione  della 
Chiesa.  La  necessità  ed  utilità  degli 
asili  tuttavolta  erano  cessate,  dacché 
vennero  introdotte  migliori  leggi,  e 
per  tutto  rinnovali  in  meglio  gli 
ordini  sociali,  nò  ormai  potevano 
contribuire  ad  altro  che  ad  incep- 
pare il  corso  della  giustizia  civile 
e  criminale.  Avendo  Pio  VII  nel 
1816  soppresso  il  rifugio  d'asilo 
che  nello  stato  pontificio  godevano 
le  tenute  di  Conca  e  Campo  Mor- 
to, dipoi  Leone  XII  nel  1826  per 
prudenti  ragioni  lo  ristabilì  pei  de- 
linquenti rei  di  delitti,  prescriven- 
do analoghe  leggi  acciò  il  confugio 
si  potesse  conciliare  colla  pubblica 
sicurezza.  Di  quesla  concessione,  co- 
me dei  nominati  due  luoghi,  se  ne 
tratta  ai  voi.  XII,  p.  3i4,  3i5  e 
321  ;  e  XVI,  p.  236  del  Dizio- 
nario. 

L'immunità  propriamente  detta 
anch'essa  è  d'istituzione  divina,  co- 
me pronunziò  il  concilio  di  Tren- 
to nella  sessione  25,  cap.  20:  Ec' 
cltsiae  ,  persoìianun  ecclesias dea- 
rum  immuuilalcm^  Dei  ordinalioiie 
et  canonicis  sanelioiiibiis  constila- 
tam.  Le  chiese  e  i  sacri  templi  so- 
no stati  sempre  in  venerazione  e 
culto  presso  gli  uomini  di  qualun- 
que religione  ancorché  falsa,  e  con 
più  di  ragione  le  chiese  dei  catto- 
lici che  professano  la  vera  di  Cri- 
sto, dappoiché  in  esse  non  si  olire 
il  sangue  degli  agnelli  e  vitelli  co- 
me facevano  gli  ebrei,  ma  lo  stesso 
Cristo  con  sacrifizio  incruento,  con 
la  vera  e  reale  sua  presenza.  Es- 
sendo l'immunità  ecclesiastica  pro- 
cedente dalla  santità  e  riverenza 
che  si  deve  alle  chiese,  è  di  legit- 
tima conseguenza  che  questa  sia 
proceduta  dalla  Chiesa  stessa  ;  e  da 
chi  questa  Chiesa  vien  retta  e  re- 
golata, deve   egualmente    regolarsi 


a8  IMM 

e  dirìgersi  :  raulorilà  secolare  non 
avendovi  diritto,  deve  solo  sostener- 
la, lulelaria  e  difenderla ,    aHìnchè 
la  Chiesa   possa   in  tutta  l'estensio- 
ne esercitarla,  determinarla  e  mo- 
derarla a  maggior  gloria    di    Dio, 
e  della  nostra  santa  religione.    Al- 
le chiese,  ai  luoghi  religiosi,  ai  ci- 
roiteri,  ai  ministri    ecclesiastici  ,  ed 
alle  cose  loro  appartenenti ,    i    ca- 
noni, i   decreti  pontifìcii,    e   le  or- 
dinazioni  delle  autorità    ecclesiasti- 
che, protette  e  difese    anche    dalle 
costituzioni  imperiali  e  reali,  hanno 
loro  concessa  l'immunità ,  come  se 
si  dicesse  libertà,  senza  pesi  ed  one- 
ri. Triplice  è  l'ini  munita,  persona- 
Icj  reale,  e  locale.  Personale  è  quel- 
la che  favorisce  le    persone    eccle- 
siastiche,    le   quali    dovendo  essere 
continuamente    occupate  al  servigio 
della  chiesa,  degli  altari,  e  dei  sagri- 
fìzi   che  si  offrono  a  Dio,  cosi  de- 
vono   essere    esenti    da   qualunque 
occupazione    e    peso    che    a    quelli 
non  abbia  relazione.    P^.    Chierici, 
Clero,  ed  Ecclesiastici.  Reale    di- 
cesi   quella    per    cui    le  cose  della 
chiesa  debbono  essere  esenti  dai  da- 
zi, gabelle    ed    imposizioni    che    si 
debbono  alla  potestà  secolare:   non 
essendo  questa  in  diritto  colla  sua 
giurisdizione  temporale  d'impor  tri- 
buti e  gabelle  sotto  qualunque   ti- 
tolo alle  chiese,  loro   beni   e    per- 
sone  ecclesiastiche,    non    possono  i 
magistrati     laici  decretarle ,     senza 
l'assenso    della    potestà    ecclesiasti- 
ca.   P^.  Dizi ,    Decime    e   Beni    di 
Chiesa.  Locale  immunità   è  quella 
che  spetta    e  si  conviene  alle  stes- 
se chiese,  sacre  case,  cimiteri  e  Iot 
cali  tutti  alle  chiese   addetti  ed  a- 
derenti,  nelle  quali  chiese  e  pii  luo- 
ghi si  esercita    il    divin    culto^    ed 
altre  opere  pie  e    di  religione,  così 
è  di  dovere  che  questi  luoghi  sic- 


IMM 

no  esenti  dagli  usi  ed  operazioni 
profane.  Godono  V  immunità  loca- 
le non  solo  le  chiese  consacrate, 
ma  ancora  quelle  soltanto  benedet- 
te ;  e  la  godono  se  anche  fossero 
pollute  ed  interdette,  purché  non 
sieno  per  autorità  del  vescovo  con- 
vertite in  uso  profano,  mentre  al- 
lora non  godono  immunità.  Godo- 
no dell'  immunità  delle  chiese  i 
portici,  l'atrio,  il  tetto,  le  porte,  le 
scale,  le  pareti,  l'area,  e  si  esten- 
de al  dintorno  ed  esterno  delle 
chiese  maggiori  per  quaranta  pas- 
si, se  muiori  trenta,  meno  che  una 
legittima  causa  o  consuetudine  a- 
vesse  diversamente  disposto;  tanto 
si  legge  al  can.  36  Id  constiluimus, 
ed  al  can.  Antiquitus  di  Graziano, 
ma  oggi  è  derogato.  Il  Giraldi  in 
Exposìtionis  juris  Pontificii,  sect. 
637j  p.  47^5  salva  la  consuetudi- 
ne e  lo  stile  comune  delle  colon- 
nette che  si  vedono  nell'  esterno 
delle  chiese,  come  confine  dell'im- 
mune. Sono  immuni  i  campanili 
che  distano  dalla  chiesa  meno  di 
trenta  passi,  le  sagrestie  ed  i  cimi- 
teri annessi,  e  se  disgiunti  quando 
vi  esista  altare;  ì  pubblici  non  pri- 
vati oja torli  o  cappelle,  i  conven- 
ti e  monisteri,  seminari,  ospitali, 
ed  altri  luoghi  religiosi  eretti  con 
autorità  del  vescovo;  i  palazzi  dei 
cardinali  anche  fuori  di  Roma,  e 
quelli  ivi  annessi  alle  loro  chiese 
titolari.  Sono  egualmente  immuni 
il  palazzo  del  vescovo,  o  altra  abi- 
tazione che  ritenesse  anche  a  con- 
duzione; le  case  de'  canonici  esi- 
stenti nella  canonica;  le  case  par- 
rocchiali, che  non  distano  dalla 
chiesa  parrocchiale  un  terzo  di  mi- 
glio, purché  non  siano  appigionate 
a  laici,  come  dichiarò  la  sacra  con- 
gregazione dell'immunità,  in  Rea- 
tina   i4    decembris    1628.    Final 


IMM 

mente  alcuni  dicono  che  il  ss.  Sa- 
cramenlo  che  si  porta  per  le  stra- 
de presta  asilo  e  sicurezza  a  queUi 
che  lo  accompagnano,  ed  a  tutti 
quelli  che  pmcessionalmente  lo  se- 
guono ed  adorano  ;  ma  sembra  più 
sicuro  il  dire,  che  il  sacerdote  che 
porla  il  ss.  Sacramento  aiflnni 
praeslat  confiigientJbus  ad  se  :  Fa- 
gnano  cap.  9  de  ìmmunitale  eccle- 
siastica. Su  quanto  riguarda  tutti 
gli  estremi  dell'immunità  ecclesia- 
stica, sono  a  consultarsi  i  giure- 
consulti e  canonisti  che  ne  hanno 
trattato;  per  gli  stali  de'principi  se- 
colari deve  starsi  a'  rispettivi  con- 
cordati conchiusi  colla  santa  Sede. 
Esempi  delle  immunità  reali  ve 
ne  sono  nella  sacra  Scrittura.  Al 
tempo  di  Giuseppe  le  terre  del- 
l' Egitto  pagavano  al  sovrano  il 
quinto  del  reddito,  mentre  quelle 
de'sacerdoti  erano  esenti  da  ocni 
tributo.  Cosi  era  anche  al  tempo 
di  Mosè.  Artaserse  re  di  Persia 
esentò  dai  tributi  tutti  coloro  che 
andarono  con  Esdra  a  Gerusalem- 
me. Nei  primi  secoli  del  cristiane- 
simo però  tali  immunità  non  erano 
ancora  stabilite,  giacché  Gesù  Cri- 
sto medesimo  nel  vangelo  parlan- 
do dei  tributi,  decise  in  generale, 
che  bisogna  dare  a  Cesare  ciò 
eh' è  di  Cesare,  ed  a  Dio  ciò  che 
appartiene  a  Dio.  E  ne  avea  già 
dato  egli  medesimo  l'esempio  fa- 
cendo pagare  il  censo  per  sé  e  per 
s.  Pietro.  Anche  s.  Paolo  disse  a 
tutti  i  fedeli  in  generale  senza  ec- 
cezione: rendete  a  ciascuno  ciò 
che  gli  è  dovuto,  il  tributo  o  l'im- 
posizione a  chi  ha  diritto  di  esi- 
gerla. Si  sa  che  sotto  gì'  imperatori 
pagani  i  ministri  della  religione 
cristiana  non  godevano  di  alcun 
privilegio  ne  esenzione;  essi  ave- 
vano tutto  i'inteiesse   di   non    far 


IMM  29 

conoscere  il  loro  carattere.  Tertul- 
liano nel  suo  apologetico  e.  4*^-  > 
rappresentò  ai  magistrati  che  niuno 
pagava  i  tributi  e  non  adempiva 
a'  pubblici  carichi  con  più  fedeltà 
de' cristiani  ;  ch'essi  si  facevano  un 
punto  di  coscienza  di  non  commet- 
tere in  questo  genere  frode  alcuna. 
L' imperatore  Costantino  il  Grande 
però  nei  primi  anni  del  IV  secolo, 
e  dopo  la  sua  conversione  alla  fe- 
de cristiana,  accordò  diversi  privi- 
legi alle  chiese  ed  agli  ecclesiasti- 
ci ;  accordò  cioè  a  questi  l'immu- 
nità munerihus  civilibus,  le  immu- 
nità personali.  Quanto  alle  chiese, 
fece  prima  ima  legge,  in  forza  del- 
la quale  venne  permesso  a  chiun- 
que di  lasciar  per  testamento  be- 
ni stabili  alle  medesime;  e  con 
un'altra  legge  accordò  ai  beni  tutti 
delle  chiese  1'  immunità  a  Jiovis 
collaclioiiihiis j  assolvette  cioè  i  be- 
ni stessi  da  qualunque  delle  con- 
tribuzioni, che  gl'imperatori  sole- 
vano di  tanto  in  tanto  riscuotere 
straordinariamente.  In  seguito  lo 
stesso  imperatore  Costantino  con 
nuova  legge  accordò  alle  chiese 
cattoliche  l'esenzione  da  ogni  tri- 
buto anche  ordinario,  cioè  le  im- 
munità reali.  Fr.  Paolo  Sarpi,  De 
jure  asflornm,  ripete  l'origine  del- 
l'immunità  ecclesiastica  dagl'impe- 
ratori ;  ma  s.  Gregorio  Nazian/eno 
neWoratio  20  fa  conoscere  il  con- 
trario ;  e  che  nell'età  di  s.  Basilio 
Magno ,  epoca  assai  anteriore  a 
quella  determinata  dal  Saipi  quìii' 
gentis  annìs  post  Cìiristwn  natimi^ 
vi  fossero  leggi  sugli  asili  ed  immu- 
nità, lo  si  rileva  dal  fatto  di  quella 
donna  difesa  nel  tempio:  tiietur 
Dei  clementia,  et  legi  quae  altari- 
bus  honorem  haberi  jubet  wanuni 
porrigeret,  etc.  Il  concilio  d'Oran- 
ges  celebrato  nel  44  '  >  ^^'  suoi  ca- 


3o  IIMM 

noni  ci  fa  conoscere,  die  dentro  Io 
spazio  (lei  primi  cinque  secoli  della 
Chiesa,  si  occuparono  i  padri  con 
impegno  ed  in  opposizione  all'au- 
torità secolare,  per  sostenere  l'im- 
inunità  ecclesiastica,  e  senza  limo- 
re  e  con  intrepidezza  pubblicare 
opportune  leggi,  onde  non  può  am- 
mettersi che  imperatornm  tantum^ 
modo  Icgìbus  stami  tur.  Le  leggi  im- 
periali doveano  difendere  e  con- 
servare le  leggi  della  Chiesa,  non 
toglierle  e  regolarle. 

Delle  immunità  reali  nuove  leg- 
gi spogliarono  ora  alcune,  ora  tutte 
Je  chiese  cattoliche  di  quel  privile- 
gio. Tali  leggi  trovansi  nel  codice 
Teodosiano,  e  sono  di  Costanzo,  lib. 
XVI,  De  episcop.  eccles.  et  cler.  lit. 
H,  leg.  i5;  di  Costante,  lib.  XI, 
De  immunì  fate  concessa^  tit.  XII, 
leg.  I  ;  di  Valentiniano  II,  lib.  XI, 
tit.  XIII,  si  per  obrcptionem  leg.  r  ; 
e  dì  Onorio,  lib.  XVI,  De  episcop. 
eccles.  et  clericis,  tit.  II,  leg.  4o. 
Un*altra  prova  che  queste  immu- 
nità reali  non  furono  sempre  con- 
servate a  tutte  le  chiese,  l'abbiamo 
da  un  passo  di  s.  Ambrogio,  epist. 
XXI,  class.  I.  E  s.  Gregorio  I 
Magno,  scrivendo  a  quelli  che  a- 
"vevano  cura  delle  terre  di  Sicilia, 
che  appartenevano  alla  santa  Sede 
come  suoi  patrimoni,  raccomandò 
di  farle  ben  lavorare,  a  fine  di  po- 
ter più  facilmente  pagare  le  impo- 
sizioni caricate  sulle  medesime.  11 
IVovaes  nella  vita  di  Bonifacio  V, 
eletto  Papa  nel  6 1 9,  dice  che  rin- 
novando gli  antichi  canoni  e  de- 
creti de'  suoi  predecessori,  proibì 
che  ninno  ardisse  di  eslrarre  per 
forza  chi  rifugia  vasi  nelle  chiese.  11 
Muratori  nelle  Dissert.  sopra  le 
antichità  italiane,  nella  LXX  tratta 
Delle  immunità,  privilegi  ed  aggra- 
vi del  clero  e  delle  chiese  dopo  la 


IMx\I 

venuta  de'  barbari  in  Italia.  Dice 
egli  dunque,  che  dopo  aver  Costan- 
tino donata  la  pace  alla  Chiesa, 
non  tutte  le  persone  sacre  gode- 
rono esenzione  totale  dai  pubblici 
aggravi,  e  che  neppure  immuni 
furono  i  beni  di  tutte  le  chiese  e 
di  tutto  il  clero.  Molto  più  tardi 
provò  la  milizia  ecclesiastica  i  fa- 
vorevoli effetti  dell'  indulgenza  dei 
principi.  Chi  più  figurò  nelle  chie- 
se, vale  a  dire  i  vescovi,  i  capitoli 
de'  canonici,  e  i  monisteri  più  rag- 
guardevoli d'ambo  i  sessi,  questi 
tutti  goderono  immunità  maggio- 
ri. A  parte  di  sì  fatta  fortuna  non 
furono  già  le  chiese  piccole,  ai  fon- 
di e  terreni  delle  quali  si  conce- 
deva l'esenzione,  ma  si  negava  poi 
ai  beni  patrimoniali  de'  chierici. 
Mai  ne'  secoli  rozzi  fu  conceduta 
immunità  ampia  degli  oneri  e  tri- 
buti pubblici  ad  alcuna  chiesa,  che 
non  restassero  obbligati  e  soggelll 
i  luoghi  sacri  a  qualunque  ordina- 
ria o  straordinaria  funzione.  Sul 
particolare  di  questa  varietà  si  no- 
ta un  gran  cambiamento  di  leggi, 
e  dissomiglianza  di  consuetudini  in 
que' tempi.  11  Tomassino  nella  part. 
Ili  del  lib.  I,  al  cap.  XXVI  ripor- 
la  alcuni  capitolari  dei  re  Fran- 
chi, da'  quali  sembra  bastantemen- 
te dichiararsi,  che  non  solo  tutti  i 
chierici  per  riguardo  delle  persone, 
ma  i  beni  anche  di  tutte  le  chie- 
se furono  esenti  dagli  aggravi  e 
servigi  pubblici.  Che  altrettanto 
si  osservasse  in  Italia  si  può  de- 
durre dalla  legge  promulgata  nel- 
r  855  dall'imperatore  Lodovico  I 
il  Pio  nella  dieta  di  Pavia.  In  essa 
non  eccettuò  alcuna  chiesa,  ma  le 
dichiarò  tutte  esentì,  in  conferma 
delle  concessioni  de'  suoi  predeces- 
sori. Quasi  tutti  i  vescovi  ed  abba- 
ti, ed  anche   il    resto    de'  chierici^ 


IxMM 

offerivano  al  principe  dona  annua- 
liUy  particolarmente  quando  le  ne- 
cessità del  regno  li  richiedevano. 
Secondo  i  tempi,  i  re  a  titolo  di 
donativo  li  esigevano  dal  clero 
maggiori  o  minori.  Ve  ne  furono 
degli  altri  che  annualmente  si  of- 
frivano dagli  ecclesiastici  al  re  per 
ragione  di  ossequio.  Avevano  ap- 
parenza di  volontari,  ma  però  chi 
se  ne  fosse  astenuto,  non  si  crede- 
va libero  ne  sicuro  dal  non  pre- 
starli. Consisteva  V  offerta  in  uno 
o  due  o  più  equorum y  lanceae,  scu- 
ti,  ec.  Altri  oneri  dei  vescovi  ed 
abbati  era  dare  alloggio  e  vitto 
ai  re,  ed  ai  messi  ed  uffiziali  lo- 
ro, onere  che  si  chiamava  parata, 
mansionem,  o  metatum.  Perciò  i 
■vescovi  ed  abbati  in  Italia  procu- 
ravano levarsi  incomodo  sì  dispen- 
dioso allorché  domandavano  ai  re 
ed  imperatori  privilegi  ed  esenzio- 
ni. Inoltre  i  detti  principi  vieta- 
vano ai  conti  ed  altri  ministri  di 
esercitare  autorità  sugli  uomini,  be- 
ni e  terre  del  clero,  e  loro  dipen- 
denti. Tempi  furono  anche  ne'  qua- 
li i  re  ed  imperatori  riserbaronq 
a  se  stessi  il  giudicar  le  cause  cri- 
minali ne*  castelli,  tenute  e  beni 
delle  persone  sacre.  Anticamente 
non  mancarono  alcuni ,  che  non  si 
facevano  scrupolo  di  non  rispetta- 
re i  privilegi  ed  immunità,  tanto 
tempo  prima,  e  da  tanti  re  con- 
ceduti alle  pei'sone  e  luoghi  sacri, 
mettendo  nell'altrui  messe  le  mani, 
e  disprezzando  anche  l'anatema  e 
scomunica  promulgata  frequente- 
mente dalla  Sede  apostolica  contro 
chiunque  violava  somiglianti  con- 
cessioni. Il  Papa  Stefano  X  nel 
io58  confermò  con  bolla  al  clero 
secolare  di  Lucca  l'immunità  dai 
giudizii,  oneri  ed  imposte  della  po- 
testà laicale,  fulminando  la  scomu- 


IMM  3i 

nica  a  chi  non  la  rispettasse.  Di 
frequente  in  tempo  di  guerra  le 
immunità  ed  esenzioni  venivano  e- 
normemente  lese  con  violenza.  Il 
Muratori  di  tutto  riporta  diverse 
testimonianze  e  documenti ,  indi 
passa  a  parlare  dell'immunità  o 
esenzioni  dei  monisteri  dalla  giu- 
risdizione vescovile,  solo  soggetti 
alla  santa  Sede,  privilegio  che  dice 
risalire  al  pontificato  di  s.  Grego- 
rio I.  Zelante  difensore  dell'immu- 
nità ecclesiastica  fu  s.  Gregorio  VII 
(Fedi),  e  martire  della  medesima 
s.  Tommaso  arcivescovo  di  Canlor" 
hery  [Pedi). 

Il  concilio  di  Londra  celebrato 
l'anno  1268,  col  canone  i3  decre- 
tò. «  Si  conserverà  la  immunità 
dei  luoghi  santi,  chiese  e  moniste- 
ri,  e  chiunque  ne  trarrà  fuori  per 
forza  quello  che  ivi  si  sarà  rifu- 
giato, o  asporterà  ciò  che  vi  sa- 
rà stato  messo  in  deposito ,  sarà 
scomunicato  issofatto,  e  le  sue  ter- 
re messe  sotto  interdetto,  come  pu- 
re i  luoghi  dov'egli  si  ritirerà". 
Nel  pontificato  di  Martino  IV  ia 
Francia  sotto  l'ombra  dell'immu- 
nità ecclesiastica  erano  nati  gravi 
abusi,  dappoiché  uomini  malvagi 
i  quali  o  avevano  abbandonato  la 
fede,  come  ebrei  convertiti  ed  apo- 
stati, ovvero  erano  infamati  di  ere- 
sia, temendo  di  essere  tratti  ai  tri- 
bunali degl'  inquisitori,  ricorrevano 
al  rifugio  delle  chiese  per  sottrarsi 
dalle  pene.  Tornando  ciò  in  grave 
danno  della  religione  cattolica,  or- 
dinò che  sì  fatte  persone  non  go- 
dessero l'immunità  della  Chiesa  che 
laceravano  coli'  eresia.  Ciò  venne 
rammentato  da  Giovanni  XXII, 
quando  per  reprimere  la  baldanza 
de'  chierici  francesi,  concesse  al  re 
Filippo  V  di  poterli  carcerare,  »  non 
in  contemptum  clericalis  ordinis,  neo 


52  IMM 

iit  jiirisdictionem  usnrpetis  in  ipfsas, 
«;oc)   (nntiim,  ut  rcddaiitnr  ad  inan< 
dala    Kcclesiae,  ne    elimina   renia- 
neanl  impunita  ".  Quanto    Bonilìi- 
cio  VII!   fosse  stato  sostenitore   a- 
cenimo  dell'  immunità  ecclesiastiea 
Io  dicemmo  agli  articoli    Francia^ 
e    Bonifacio    UH  (Fedi).    Nelle 
biogialie  de'  Papi,  e  negli    articoli 
degli  slati  e  regni,  come  in  altri  re- 
lativi articoli,  si    parla    de'  princi- 
pali avvenimenti  riguardanti    l'im- 
munità ecclesiastica  ,  e  riportansi  i 
canoni  de'concilii  trattandosi  di  que- 
sti.  Benedetto  Xll,  Innocenzo    VI, 
Innocenzo  Vili  ed  altri  Pontefici  e- 
manarono  zelantissimi  decreti  a  di- 
fesa    dell'    immujiità     ecclesiastica. 
Quanto  ad  Innocenzo  VI,  si  legge 
nella  sua  vita  che  l'imperatore  Car- 
lo   IV    indotto    dai    malevoli   suoi 
ministri  ad  occupar    le  rendite    di 
alcuni  benefizi,  e  violare  la  libertà 
ed  immunità  ecclesiastica,  ad  istan- 
za del  Papa  cedette  dal  comincia- 
to errore,  e  fece  una  famosa  costi- 
tuzione in  difesa  de'  diritti  ed  im- 
munità   ecclesiastica,    la    quale    fu 
dipoi    confermata     co' loro    decreti 
da  Bonifacio  IX  e  Martino  V.  Que- 
sti decreti  colla  costituzione    Caro- 
lina trovansi    nel  Goldasti,    t.  Ili, 
in    Carlo    IV.    Alessandro    VI    nel 
i5oi    ordinò    die  gli  uomini    faci- 
norosi   non   dovessero  godete  l'im- 
munità   ecclesiastica.    Parlando    il 
Rinaldi  all'anno  i5i5,  num.  4>  ^^1 
concilio  generale  lateranense  V  ter- 
minato da  Leone  X,    dice    che  fu 
letta  e  confermata  in  esso  colla  vo- 
ce de'  padri  la  costituzione   fatta  a 
stabilire    l'autorità    de' vescovi;    e 
in  prima   a  raffrenare  la  licenza  dei 
canonici  e  d'altri  chierici,  che  con- 
vertivano l'immunità  apostoliche  in 
irritamenti  de'  vizi     e    fortificazio- 
ni dell'audacia  contro  i  vescovi,  si 


IMM 

ordinò  che  gli  esenti,  fallando,  pu- 
niti fossero  dai  vescovi  loro.  Fu 
conceduta  l'immunità  ai  famigliari 
de'  cardinali  che  attualmente  tali 
sono,  e  non  a  coloro  che  usi  erano 
di  procacciarsi  così  fatto  privilegio 
a  schifare  i  mandamenti  de*  vesco- 
vi. Rinnovossi  la  costituzione  del 
concilio  generale  di  Vienna  cele- 
brato da  Clemente  V,  che  i  moni- 
steri  esenti  di  monache  fossero  vi- 
sitali una  sola  volta  l'anno  dal 
diocesano;  e  annullaronsi  tutte  le 
immunità  che  si  concedessero  sen- 
za chiamare  in  giudizio  Ja  perso- 
na, in  cui  danno  ciò  potesse  tor- 
nare. 

Nel  pontificato  di  Giulio  III,  es- 
sendo Cosimo  I,  allora  duca  di 
Firenze,  in  fiera  guerra  co'  sanesi, 
ed  avendo  saputo  che  le  sue  trup- 
pe in  una  vittoria  avevano  com- 
messo in  Casole  eccessi  contro  l'im- 
munità ecclesiastica,  a'  24  ottobre 
i554  scrisse  la  seguente  lettera  a 
Bartolomeo  Concini.  «  Con  nostro 
mollo  dolore  abbiamo  inteso  la  ru- 
beria che  l'esercito  del  marchese 
di  Marignano  ha  fatto  in  Casole, 
da  cui  né  anche  la  casa  di  Dio 
n'è  andata  esente.  Noi  ngn  voglia- 
mo queste  iniquità;  quando  l'eser- 
cito può  dare  il  sacco ,  le  chiese 
hanno  da  essere  rispettate,  e  il 
primo  che  oserà  fare  insulto  alle 
chiese,  monisteri,  ospedali  ed  altri 
luoghi,  noi  vogliamo  che  paghi  la 
pena  di  tanta  sua  malvagità  colla 
perdita  del  capo,  e  il  marchese  vo- 
gliamo che  ubbidisca  a  questi  no- 
stri ordini;  e  voi,  se  vi  piace  la  nostra 
grazia,  vi  sforzerete  per  impedire 
tali  errori,  e  ci  darete  subito  av- 
viso. Dalla  massa  della  preda  che 
non  è  stata  divisa,  vogliamo  che  si 
renda  a  quelle  chiese  tutto  quello 
che  gli  è  stato   tolto.    Eseguite,  e 


IMM 

slate  sano  ".  A  questo  proposilo 
dice  il  Grozio  nella  sua  opera  De 
jure  belli  et  pacìs^  che  la  conser- 
vazione illesa  di  tali  sacri  edifizi, 
e  di  quelle  cose  che  ad  essi  spet- 
tano, viene  prescritta  dalla  riveren- 
za delle  cose  divine;  principalmen- 
te da  quelli  che  hanno  la  stessa 
religione,  benché  per  avventura  sie- 
no  discordi  di  alcuni  sentimenti  o 
riti.  E  infatti  dice  Tucidide,  che 
fra  i  greci  de'  suoi  tempi  era  un 
diritto  sacrosanto,  che  quelli  i  quali 
si  scagliavano  contro  i  loro  nemi- 
ci, si  astenessero  dai  luoghi  sacri. 
Nel  i565  Pio  IV  con  costituzio- 
ne, confermata  poi  da  Gregorio 
Xin,  proibì  che  i  palazzi  de'  car- 
dinali ed  ambasciatori  servissero  di 
asili  ai  delinquenti  e  malfattori. 
Inoltre  Gregorio  XIII  nel  i573 
proibì  severamente  tutte  le  fran- 
chigie, non  eccettuato  lo  stesso  pa- 
lazzo pontificio.  Il  suo  successore 
Sisto  V  nell'istituire  la  congrega- 
zione de'  vescovi  e  regolari,  a  que- 
sta aflidò  il  geloso  incarico  di  tu- 
telare e  vegliare  sui  diritti  della 
sacra  immunità,  per  la  quale  decre- 
tarono provvidenze  Gregorio  XIV 
e  Clemente  VIII,  non  che  Paolo 
V  ed  Urbano  Vili  Barberini.  Al- 
lo zelo  di  quest^ultimo  si  deve  nel 
1626  l'istituzione  della  cardinalizia 
Congregazione  dell'immunità  eccle- 
siastica (Fedi),  di  cui  ora  n'è  pre- 
fetto un  suo  discendente,  il  cardi- 
nal Benedetto  Barberini,  e  segre- 
tario monsignor  Stefano  Scerra  ve- 
scovo d'Orope.  A  tale  articolo  fa- 
cemmo menzione  dei  Pontefici  che 
si  distinsero  in  tutelare  l' immuni- 
tà, della  raccolta  che  dei  decreti 
ne  fece  il  p.  Lantusca  ;  della  Sy- 
iiopsis  decreta  et  resoluliones,  com- 
pilata dal  p.  abbate  Ricci ,  la  cui 
seconda  edizione  di  Torino  17 19 
VOL.   xxxiv. 


TMM  33 

fu  dedicata  al  cardinal  Francesco 
Barberini  ;  delle  attribuzioni  di  que- 
sta congregazione,  e  l'attuale  nor- 
ma che  segue,  avuto  riguardo  ai 
diversi  concordati  conchiusi  tra  la 
santa  Sede  e  vari  sovrani.  Il  Lu- 
nadoro  dell'edizione  del  1646,  par- 
lando di  questa  congregazione,  di- 
ce che  soleva  tenersi  ogni  martedì 
in  casa  del  cardinal  prefetto,  il 
quale  godeva  annui  scudi  mille  dal 
tesoro  pontificio. 

Nel  pontificato  di  Alessandro  VII 
abusando  delle  franchigie  i  fami- 
gliari dell'ambasciatore  di  Francia 
Crequi,  ebbero  luogo  que' disgu- 
stosi avvenimenti  che  registrammo 
all'articolo  Avignone  (Vedi),  che 
perciò  fu  occupato  dai  francesi  sic- 
come dominio  della  santa  Sede. 
Nel  pontificato  di  Clemente  X,  a 
cagione  dell'abuso  che  facevano  gU 
ambasciatori  delle  franchigie  ed 
esenzioni  di  gabelle,  poco  mancò 
che  non  succedessero  gravi  sconcer- 
ti, come  narrammo  al  voi.  XX,  p. 
160  del  Dizionario.  Al  voi.  XXVII 
poi,  ed  a  pag.  5o  e  5i  si  descris- 
se come  Innocenzo  XI  rinnovò  le 
costituzioni  di  altri  Pontefici,  cioè 
di  Giulio  III  nel  i552  ,  di  Pio  IV 
nel  i56i,  di  Gregorio  XIII  nel 
1573,  di  Sisto  V  nel  i585,  di 
Urbano  Vili  che  emanò  analoghi 
editti  a'  5  gennaio  1626,  e  i5  no- 
vembre 1634,  per  non  nominarne 
altri,  che  tutti  avevano  abolito  e 
severamente  proibito  le  franchigie 
che  gli  ambasciatori  de'  sovrani  in 
Roma  volevano  godere  intorno  ai 
loro  palazzi,  e  talvolta  eziandio  al- 
le case  adiacenti  e  pressoché  ad  un 
intero  quartiere,  donde  nascevano 
gravi  e  riprovevoli  conseguenze, 
l'alterazione  della  pubblica  tranquil- 
lità, l'esposizione  del  governo  ponti- 
ficio e  de'  sovrani,  e  la  protezio- 
3 


34  IMM 

«e  dei  malviventi,  omicidinri,  pre- 
potenti, e  rei  d'altri  delitti  ;  si  dis- 
ile ancora  come  il    zelante    Ponte- 
fice fulminò    la    scomunica    contro 
chiunque  nell'avvenire    pretendesse 
di  aver  a  godere  di  tal  preteso  di- 
ritto ,    per    Io    che    molte    poten- 
ze  acconsentirono    a    giuste  restri- 
zioni.   Ma    Luigi  XIV  rispose  con 
alterigia ,    che  non    era    avvezzo   a 
regolarsi   sulla    condotta  altrui,    ed 
ordinò    al  suo    ambasciatore    mar- 
chese di  Lavardino  di   sostenere  il 
suo  diritto  colla    massima    pubbli- 
cità. Questi  fece  il  suo  ingresso  in 
Roma  a' 16    novembre    1687    con 
nn   corteggio  di  ottocento  persone, 
gentiluomini  d'ambasciala,  uffiziali, 
guardie  di  marina^  in  apparato  piti 
ostile  che  diplomatico.   I  doganieri 
quando  volevano  visitarne  le  baga- 
glie,  si  minacciò  di  tagliar  loro  il  na- 
so e  le    orecchie.   L'ambasciatore  si 
recò  nel  palazzo  Farnese,  ed  il  suo 
seguilo  alloggiò  nel    quartiere  cir- 
convicino, e  fece  la  ronda  giorno  e 
notte.   Allora  il  Papa,  come  si  disse 
al  succitato  luogo,  scomunicò  l'am- 
basciatore Lavardino,   e  pose    l' in- 
terdetto   alla    chiesa    nazionale    di 
s.  Luigi.  Si  disse  inoltre  che  Inno- 
cenzo XI  fece  cessare    l'uffiziatura 
della    basilica    latei'anense    quando 
vi  sì  recò  l'ambasciatore,  forse  nel 
giorno  di  s.  Lucia  per  la  festa  che 
gli  ambasciatori  sogliono  celebrare 
con     assistere    alla    messa     canta- 
ta. Ivi  pur   citammo  il  celebre  o- 
puscolo    stampato    nel    1688,   che 
vuoisi  di    Celestino    Sfondrali    poi 
cardinale,  e  qui   ne  ripeteremo   ma 
intero  il  suo  titolo:  Lrgatio  Romani 
M archi onìs  Lavardini,  et   oh  ean- 
dtm  regi's   Chrìstianìssìini  ami  Ro- 
mano    Pontijice  dissidiuni.    Ubi  a^ 
gitur  de  jure,  orìgine,  pregressa^  et 
ahtisii  quanirioriuìi  Fra  ne  hi  li  a  rum 


IMM 

xcit  Asyli  eie.  Et  trfatantur  ratiO" 
nes  a  Lavardini  advocato  (  Talonii 
regiì  advocnti  )  productae ,  in  li* 
hello  gallico  cn/an  initium  :  Si  Vau" 
teur,  etc,  anno    1688. 

Nel  medesimo  volume  XXVII , 
pagina  52,  dicemmo  come  Lui- 
gi XIV  re  di  Francia  e  gli 
altri  sovrani  promisero  ad  A- 
lessandro  Vili  di  rinunziare  alle 
franchigie,  il  qual  Pontefice  proibì 
agli  aitisli,  ai  cittadini,  ed  ai  no- 
bili, seppur  non  fossero  ministri  di 
qualche  corona,  di  tener  sulle  loro 
porle  gli  stemmi  pontifìcii,  o  di  qiial- 
sivoglia  sovrano,  affinchè  sotto  l'om- 
bra del  rappresentalo  principe  non 
avesse  da  ricovrarsi  la  malvagità. 
Gli  successe  Innocenzo  XII  nel 
1 691,  il  quale  siccome  d'animo  co- 
stante, con  petto  sacerdotale  su- 
bilo intimò  seriamente  agli  amba- 
sciatori presso  di  lui  residenti,  ch'e- 
gli voleva  essere  il  solo  padrone 
della  sua  capitale,  onde  non  sof- 
frirebbe afifallo  le  franchigie  de'  lo- 
ro palazzi,  ne  sconcerto  alcuno  pro- 
dotto dai  loro  domestici  e  fami- 
gliari ;  poiché  aveva  osservalo  nelle 
nunziature  di  Firenze,  di  Polonia 
e  di  Vienna,  disimpegnate  allorché 
era  prelato,  che  i  sovrani  altret- 
tanto esigevano  che  si  osservasse 
nelle  loro  capitali  e  corti,  non  sof- 
frendo le  nocevoli  franchigie.  A  te- 
nore di  questa  risoluzione  Inno- 
cenzo XII  fece  rondare  sessanta 
Birri  (Fedi)  (al  quale  articolo  sono 
alcune  notizie  analoghe  a  questo 
argomento  )  per  tutti  i  palazzi  o- 
ve  si  pretendevano  le  franchigie, 
e  nello  stesso  tempo  ordinò  alle 
milizie  della  guarnigione  di  Roma, 
che  in  caso  di  bisogno  prestassero 
forza  ed  assistessero  i  detti  mini- 
stri delia  giustizia.  La  squadra  dei 
birri  ch^  passando  innanzi    al    pa- 


I  u  u 

lazzo  dell*  ambasciatore  imperlale 
Tenne  prepotentemente  bastonata 
iìngli  aiduchi,  fu  severamente  ven- 
dicata da  monsignor  Giambattista 
Spinola  governatore  di  Roma  e  poi 
rnidinaie,  il  quale  a  niuno  degli 
aiduchi  concesse  franchigia,  li  con- 
dannò alia  forca,  ed  uno  scudiere 
j»l  taglio  della  testa,  ne  mai  Tolle 
ritirare  tali  sentenze.  Vedendo  Lui- 
gi XIV  quanto  Innocenzo  XII  era 
costante  in  riprovar  le  franchigie, 
e  com'era  obbedito  dai  suoi  mini- 
stri, -definitivamente  rinunziò  alle 
pretensioni  sulle  franchigie.  Delle 
dispute  di  precedenza  tra  gli  am- 
basciatori ed  alcun  ministro  della 
santa  Sede,  massime  di  quelle  av- 
venute sotto  Innocenzo  XII  e  Cle- 
mente XI,  se  ne  tratta  ai  rispetti- 
"vi  articoli,  giacché  anche  Clemente 
XI  appena  eletto  nel  1700  avvisò 
gli  ambasciatori  che  mai  soffrireb- 
be le  franchigie. 

Benedetto  XIII  con  la  bolla  Ex 
quo  divina^  de'  18  giugno  1725, 
confeitnò  quella  di  Gregorio  XIV 
Cwn  alias,  e  circa  l'immunità  ec- 
clesiastica dichiarò  quali  delin- 
quenti che  di  essa  non  godono , 
sebbene  l'estese  ad  altri  delitti, 
prescrivendo  il  modo  da  osservar- 
si dalle  curie  ecclesiastiche  nell'  e- 
strarre  gì' inquisiti  dai  luoghi  im- 
muni. Nel  pontificato  di  Clemen- 
te XII  passando  una  pattuglia  per 
le  vicinanze  del  palazzo  di  Vene- 
ria  in  Roma,  aletmi  servitori  del- 
l'ambasciatore veneto,  dalmatini  di 
nazione,  si  fecero  lecito  di  volerne 
impedire  il  passaggio  ;  attaccarono 
tuffa  coi  soldati ,  e  ne  l'estarono 
uccisi  tre  oltre  un  soldato.  Nacque 
grave  differenza  tra  la  repubbli- 
ca di  Venezia  €  la  santa  Sede,  ma 
il  Pontefice  essendo  dalla  parte 
della  ragione ,  sosteneie    i    suoi  di- 


IMM  35 

ritti,  e  la  buona  concordia  si  ri- 
stabilì. Ma  di  poi  a  sostegno  del- 
l'immimità  ,  a' 22  febbraio  1735 
pubblicò  la  costituzione  In  supre- 
mo justilìae  solio ,  presso  il  Bull. 
tom.  XIV,  p.  i3;  e  siccome  con 
frequenza  accadevano  gli  omicidii  , 
ordinò  che  a  quelli  che  li  com- 
mettessero non  potesse  giovare  il 
luogo  immune  ;  affine  poi  di  to- 
gliere la  causa  dell'acciecamento 
nelle  risse ,  volle  che  passate  sei 
ore  dopo  queste,  ogni  omicida,  an- 
corché chierico,  fosse  soggetto  alla 
sua  leg2[e,  come  se  avesse  commes- 
so il  delitto  a  caso  pensato.  Ol- 
tre a  ciò,  confermò  le  bolle  dei 
predecessori  sull'  immunità  eccle- 
siastica, dichiarò  i  casi  per  poter 
godere  quella  della  chiesa  nei  do- 
minii  pontifìcii ,  e  la  forma  da 
praticarsi  nell'estrazione  de' delin- 
quenti rifugiati.  Nell'anno  santo 
1750,  in  Roma  i  birri  furono  mal- 
menati dagli  individui  addetti  allo 
spedale  nazionale  di  s.  Giacomo 
degli  spagnuoli,  per  cui  ne  avven- 
ne conflitto  ,  che  i  superiori  del 
medesimo  rappresentarono  con  falsi 
rapporti  alla  corte  di  Spagna  ;  ma 
Benedetto  XIV  che  allora  regnava, 
fece  passare  avanti  allo  spedale  e 
chiesa  i  birri  armati,  in  segno  di 
essere  V  unico  padrone  della  città, 
come  nel  libero  passaggio  de'&uoi 
sudditi  per  tutte  le  strade. 

Tanto  Benedetto  XIV  che  il  succes- 
sore Clemente  XIII  furono  benemeri- 
ti dell'immunità  per  le  costituzioni 
ch'emanarono.  Dappoiché  credendo 
necessario  Benedetto  XI V  determi- 
nare gl'insorti  dubbi  sulf  immu- 
nità locale,  dichiarò  la  sua  men- 
te e  quella  de'  predecessori  colla 
costituzione  Ex  officio,  de'  r  ">  mar- 
zo 1750,  pres-ìo  il  suo  Bull,  to- 
mo UT,  p.    ?-78.  Dichiarò  pertan- 


36  IMM 

lo,  che  trovandosi  in  luogo  im- 
mune un  reo  di  delitto  eccellunto, 
come  omicidio  proditorio,  medita- 
to e  volontario  nella  rissa,  debba 
esserne  estratto  ogni  qualvolta  vi 
saranno  indizi  bastanti  a  provare 
il  delitto  ;  che  V  estrazione  dal  luo- 
go immune  non  si  possa  fare  sen- 
za l'autorità  del  vescovo  rispetti- 
TO ,  e  r  assistenza  di  persona  ec- 
clesiastica da  lui  deputata,  e  che 
facendosi  la  consegna  alla  curia 
secolare,  siano  a  questa  intimate  le 
censure  in  cui  sarebbe  incorsa  se 
il  reo  estratto  non  fosse  restituito 
al  luogo  immune,  subito  che  nel 
progresso  della  causa  avesse  pur- 
gato gì*  indizi  che  vi  erano  contro 
di  lui.  Essendo  quindi  insorta  la 
questione  se  i  rei  di  eresia  fuggi- 
ti dalle  carceri  dell*  inquisizione  al 
luogo  immune  potessero  da  questo 
cstrarsi,  Benedetto  XIV  rispose  al 
modo  narrato  al  voi.  XVI,  p.  2*24 
del  Dizionario.  Riguardo  poi  a 
Clemente  XIII,  nel  suo  pontificato 
in  Todi  un  laico  accusò  un  altro 
per  delitto  di  furto  al  tribunale 
del  vescovo,  il  quale  fece  porre  in 
carcere  il  i*eo  accusato.  Di  questo 
procedere  si  querelò  il  governatore 
della  città,  non  essendo  il  furto  di 
cosa  sacra,  e  tanto  il  reo  che  l'ac- 
cusatore essendo  laici.  Non  ostante 
pretese  il  vescovo  che  per  legitti- 
ma consuetudine  avesse  la  sua  cu- 
ria giurisdizione  cumulativa  di  co- 
noscere anco  le  cause  criminali  dei 
laici.  Portata  la  controversia  avan- 
ti la  sacra  congregazione  dell'im- 
munità, e  trovandosi  quelli  che  la 
componevano  divisi  negli  opina- 
menti,  il  Papa  avocò  a  se  la  cau- 
sa, ordinando  al  vescovo  di  con- 
segnare al  governatore  il  carcerato. 
E  per  mettere  riparo  a  simili  con- 
troversie fra  le  due  podestà,  pub- 


IMM 
blìcò  la  costituzione  Prncstat  ro» 
manum  Pontificem^  a' 23  agosto 
1 766,  presso  il  Guerra,  Epil.  Bull. 
tom.  Ili,  p.  57  ,  e  con  essa  pre- 
scrisse i  termini  dell*  una  e  del- 
l'altra  giurisdizione,  coli' autorità 
de' sacri  canoni,  i  quali  nelle  cau- 
se profane  prescrivono  che  l'attore 
debba  seguire  il  foro  del  reo,  che 
se  questo  è  chierico  spetterà  alla 
curia  ecclesiastica ,  se  laico  alla 
laicale,  dove  la  consuetudine  non 
sia  diversa.  Stabili  inoltre  che  in 
si  fatte  cause  se  sarà  in  vigore 
qualche  consuetudine  nella  curia 
vescovile,  resti  pure  in  vigore,  pur- 
ché sia  quadragenaria  e  perpetua- 
mente costante,  non  mai  però  con- 
traddetta o  interrotta.  La  consue- 
tudine per  altro  doversi  provare 
con  atti  gravi,  e  questi  non  per 
tolleranza  de'  governatori  locali  ,  o 
negligenza  degli  inferiori  magistra- 
ti, e  timore  riverenziale  ne' conni- 
venti, ne*  quali  casi  non  intendeva 
Clemente  XIII  che  si  potesse  in- 
trodurre una  lodevole  consuetu- 
dine. 

Pio  VI  non  mancò  mostrare  il 
suo  zelo  contro  l'inveterato  abuso 
delle  franchigie  e  pretese  giurisdi- 
zioni ,  ma  queste  ebbero  affatto 
termine  nel  pontificato  del  succes- 
sore Pio  VII.  Il  regnante  Grego- 
rio XVI  nel  primo  anno  del  suo 
pontificato  avendo  pubblicato  il  re- 
golamento organico  di  procedura 
criminale,  dal  suo  pro-segretario  di 
stato  cardinal  Tommaso  Bernetti , 
a' 5  novembre  i83i  ,  fece  pubbli- 
care  colle  slampe  della  rev.  came- 
ra apostolica  V  Appendice  al  re- 
gelamento  organico,  e  di  procedila 
ra  criminale  per  norma  delle  cu- 
rie ecclesiastiche j  ove  si  tratta  dei 
tribunali  ecclesiastici  e  di  giuris- 
dizione mista,    e    della    immunità 


IMM 

ecclesiastica .  Questo  regolamento 
dà  un  provvidissimo  codice  pratico 
immunitario,  che  riesce  di  guida 
sicura  ai  tribunali  ecclesiastici  e 
laici ,  ed  a  tutti  gli  agenti  della 
forza  pubblica.  Non  si  trova  una 
collezione  cosi  unita  in  poche  pa^ 
gine,  come  il  regolamento  suddet- 
to, di  molte  leggi  apostoliche  pub- 
blicate in  diversi  tempi,  e  sparse 
in  vari  libri.  Indi  lo  stesso  Pon- 
tefice per  organo  dell'odierno  se- 
gretario di  stato  cardinal  Luigi 
Lambruschini,  a'  i8  dicembi'e  iBSg 
fece  pubblicare  con  le  stampe  il 
Regolamento  sulle  franchìgie  dai 
diritti  d"  introduzione^  di  barriera  e 
di  consumo  relativo  a  derrate  e 
merci  provenienti  dall'estero,  in  fa- 
vore  dei  componenti  V  eccellentissi' 
mo  corpo  diplomatico  presso  la 
santa  Sede,  eh' è  del  seguente 
tenore. 

1.  I  signori  ambasciatori  e  mi- 
nistri esteri,  ed  in  generale  tutte  le 
persone  appartenenti  alla  diploma- 
zia, che  giungono  dall'  estero,  sa- 
ranno trattati  dagl'  impiegati  delle 
dogane  pontificie  con  tutti  i  ri- 
guardi dovuti  al  loro  carattere,  ed 
il  hbero  ingresso  de' bauli,  valigie 
ed  eflfetti  di  loro  uso  formanti  il 
bagaglio  che  porteranno  seco,  non 
soffrirà  alcuna  difficoltà. 

2.  I  signori  ambasciatori ,  mini- 
stri, ed  incaricati  di  affari,  purché 
questi  sieno  accreditati  direttamen- 
te dal  loro  governo,  ed  in  per- 
manenza, godranno  piena  esenzione 
per  gli  oggetti  di  loro  uso  da  ogni 
dazio  d'introduzione,  di  barriera  e 
di  consumo,  allorché  vengono  a 
stabilirsi  in  Roma  a  motivo  della 
loro  missione.  Questa  esenzione  sa- 
rà da  essi  goduta  durante  un  in- 
tero anno  dal  giorno  della  pre- 
sentazione delie  lettere  ci'edeajiah. 


IMM  Sr 

Per  goderne  però  dovranno  esibi- 
re la  nota  specifica  degli  oggetti 
che  vogliono  introdurre  per  loro 
uso,  e  questa  dentro  sei  mesi  dal 
loro  arrivo. 

3.  Decorso  il  primo  anno  dal- 
l' arrivo  cesserà  la  franchigia  illi- 
mitala ,  e  se  oltre  gli  oggetti  da 
loro  indicati,  come  all'articolo  pre- 
cedente, vorranno  introdurne  de- 
gli altri ,  godranno  di  una  limita- 
ta franchigia  che  loro  si  accorda 
colle  seguenti  norme. 

4.  Ai  signori  ambasciatori  si 
concede  ogni  anno  la  esenzione  dai 
dazi  fino  alla  somma  complessiva 
di  scudi  seicento.  Ai  signori  mini- 
stri fino  alla  somma  di  annui  scu- 
di quattrocento.  Ai  signori  mini- 
stri residenti  fino  alla  somma  di 
scudi  duecento  all'  anno.  Ai  signori 
incaricati  di  affari ,  qualora  siano 
direttamente  accreditati  dai  loro 
governi,  ed  in  permanenza,  fino  ad 
annuì  scudi  cento  cinquanta. 

5.  I  sopraddetti  signori  ambascia- 
tori, ministri,  ed  incaricati  potran- 
no far  applicare  la  esenzione  a 
quegli  oggetti  o  merci  che  loro 
piaccia  d' indicare,  finché  coi  dazii 
liquidati  a  termine  di  tariffa  si 
giunga  alle  somme  come  sopra  ac- 
cennate. 

d.  Le  merci  dovranno  essere  as- 
soggettate alle  discipline  doganali 
per  la  liquidazione  de'  dazii,  anche 
perchè  possa  conoscersi  quando  siasi 
toccato  il  limite  stabilito  nell'  arti- 
colo 4-°  1^1  queste  operazioni  do- 
ganali però  sarà  usato  ogni  possi- 
bile riguardo. 

7.  La  presentazione  di  nuove 
lettere  credenziali  per  esaltazione 
al  trono  di  nuovi  sovrani ,  o  per 
altra  circostanza  o  per  missione 
straordinaria  e  passeggiera  non  da- 
va luogo  a  nuove  franchigie,  qua^ 


38  IMM 

k)i*a  noo  si    venga    a    cambiare  la 

pet'ionii  giù  accreditala. 

8.  Nella  slessa  guisa  la  riunione 
in  una  medesima  persona  di  due 
o  più  rappreseulanze  diplomatiche 
ron  darà  luogo  a  moUeplice  iVaa- 
chi^ia  y  ma  si  applicherà  la  mag- 
giore, quella  cioè  che  corrisponde 
al  grado  più  elevalo  del  diploma- 
tico che  ii*è  rivestito. 

g.  Le  esenzioni  delle  quali  non 
si  fosse  fatto  uso  nello  spurio  di 
tempo  pel  quale  sono  accordate, 
non  saranno  più  valide  al  di  là  di 
quell'epoca,  e  non  potranno  per  con- 
seguenza servire  di  fondamento  a 
reclami  per  goderle  oltre  i  tempi 
stabiliti. 

SuH'imm unità  ecclesiastica  perso- 
nale, nel  voi.  Xlf,  p.  4^0  ^  seg. 
degli  Annali  citile  scienze  religiose 
compilati  dal  eh.  mons.  Autonino 
de  Luca,  si  leggono  due  convenzio- 
ni conchiuse  tra  il  Papa  che  regna, 
ed  i  regnanti  Carlo  Alberto  re  di 
Sardegna,  e  Francesco  IV  duca  di 
Modena  :  la  prima  porta  la  data 
dei  27  marzo  i84i,  la  seconda 
degli  8  maggio  1841.  Nel  pream- 
bolo della  convenzione  col  primo  è 
detto,  come  il  Pontefice  ed  il  re 
animati  dal  desiderio  di  fissare  le 
discipline  che  dovranno  regolare 
d'ora  in  poi  in  tutti  i  dominii  sardi 
la  immunità  personale  degli  eccle- 
siastici che  avessero  la  disgrazia 
di  rendersi  colpevoli  di  qualche 
reato,  avendo  preso  gli  opportuni 
accordi,  la  santa  Sede  avuto  riguar- 
do alle  circostanze  de' tempi,  alla 
necessità  della  pronta  amministra- 
zione della  giustizia,  ed  alla  man- 
canza dei  mezzi  corrispondenti  nei 
tribunali  vescovili,  non  farà  diffi- 
coltà che  i  magistrati  laici  giudi- 
chino gli  ecclesiastici  per  tulli  i 
reati   che    hanno  la    qualificazione 


IMM 
di  cri  mini  y  ec.   Kd  preambolo  della 
convenzione    tra  il  Papd    e  il  duca 
sull'esercizio  del  foro  vescovile  »pe- 
zialmenle    criminale,    e  sopra    altri 
punii  di    disciplina^  dice    il    duca; 
»  Guidati    dal   nspetlo  che     coma 
sovrano    cattolico    ci    pregiamo    di 
professare  alla  Chiesa,  ed  alla  sua 
autorità,  abbiamo  conosciuto  il  bi- 
sogno di  rettificare  le  leggi  e  pi-a- 
tiche  comunque    vigenti  nei  nostri 
dominii  in  tuttociò  che  può  essere 
in  opposizione  coi  diritti,   immuni- 
tà ed  istituzione  della  Chiesa  mede- 
sima.   Avulo    però    riguardo     alle 
circostanze  de'tempi,  alle   abitudini 
de'luoghij  e  ad  altre  gravi  diilicol- 
tà  cui    non    ci  è  dato  di    ovviare, 
ci  siamo  rivolti  alla  santità  di  no- 
stro   Signore  Papa    Gregorio    XVI 
felicemente  regnante,  invocando  dal- 
la sua  benignità    alcune  condiscen- 
denze   e  modificazioni    in    materia 
di    disciplina    ecclesiastica,     ed    iu 
particolare  sull'esercizio  del  foro  ve- 
scovile specialmente  criminale,  ec.  ". 
Queste  due    convenzioni ,    onorano 
grandemente  l'esemplare    pietà  ed 
edificante  religione  ch'eminentemen- 
te   distinguono    i    due    magnanimi 
principi,    e  lo    zelo    del    venerando 
capo  della  Chiesa. 

Nell'Africa  oggi  francese  si  è 
trovato  tra  le  leggi  e  gli  usi  dei 
kabili,  degli  arabi,  de 'nomadi  a- 
fricani  esservi  in  ogni  tribù,  dei 
marabutti  e  sacerdoti  loro,  il  cui 
oflicio  è  ereditario  ;  vivono  delle 
offerte  del  popolo;  le  loro  deci- 
sioni sono  come  oracoli;  sono  e- 
senti  dai  dazi  e  pesi  pubblici  ;  la 
loro  casa  o  zaoima  serve  d' asilo  a 
tutti  i  malfattori  perseguitali  ;  ec- 
co l'immunità,  la  quale  presso  tut- 
ti i  popoli  è  sacra.  Della  cappella 
cardinalizia  che  per  la  fèsta  di  s, 
Tommaso  Cantauriense  martire  del* 


IMM 
l'imniunità  ccclejìiaslica  si  celebra 
nella  cappella  interna  del  collegio 
inglese,  essendo  distrutta  la  con  tigna 
chiesa  ove  si  teneva  coll'intervento 
in  cotta  del  rettore  ed  alunni  del 
medesimo,  ne  parlanimo  ai  voi. 
IX,  p.  i47  »  e  XIV,  p,  171  del 
Dizionario.  Qui  aggiungeremo,  che 
"vi  canta  messa  un  vescovo  invita- 
lo dal  cardinal  prefello  dell'  im- 
munità, il  quale  domanda  prima 
la  solita  licenza  al  Papa  per  tene- 
re questa  cappella,  per  la  quale 
invila  pure  i  cardinali  e  gli  altri 
che  riceve  in  una  camera  vicina, 
e  poscia  ringrazia  i  cardinali,  onde 
quelli  che  non  possono  recarvisi 
mandano  al  cardinal  prefetto  un 
gentiluomo  a  tare  la  scusa.  Nella 
cappella  di  prospetto  all'  aliare  e 
presso  la  quadratura  de*  cardinali 
siedono  i  prelati  e  consultori.  Un 
sacerdote  in  colta  nell'ingresso  por- 
ge l'acqua  santa  ai  nominali,  ed 
all'elevazioni  portano  le  torcie  ac- 
cese quattro  alunni  del  collegio  in 
cotta.  Olire  i  citati  autori,  suU'im' 
munita  ecclesiastica  si  possono  con- 
sultare Alessandro  Ambrosino,  De 
imniunilale  et  libertale  ecclesiastica ^ 
Bracciano  1621.  Fattolilli,  Thea- 
tram  immunitatis  et  libertatis  ec- 
elesiaslicae,  Romae  17 14'  L'avvo- 
calo concistoriale  Lucio  Bonzetti, 
De  jiire  sacri  asy li  ad  l.fideli^cod. 
de  his  qui  confugiunt  ad  Ecclesìas, 
1746,  dissertazione  che  si  legge 
nella  collezione  importante  di  Barto- 
lomeo Belli,  ed  intitolata:  Disserlatio- 
nes  advocatoruni  sacri  romani  con- 
sistorii  ab  anno  MDCCXLV  in 
lucem  edilae,  quo  prinuim  eas  pii- 
hlici  juris  faciendas  niandavit  sa. 
me.  BenedicLus  XIV,  Romae  i845 
apud  Menicanti.  E  l'abbate  Ador- 
ni dotto  ex  gesuita  spagnuolo  , 
Dell'origine  dell'immunità  del  clero 


IMO  39 

catfolicQy  e  di  agni  altro  sacerdo- 
zio creduto  dagli  uomini  legittimo 
e  santo,  Cesena  1791.  Questa  ope- 
ra fu  lodata  dal  num.  XVUi  del 
Giornale  ecclesiastico  di  Roma  del 
1  792.  Si  può  anche  consultare  il  Pi- 
sloiozzì.  Ragionamento  sul  diritto 
de' sacri  asili j  Roma  i  766  ;  e  quan- 
to scrisse  sulla  congregazione  del- 
Timmunilà  l' autore  della  Pratica 
della  curia  romana,  voi.  II,  ca- 
po XI. 

IMOLA  (Imolen).  Città  con  re- 
sidenza vescovile  nella  legazione  a- 
postolica  di  Ravenna,  situala  in  aria 
salubre  nella  via  Flaminia,  sulla  si- 
nistra sponda  dei  fiume  San  terno» 
VatrenuSj  in  una  amena  e  fertile 
pianura,  circondata  da  vaghe  ed 
ubertose  colline,  essendo  ampiamen- 
te bagnata  da  detto  fiume  che 
scendendo  dal  sud  ovest  la  bagna 
da  questo  lato,  e  da  quello  di  sud- 
est, il  quale  a  quattro  leghe  circa 
di  distanza  dal  lato  sud-ovest,  scen- 
de dall'apennino,  ed  entra  dopo 
un  lungo  corso  nel  Po  di  Prima - 
ro.  Nel  1749  venne  costruito  sul 
Santerno  il  ponte  di  legno,  lungo 
piedi  4^8}  6  si  ristorò  la  via  che  al 
di  là  del  medesimo  :  il  ponte  di  le- 
gno piti  non  esiste,  ed  aliro  se  ne  so- 
stituì di  pietra,  terminato  nel  1826, 
di  bella  costruzione.  Prossima  al 
fiume  s'innalza  la  vecchia  rocca. 
La  città  è  circondala  da  antiche 
mura  fiancheggiate  da  torri,  cinte 
da  fosse.  È  assai  bene  fabbricata, 
ha  belle  strade,  essendo  denomi- 
nate le  principali  via  Emilia,  Cor- 
so, e  Seminario.  Fuori  della  città 
poi  vi  sono  le  strade  Montanara  e 
Selice:  la  prima  ora  si  sta  prose- 
guendo sino  ai  confini  di  Tosca- 
na. Vi  è  la  piazza  maggiore,  quel- 
la detta  del  Carbone,  e  il  foro  boa- 
rio. Quattro  sodo  le  porte,  che  *o- 


4o  IMO 

no  (knomìnate  Montara,  d'fllione, 
i\ppìa  e  Romana;  due  i  borghi, 
Appio  e  Spuiiglia,  oltre  il  recente 
a  porla  Bolognese  ossia  d'Illione. 
11  suo  concittadino  Cosimo  Morelli, 
celebre  architetto,  voleva  ingran- 
dirla con  quell'area  che  trovasi  tra 
il  canale  de'molini  e  V  ospedale 
nuovo.  Possiede  vari  palazzi  ed  al- 
tri edifizi  considerabili,  come  l'epi- 
scopio, il  seminario,  ed  i  palazzi 
Sassatelli,  della  Volpe,  Ginnasi  , 
Codronchi,  Morelli,  del  Pozzo  già 
Machirelli,  Tozzoni,  e  Farsetti  fab- 
brica innalzata  sotto  i  Riari  con 
esteriore  di  ottima  architettura,  il 
cui  porlicale  adorna  la  piazza  mag- 
giore. Il  maestoso  palazzo  munici- 
pale fu  incominciato  dopo  la  metà 
del  secolo  decorso,  indi  nei  primi 
anni  del  corrente  venne  ampliato 
ed  abbellito.  L'elegantissimo  teatro 
fatto  edificare  dai  primari  cittadi» 
ni  con  disegno  del  Morelli,  fu  di- 
strutto dall'incendio  nel  1796.  Il 
nuovo  teatro  venne  eretto  con  di- 
segno dell'imolese  cav.  Magistrelli, 
a  spese  di  alcuni  particolari,  e  per 
la  prima  volta  fu  aperto  nel  1812. 
Tra  le  sue  numerose  chiese  faremo 
menzione  delle  seguenti.  La  catte- 
drale; le  chiese  parrocchiali  di  san 
Nicolò  de' domenicani ,  di  s.  Miche- 
le già  degli  agostiniani,  di  s.  Giaco- 
mo nella  chiesa  della  ss.  Annunzia- 
ta già  dei  carmelitani,  di  s.  Agata, 
di  s.  Maria  in  Regola  riedificata  dai 
vescovi,  e  quando  nel  1782  si  fe- 
cero gli  scavi  pel  nuovo  tempio,  fu 
ritrovalo  un  mascherone  di  bron- 
zo forse  già  appartenuto  a  qualche 
antico  acquedotto  o  fonte  stabilito 
nei  tempi  di  L.  Cornelio  Siila,  ed 
involato  nelle  vicende  politiche  del 
1797;  poi  fu  restituito,  ed  ora  è 
collocato  nella  pubblica  biblioteca. 
Merita  anch^    menzione   la   chiesa 


IMO 

delle  monache  Clarisse.  Tra  gli  sta- 
bilimenti d'Imola  ricorderemo  l'or- 
fanotrofio delle  donzelle,  e  quello 
de*  mendicanti  d'ambo  i  sessi  c- 
retto  nel  1602  dal  vescovo,  dal 
comune  e  dai  cittadini,  per  elimi- 
nare l'ozio  e  la  volontaria  mendi- 
cità. Ora  lo  stabilimento  delle  don- 
zelle è  incorporato  con  quello  del- 
le mendicanti,  e  i  mendicanti  con 
gli  orfani.  L'opera  pia  di  s.  Te- 
renzio per  gl'infermi  a  domicilio, 
il  monte  di  pietà,  il  nuovo  ospe- 
dale, e  il  monte  frumenlario  per 
dare  ai  miserabili  coloni  le  semen- 
ti del  grano  da  restituirsi  poi  alla 
seguente  raccolta:  fu  eretto  ne'pri- 
mi  anni  del  secolo  passato,  ed  il 
vescovo  cardinal  Gualtieri  donò  vi- 
stosa somma  all'oggetto.  Alle  figlie 
della  carità  di  s.  Vincenzo  de  Pao- 
li fu  da  ultimo  affidata  la  dire- 
zione dei  conservatorii  delle  Giù- 
seppine  e  delle  esposte.  Nell'antico 
luogo  suburbano  sacro  alla  Beata 
Vergine  e  ai  defunti,  è  una  casa 
di  ritiro  pel  clero. 

Nelle  eruditissime  Notìzie  stori- 
che delle  accademie  d' Europa  , 
del  conte  Paolino  Mastai  Ferretti 
di  Senigallia,  dedicate  a  Pio  VI,  a 
p.  61  si  legge,  che  in  Imola  fiori 
l'accademia  nel  i656  in  casa  di 
Orazio  Celoni  imolese,  da  dove  fu 
trasportala  in  altre  case,  essendo 
allievi  di  essa  il  giureconsulto  A- 
lessandro  Tartagna  scolare  di  Gio- 
vanni da  Imola,  e  il  dottor  Gia- 
como Filippo  Porzio  oracolo  delle 
leggi  pontificie  e  cesaree,  e  carissi- 
mo al  Pontefice  s.  Pio  V.  Di  que- 
sta accademia  Giuseppe  Garuffi 
Malatesta  ne  tratta  ndV  Iialid  ac- 
cademica^^ p.  382.  L'anonimo  imo- 
lese  alla  parte  IH  della  sua  Storia 
scrive,  che  verso  la  metà  del  seco- 
lo XVII,  sotto  gli  auspicii  del  car-. 


IMO 
dinal  Mesceva  Donghi  venne  istitui- 
ta in  Imola  l'accademia  àe^'  Indu- 
striosi, la  quale  ha  per  impresa: 
Duin  a^tatur  agit.  Nata  in  un  se- 
colo alla  purità  e  al  buon  gusto 
delle  amene  lettere  troppo  fatale, 
ebbe  un' infanzia  alquanto  lunga. 
Ria  i  chiarissimi  ingegni  imolesi  che 
fiorirono  nel  secolo  XVII I  la  fece- 
ro ben  presto  salire  ad  uno  stato  di 
vigore,  di  consistenza  e  di  lustro. 
Concorse  Giovanni  Francesco  della 
Volpe  in  una  speciale  maniera  a 
far  rifiorire  la  quasi  estinta  acca- 
demia degV  Industriosi j  gli  diede 
asilo,  fu  suo  preside,  e  V  animò  coi 
suoi  elegantissimi  poetici  componi- 
menti. Alla  restaurazione  dell'acca- 
demia concorse  pure  Valerio  della 
chiara  famiglia  Troni,  cultore  fe- 
licissimo delle  muse.  Altro  ravvi- 
vamento l'accademia  lo  ricevette 
nei  primordi  del  presente  secolo, 
essendone  preside  Manfredo  della 
celebre  prosapia  Sassatelli,  noto  al- 
la repubblica  letteraria  per  le  sue 
produzioni.  In  fine  faremo  parola 
della  biblica  accademia,  fondata  dal- 
l'odierno  cardinal  vescovo.  Per  la 
generosità  del  p.  Setti  minor  conven- 
tuale si  eresse  e  si  dotò  nel  1747  la 
pubblica  biblioteca,  la  quale  per 
la  copia  de' volumi,  per  l'intrinseco 
loro  merito,  e  per  quello  delle  e- 
dizioni,  riesce  utile  e  di  ornamen- 
to alla  città.  Degli  eccellenti  inge- 
gni fioriti  in  Imola,  che  illustra- 
rono la  patria  e  l'Italia,  ne  fecero 
encomi  vari  scrittori,  e  Leandro  Al- 
berti a  p.  32  1  e  seg.  della  De- 
scrizione d'Italia.  L'anonimo  imo- 
lese  trattando  nella  terza  parte  di 
sua  Storia  quella  che  appartiene 
alla  letteratura,  coU'autorità  della 
cronologica  raccolta  di  quegf  imo- 
lesi  che  si  distinsero  dell'  eruditis- 
simo  imolese   cauoaico   Francesco 


IMO  4t 

Maria  Mancurti,  tesse  il  copioso 
novero  di  quegli  imolesi  che  fio- 
rirono in  santità,  dignità  ecclesia- 
stiche, nelle  lettere,  nella  giurispru- 
denza, nella  medicina,  nella  poesia, 
nelle  magistrature,  nelle  armi  ,  e 
nelle  arti  belle.  Noi  oltre  quelli  di 
cui  faremo  onorata  menzione  in  pro- 
gresso dell'articolo,  qui  appresso, 
ed  alquanto  classificati,  accennere- 
mo i  nomi  di  quelli  che  più  si  di- 
stinsero in  detti  pregi. 

In  santità  abbiamo,  s.  Cornelio 
vescovo;  s.  Pier  Grisologo  arcidia- 
cono della  chiesa  imolese,  poscia 
arcivescovo  di  Ravenna  ;  s.  Pro- 
getto arcidiacono  della  chiesa  imo- 
lese;  s.  Donato  ch'eresse  col  suo 
patrimonio  il  tempio  de' ss.  Mat- 
teo e  Mattia,  fu  arcidiacono  della 
chiesa  imolese ,  e  dottissimo  ;  s. 
Maurelio  vescovo  e  martire  ;  s.  Te- 
renzio o  Renzio  patrono  di  Faen- 
za, diacono  e  letterato  ;  ed  il  b. 
Pietro  Pattarino  o  Passeri,  dottis- 
simo giureconsulto  ,  gran  priore 
dell'ordine  gerosolimitano  in  Roma, 
morto  nel  1820,  di  cui  parlammo 
al  voi.  XXIX,  p.  296  del  Dizio- 
nario. Diede  Imola  secondo  il  Car- 
della  alla  santa  Sede  diversi  cardi- 
nali ed  un  Papa,  alle  cui  biogra- 
fie si  riportano  le  notizie.  Giusto 
da  Imola  creato  cardinale  nell'Siy 
da  Gregorio  IV.  Lamberto  di  Fa- 
gnano  o  Fiagnano  detto  Scanna- 
becchi  e  da  alcuni  ritenuto  bologne- 
se, creato  cardinale  da  Pasquale  II, 
nel  1 1 24  fu  creato  Papa  col  nome 
di  Onorio  II.  Ridolfo  da  Imola 
fatto  nel  1126  cardinale  da  Ono- 
rio II.  Francesco  Alidosi  nato  in 
Rivo  o  Castel  del  Rio,  nel  i5o5 
fatto  cardinale  da  Giulio  II;  ed  ai 
nostri  giorni  Anton  Domenico  Gam- 
berini,  nel  1828  creato  cardinale 
da  Leone  Xll.  Letterali,  giurecon*. 


4l  tuo 

suUi,  oratori,  poeti,  magistrati  e 
gncineri  furono  più  celebri.  Nel- 
l'arte militare,  Cassio,  Fausto,  Al- 
berto Alidosi  ,  Troilo  e  Curzio 
Nordigli,  Gigio  Accarisi,  Roberto 
Cassio,  Alvanito,  Bulrice,  Anselmo, 
Giovanni  ed  Eugenio  Ferroaldo,  il 
secondo  poi  vescovo ,  e  Scipione 
Buonmercati.  Baldassare  fu  racco- 
glitore delie  opere  del  Grisologo, 
ed  illustrò  l' epistole  di  s.  Paolo  : 
Teodorico  re  de'goti  lo  fece  mori- 
re di  fame.  Salviano  Troilo  ora- 
tore e  poeta,  Fausto,  Norbano,  Cor- 
nelio Carvassalli,  Benvenuto  Be- 
roardo,  Maurizio  Broccardo,  Ber- 
nardo Floridolo,  Rogerio  Calvo. 
Antonio  Floridolo  reduce  dai  suoi 
lunghi  viaggi  in  India  e  Gerusa- 
lemme, in  rivederlo  la  madre  Po- 
lissena de'  Piccoli ,  sopraffatta  dal 
piacere  morì.  Leonello  Carradori, 
Benvenuto  Porzio,  Pompeo  Curial- 
to,  Benvenuto  Paganelli,  Stefano 
Leucate,  Claudio  JNaselli  che  lo 
scrittore  delle  cose  memorabili  d'I- 
mola vorrebbe  cardinale;  nelle  let- 
tere fu  pure  chiaro  altro  Claudio 
Naselli.  Lorenzo  Canlagalli,  Loren- 
zo Lolli,  che  l'anonimo  e  Florio 
correbbero  cardinale.  Valerio  Pe- 
liliano,  Lucio  Dondidei,  Projelto 
e  Gherardo  Gigi,  Maffeo  Ungarelli, 
Antonio  Passerino,  Antonio  Orgo- 
gliosi Calassi  ,  Antonio  Franco  , 
Giulio  Albino  che  il  Palazzi  dice 
che  fu  da  Innocenzo  IV  creato 
cardinale.  Pietro  Carvassalli,  Cas- 
siano  Mezzamici,  Antonio  Bonase- 
ra,  Prudenzio  Lelli ,  Luigi  Lader- 
chi,  Lodovico  Tebaldi,  Camillo  Ban- 
dino,  Albertinello  Mezzamici,  Ben- 
venuto Rambaldi  detto  Benvenuto 
da  Imola ^  uno  dei  più  facondi  o- 
ratori,  storici  e  filosofi  del  secolo 
XIV,  commentatore  di  Dante  le  cui 
opere  spiegò  pubblicamente  in  Bo- 


IMO 

lògna.  Giacomo  Carradori,  Alidosio 
vescovo  di  Rimini,  Nicolò  Ugudo- 
nico,  Nicolò  dall'  Orto  arcivescovo 
di  Ragusi  poi  di  Manfredonia,  Lo- 
dovico Alidosio  anco  prode  guer- 
riero, Feraldo,  Giovanni  Strada 
vescovo  di  Comacchio  poi  di  For- 
lì, Alessandro  Tartagni  celebre  giu- 
reconsulto a  cui  fu  coniata  una 
medaglia.  Francesco  Ferroaldo,  An- 
tonio Tartagni  ,  Matteo  Faella , 
Giannantonio  Zarrabini  detto  Fla* 
minio  :  ad  onore  del  suo  figlio  Mar- 
c'Antonio  fu  battuta  una  meda- 
glia. Sebastiano  Flaminio,  Gabriel- 
lo Flaminio,  Annibale  e  Girolamo 
Veronese,  Girolamo  e  Giambatti- 
sta Marconi,  Lodovico  e  Giambat- 
tista Zappi ,  Ignazio  e  Giacomo 
Cattaui  ,  Andrea  e  Giambattista 
Cattaneo,  Girolamo  Chiaruzzi,  Eu- 
sebio da  Imola  eruditissimo  nelle 
lettere  ebraiche ,  dappoiché  verso 
la  metà  del  XVI  secolo  in  Imola 
fiori  una  famosa  sinagoga.  Tra  gli 
uomini  illustri  della  famiglia  della 
Volpe  si  distinsero  Taddeo,  uno  dei 
più  flimìgerati  guerrieri  dell'età  sua; 
fu  comandante  sotto  Cesare  Borgia, 
sotto  Giulio  IIj  ed  al  servizio  della 
repubblica  veneta  che  gì'  inviò  il 
bastone  del  comando  guarnito  di 
tre  cerchi'  d'argento,  ove  furono 
incisi  il  leone  insegna  della  me- 
desima, analoga  iscrizione  colla  da- 
ta del  i5io,  e  la  volpe  col  motto 
Simili  asili  et  dentibus  iitar  ^  im- 
presa del  capitano  :  poscia  la  re- 
pubblica riconoscente  alle  sue  glo- 
riose imprese  gl'innalzò  una  statua 
equestre,  di  cui  l'anonimo  ce  ne  dà 
la  figura  a  p.  63,  come  delle  me- 
daglie qui  memorate.  Giambattista 
fratello  di  Taddeo  preposto  della 
cattedrale,  fu  rinomato  nelle  divi- 
ne ed  umane  lettere,  e  dal  senato 
imolesc  spedito    oratore  ad  Adria- 


IMO 

no  VI,  ed  a  Clemente  VH  ;  fu 
dotto  auche  Alessaudro  figlio  di 
Taddeo. 

Michele   Macchirelli,    Giambatti- 
sta   Florio    autore     della     Cronaca 
Vaticana    d'Imola    intitolala:    Me- 
titorabìlìa  cwitalh  Iniolae,  come  di- 
mostra il  canonico  Mancurli.  Fran- 
cesco Gabaruccij  Lorenzo  e  Dome- 
nico del  Carretto  Maiicurti.  Fabri- 
rio  ed  Ercole  Faelli.  Giovanni  Sas- 
salelli  figlio    del     prode    guerriero 
Francesco  fu  d'incomparabile  valo- 
re, ed    in    un  duello  di    sette    ita- 
liani contro  altrettanti  oltramonta- 
ui,  che    nel    Milanese    disputarono 
per  la  rispettiva  nazione  il  prima- 
to   militare,    restato    superstite   ai 
compagni,  uccise    sei    emoli,    e  ri- 
portò   pieno    trionfo   col    nome   di 
Cagnaccio.  Però  nell'erudito  Elogio 
di    Giovanni  Sassatelliy   scritto  dal 
eh.    Tiberio    Papolti,    dedicato    al 
conte  Roberto  Sassatelli,  e  pubbli- 
cato colle    stampe   dal    Marsigli  in 
Bologna  nel    1 842»  si  legge  che  gli 
italiani    furono    otto    ed    i    francesi 
nove,  il  general  de'quali  Armignac 
ebbe  a  dire  essergli  parso  Giovanni 
in  quell'assalto  un  cagnaccio,  locchè 
tenne  egli  in   gran  conto,  amò  di  es- 
sere così  chiamato,  e  volle  che  ai  Iati 
dello  stemma  gentilizio  si  locassero 
le  figure  di  due    cani.  Militò   Gio- 
vanni sotto  Alessandro  VI  e  Giulio  II, 
il  quale  gli  donò  con  mero  e   mi- 
sto impero    il    castello    di    Bellaria 
nel    territorio    di    Pisa.    Leone    X 
r  investi  del    dominio    del  castello 
di  Reggiano,   e   Clemente    VII  di 
Coriano,  in    premio    ai    suoi    utili 
servigi  :    ne    furono    degni    nipoti 
Marc'  Antonio  ed  Ercole,  come  de- 
gni   discendenti    furono    Gentile    e 
Francesco  celebri  militari ,    e    Ro- 
berto vescovo  di  Pesaro.  La  fami- 
glia Vaioi  vautò  pure  celebratissimi 


IMO  43 

uomini ,    Enea    oratore ,    e   Guido 
guerriero,  Giacomo  Filippo  de' Por- 
zi  giureconsulto ,  Ottaviano    Vestri 
de' conti  di  Cunio    e    di    Barbiano 
chiarissimo     giureconsulto ,     autore 
della  Praxis  ronianae  curine  ;    gli 
furono  coniate    due    medaglie.    Lo 
superò    in    dottrina    Marcello    suo 
figlio,  e  fu  segretario  delle  lettere 
apostoliche  di    Sisto    V ,    Gregorio 
XIV,  Clemente  Vili,  e  Paolo  V. 
Paolo     Macchirelli    fu    benemerito 
ambasciatore  della    patria    a    Gre- 
gorio   XV    ed    Urbano    Vili.    Ac- 
crebbero   gloria    ad    Imola    i    due 
fratelli    Giambattista    Laderchi ,    il 
giureconsulto  Nicola  Codronchi;  dei 
Codronchi    Serrantoni     fu     illustre 
Ottaviano.  Vincenzo  Savini,  Filip- 
po Sassi,  e  Luigi  Mirri  scrissero  le 
cose  pili  notabiU  della   città.  Nella 
famiglia     Gau^baro    o    Gambarini  , 
Gammaro    o    Gammarini    fiorirono 
insigni  giureconsulti ,  come    accen- 
nammo al  voi.  XXVIl,  p.i  58  del 
Dizionario.  Giambattista    Sassatelli 
fu  prelato  di    quel    merito    che   si 
legge  nella  lapide    sepolcrale    in  s. 
Prassede  di  Roma.  Nel  secolo  XVU 
fiorirono  Valeriano    Zampieri ,  A- 
lessandro  Magnani  ,    Alberto    della 
Volpe ,    Domenico    del    Carretto  , 
Enea    Vaini  ,     Alessandro    Poggi  , 
Francesco  del  Pelo ,  Silvestro  Mu- 
zio ,    Roberto    Poggiolini,    Antonio 
Abbondanti,  Lodovico  Stagni,  Giu- 
seppe ed  altri  della    famiglia  Mac- 
chirelli, Domenico    e  Cesare  Miti, 
Nicola  Gambe rini  benemerito  della 
patria  storia   per  aver    raccolto    le 
memorie  d'Imola.  Camillo  Ettorri, 
Giovanni  Giuliani,    Giovanni    Ma- 
grini, Giambattista  Gamberini  ca- 
pitano,   suo   nipote  Simone  giure- 
consulto,   Giuseppe    Maurelio  ,    e 
Gio.  Paolo  Antonio  Gamberini.  A- 
lessaudro    Sassatelli    fu   coraggioso 


44  IMO 

capitana  Nel  secolo  XV^III  fioriro- 
no,  Vìcv  Galeazzo  Savini ,  e  Gio- 
vanni  suo    fratello ,    Giuseppe    Pi- 
ghini  ;  della  famiglia  Zampieri  ab- 
biamo Carlo,  Tommaso,  Giuseppe, 
Vairriano,  Antonio,  e  Camillo  poe- 
ta illustre.  Giambattista  Felice  Zap- 
pi ,   Francesco    Ettorri ,    Giovanni 
Campagnoli,  Antonio  Ferri    erudi- 
to in  ogni  genere  d' antichità,  mas- 
sime  della    patria    storia.    Antonio 
Alaria  Manzoni  canonista    e    sacro 
jslorico,  e  come  tale    dai  cardinali 
del    Verme    e    Gozzadini    fu   inte- 
ressato a  scrivere  le  notizie   relati- 
ve   a    que'  corpi    di    santi     che    si 
venerano  nella  cattedrale,  e  la  storia 
de'  vescovi    d' Imola,  perciò   lodato 
ilal    Muratori ,    e    delle    quali    poi 
parleremo.    Giovanni    ed    Antonio 
Maria  Cardinali  ;  Domenico,  Fran- 
j^esco  Maria,  e  Gio.  Francesco  del- 
la Volpe;  Martino,    Giovanni    Se- 
bastiano, e  Giovanni  Carlo  Vespi- 
gnani.  Domenico  Gaspare,  canonico 
Francesco  Maria,  Giovanni  Dome- 
bìco  ,    e    Domenico    Mancurti  ;    al 
canonico  la  chiesa  e  città  d'Imola  so- 
no principalmente  grate  per  le  loro 
memorie    civili,   letterarie    e  sacre 
che  dottamente  compilò  in  due  li- 
bri   separati.    Valerio    Troni    aprì 
nella  sua  casa  una  letteraria  adu- 
nanza;   ti  è    degno    discendente    il 
vivente  conte  Tiberio  direttore  ge- 
nerale delle  dogane  pontificie,  da- 
zii    di    consumo  ,    e    diritti    uniti  : 
ideila  sua   benemerita    carriera    di- 
>plomatica    in    servigio    della    santa 
Sede,  ne  parlammo  al  voi.  XXVIII, 
p.  252,  253,  254   e  256  del  Di- 
zìonario.  Bartolomeo   Nonni,   Gia- 
como   Canti,   Giuseppe   Maria    Ri- 
valla, Giovanni  Agostino  Gamberi- 
»i  padre  di  Anton    Domenico    poi 
cardinale;  Giulio  Papotti  giudizio- 
co  ed   instaucabile    lacco^itoie   di 


IMO 

patrie   istorie;  Luigi   Bragaglia    li- 
turgico. 

In  medicina  e  chirurgia  fioriro- 
no, Carlo  Bonmercato  archiatro 
pontificio  nel  secolo  XI,  e  Cassiano 
della  medesima  stirpe.  Aurelio  Can- 
tagalli,  Giacomo  Cantagalli,  Pietro 
Corialto  da  Tossignano ,  Giovanni 
Feraldi,  Lodovico  Pellegrini ,  Ba- 
verio  di  Magni  nardo  Bonetti  ar- 
chiatro di  Nicolò  V,  Onorio  figlio 
dell'altro  valente  medico  Sebastiano 
Flaminio,  Luca  Ghini,  Andrea  Fer- 
ri, Girolamo  da  Ponte,  Giambat- 
tista Codronchi  che  compose  una 
dissertazione  sulle  acque  di  Riolo  e 
di  Casola  Valsenio.  Ovidio  Gibet- 
ti,  Bartolomeo  Manzoni ,  Camillo 
Zampieri,  Lodovico  Barbieri,  An- 
tonio Maria  Fini  di  Valsalva  de- 
gno discepolo  di  Malpighi  divenne 
bravo  anatomico,  celebre  medico, 
valentissimo  chirurgo,  e  meritò  al- 
ti encomi  da  un  Morgagni  di  lui 
allievo.  Antonio  Galloni,  Giuseppe 
Maria  Conti ,  Tiberio  Codronchi , 
Domenico  Agostino  Alberghetti  an- 
che celebre  chirurgo,  Andrea  To- 
schi pure  rinomato  ostetricante  , 
Pier  Grisologo  Butierli,  Luigi  An- 
geli archiatro  onorario  di  Pio  VII, 
benemerito  della  patria  storia  ed 
autore  di  opere  di  vari  argomenti, 
come  delle  Memorie  biografiche  di 
uomini  illustri  iniolesi,  Imola  1828. 
Nella  pittura  Imola  vanta  Deodato 
Giovanelli ,  Pietro  Bagnani  anche 
letterato,  Innocenzo  Francucci  det- 
to Innocenzo  da  Imola  allievo  del 
Francia  ;  per  sua  gloria  fu  co- 
niata una  medaglia.  Gaspare  Sac- 
chi di  cui  l'ospedale  d'Imola  pos- 
siede una  stimata  pittura  rappre- 
sentante la  Beata  Vergine  ed  i  ss. 
Francesco  ,  Antonio  e  Giacomo. 
Innocenzo  Monti,  Giuseppe  Barto- 
liiii.  Do meaico  Valer lani,  Giacomo 


IMO 

Succi,  Giuseppe  Righini  del  quale 
sono  nella  chiesa  del  Carmine  due 
grandi  e  belli  quadri  esprimenti 
le  gesta  di  Eligi  profeta.  Neil'  ar- 
chitettura e  scultura  tra  grimolesi 
si  distinsero,  Ercole  Fichi  scultore 
e  valente  architetto  ;  Domenico  Be- 
ligazzi  architetto,  disegno  del  qua- 
le è  la  chiesa  della  ss.  Annunziata; 
Lorenzo  e  Cosimo  Mattoni  archi- 
tetti, de'quali  è  il  disegno  della  chie- 
sa di  s.  JVicolò  in  cui  dovettero 
conciliare  quanto  esisteva.  Ignazio 
e  Cassiano  della  Quercia  si  distin- 
sero nell'arte  d'imitare  i  marmi 
colla  scagliola  o  mischia  :  in  Imo- 
la nella  cattedrale,  e  nelle  chiese 
di  s.  Giacomo,  di  s.  Stefano  pro- 
tomartire, e  del  Suffragio  sono  al- 
tari in  tal  foggia  da  loro  mirabil- 
mente lavorati.  In  lavori  di  tarsia 
furono  lodati  Andrea  e  Giuseppe 
Bagnari.  Cosimo  Morelli  architetto 
di  vasto  genio,  il  quale  fu  autore 
di  molti  edifìzi,  e  per  dire  di 
quelli  d'Imola,  il  duomo  nuovo, 
la  chiesa  di  s.  Stefano,  il  teatro 
che  il  fuoco  distrusse,  ed  il  nuovo 
ospedale  civico  :  in  Roma  il  tea- 
tro di  Tordinona,  e  per  commis- 
sione di  Pio  VI,  che  colle  proprie 
mani  gli  impose  la  croce  di  cava- 
liere dello  sperone  d'oro,  il  palaz- 
zo Braschi  e  la  sagrestia  Vatica- 
na ,  ed  in  Subiaco  i'  edifizio  del 
seminario.  Per  non  dire  di  altri 
imolesi  illustri ,  fra  i  letterati  ag- 
giungeremo Nicola  Gommi  Flami- 
ni, mancato  immaturo  nel  i83o, 
molto  elegante  scrittore  in  verso 
ed  in  prosa.  Fu  eziandio  particolar- 
mente benemerito  della  patria  sto- 
ria r  imolese  Giuseppe  Alberghetti 
sacerdote,  autore  dotto  ed  anoni- 
mo del  Compendio  della  storia 
civile^  ecclesiastica  e  letteraria  del- 
la ciuà  d'Imola^  dedicato   dall'  e- 


IMO  43? 

ditore  Giuseppe  Benacci  al  pode- 
stà e  savi  della  medesima  città, 
pubblicato  in  due  tomi  nel  1810 
in  Imola  coi  tipi  comunali  per  G. 
Benedetto  Filippini.  Ciò  che  onora 
maggiormente  sì  chiaro  scrittore  è 
la  solenne  ritrattazione,  che  amptt 
e  senza  riserve  fece  stampare  dalla 
tipografia  del  seminario  imolese 
in  data  29  gennaio  181 7,  con  la 
quale  riprovando  sinceramente  le 
proposizioni  false,  calunniose,  scaii- 
dalose  ed  ingiuriose  alla  santa  Se- 
de, ai  romani  Pontefici  e  ad  alcu- 
ni sacri  ministri  della  medesima, 
contenute  nella  detta  storia,  siccome 
strascinato  da  rapporti  di  storici 
sospetti  e  dal  vortice  delle  passate 
vicende ,  a  togliere  lo  scandal» 
dato,  domandò  perdono  a  Dio,  ed 
implorò  dal  Papa  Pio  VII  l'as- 
soluzione dei  falli  commessi.  Guar- 
dandoci bene  dal  riportare  i  suoi 
errori,  noi  lo  prenderemo  per  or- 
dinaria guida  ne'  seguenti  cenai 
storici,  senza  inutilmente  citarlo  ad 
ogni  passo,  per  la  brevità  prescrit- 
ta dal  nostro  sistema,  inserendo 
a'  luoghi  opportuni  notizie  ed  au- 
torità ricavate  da  altri  autori. 

Imola  è  governo  distrettuale  che 
si  divide  ne*  tre  governi  d' Imola, 
di  Castel  Bolognese,  e  di  Cascia 
FalseniOy  oltre  quaranta  villaggi 
che  ne  costituiscono  il  territorio 
comunale;  ha  poi  nel  suo  circon- 
dario le  comuni  di  Dozza  e  di 
Mordano ,  de'  quali  luoghi ,  e  di 
quelli  ad  essi  soggetti  passiamo  a 
darne  breve  indicazione,  oltre  quan- 
to si  dirà  in  questo  articolo.  La 
popolazione  di  tutto  il  distretto 
d'Imola  ascende  circa  a  cinquanta 
mila  abitanti. 

Castel- Bolognese ,  governo  ,  di- 
stretto e  diocesi  d'  Imola.  Terra 
posta  alla  sinistra  del  Senio  iii  pia« 


46  IMO 

oevole  pianiii'a,  ed  assai  bene  col- 
livatn.  Fu  edificata  in  tempo  del 
predominio  bolognese,  nel  pontifi- 
cato di  Urbano  VI,  verso  il  i38o, 
avendovi  tanto  i  faentini  quanto 
gì'  imolesi  acconsentito,  in  soddisfa- 
zione d'un  assalto  dato  in  quella 
contrada,  per  lo  innanzi  disabitata, 
a  due  ambasciatori  bolognesi ,  che 
fui'ono  assassinati  mentre  recavansi 
al  detto  Papa  ;  indi  fu  ingrandita 
dopo  il  i386  dai  bolognesi  con 
iin  castello  per  sicurezza  del  viag- 
gio, e  poscia  cinta  di  mura  nel 
ì^i5  dagli  abitanti,  avendo  il  pae- 
se numerosi  e  magnifici  fabbricati 
e  templi.  Dai  suoi  fondatori  la  ter- 
ITI  prese  il  nome  di  Castel-Bolo- 
gnese ,  Castruni  Bononiense ,  mo- 
strando i  popolani  la  più  costante 
divozione  ed  affetto  a  Bologna,  che 
sempre  fu  per  essi  riguardata  co- 
me la  madre  patria,  per  cui  i  bo- 
lognesi l'aveano  validamente  muni- 
ta. Il  principale  disastro  a  cui  sog- 
giacque, fu  quello  della  irruzione 
di  Cesare  Borgia,  nel  pontificato  di 
.Alessandro  VI.  Egli  ne  discacciò 
acerbamente  gli  abitatori,  ne  rovi- 
nò la  rocca,  e  la  costituì  quartie- 
re esclusivo  de'  propri  soldati.  Per- 
sino al  nome  fece  onta,  e  volle  che 
dal  suo  si  dicesse  Filla  Cesarina. 
Dopo  la  morte  di  Alessandro  VI, 
cessando  il  dominio  di  Cesare  Bor- 
gia, gli  abitanti  vi  ritornarono,  e 
in  breve  tempo  la  ridussero  a  mi- 
glior stato  di  prima,  tranne  le  for- 
tificazioni mai  più  ripristinale.  I 
bolognesi  governarono  il  luogo  con 
temperato  freno,  lo  arricchirono 
di  privilegi  in  un  al  suo  territo- 
rio, al  quale  affluivano  da  ogni 
parte  di  Romagna  le  genti  per  e- 
serci larvi  il  traffico  ne'  ricchi  mer- 
cati. Il  ponte  del  Senio,  eh' è  pros- 
«imo  al  Castel- Bolognese  assai  più 


IMO 
che  a  Faenza,  si  disse  già  ponfe 
di  s.  Procolo,  ed  è  celebre  per  la 
vittoria  clie  i  forlivesi  ed  i  faenti- 
ni insieme  agli  esuli  Lambertazzi 
riporttuono  sui  bolognesi  nel  127.5, 
non  che  por  avervi  i  francesi  nel 
1797  forzalo  le  truppe  pontificie, 
sebbene  a  quella  giornata  siasi  da- 
to il  nome  di  battaglia  di  Faen- 
za. Al  capoluogo  del  governo  di 
Castel-Bolognese  soggiacciono  le  co- 
muni di  Bagnava,  RIoio ,  e  Sola- 
rolo  con  molti  villaggi  e  nove  par- 
rocchie. Fu  patria  di  molti  uomi- 
ni illustri,  tra' quali  del  celebre  car- 
dinal Domenico  Ginnasi  che  morì 
decano  del  sacro  collegio.  Del  be- 
ne ch'egli  fece  a  Castel- Bolognese, 
se  ne  traila  alla  sua  biografia.  Da 
Agostino  Gravini  valente  predica- 
tore fra  i  conventuali,  al3biamo: 
De  viribus  ìlliistribns  Castri  Dono- 
niensis,  Bononiae  1608.  Altra  edi- 
zione fu  falla  dal  F'ranchini.  Pel- 
legrino Mezza  mici  nel  161 8  pul>- 
blicò  in  Bologna  :  De  viribus  illu- 
stnbiis^  ac  stata  rerum  Castri  Bo- 
noniensis.  Cesare  Mezzi^inici  scrisse 
le  Notizie  istoriche  delie  operazio- 
ni pili  singolari  del  cardinal  Do- 
vienico  Ginnasi^  Roma  1682.  lu 
queste  notizie  oltie  il  lustro  che 
riceve  la  famiglia  Ginnasi,  si  trat- 
ta ancora  degli  uomini  celebri  di 
Castel- Bolognese. 

Bagnara.  Comune  con  ville  an-. 
ne.sse,  soggetto  al  governo  di  Castel- 
Bolognese,  distretto  e  diocesi  d'  I- 
mola.  E  certo  che  verso  l'anno  8'>'> 
già  eranvi  in  questo  luogo  de'fab- 
bricali,  che  poi  crescendo  produs- 
sero l'odierno  pae*;e.  Piano  n' è  il 
territorio,  ha  pregiati  fabbricali,  ed 
è  racchiuso  da  mura. 

Riolo.  Comune  .soggetto  al  go- 
verno di  Castel- Bolognese,  distret- 
to e  diocesi    d'Imola.  Fu  dello  pri- 


IMO 

ma  Ariolo  quindi  Oriolo,  e  poscia 
Riolo.  Questo  paese  fu  fondato  da 
Siila  nell'anno  67 1  di  Roma.  Nel 
territorio  vi  è  una  grotta  detta  di 
Tiberio,  ove  sono  stallatiti,  ed  ac- 
que che  fanno  un  rumore  nel  ca- 
dere e  percuotersi,  che  intimorisce 
quelli  che  gli  si  avvicinano.  Delle 
«uè  acque  scrissero  i  summentova- 
tij  e  l'imolese  cav.  Luigi  Angeli 
pubblicò  in  Vicenza  nel  lySS: 
Delle  acque  medicate  di  Riolo  nel 
territorio  imolese.  11  territorio  è  in 
colle  ed  in  piano  ;  il  paese  ha  buo- 
ni fabbricati  cinti  di  mura.  Dopo 
l'anno  928  di  nostra  era,  Riolo  fu 
espugnalo  dai  faentini;  però  Troi- 
io  Nordilio  lo  ricjjperò  ad  Imola. 
Nel  1766  i  riolesi  tentarono  sot- 
trarsi alla  giurisdizione  del  comu- 
ne d' Imola ,  alla  cui  dipendenza 
nel  1770  li  restituì  Clemente  XIV. 
Solarolo.  Comune  soggetto  al 
governo  di  Castel-Bolognese,  di* 
stretto  d'Imola,  diocesi  di  Faenza. 
È  situato  in  amena  pianura  ba- 
gnata dai  fiumi  Senio  e  Santerno. 
Benché  antico  d' origine ,  non  ha 
memoria  che  oltrepassi  il  mille. 
Vari  sono  i  nomi  che  gli  vengono 
dati  nelle  vecchie  cronache,  come 
Solarolo  y  Salaroloy  Salaureolo  e 
Castel  Salutare.  Il  Tonduzzi  nel- 
VHistorie  di  Faenza  confessa  d'i- 
gnorare se  Solarolo  fosse  nome  di 
castello  o  di  villaggio»  e  dice  che  la 
sua  prima  memoria  è  del  io53.  Nel- 
l'anno 1 187,  per  inimicizie  di  parte 
insorte  tra  gli  abitanti,  rimase  ab- 
bruciato e  distrutto,  essendo  quasi 
tutte  le  abitazioni  formate  allora 
di  canna.  Nel  1 2  1 8  risorto  già  dal- 
le sue  rovine,  per  opera  de'  faen- 
tini, che  al  loro  vicariato  lo  ag- 
gregarono, comparve  munito  e  for- 
tificato di  fosse  e  ripari.  Per  le  fa- 
zioni de'  guelfi  e  ghibellini,  appar- 


IMO  47 

tenendo  ai  primi  i  potenti  Manfre- 
di di  Faenza,  furono  questi  costret- 
ti abbandonar  il  luogo  del  loro  do- 
minio e  rifugiai*si  a  Solarolo,  di 
dove  in  breve  furono  cacciati  da 
Guido  di  Montefeltro,  ed  il  castello 
quasi  distrutto.  Sostenuti  poscia  i 
Manfredi  da  Roberto  il  Savio  re 
di  Napoli ,  tornarono  a  Faenza , 
quindi  nel  i32g  forlilìcarono  in 
miglior  modo  Solarolo,  come  luogo 
a  loro  caro,  e  difficile  ad  espugnar- 
si. Nel  i34i  i  castellani  pensaro- 
no a  porre  in  sicuro  le  cose  sacre, 
e  però  dentro  alle  mura  fu  edifi- 
cata la  chiesa  di  s.  Maria  Assun- 
ta, tuttora  sussistente.  Nel  i35o 
gli  abitanti  si  difesero  valorosa- 
mente da  Astorgio  Duraforte  con- 
te di  Romagna,  il  quale  dopo  l'as- 
sedio di  due  mesi  meno  un  gior- 
no quantunque  comandasse  nume- 
roso esercito  dovette  ritirarsi  ;  dal 
che  si  può  argomentare  la  fortez- 
za del  luogo,  e  l'animo  de'  castel- 
lani. In  seguito  Francesco  Manfre- 
di lo  vendè  ai  bolognesi  per  tre- 
mila fiorini  d'oro  ;  poscia  Astorgio 
della  medesima  famiglia  sovvertì  i 
capi  della  guardia,  e  se  ne  rese  pa- 
drone nel  1390;  ma  nel  i4oo 
ai  bolognesi  fu  restituito.  Cinque 
anni  dopo  dal  legato  di  Gregorio 
XII  tolto  al  conte  Alberico ,  fu 
dato  a  Gian  Galeazzo  Manfredi,  ma 
rovinato  per  l' incendio  eccitatovi 
dai  difensori.  Nel  i5oi  se  ne  im- 
padronì Cesare  Borgia,  dopo  quat- 
tr'anni  venne  occupato  dai  veneti, 
nel  i5o9  dall'esercito  di  Giulio  W, 
che  nel  i5ii  lo  concesse  ai  faen- 
tini, finche  Leone  X  nel  i5i4  lo 
cede  per  quarantamila  scudi  a  Si- 
gismondo Gonzaga  marchese  di 
Mantova  :  finalmente  Gregorio  XI U 
lo  ricuperò  nel  i  ^74  per  trentasei 
mila  scudi  da  Luigi  Gonzaga  xlu- 


4«  IMO 

ca  di  Nivers.  Altro  notabile  avve- 
nimento di  Solarolo  lo  riportam- 
mo al  voi.  XXIV,  p.  143  del  Di- 
zìonario,  cioè  che  la  duchessa  d'Ur- 
bino Lucrezia  quivi  conchiuse  la 
cessione  del  ducato  di  Ferrara  coi 
cardinali  legati,  ed  ove  fu  ricevu- 
ta e  salutata  con  novantanove  col- 
pi d'artiglieria  .  Solarolo  conserva 
Je  sue  mura,  ed  una  torre,  avanzo 
della  sua  rocca.  Vanta  alcuni  uomi- 
ni illustri. 

Casola  T^alsenìo  ,  governo,  di- 
stretto e  diocesi  d'Imola.  Terra  che 
s'incontra  alla  sinistra  rimontando 
il  fiume  Senio  da  Castel-Bologne- 
se, in  vicinanza  del  Monte  Batta- 
glia. Fu  prima  fabbricata  in  mon- 
te, ove  esistè  fino  al  12 16,  quindi 
venne  costruita  nella  valle  del  Se- 
nio, donde  forse  prese  l'aggiunto 
Val-Senio.  Ne'  recenti  tempi  è  an- 
dato sempre  più  migliorandosi  il 
suo  aspetto  dal  lato  de'  privati  e- 
difizi.  Né  vago  è  meno  dal  canto 
della  natura,  dappoiché  gli  ameni 
colli  ond'è  cinta,  formano  una  sim- 
metrica gradazione ,  cui  accresce 
pregio  la  feracità  de*  campi,  olive- 
ti,  vigne  e  le  deliziose  villeggiatu- 
re con  buoni  edifizi.  Vi  sono  due 
chiese,  un  convento  di  cappuccini, 
uno  spedale  e  diversi  belli  fabbri- 
cati. Celebrate  sono  le  sorgenti  me- 
dicinali per  quanto  scrisse  Giam- 
battista Codronchi,  e  particolarmen- 
te per  quanto  riuscì  discoprirvi 
l'altro  dottore  Giovanni  Montani 
nel  1824,  delle  quali  acque  l'una 
è  semplicemente  salata,  l'altra  mar- 
ziale ,  una  terza  epatica  forte,  e  la 
quarta  epatica  leggiera;  di  tutte 
istituendo  il  lodato  professore  esat- 
ta analisi,  ha  procurato  al  paese 
un  beneficio  segnalato,  e  lascia  dei 
suoi  studi  onorevole  testimonianza. 
Verso  il    12 18   gl'imolesi   presta- 


IMO 

rono  soccorso  di  armati  agli  uomini 
di  Casola  e  Monte  Fortino ,  sot- 
tratisi dalla  dipendenza  de'  faenti- 
ni. Giovanni  XXllI  nel  \^ii  l'ar- 
cordò  con  mero  e  misto  impero  a 
Lodovico  Alidosio  vicario  d'Imola, 
in  un  alle  sue  pertinenze.  Nell'in- 
cominciare  del  secolo  XVI  avendo 
i  veneziani  occupato  Casola,  la  re- 
stituirono a  Giulio  II  nel  i5o4, 
laonde  gli  abitanti  prestarono  giu- 
ramento ai  procuratori  del  comune 
d'Imola.  Nei  primi  anni  del  secolo 
XVII  Casola  Valsenio  si  sottrasse 
alla  giurisdizione  d'Imola,  per  cui 
il  comune  imolese  nel  1618  ricorse 
a  Paolo  V,  il  quale  nel  1621  re- 
stituì il  castello  alla  dipendenza 
d'Imola,  il  cui  comune  vi  mandò 
per  uffiziale  Romeo  Pascoli.  Qui 
fiori  la  nobile  famiglia  Ceroni  o 
Cervoni  signora  del  castello  di  Ce» 
roni  o  Ceruni,  Ceronius  Pagus,  dal- 
la quale  uscirono  molti  uomini  il- 
lustri e  la  nobile  stirpe  dei  Soglia. 
In  Roma  nel  1826  co' tipi  de  Ro- 
manis  uscì  alla  luce  l'opuscolo  in- 
titolato :  Gentis  Ceroniae  in  Aemi- 
Ha  vetusta  aliquot  monimenta  au- 
ctore  Dominico  Mitay  avente  nel 
frontispizio  lo  stemma  dei  Ceroni 
Soglia,  ed  in  fine  una  tavola  geo- 
grafica riguardante  le  cose  narrate 
nell'opuscolo  sulla  gente  Ceronia. 
Di  questa  fu  pure  l'esemplare  re- 
ligioso Gio.  Battista  Ridolfi,  nato 
nel  i588  in  Casola  Valsenio  da 
cavalier  Giovanni,  e  da  Alessandra 
Soglia  da  Ceruno,  che  nel  1610 
vestì  l'abito  cistcrciense  col  quale 
morì  in  odore  di  santità  nel  i62[ 
al  monte  Soratte  nel  celebre  mo- 
nistero  di  s.  Silvestro.  Il  suo  di- 
scendente monsignor  Giovanni  So- 
glia ,  nato,  in  Casola  Valsenio ,  a- 
nonimo  ne  pubblicò  il  commenta- 
rio con  questo  titolo  :  De  vita  Joati- 


IMO 

ni»  Baptistae  a  s.  Bernardo  mo- 
nachi  fuliensi  commentarius^  Ro- 
niae  i83r,  col  ritratto  del  vene- 
rando religioso.  In  questo  commen- 
tario il  dotto  autore  dice  aver  dato 
alla  luce  alcuni  antichi  monumenti 
della  famiglia  Ceroni  illustrati  dal 
dottissimo  sacerdote  Domenico  Mi- 
li  o  Mila  fino  dal  i635  da  cui 
derivava  la  sua  famiglia,  encomia- 
to da  parecchi  letterati ,  massime 
di  Milano,  che  giudicarono  il  com- 
mentario degno  di  essere  posto  fra 
le  memorie  delle  cose  italiane,  ri- 
trovate e  raccolte  dal  celebra tissi- 
mo  Muratori.  11  commentario  poi 
scritto  con  aurea  semplicità  dall'il- 
lustre prelato  ora  cardinale  ,  ven- 
ne volgarizzato,  e  pubblicato  colle 
stampe  dal  eh.  prof.  Giuseppe  I- 
gnazio  Montanari.  Intorno  al  testo 
latino  ne  parlarono  con  lode  il 
giornale  Arcadico  nei  fascicoli  di 
luglio  i83i  e  settembre  i832,  cioè 
il  medesimo  Montanari ,  e  il  eh. 
prof.  Domenico  Vaccolini,  il  quale 
pur  lodò  il  volgarizzatore]  ed  il 
eh.  monsignor  Tommaso  Azzocchi 
nella  dedicatoria  che  fece  al  car- 
dinale del  suo  utile  Focabolarìo 
domestico  di  lingua  itali ana,  disse 
essere  scritto  colle  grazie  di  Corne- 
lio Nepote.  11  Papa  regnante  Gre- 
gorio XVI  rimunerò  le  vìkIù  ed 
i  lunghi  eminenti  servigi  prestati 
alla  santa  Sede  da  monsignor  Gio* 
vanni  Soglia  ,  che  da  arcivescovo 
d'Efeso  l'avea  fatto  patriarca  di  Co- 
stantinopoli, creandolo  cardinale  ai 
12  febbraio  i838,  e  pubblicandolo 
a'  i8  febbraio  1839  con  dichiarar- 
lo pure  vescovo  d'  Osimo  e  Cingo- 
lij  che  con  zelo  paternamente  go- 
verna. Esultò  la  patria  per  un  tan- 
to onore  concesso  al  suo  conter- 
raneo, e  lo  espresse  in  più  modi,  e 
njaggiormenle  allorquando    il  car- 

VOL.     XKXIV. 


IMO  49 

dinaie  si  recò  a  visitarla.  Si  legge 
pertanto  nel  num.  Sy  del  Diario 
di  Roma  1839,  che  a'  i3  luglio 
giunse  in  Casola  Valsenio  il  cardi- 
nal Soglia,  che  sebbene  per  la  nota 
sua  modestia  inaspettato ,  appena 
la  deputazione  del  comune  potè 
incontrarlo  a  poca  distanza  del  pae- 
se, la  popolazione  ricolma  di  gioia^ 
suonando  a  festa  le  campane,  lo  ac- 
colse. Tal  giubilo  patrio  si  rin- 
novò affettuosamente  in  diverse  for- 
me nelle  ore  pomeridiane,  quando 
il  cardinale  accompagnato  dalle  au- 
torità locali  si  recò  a  visitare  il 
convento  de'  cappuccini,  pio  e  re- 
ligioso dono  di  sua  munificenza; 
Nel  numero  poi  64  del  medesima 
Diario ,  si  narra  come  il  cardinal 
Giovanni  Soglia  Ceroni  a'  i25  lu- 
glio con  solenne  pompa  consacrai 
la  chiesa  de'  cappuccini ,  costrutta! 
a  sue  spese  nel  1825  col  conven- 
to annesso;  com' egli  avèa  incomin- 
ciato ad  istituirvi  le  maestre  pie 
per  la  cristiana  educazione  dellcì 
giovinette;  del  convito  ed  accade- 
mia vocale  ed  istromentale  coil 
cui  il  comune  volle  addimostrare 
al  benefico  cardiìiale  la  sua  rico-^ 
noscenza,  e  coli' intervento  dell'o- 
dierno vescovo  d' Imola.  Descrive* 
ancora  la  festa  che  il  magistrata 
celebrò  nel  dì  seguente,  in  rendi- 
mento di  grazie  all'  Altissimo  per 
l'esaltamento  alla  sacra  porpora 
dell'eminenza  sua,  con  messa  can- 
tata in  musica ,  e  Tè  Deum  ne! 
maggior  tempio.  Indi  il  cardinale 
partitosi  appresso  la  processione  del 
clero  dalla  cappella  del  propria 
palazzo,  procede  tra  l'esultanza  del- 
l' immensa  moltitudine  alla  posi- 
zione della  prima  pietra  di  unai 
chiesa  in  onore  della  Beata  Vergi- 
ne del  Carmine,  che  a  pubbliche 
spese  incominciavasi  ad  erigere  ert* 

4 


5ù 


IMO 


Irò  il  paese,  per  rendere  Juievole 
Ja  memoria  di  un  avvenimento  &1 
glorioso  per  Casola.  Tra  le  altre 
dimostrazioni  di  giubilo  del  ma- 
«bistrato  in  questa  circostanza,  volle 
ridurre  a  forma  elegante  e  vaga 
la  facciata  esterna  della  chiesa  prin- 
cipale, decorata  di  pilastri  corinlii 
alla  Bramantesca,  disegno  ed  opera 
dell'egregio  architetto  casolano  d. 
Luigi  Ricciardelli,  e  sulla  porta  vi 
ha  fatto  scolpire  in  marmo  analo- 
ga iscrizione  in  onore  del  cardina- 
le. Inoltre  sulla  genealogia ,  dira- 
mazione, alleanze  e  gesta  della  po- 
tente famiglia  Ceroni  dififusamente 
parla  Linguerri  ne'  suoi  Cenni  sto- 
rici della  Valle  del  Senio.  Una 
parte  de'  Ceroni  si  stabili  in  Imo- 
la, e  furono  aggregati  alla  nobiltà; 
ebbero  uomini  illustri  in  leggi,  in 
lettere,  ed  in  altri  pregi,  e  fini  tal 
nobile  ramo  imolese  a'  dì  nostri 
nel  canonico  Ippolito  e  in  due  fem- 
mine nubili.  Casola  Valsenio  no- 
vera le  comuni  di  Castel  del  Rio^ 
Fontana^  e  Tossignano ,  folte  di 
popolosi  villaggi.  Ventuno  poi  ne 
sono  uniti  alla  sua  amministrazione 
principale. 

Castel  del  Rio.  Comune  sogget- 
to al  governo  di  Casola  Valsenio, 
distretto  e  diocesi  d' Imola.  Non 
è  al  certo  recente  l' epoca  in  cui 
originò,  essendo  antica  e  ragguar- 
devole, ma  pure  non  può  stabilir- 
si il  preciso  suo  sorgi  mento.  E  qui 
un  ponte  di  meravigliosa  costruzio* 
ne  ed  altissimo,  e  che  con  una  sola 
luce  elittica  unisce  due  monti  dr 
scoglio  ove  passa  il  fiume  Santer- 
110,  ponte  eretto  dalla  famiglia  Ali- 
dosi  signora  del  castello.  11  territo- 
rio è  montuoso  ;  il  paese  contiene 
de'  semplici  fabbricati,  fra'  quali  e- 
sistono  gli  avanzi  dell'antico  palaz- 
zo degli  Alidosi    formato    a    guiia 


IMO 

di  fortino,  eh' è  di  buona  costru- 
zione. Quivi  nacque  il  carilinal 
Francesco  Alidosi  ,  Della  fami- 
glia Alidosi  signora  d'Imola,  in  Ro- 
ma fiu'ono  pubblicate  le  Memorie 
storiche  deli  antica  ed  illustm  fami' 
glia  Alidosiay  di  cui  ne  fu  ano- 
nimo lodato  autore  il  p.  abbate  d. 
Pietro  Ginanni  ravennate ,  mona- 
co cassinese.  M.r  Chasor  nelle  Gc' 
nealogies  hist.  t.  II,  p.  53 1,  tratta 
des  seigneurs  d'Imola  de  la  mai- 
son d'Alidosio. 

Fontana.    Comune    soggetto    al 
governo  di  Casola  Valsenio,  distret- 
to   e   diocesi  d'Imola.   Giace  quasi 
alle  sponde  del  fiume  Santerno,  in 
piana  vallea,  fertile  ed  abbondevo- 
le del  necessario  :    é  circondata  da 
ubertose  colline  e  monti^    in  salu- 
tifero clima.  Prima  era  circondata 
di  mura  con  sua  porta,  dividendo 
il  borgo  del    castello  un    bell'arco, 
disegno  di  Luigi  Zampa  ottimo  ar- 
chitetto forlivese.    A  questi    pur  si 
deve  l'odierno  ed  elegante    palazzo 
pubblico.    L'ospedale   o  ospizio    di 
s,   Antonio  abbate  ebbe  origine  nel 
secolo  XVI.  JXel    1823    incominciò 
la  fabbrica  del  bel    cimiterio.     Vi 
sono  inoltre    due    chiese.    Siccome 
Fontana  seguì  i  destini  d'Imola  ed 
in  parte  di  Tossignano,  qui  appres- 
so ci  limiteremo    ad  accennare    le 
cose    principali  ,    avendo     ultima- 
mente scritto  la  Storia  di  Fonta- 
na   il    eh.    Antonio     Vesi.,    Forlì 
tipografìa  Bordandini   i838:  in  es- 
sa si  fa  onorevole  menzione  de'suoi 
uomini    illustri,    principalmente  a 
pag.  263  e  seg.  Tra  questi  nomi- 
neremo Domenico  Miti  o  Mita  sa- 
cerdote dottissimo,  la  di  cui  fami- 
glia era  da  più  di  un    secolo  sta- 
bilita in  Fontana;    e   siccome    Ca- 
sola,   Imola    e  Tossignano    lo    vo« 
gliono  loro,   e  questo    ultimo    eoa 


IMO 

fjuanlo  elice  a  p.    122  e  seg.  della 
sua  storia,  così  Io  storico   di  Fon- 
tana, ha  creduto  bene  a  pag.  268 
di  riportare  la  fede   del  battesimo 
ricevuto  da  Domenico  nella  chiesa 
arciprelale  di  s.  Pietro    in    Fonta- 
na nel   1 590.  A  seconda  della  tra- 
dizione dicesi  fondata  dalla  repub- 
blica fiorentina,    poco    lunge    dalla 
presente,  seguendo  ne'suoi   primor- 
di la  ventura  del  vicino  Tossigna- 
no  e  d'Imola.  Fu  cinta  poi  di  mu- 
ra, e  fornita  di  torre    dal  forocor- 
neliese  Marzio  Coralto,  quando  nel 
554  da  Narsete  gli  fu  donato  il  suo 
agro,  mosso  a  compassione  che  nel- 
l'eccidio della  patria  avea  perduta  la 
moglie  coi  figli.  11  castello  fu  chia- 
mato ancora  Fontana  d'Illice,  prima 
del    o65j  Fons  Illicis  o    Castnun 
Illicis.  Questa  denominazione  vuoi- 
si ripetere,    secondo    le    tradizioni, 
perchè  presso  la  terra    esisteva  un 
copioso  fonte  coperto    d'un    bellis- 
simo elee.  Dopo   la  morte   di  Co- 
ralto soggiacque    alla    dominazione 
de*  longobardi,    ed    al  termine   del 
loro  regno  passò  sotto  quello  della 
santa  Sede.  Nelle    successive  guer- 
re che  ebbero  gl'imolesi  coi  faen- 
tini, forlivesi  e  ravignani.  Fontana 
ne    provò    le    triste    conseguenze, 
come    patì    le    devastazioni    prima 
degli    ungari,    poi    de'  saraceni,    i 
quali  furono  fugati  dal   Papa  Gio- 
vanni X    da    Tossignano.    Unitosi 
Fontana    a  Tossignano    contro   gli 
imolesi,    onde    scuoterne    il    giogo, 
furono  in  vece  di  nuovo  assogget- 
tati alla  loro  divozione.  Non  passò 
gran  tempo     che   Fontana  e  Tos- 
signano nel  966  insorsero    nuova- 
mente colle  armi  a  danno  d' Imo- 
la ;  ma    per  le    forze    maggiori  di 
questa,  furono  battute  e  fatte  segno 
al  militare  furore.  Bramosi  di  ven- 
detta, nel  983  presero  parte  nelle 


IMO  5i 

sanguinose  civili  discordie  d'Imola . 
La  prudente  condotta   di    Corrado 
Sassatelli    intiepidì   l'odio   dei    fon- 
tanesi    e  tossignanesi,    che   stettero 
indifferenti  nella  guerra   tra    i  fio» 
rentini  e  gl'imolesi  del   1062,  an- 
zi in  quella  co'  bolognesi    i    fonta- 
nesi  aiutarono  Imola.  Nel  declinar 
del  secolo  XII    Fontana,  e   massi- 
me   Tossignano,    avendo  scosso    il 
dominio     imolese,    furono    severa- 
mente punite.  Quando   i  bolognesi 
s'impadronirono  del  contado  d'Imo- 
la, Fontana  andò  soggetto  ad  essi, 
e  poscia  verso  il    1222    rinnovò  il 
giuramento  di  obbedienza  all'  imo- 
lese  repubblica.  Dopo  aver  giurato 
con  tutta  la  Romagna  fedeltà  a  Fe- 
derico II,  venendo    questi    scomu- 
nicato da    Gregorio  IX,    Imola    si 
collegò  coi  luoghi  del  contado  con- 
tro l'imperatore,    quindi    le  fatali 
fazioni  de' guelfi  e  ghibellini    deso- 
larono   ancora    queste    parti.     Nel 
1262     con     Imola     soggiacque    di 
nuovo  Fontana  ai  bolognesi,  e  poi 
passò  ad  essere  dominata  da    Pie- 
tro   Pagano    da  Susinana,    cui    la 
ritolsero    i    bolognesi ,    quindi    da 
Mainardo  Alidosio.  Nel  secolo  XIV" 
i    francesi    furono    scacciati    dalla 
valle    del    Santerno  ,     e    disfatti  a 
Gallisterna  :  la  Romagna  tutta  stra- 
ziata  da  guelfi  e  ghibellini}    Fon- 
tana passò  in  potere  prima  di  Man- 
fredi, poi  di  Monalduccio    da   No- 
cera,  indi  a  molti  altri.   Gli  Alido- 
si  la  dominarono  più  a  lungo,   al- 
la cui  signoria    pose    fine    il   duca 
di  Milano.     Al    duca    subentrò    la 
Chiesa,  a  questa  Imola  e  poi  Man- 
fredi :  di    nuovo  Fontana  passò  al 
duca  di  Milano,  finche  divenendo* 
ne  signore  Girolamo  R.iario,  dopo 
la  sua  morte    fu    occupata  da  Ce- 
sare Borgia  duca  Valentino.    All'e- 
saltazione di  Giulio  II    nel    i5o3. 


^2  IMO 

Cesare  fu  spogliato    delle   signorie 
usurpate,  onde  Fontana  ritornò  al- 
l'obbedienza   della    Chiesa.    Guido 
Vaini    nel    i523    mosse    guerra  ai 
signori    di  Cerone,    ne   assediò    il 
castello  che    fu    virilmente    difeso: 
divenuto  signore  di  Fontana,   Cle- 
mente VII  gliela  tolse  e    ne  inve- 
stì   Ramazzotto  ,    che    voleva    rite- 
nerla quando  Paolo  III  la  cede  ad 
Imola,  la  quale  concesse  al  castel- 
lo nel  154B  il  mercato  in  vantag- 
gio del  commercio:  a  questa  epo- 
ca   il  convento    de' religiosi    serviti 
già  fioriva  in  Fontana.  Questa  con 
Tossignano  ed    altri    luoghi    Paolo 
IV  diede    in  feudo   al  nipote    An- 
tonio Caraffa  marchese  di  Montebel- 
lo,  indi  passò  al  dominio  ecclesiasti- 
stico,  a  Federico  Borromeo,  al  car- 
dinal s.  Carlo,  e  ad  Annibale  Altemps. 
Dopo  diverse  vicende    di  guerre  e 
di  peste  il  terremoto  nel  1690  ro- 
Tinò    il    ponte    Colombarino    che 
dalla  strada  conduce  al  paese,  on- 
de   il    comune    fu    costretto    farne 
uno  di  legno.  Nel  secolo  XVII I  il 
marchese  Spada  Amatore  comperò 
il  feudo  di  Fontana,  che  pati  tut- 
te quelle  vicende  che  agitarono  più 
volte  quel  memorando  secolo.    Nel 
1748  ebbe  luogo   un    terribile  av- 
venimento ;  un  erto   colle   che  so- 
vrastava   al     paese    di    repente    si 
avvallò,    schiantando    i    sottoposti 
terreni,  e  molti  vi  perirono  in  mo- 
do fatale  e  lagrimevole.  Scompar- 
sa la  pubblica    strada   si  formò    a 
fianco  del  castello  un  profondo  la- 
go; e  si  temè  che  il  palazzo  pub- 
blico, il  convento  de' servi  e  parte 
del  paese  minasse.  Soccorse  a  tanta 
desolazione    il    benefico    Clemente 
XIII,    concedendo    l'esenzione    dei 
dazi  per    tre    anni.     Eransi     quasi 
finite  le  riparazioni,  quando  furio- 
sa tempesta  rovinò  il    nuovo  pon- 


IMO 

te  e  la  chiusa,  e  ì  danni  divenne* 
ro  maggiori  che  prima.  Ed  è  perciò 
che  lo  stesso  Pontclice    prorogò  di 
altri  tre   anni    la    concessione.  In- 
tanto   nel    1757    comprò  il     feudo 
il     marchese    Francesco     Marvelli 
Tartagni   forlivese,   in  un    a  Tossi- 
gnano   dalla  famiglia    Spada.    Fu 
sotto  di  questo  nuovo  signore  che 
i  francesi  invasero    le  legazioni,  ed 
ebbero  luogo  quella  serie  di  avve- 
nimenti   che    ancora    deploriamo. 
Sta  il  territorio  in  colle  e  in  piano. 
Tossignano.  Comune  soggetto  al 
governo  di  Casola  Valsenio,  distret- 
to e  diocesi  d'Imola.    È    posto    su 
ameno  colle,  le  cui  falde  sono  ba- 
gnate   dal    Santerno.    Vi   sono  tre 
chiese  ed  un  oratorio,    cioè  l'arci- 
pretale  di  s.   Michele  ch'è  la  mag- 
giore e  fu  un     tempo    de'  domeni- 
cani,   ove    in    sontuosa   cappella  si 
venera    un'  antichissima    miracolosa 
immagine  della  Beata  Vergine;  al- 
tra delta    di    s.    Maria  appartiene 
allo  spedale;  la  terza    è    in    onore 
del  dottore  s.   Girolamo;    l'orato- 
rio è  sacro  a' ss.   Rocco  e  Bernar- 
dino, e  vi  si  venera  un  miracoloso 
Crocefisso.   La  piazza  è  fornita    di 
un  porticato  a  foggia  d'anfiteatro; 
il    palazzo  già   baronale,    ed  il  co- 
munale già  pretoriale,  sono  due  buo- 
ne fabbriche.  Il  suo  ampio    borgo 
è  posto  in  riva  al  fiume  Santerno. 
Antica  è  1'  origine  della  terra,  che 
esisteva  nel  V  secolo  ed    ei'a    luo- 
go atto  alla  difesa.  Nell'VIII  seco- 
lo fu  data  agli  ostia  ri  di  Ravenna, 
e  nel  principio  del  X  già  vi  fiorivano 
distinte  famiglie,  tra  le  quali  quella 
de'  Bulgarelli,  e  quella  de'  Cenci  da 
cui  si  vuole  uscito  Giovanni  X,  e- 
letto  Papa  nel  914,  nato    in  Tos- 
signano. Dal  dominio   degl'  imolesi 
passò  in  detto  secolo  a  quello  dei 
fiorentini ,    quindi   ritornò    sotto  i 


IMO 

primi  che  ne  distrussero  la  rocca. 
Si  diede  poscia  ai  bolognesi ,  ma 
nel  io3o  Ugolino  Alidosi  punì  i 
ribelli  col  saccheggiare  il  paese.  Nel 
1062  Cassiano  Oiaboni  tossigna- 
nese  generale  d'Imola,  riportò  se- 
gnalato trionfo  sui  fiorentini  pres- 
so Sassatello.  Divenuti  potenti  i 
tossignanesi  tentarono  inutilmente 
digiogarsi  dagl'  imolesi,  però  molti 
si  unirono  a  quelli  che  andarono 
alla  conquista  di  Gerusalemme  col- 
la prima  crociata,  e  con  essi  due 
della  famiglia  Eltorri.  In  quel  tem- 
po anche  nelT  ecclesiastico  già  Tos- 
signano  dipendeva  da  Imola ,  che 
mentre  parteggiava  per  gì'  impera- 
tori, la  terra  seguì  sempre  le  parti 
del  Papa,  e  perciò  guelfa.  Dopo 
essersi  unito  a'  bolognesi  contro  I- 
mola,  abbandonalo  dai  primi,  fu 
messo  a  ferro  e  fuoco  nel  i  •  98 , 
e  gii  scampati  dalle  strage  edifica- 
rono il  borgo  di  Tossignano.  In- 
nocenzo III  nel  111 5  confermò  al 
vescovo  Mainardino  la  pieve  e  ca- 
stello, come  avea  fatto  Onorio  II. 
Nel  1226  Tarciprete  già  era  cano- 
nico delia  cattedrale  imolese.  Nel 
12  56  il  senato  di  Bologna  ordinò 
che  si  edificasse  una  rocca  in  que- 
sta terra,  che  ricusò  nel  1292  sog- 
gettarsi all'Alidosio  divenuto  capo 
della  repubblica  d'Imola,  e  più  volte 
si  difese  da  diversi  attacchi  coll'aiu- 
to  dei  bolognesi,  da'  quali  ancora 
dipendeva  nel  iSoy.  Dopo  il  i36o 
di  nuovo  dipendelte  dal  vicariato 
d'Imola,  e  continuò  ad  aver  parte 
nelle  vicende  tra  guelfi  e  ghibelli- 
ni comuni.  Nel  i386  in  Tossigna- 
no, anzi  in  Codrignano  suo  villag- 
gio, ebbe  i  natali  il  b.  Giovanni 
Tavelli,  che  fu  vescovo  di  Ferrara 
{Fedi).  Nel  1397  i  tossignanesi  di 
nuovo  si  tolsero  dalla  dipendenza 
d'Imola,  ma  furono  repressi,    fin- 


IMO  53 

che  nel  1399  Bonifazio  IX  die  la 
terra  in  vicariato  a  Lodovico  Ali- 
dosi,  di  cui  qual  ribelle  fu  spoglia- 
to dal  cardinal  Cossa  che  nel  i4o4 
ne  investì  Alberico  di  Cunio  conte 
di  Barbiano.  Non  andò  guari  che 
l'Alidosi,  fatto  senno,  riebbe  il  vi- 
cariato, di  cui  nel  14^4  lo  spogliò 
il  duca  di  Milano,  il  quale  nel 
1426  restituì  ad  Imola,  e  poscia 
nel  1435  riprese,  finche  sotto  Eu- 
genio IV  passò  il  dominio  ai  Man- 
fredi. Girolamo  Riario  ne  divenne 
signore  nel  i47^>  come  vicario  d'I- 
mola, e  lo  era  pure  di  Forlì.  Ver- 
so il  i5oo  la  vicaria  imolese  fu 
data  a  Cesare  Borgia,  e  nel  1 5o4 
Tossignano  fu  occupato  dai  vene- 
ziani, che  neir  anno  seguente  con 
Casola  Valsenio  ed  adiacenze  con- 
segnarono a  Giulio  II.  Volendo  poi 
questo  Papa  liberar  Bologna  dai 
Bentivoglio,  portatosi  in  Romagna, 
a' 20  ottobre  i5o6  si  condusse  a 
Tossignano  incontrato  dal  clero  e 
dai  maggiorenti  del  paese,  tra  il 
rimbombo  dell'artiglierie  della  roc- 
ca ,  ed  il  plauso  degli  abitanti  e 
della  moltitudine  accorsa  dai  luo- 
ghi circostanti.  Fu  alloggiato  dalla 
famiglia  Orsolini ,  mentre  dodici 
cardinali  e  i  prelati  furono  ospitati 
cogli  altri  delia  corte  nelle  case 
Ungarelli,  Passeri,  Zagnoni,  Favelli, 
Fini ,  Caravaglia  ed  altre ,  e  nel 
chiostro  de'  conventuali  il  cui  con- 
vento poi  distrutto  era  stato  colla 
chiesa  edificato  nel  i326  da  Gio- 
vanni Ranucci.  I  tossignanesi  in  si 
fausta  occasione  diedero  ogni  ma- 
nifesto argomento  del  loro  giubilo. 
Dipoi  Giulio  II  investì  di  Tossi- 
gnano Ricciardo  Alidosi,  di  cui  Io 
spogliò  Clemente  VII  per  alcuni 
misfatti,  avendolo  di  là  discaccialo 
il  presidente  di  Romagna  unito  ai 
Ceroni  di  Casola  Valsenio.  Le  osti- 


54  IMO 

lità  e  le  fazioni  che  avevano  de- 
solato il  contado  nei  secoli  prece- 
denti, si  rinnovarono  nel  poutiQ- 
cato  di  Clemente  VII,  massime  nel- 
la vallata  del  Senio,  per  le  ostililù 
commesse  contro  i  guelfi  signori 
di  Cerone,  i  quali  non  mancarono 
con  valore  sostenere  i  replicati  as- 
salti di  Guido  Vaini  e  Ramazzot- 
ti;  che  anzi  assistili  dai  loro  alleati 
Soglia,  Fichi,  ed  altri  in  gran  par- 
te parenti,  a*  28  ottobre  i523  fe- 
cero dei  due  uniti  nemici  completo 
sterminio.  Tutta  volta  riuscì  allo 
scaltro  Ramazzotto  ottenere  dal  Pa- 
pa in  feudo  Tossignano,  Fontana 
ed  altri  luoghi,  ma  fu  acerbo  si- 
gnore. Paolo  III ,  pe'  suoi  misfat- 
ti, lo  fece  esiliare,  e  benché  Ra- 
mazzotto avesse  reso  inespugnabile 
Tossignano,  questo  fu  preso  dalle 
milizie  pontifìcie  di  Magalotti  ve- 
scovo di  Chiusi,  presidente  di  Ro- 
magna, in  un  a  Fontana  ed  altri 
luoghi  che  tutti  restituì  ad  Imola, 
a  patto  di  pagare  alla  camera  a- 
postolica  cinquemila  ducati,  e  de- 
molir la  rocca  di  Tossignano ,  Io 
che  fu  eseguito  con  grave  pregiu- 
dizio delle  fabbriche  della  terra. 
Paolo  IV  nel  i556  die  Tossigna- 
no, Fontana,  e  la  Rocca  di  Codron- 
co  con  altre  comuni  in  investitu- 
ra al  suo  nipote  Antonio  Caraffa 
marchese  di  Montebello  e  capita- 
no della  guardia  pontifìcia:  con 
questi  incominciò  la  serie  de'  ba- 
roni di  Tossignano,  che  solo  ebbe 
fine  nel  1797.  Tossignano  fu  da 
tutti  i  feudatari  tenuto  a  capoluo- 
go del  loro  piccolo  stato,  e  perciò 
ivi  abitavano  allorché  si  recavano 
ai  feudi,  ed  era  sede  dei  governa- 
tori,  cancellieri  ed  altri  ministri. 
Nelle  guerre  col  duca  d'Alba,  il  feu- 
do Caraffesco  soffri  gravi  danni. 
Sotto  Pio  IV   e  nel    i56o    Tossi- 


IMO 
gnano  fu  venduto  al  conte  Fede- 
rico Borromei,  e  dopo  due  anni  gli 
successe  il  fratello  cardinal  s.  Car- 
lo arcivescovo  di  Milano:  il  suo 
governo  fu  quello  di  un  santo,  e 
giusto  era  stato  quello  del  fratel- 
lo. Nel  i565  s.  Carlo  cede  il  feu- 
do al  cognato  conte  Annibale  Al- 
temps,  cui  successe  il  cardinal  Mar- 
co; nel  i577  il  conte  Roberto,  e 
nel  1587  il  duca  Gio.  Angelo  Al- 
temps,  che  mori  in  Tossignano. 
Successivamente  ne  furono  feuda- 
tari il  duca  Pietro  Altemps  dal 
16*25  al  1692,  e  il  duca  Giusep- 
pe Maria  Altemps,  tutti  romani, 
sino  al  1700.  Sotto  il  governo  dol- 
ce e  saggio  di  tali  feudatari,  nelle 
scienze  e  nelle  lettere  fiorirono  in 
maggior  numero  delle  precedenti 
epoche  molti  tossignanesi,  senza  con- 
tare i  numerosi  sacerdoti  e  clau- 
strali. Il  detto  duca  Giuseppe  nel 
1700  vendè  il  feudo  al  marchese 
Giacomo  Filippo  Amatore  Spada 
di  Bologna,  il  quale  ebbe  a  suc- 
cessori i  marchesi  Francesco  Ma- 
ria Alerano  nel  1706,  Giuseppe 
Nicola  nel  1728,  e  Leonida  nel 
1752.  Questi  eccellenti  feudatari 
non  furono  diversi  dai  precedenti, 
encomiati  per  beneficenza  e  pietà. 
Però  il  marchese  Leonida  nel  1757 
vendè  il  feudo  al  marchese  Fran- 
cesco Maruelli  Tartagni  di  Forlì , 
il  quale  con  amorosa  cura  prese 
il  governamento  de'  suoi  popoli,  e 
segnatamente  de'  tossignanesi.  Nel 
1791  facendo  la  visita  di  Tossigna- 
no il  cardinal  vescovo  Chiaramon- 
ti,  poi  immortale  Pontefice  Pio  VII, 
dichiarò  arcipretale  la  chiesa  di  s. 
Bartolomeo  del  Borgo.  Nell'inva- 
sione francese  del  1797  '1  marche- 
se Tartagni  restò  spogliato  del  feu- 
do, e  Tossignano  segui  le  politiche 
vicende  d'Imola,  sorte    che    toccò 


IMO 
agii  altri  luoghi  del  contado;  ma 
Tossignano  patì  il  più  lag^imevo^c 
saccheggio  nei  maggio  1799,  in  cui 
furono  orrendamente  profanate  le 
chiese,  provocato  dal  bargello  An- 
tonio Lombardi  dell'Umbria,  avido 
di  fortune  e  di  rapine.  In  Tossi- 
gnano fiorì  un'accademia  lettera- 
ria, fondata  dal  p.  m.  Pellegrino 
Ricci  minore  conventuale,  intitola- 
la ;  Prima  Àgrichia  de  pastori  con- 
cordi. Ma  delle  notizie  storiche  di 
Tossignano  e  de'  moltissimi  uomi- 
ni illustri  che  vi  fiorirono  ne  tratta- 
no l'erudite  ed  importanti  Memo- 
rie sloriche  intorno  alla  terra  di 
Tossignano^  Imola,  dalla  tipografia 
Benacci  1840,  raccolte  e  pubblica- 
te dai  benemerito  di  Tossignano 
Giuseppe  Benacci,  e  dedicate  ai  tos- 
signanesi. 

Quanto  alle  comuni  di  Doiza 
e  Mordano  poste  nel  circondario 
d'Imola,  riportiamo  i  seguenti  bre- 
vi cenni. 

Dozza.  Comune  soggetto  al  di- 
stretto e  diocesi  d'  Imola.  Viene 
pure  denominata  Doccia.  Il  terri- 
torio é  in  colle  e  piano.  Ha  un 
palazzo  a  guisa  di  fortezza  munito 
di  bastioni.  Della  sua  origine  poco 
si  conosce,  riscontrandosi  soltanto 
che  nel  1 1 98  i  bolognesi,  guidati 
da  Uberto  Visconti  di  Piacenza 
loro  pretore,  invasero  il  territorio, 
rivendicato  poi  dagli  imolesi,  ai 
quali  l'avevano  tolto  i  bolognesi. 
Clemente  VII  nel  i5i/\.  o  nel  i53o 
ne  investì  il  celebre  cardinale  Lo- 
renzo Campeggi  di  Bologna,  suoi 
eredi  e  successori  ;  ma  per  morte 
di  Rodolfo  Campeggi  il  comune 
d'Imola  ne  implorò  la  restituzione 
da  Paolo  III,  che  dichiarò  devolu- 
to il  castello  nel  i547  alla  came- 
ra apostolica,  quindi  lo  restituì  con 
investitura    alla    giurisdizione    d'I- 


IMO  55 

mola,  annullando  il  precedente  dis- 
membramento .    Siccome     però    i 
dozzesi  ostavano  a    ritornare    sotto 
gl'imolesi,    così    il    senato    d'Imola 
ottenne  dal  Papa  a'7  gennaio   i548 
un    nuovo    breve    diretto    al  vice- 
legato di  Romagna,  cui  commetle- 
vasi   prendere  possesso  del   castello 
e  della    rocca  di    Dozza  ,     e    con- 
segnar ambedue    alla  città  d'Imo- 
la.  Gli    ordini   pontificii  furono  e- 
seguiti,  ed  a'3  febbraio  il  comune 
del    castello    spedì  i  suoi    deputati 
che  giurarono  obbedienza    al  sena- 
to imolese,  il  di  cui  comune  sbor- 
sò al  vice-tesoriere  apostolico  scudi 
i5oo,   ed    Annibale    Milani    fu    il 
primo    uiKìziale   dato   da    Imola  ai 
dozzesi.    Mal    soffrendo    questi    la 
imolese    dominazione,  mossero   lite 
avanti    il    tribunale    della    rota,  la 
quale  pronunciò    contro  il  comune 
d'Imola,  il   quale    però  nel    i549 
si  appellò  al    Pontefice,  e  fu  rein- 
tegrato. Nel  i562  Pio  IV  fece  re- 
stituire il  castello  alla  famiglia  Cam- 
peggi, e  furono  inutili  le  energiche 
suppliche    e   rimostranze  fatte  da- 
gli imolesi  al  Papa,  e  al  successo- 
re   s.  Pio  V.  Nel    1592    il  cardi- 
nal Francesco  Sforza  legato  di  Ro- 
magna, volendo  per  suo  diporto  ve- 
dere il  castello  di  Dozza,  gli  fu  vie- 
tato l'ingresso  dal  castellano  Fran- 
cesco Bonini  dozzese.  Irritato  il  car- 
dinale ordinò  l'assedio  della  rocca, 
e  a  chi    pel  primo   avesse   scalalo 
le  mura  promise  scudi  cento,  e  la 
liberazione  di  due  banditi.  Orazio 
Lippi  imolese  riuscì  nell'impresa,  ed 
ebbe  solo  il  promesso  denaro,  e  ven- 
ne  scelto  consigliere.    Nell'anno  se- 
guente il  comune  d*  Imola  espose  i 
suoi  diritti  su  Dozza  a  Clemente  VI1I> 
che  nel    1 595  la  restituì  agi'  imo- 
lesi.    Nella    rocca  di   questa    terra 
mostrasi  una  stanza  addobbata  ad 


56  IMO 

arazzi,  cbe  la  tradizione  dice  esse- 
re dono  fatto  da  Enrico  Vili  re 
d' Ingliilterra  al  cardinal  Lorenzo 
Campeggi  a  lui  spedito  legato  a 
intere  da  Leone  X,  oltre  altri  ma- 
gnifici doni. 

Mordano.  Comune  soggetto  alla 
diocesi  e  distretto  d'Imola.  Il  ter- 
ritorio è  in  piano,  i  cui  fabbricati 
furono  circondati  di  mura  l'anno 
i  loo.  Quando  nel  i494  Carlo 
Vili  si  portò  in  Imola  con  i4ooo 
francesi  per  la  conquista  del  regno 
di  Napoli,  cominciò  ad  attaccare  gli 
stati  di  Caterina  Sforza  e  di  Ot- 
taviano suo  figlio.  Dopo  avere  i 
francesi  dato  inutilmente  l'assalto 
a  Bubano,  si  volsero  contro  Mor- 
dano, castello  assai  ben  fortificato, 
che  gli  abitanti  aveano  giurato  con- 
servar ad  Ottaviano  a  costo  della 
vita.  L'armala  assalitrice  adoperò 
il  maggior  impeto  e  la  più  calda 
ferocia,  che  i  mordanesi  sostennero 
valorosissimamente,  ma  sopraffatti 
da  forze  sproporzionate  dovettero 
cedere.  Entrati  i  francesi  nel  ca- 
stello incrudelirono  contro  ogni  età 
e  sesso,  come  narrano  molti  veri- 
dici storici.  Dopo  il  1766  e  nel 
pontificato  di  Clemente  XIII  ten- 
tarono i  mordanesi  sottrarsi  dalla 
giurisdizione  d'Imola,  come  pur 
facevano  quei  di  Casola  Valsenio 
ed  altri  comuni,  ma  Clemente  XIV 
nel  1770  con  suo  chirografo  di- 
chiarò che  Mordano  e  gli  altri 
luoghi  dipendessero  da  Imola. 

Imola  come  altre  antighe  città 
andò  soggetta  per  la  storia  della 
sua  origine  a  congetture  e  a  di- 
versità di  opinioni.  Dopo  la  di- 
struzione di  Troia,  perseguitati  dai 
greci,  vennero  i  troiani  condotti  in 
Italia  da  Antenore,  uno  de' loro 
capi,  ed  alcuni  vuoisi  che  passas- 
%^V0  ad  abitare  que' luoghi  che  or^ 


IMO 

chiamiamo  Lombardia  e  Romagna. 
Da  questo  po{)olo  fuggitivo  l' imo- 
lese  Vincenzo    Savini ,    Notabiliiun 
gestorum  civitatis  Iinolae  mss.,   ri- 
conosce l'origine  della  città  d'Imo- 
la nell'anno  del    mondo    2790.   Il 
nome  d'ilia  o  Illione  con  cui  viene 
disegnata  una  porta  della    città,  è 
l'unico  fondamento  a  cui  si  appog- 
gia questa  debole    opinione.    Due- 
cent'anni  dopo    l'eccidio    di  Troia 
i  tirreni,  detti  anco  etruschi  o  to- 
scani, divennero  abitanti    e    domi- 
natori d'Italia,  non  però  è  certo  che 
gli  etruschi  abbiano  fabbricato  Imola 
come  vollero  taluni.  Verso   l'anno 
i56  di    Roma   molti    galli,   celti, 
bretoni,  cenomani,  insubri    e   car- 
nuti da    Ambigoto   loro  re,  e  sot- 
to la     condotta     c^i  Belloveso    suo 
nipote,    furono     mandati     a     pro- 
cacciarsi   stanza     e    alimenti    nel- 
le regioni  occupate  dagli  etruschi, 
mentre  i  boi  ed  i  lingonesi,  al  di- 
re di  Polibio  lib.  2,  e  di  Tito  Li- 
vio lib.    5,  si  dilatarono  fra  Bolo- 
gna e  Ravenna.    Nellanno    poi   di 
Roma    363    Breuno    condusse    in 
Italia  i  galli  senoni,  cos\    appellati 
da  Sens  loro  capitale,  che  giunsero 
persino  a  Roma  ove  furono  respinti 
dal  dittatore  Camillo.  Non  bramanr 
do  i  senoni  ulteriori  conquiste,  procu- 
rarono assicurarsi  quelle  delle  pro- 
vincie  occupate,  le  quali  dalle  Alpi 
si  estendevano  sino  all'Arno  ed  al 
Jesi,  0  alla  Marca  d'Ancona,  e  che 
ottennero  dai   romani    il   nome  di 
Gallia  Cisalpina,  Citeriore,  Togata. 
Fu    dunque    dai    galli    conquistato 
quel    luogo    ancora    su   cui    sorge 
Imola  al  presente,  ed  alcuno    opi- 
no che  ne  furono  i   primi  edifica- 
tori. Tal  fondazione  fu  pure   attri- 
buita  ai    romani    dopo   la   discesa 
d'Annibale    in    Italia,    a    Scipione 
Nasica,  ai  qimbrijf  ai  teutoni  o    41 


IMO 

ligurlnl  senza  prove  positive.  In  tan- 
ta   discrepanza    di    pareri    è    cer- 
to   che    Imola    verso    V  anno    del 
mondo  388o  ebbe  dai    romani  se 
non  l'erezione,    almeno    il    nome, 
lo    splendore     e    V  ingrandimento. 
Jjucìo  Cornelio  Siila  valoroso   vin- 
citore di    Mitridate,    conquistatore 
della  Grecia  e  della   Tracia,  dopo 
di  aver  trionfato  dei  partigiani   di 
Caio  Mario,  si  fece  proclamare  dit- 
tatore dal  senato  romano.    Fu    al- 
lora   che  cessate    le    guerre.     Siila 
introdusse   il  costume  di  accordare 
in    premio  ai    soldati  veterani    be- 
Demeriti,  parte  di  quei  terreni  ove 
egli  aveva  portato  le  vittoriose  sue 
armi.  Siila  pertanto   mandò  il  suo 
favorito  Appio    prefetto    di    nume- 
rosa milizia,  ad    abitar    quel    vico 
che    chiamiamo    Imola,     posto    in 
dolce  clima,  in    gradevole  situazio- 
ne, con  terreno  ubertoso,    ed  abi- 
tanti di  semplici  costumi.    Ai    no- 
delli   ospiti     non     venne    permesso 
inoltrarsi  nell'abitato  allora    angu- 
sto, finche    non  fossero    giunti    gli 
ordini  del  dittatore    e    del    senato 
per  accoglierli,  e  conceder  loro   una 
porzione  di  beni.   Appio    fu  ragio- 
nevole a  tali  rimostranze,   ed  intan- 
to accampò  il  suo  esercito  in  un'a- 
mena collina  alle  rive    del    Vatre- 
no,  la  quale  venne  dall'esperto  du- 
ce fortificata  col  farvi    sorgere  un 
castello  che  si  chiamò  dipoi  il  Ca- 
stello d' Imola^  ed  ora  viene  detto 
Castellaccio. 

Alla  esatta  disciplina  e  pruden- 
te contegno  dell'esercito  romano 
nel  tempo  che  si  aspettavano  da 
Roma  le  risoluzioni,  corrisposero  i 
grati  abitanti  con  tratti  amorevoli 
e  con  somministrazioni  di  vetto- 
vaglie. Giunti  gli  ordini  di  Siila, 
venne  commesso  ad  Appio  inol- 
trarsi liei  \ico,  ed  usar  cortesi  mo- 


IMO  ^7 

di    con  una    popolazione    eh'  erasi 
mostrala  cauta,  fedele  e  generosa. 
Quindi  Siila  dichiarò  questo  suolo 
colonia  romana,    in    un    modo  di- 
stinto e  privilegiato,  perchè  venne 
ascritta  ad   una  delle  trenlatre  tri- 
bìi  nelle  quali   rimaneva    divisa  la 
cittadinanza  romana,  cioè  alla  tri- 
bù Follia.   In  virtù  di  questo  ono- 
revole legame  gli  abitanti  della  co- 
lonia avevano  luogo  e  voto  ne'gene- 
rali  comizi,  diritto  alle  supreme  ma* 
gistrature,  ed  altre  prerogative.  Che 
Imola  fosse  realmente  colonia    mi- 
litare romana,  che  in  Roma   avea 
ì  suoi   procuratori,  e  che  tra  i  set- 
te quartieri  posti  nell'agro  Rimine- 
se,     e     amministrati    dai    rispellivi 
decemviri  e  decurioni  uno    era  di 
pertinenza  de'corneliesi ,    lo    si    ha 
da  incontrastabili  monumenti.    In- 
trodottisi in  Imola  amichevolmente 
i  romani,  e  provveduti  con  saggio 
riparto  di  comodi,  di  rendite,  e  di 
quanto  occorreva  al  loro   sostenta- 
mento, cominciarono  a  poco  a  poco 
a  familiarizzarsi  cogli  abitanti,  i  qua- 
li appresero    i  loro    costumi    e    le 
loro  leggi.  Allora  fu  che  congiun- 
te le    famiglie  degli     abitanti    alle 
romane,    la    nascente    colonia    au- 
mentò   di    popolazione.    Appio    si 
prestò  pel  ben  essere  dell'occupato 
paese,  e  consapevole  che  la  felicità 
de' popoli    dipende    dalle    provvide 
leggi,  dalle  ben  ordinate  magistra- 
ture, e    dalla  rehgione,    ogni    cosa 
stabilì  nel  luogo.  A  piedi  del  mon- 
te detto  Castellaccio  fissò    un  luo- 
go pei  comizi ,    ivi  radunò    il  po- 
polo insieme  coi   magistrati  ed  uf- 
fìziali  del  medesimo,  e  vi  pubblicò 
le  saggie    leggi     romane,    all'osser- 
vanza   delle     quali    tutti     solenne- 
mente    si  obbligarono     con  giura- 
mento, venendo  con  universale  con- 
senso   acclamato    sommo    e    per- 


58  IMO 

pctuo    mngislrato    de!  paese.     Qui 
notei'emo  che  a  piedi    dello  slesso 
monte  da  pochi  auni  furono    sco- 
peiie  salulifeie  acque  termuh,  alle 
quali  concorrono   anche    molli  fo- 
icslieri.   Assunlo  appena  il  coman- 
do, Appio  si  accinse  a  rendere  nelle 
uienli  dei    docili  abilalori    le   idee 
religiose  piìi  ferme  e    più  rispelta- 
bili;  per  lui  quindi    Marie  e    Ve- 
nere   ebbero   particolari    templi,  il 
primo  sul    Castellaccio,  la  seconda 
nella  laguna  poco  distante  dal  luo- 
go ov'è  presentemente  s.  Pietro  di 
Laguna,    e  tra'  più    savi    abitanti 
furono  scelli    i    flamini    delle   due 
divinità:  per    lui    fu  restaurato   il 
tempio  di    Minerva  ;  per    lui    nel 
luogo  che  allora  fu  detto    Ariolo, 
e  poi  per  corruzione  Oriolo  oRiò- 
lo,  si  fabbricò  il  soggiorno  per  gli 
auguri  falli  venire   dalla  Toscana. 
L' indefesso  Appio  per  affezionar  la 
gioventù  ai  laboriosi   esercizi  e  per 
addestrarla  alle  armi    fece  edifica- 
re il  teatro  o    sia  arena    pei    gla- 
diatori, nel  luogo  ov'è  oggi  la  chie- 
sa di  s.  Maria  in  Regola,  e  in  mez- 
20  ad   esso  v'innalzò   la  statua  di 
Siila  ;    disegnò     il  campo     Marzio, 
presso  cui   per  promovere  l'agricol- 
tura fissò  anche  il    campo  Boario^ 
ove  dovevano  raccogliersi    ne'  pre- 
scritti giorni  i  rusticani.    Si  Irò  va- 
rano i    due    campi     nella    pianura 
presso  al  ponte  posto  sul  Valreno, 
per  mezzo  del    quale    gli    abitanti 
del  monte  erano  uniti  a  quelli  del- 
la pianura,    il    ponte    divideva    il 
paese,  che  per  l'ampliazione  di  Sii- 
la   estendevasi    dal   monte    Castel- 
laccio  sino  quasi  al  torrente    Cor- 
recchio,  comprendendo  non  solo  il 
luogo  ove  è  ora  Imola,  ma  anco- 
ra il  distrutto    castello    di   s.  Cas- 
siano,  poco  lungi  dalla  chiesa  det- 
ta della  Croce  coperta.    Io  tal  ca« 


ÌMO 

stello  ne'primi  secoli  del  cristiane- 
simo fu  creilo  l'episcopio  colla 
Cattedrale. 

Così    ampliato    questo    paese    si 
adoprò    il    benemerito    Appio     pel 
suo  maggiore  abbellinioiilOj  il  per- 
chè non   lunge  dalia  porla   llia  fu- 
rono fabbricale    le   pubbliche    ter- 
me:  qui   si    eresse   il  foro   venale 
ornato  di  magnifici    portici,  qui  si 
innalzò     un'altra     porla    chiamala 
Appia,    e    qui    si     lastricarono    le 
pubbliche  vie  egualmente  che  quel- 
la la  quale    dalla    ricordata    porta 
conduce  alle  valli,  e  che  fu  deno- 
minata Selice,  perchè  lastricata  con 
quelle    selici    o   selci,    che    furono 
mandate  in  queste  parli  onde  com- 
pire la  via  Flaminia.  Sì  belle  dispo- 
sizioni piacquero    a  Siila,   il  quale 
non  lasciò  quindi    di    onorare  con 
amplissimi  privilegi  quella    novella 
militare  colonia,  e  di  mandarle  da 
Roma  uomini    integerrimi    e   illu- 
minati,   che    con    onore    ammini- 
strassero  la    giustizia.    Inoltre    im- 
pose   ad    Appio    di    fondare    nel 
paese  due  tribunali,  ai  quali    pre- 
siedessero due  prelori  per  la  facile 
trattazione  delle  cause,    per  cui    il 
pretore  urbano  decideva    le    cause 
degli  oppidani,   ed   il    pretore   pe- 
regrino   quelle    de' forestieri,    e    sì 
l'uno  che    l'altro  furono    investiti 
di  sommi  poteri,    co' quali    decide- 
vano affari    che  per    l'addietro    al 
solo  senato  romano  erano  riserba- 
ti; ed  è  perciò  che  in  questo  luo- 
go dovevano  concorrere  gli  abitan- 
ti delle  Provincie  per  la  spedizione 
delle  liti.  Appio  in    tale  circostan- 
za fece  pubblicare  per  la  provincia 
queste  supreme  disposizioni  del  dit- 
tatore, e  fu  in  quel  tempo  ch'egli 
chiamò  il  paese   Foro    di    Siila  e 
Foro  di  Cornelio,  giacché    sotto  i 
favorevoli  auspicii  di  Cornelio  Sii- 


IMO 

la  questo  suolo,  prima  oscuro  e 
negletto,  ottenne  un  ordinato  modo 
tli  politico  regolamento,  una  forma 
elegante,  e  crebbe  alla  celebrità  e 
allo  splendore.  Questa  è  l'epoca 
della  fondazione  o  almeno  rinno- 
vazione di  Foro  di  Cornelio,  ed 
errò  Agnello  con  quanto  scrisse 
nella  vita  di  s.  Pier  Grisologo.  Il 
complesso  delie  cose  narrate,  fece- 
ro ben  presto  salire  a  rinomanza 
questo  Foro,  e  diverse  illustri  fa- 
miglie romane,  mosse  dalla  felicità 
del  governamento,  e  dall'amenità 
del  sito,  vi  si  recarono  a  stabilirvi, 
come  fece  la  stirpe  nobilissima  dei 
Vestri,  Lucio  Spurio,  Aulo  Petilio, 
e  il  Severo  Catone,  i  quali  gene- 
rosi concorsero  a  rendere  più  il- 
lustre il  suolo  corneliese.  E  in  fat- 
ti Spurio  chiamato  da  Appio  a 
parte  delle  sue  diffìcili  intraprese 
nel  cingere  l'ampio  Foro  di  mura, 
ornò  la  città  dalla  parte  del  fiu- 
me verso  oriente  di  nuova  porta, 
che  per  lui  si  chiamò  Spuria  e 
poscia  per  corruzione  di  vocabolo 
Spu viglia,  e  la  cinse  di  larghe  fos- 
se profonde,  di  un  ponte  amovibi- 
le, e  d'una  ben  munita  torre.  Pe- 
tilio tàbbricò  sopra  uno  de'vicini 
colli  una  magnifica  villa,  dal  suo 
nome  chiamata  Pediliano,  ed  ora 
Tediano.  M.  Porzio  Catone,  nel 
monte  che  fu  detto  Catone,  in- 
nalzar fece  un  ameno  soggiorno 
per  villeggiarvi,  e  qui  si  trattenne, 
sinché  le  politiche  vicende  di  Ro- 
ma Io  chiamarono  a  porre  un  ar- 
gine col  rigore  di  sua  condotta 
alla  depravazione,  e  a  farsi  scudo 
alla  libertà  vacillante. 

Dopo  tre  anni  di  dittatorato  Sii- 
la rinunziò,  e  tornato  alla  condi- 
zione di  semplice  cittadino,  poco 
dopo  morì.  INon  andò  guari  che 
Koma  fu  divisa  dalla   guerra   civi- 


IMO  5^ 

le,  r  Italia  e  la  Gal  Ha  Cisalpina  ne 
provarono  le  funeste  conseguenze. 
Giulio  Cesare,  vinto  Pompeo  in 
Farsaglia,  ottenne  la  perpetua  dit- 
tatura, ma  colla  sua  uccisione  ge- 
nerale fu  lo  sconvolgimento ,  ed 
affrettò  la  caduta  della  repubblica 
romana.  Il  console  Marc'  Antonio 
volendo  vendicare  il  defunto  ebbe 
a  rivale  Decimo  Bruto,  che  rac- 
colse molta  truppa,  e  vuoisi  che 
ricevesse  soccorso  dai  corneliesi,  pres- 
so a'  quali  prevaleva  il  partito  dei 
pompeiani  ,  onde  la  provincia  fu 
agitata  dalla  guerra  ;  Bruto  si  re- 
cò alla  difesa  di  Modena  ove  l'as- 
sediò Marc'  Antonio.  Questo  conso- 
le turbolento,  per  l' eloquente  ar- 
ringa di  Cicerone  venne  dichiara- 
to ribelle  e  nemico  della  patria  , 
ed  a  suo  danno  mossero  i  consoli 
Ircio  e  Pansa ,  e  Caio  Giulio  Ce- 
sare Ottaviano  nipote  ed  erede  del 
trucidato  dittatore.  Ottaviano  fer- 
mò il  suo  esercito  nel  Foro  di 
Cornelio  ;  Ircio  andò  ad  accam- 
parsi presso  eia  terna,  presenlemeu- 
te  Quaderna.  Ircio  e  Pansa  dopo 
vari  combattimenti  peiderono  la 
vita,  onde  Marc' Antonio,  Emilio 
Lepido,  ed  Ottaviano  formarono 
un  triumvirato ,  e  alla  presenza 
degli  eserciti  schierati  nella  cam- 
pagna bolognese  si  divisero  l'im- 
pero dell'universo.  Dipoi  Marc'Au- 
tonio  ed  Ottaviano  divenuti  ne- 
mici, questi  vinse  il  primo  ad  A- 
zio,  restò  arbitro  dell'  impero,  e  fu 
salutato  imperatore  ed  augusto. 
Applicatosi  neir  ordinamento  d'  un 
sistema  di  governo  corrispondente 
alla  vastità  dell'  impero,  Imola  co- 
me le  altre  città  nella  somma  del- 
le cose  dovette  dipendere  da  Au- 
gusto: tutlavolta  restandole  la  li- 
bertà di  usare  di  quel  diritto  che 
r  era  stalo  conceduto  da  Siila,  prò- 


6Ò 


IMO 


seguì  essa  forse  sino  all'  abolizione 
de'  romani    comizi    a    congregare  i 
suoi  decurioni,  onde  dassero  il  voto 
per   l'elezione    di    quei    magistrali 
che  risiedevano  nella    capitale  del- 
l' impero ,    e    a    mandar  suggellati 
secondo  gli  ordini  di  Cesare    i  vo- 
li a  Roma,  per  unirsi    ai   suffragi 
delle  altre  città  che    godevano  un 
egUHi  diritto.    Del    rimanente  que- 
sto Foro  eslrasse  dal  suo  seno  quei 
soggetti  che  destinar  si  dovevano  a 
regolar  l' interna    polizia  ,    ad   am^ 
ministrar  la  giustizia  e  decidere  le 
questioni,  a  formar  leve  nelle  ur- 
genze   di    guerra ,    e    ad    imporre 
quelle  contribuzioni  che  si  voleva- 
no pei  bisogni  del  paese  egualmen- 
te   che    dell'impero;    restava    per 
^llro  ai  cittadini  un    pieno    diritto 
di  appellarsi  dai  decreti    e    giudizi 
municipali,    alla    decisione  de' ma- 
gistrati romani.  Indi  il    Foro   sog- 
giacque   alla    sorte   delle   città  del- 
l'impero,    agli    avvenimenti  che  si 
successero,  ed  alle  conseguenze  pro- 
dotte dalla  bontà  o  crudeltà  degli 
imperatori ,  non    che    dalle  guerre 
civili  prodotte  da  quanti  aspirarono 
all'impero.  Sotto  l'imperatore  Vespa- 
siano,   come   negli  altri    municipii 
così  nel  Corneliese  venne  ristabili- 
to   il    governo    introdotto    da  Au- 
gusto, saggio  e  moderato  principe. 
Però  sotto  Adriano  e  verso  l'anno 
i35  dell'era  cristiana    Imola  colle 
altre  città  d' Italia  scemò  di  molto 
nel  potere  e  nella  libertà.    Al  dire 
dell'annalista   Gamberini    dopo    la 
metà  del  terzo   secolo  patì  molto  il 
Foro  di  Cornelio,  indi  fu  risarcito, 
e  posto  in  istato  di  difesa  da  Au- 
reliano ,  che  pacificò  l' Italia   e  ne 
riordinò  il  suo  governo,  ed    Imola 
ubbidì  a    norma    delle    altre    città 
d'Italia. 

Avendo  il  saggio  e  benefico  Go- 


IMO 

stanlìno  il    Grande    trionfato   del- 
l'usurpatore  Massenzio,  si  rallegrò 
r  Italia  tutta  :  questa    che    da  Au- 
gusto   era    stata    divisa    in    undici 
Provincie ,  fu  da  Costantino  ripar- 
tita in  diecisette,  e  per  ciascuna  di 
esse  vennero    create    nuove   magi- 
strature, nuovi  consoli,  nuovi    pre- 
sidi  e    correttori.    Due    erano  pri- 
ma i  prefetti    pretoriani,  Costanti- 
no   n'elesse    quattro    con    giurisdi- 
zione   territoriale    sulle     provincie 
assegnate.  Trovossi  perciò  la    città 
d' Imola    dipendente    dal    prefetto 
pretoriano,  che  sorvegliava  a  tutta 
la    provincia    Flaminia,    e    ad    un 
consolare   o   governatore   che  risie- 
deva in  Ravenna,  e    veniva  scello 
dal  prefetto.  La  vicinanza  degl'im- 
periali   pretori,  servì    di    freno  alle 
rispettive  autorità  municipali,  e  di- 
minuì il  potere  loro  :    il    comando 
di  questi  prefetti  non  ebbe  fine  che 
(il  tempo  d'  Onorio    imperatore  di 
occidente.  Tra  i  prefetti  va  lodato 
Tauro,  uomo  giusto  e  discreto,  sot- 
to cui  vide  Imola  chiusi  per  sem- 
pre i  templi  innalzati  dalla    genti- 
lità, e  cessati  i  sacrifizi   a  que'nu- 
mi  che  dalla  fervida    fantasia  rice- 
vettero l'essere.   Allorché  Massimo 
ribellatosi  a   Graziano  si  fece  pro- 
clamare imperatore^  nel  tempo  che 
Imola    avea   concepito   timori    per 
le  minaccie  dell'  usurpatore,  narra 
il   Gamberini    che    i    bolognesi  coi 
modenesi    e  reggiani  mossero  guer- 
ra agli  abitanti  di  Claterna,  e  che 
questi    coUegaronsi    cogli   imolesi  e 
ravennati  marciando  contro   il  ne- 
mico. Dopo  aspro  conflitto  i  bolo- 
gnesi vimasero  vincitori  ;   ma  con- 
tro   questi,  già    ribellatisi    nel  386 
a  Graziano,  rivolse  le   armi    il  suo 
capitanio  Asclepio,  che   dopo  aver 
per     venti    giorni    dato    riposo     in 
Imola    alle    sue    numerose    truppe 


I  MG 

soggiogò  i  bolognesi.  Nel  887  di 
nuovo  insorse  Massimo  contro  Va- 
lentiniano  U,  e  s'impadronì  del- 
l' Italia  riducendola  a  compassione- 
vole stato,  come  descrive  s.  Am- 
brogio. Avendo  questi  taciuto  lo 
stato  d' Imola  di  cui  era  primate, 
vuoisi  inferirne  o  eh'  essa  era  sla- 
ta ridotta  a  deplorabile  condizio- 
ne, specialmente  quando  Massenzio 
contrastò  l'impero  a  Costantino,  o 
spinta  dal  timore  e  dalla  debolez- 
za delle  proprie  forze,  si  assogget- 
tò senza  opposizione  al  tiranno 
Massimo.  Certo  è  che  dopo  la  mor- 
te di  esso,  accaduta  nei  388,  Imola 
tornò  all'obbedienza  del  legittimo 
principe,  che  dimenticato  il  passa- 
to, cangiando  le  magistrature  ri- 
dusse le  cose  allo  stato  primiero. 
Passati  quattro  anni  Imola  fu  co- 
stretta ad  obbedire  al  tiranno  Eu- 
genio,  dal  cui  giogo  la  liberò  poi 
Teodosio  I.  Le  sconfitte  date  dal 
sagace  ed  intrepido  Stilicone  mi- 
nistro d' Onorio  nel  ^o^  ad  Ala- 
rico re  de'  visigoti ,  e  nel  4^^  ^ 
Radagniso  re  degli  unni,  ritarda- 
rono quelle  calamità  da  cui  era 
minacciata  l' Italia.  E  infatti  nel 
408  Alarico  riempì  di  costernazio* 
ne  r  Italia,  e  tra  le  città  che  de- 
vastò si  novera  Imola.  Fatta  pri- 
gioniera Placidia  figlia  di  Teodo- 
sio I,  Adolfo  o  Ataulfo  successore 
di  Alarico  nel  ^11  conchiuse  in 
Imola  ,  ed  effettuò  il  matrimonio 
coir  ottima  principessa,  celebrando- 
sene poi  con  solennità  l' avveni- 
mento in  Narbona.  Nel  ^5i  Imo- 
la provò  il  furore  del  feroce  At- 
tila re  degli  unni,  indi  quello  pur 
desola tore  di  Genserico  re  de'  van- 
dali, che  ne  occuparono  il  forte  o 
rocca ,  ma  a  cagione  di  un  fulmi- 
ne rovinata  in  parte,  la  guarnigione 
ne  uscì  nel  /^5S,   mentre   la    città 


IMO  6r 

era  afflitta  da  orribile  carestia. 
Profittando  gli  abitanti  del  paese  e 
della  campagna  dell'avvenimento, 
presero  le  armi,  e  ne  discacciarono 
i  vandali,  che  con  perdita  si  riti- 
rarono in  Monte  del  Re,  invocan- 
do il  soccorso  di  quelli  ch'erano  a 
Modena.  Cassio  imolese  valoroso 
guerriero,  presso  cui  era  la  supre- 
ma amministrazione  della  città  ,  si 
pose  alla  testa  de' concittadini,  e 
rapidamente  espugnò  il  detto  mon- 
te, uccidendo  e  fugando  i  nemici* 
Uniti  agli  osceni  taifili  venuti  da 
Modena  tornarono  i  vandali  a  de- 
vastar le  campagne  imolesi,  e  cin- 
sero la  città  d'assedio:  caduto  gran 
parte  del  muro  che  la  cingeva,  fu 
liberata  dal  furore  vandalico  per  le 
prodezze  di  Cassio  e  de' suoi  imo- 
lesi,  che  inseguito  il  nemico  a  Tos- 
signano  lo  disfece  valorosamente, 
dando  così  fine  alla  guerra.  A  Cas- 
sio glorioso  liberatore  della  patria^ 
decretò  il  senato  una  statua  nel 
pubblico  foro,  e  quando  morì  ebbe 
nella  cattedrale  solenni  funerali  fat- 
ti a  spese  pubbliche. 

Avrebbe  potuto  Imola  godere 
tranquillità,  se  le  guerre  civili  e 
l'anarchia  che  regnò  in  Italia  dal- 
la morte  di  Valentiniano  III  sino 
alla  deposizione  di  Romolo  Momil- 
lo  Augustolo  ultimo  imperatore  di 
occidente ,  per  opera  di  Odoacre 
re  degli  eruli,  non  l'avessero  fatta 
cadere  in  peggiori  calamità .  Nel 
476  Odoacre  fu  il  primo  barbaro 
che  fondò  un  nuovo  regno  in  Ita- 
lia, la  quale  volle  fosse  governata 
dal  prefètto  del  pretorio  nelle  an- 
tiche forme.  Diversi  storici  dicono 
che  Imola  fu  chiamata  Odoacrìca, 
come  quella  che  venne  arricchita 
dal  nuovo  re  di  molti  privilegi, 
ornata  di  pubblici  e  privati  edi- 
fizi,  fortificata,  e  resa  cospicua  pei 


G'jt  IMO 

molli  onorevoli  gradi  conferiti  ai 
di  lei  cittadini,  e  in  altri  modi  be- 
neficata. Ma  Odoacre  fu  vinto  ed 
ucciso  nel  49^  da  Teodorico  re 
de' goti,  che  fu  acclamato  re  d'I- 
talia, nella  quale  regione  die  prin- 
cipio al  regno  gotico.  Principe  sag- 
gio, giusto  e  splendido,  rinnovò 
molte  città,  e  probabilmente  anco 
Imola  ne  sperimentò  le  beneficen- 
ze. àSotto  il  regno  del  goto  Vitige, 
Giustiniano  I  imperatore  d'  oriente 
spedì  al  ricupero  d'Italia  Belisario 
e  l'eunuco  Narsete:  le  provincie 
italiane  abbracciarono  il  partito 
imperiale;  Imola  con  tutta  l'Emi- 
lia, tranne  Cesena,  fu  occupata  da 
Narsete;  Ravenna  fu  presa  da  Be- 
lisario, e  colla  prigionia  di  Vitige 
nel  540  ebbe  fine  la  guerra  tra  i 
greci  ed  i  goti.  Dopo  circa  due 
anni  Totila  re  de'  goti  battè  i  ne- 
mici presso  Faenza  ,  s' impadronì 
d' Imola  ove  lasciò  un  forte  pre- 
sidio ,  e  riconquistò  l' Emilia ,  la 
Toscana ,  Roma ,  ed  altre  parti. 
Narsele  fu  rimandato  in  Italia , 
vinse,  i  goti  e  Totila  fu  ucciso,  co- 
sì Teia  suo  successore.  Si  fortifica- 
rono i  superstiti  goti  in  Cuma, 
Lucca  ed  Imola,  ma  dopo  lungo 
assedio  riuscì  a  Narsete  impadro- 
nirsi di  tali  città.  Raccontano  gli 
storici  imolesi,  che  la  loro  patria 
fu  presa  per  assalto  a'  24  aprile 
554  da  Yaleriano  prefetto  di  Ra- 
venna, e  da  Antioco  spediti  da 
Narsete  alla  testa  del  greco  eserci- 
to, e  che  la  città  fu  abbandonata 
al  saccheggio,  ne  furono  rovescia- 
te le  mura,  ed  incendiali  gli  edi- 
fizi.  Terminata  la  conquista  d'Ita- 
lia cadde  la  gotica  monarchia;  e 
la  bella  regione  fu  per  quattordici 
anni  governala  da  Narsete.  Questi 
indispettito  dalla  conocchia  e  fuso 
inviatigli    dall'  imperatrice    Sofia  , 


IMO 

chiamò  i  longobardi  alla  conquista 
d'  Italia.  Vi  si  condusse  nel  5G8 
il  re  Alboino,  ed  a  nulla  valse 
r  impegno  dell'  esarca  Longino  di 
difendere  l'  Emilia  dal  rapido  con- 
quistatore. Clefo  o  Clefi  successo- 
re di  Alboino  proseguì  le  vittorie 
ed  occupò  nel  5^^,  altri  dicono 
nel  575,  anche  il  Foro  di  Corne- 
lio. I  longobardi  poco  dopo,  e  cer- 
tamente quando  viveva  il  violento 
Clefo,  fortificarono  questa  città  per 
opporsi  ai  tentativi  de' ravennati, 
e  la  ornarono  di  ben  munita  roc- 
ca, eh'  ebbe  da  essi  il  nome  di 
Imola,  nome  il  quale  dappoi  deri- 
vò alla  ci  uà  medesima  per  con- 
senso di  molti  storici  :  questa  è  la 
più  probabile  origine  della  parola 
Imola  applicata  col  Foro  di  Cor- 
nelio, benché  altri  dicono  che  la 
città  cominciossi  a  chiamare  Imola 
ai  tempi  di  s.  Cassiano,  per  opera 
del  quale  ì  cittadini  abbandonando 
i  sagrifizi  alle  false  divinità,  comin- 
ciarono ad  offerire  ostie  incruente 
e  pacifiche  al  vero  Dio.  Veggasi 
r  A  Iberti ,  Descrizione  dell'  Italia 
p.  32  1  ;  ed  il  Pistoiesi,  Fila  di 
Pio  Vlly  p.  II,  tom.  L  L'avari- 
zia e  crudeltà  di  Clefo  lo  resero 
sì  odioso,  che  fu  svenato  dopo  die- 
ciotlo  mesi  di  regno.  Successe  un 
interregno  di  dieci  anni ,  e  trentasei 
duchi  governarono  da  tiranni  cia- 
scuno i  propri  sudditi.  Faroaldo 
primo  duca  di  Spoleto  portossi  a 
formare  in  Imola  una  piazza  di 
armi  per  potersi  impadronir  poi 
di  Classe,  come  fece;  ma  dopo  po- 
chi anni  fu  costretto  ad  abbando- 
nare con  perdita  le  sue  conqtJiiste. 
Si  narra  che  l'  esarca  Smaragdo,  e 
Drottulfo  alemanno  ribelle  ai  lon- 
gobardi, non  nel  fiume  Valreno 
ma  nel  Badrino,  unirono  una  flotta 
di  piccole  barche   piene  di  valoro- 


IMO 

si  fallii,  con  che  sconfissero  Faioal- 
tìo  eh' erasi  impadronito  di  Classe. 
Quantunque  Imola  fosse  slata 
presa  nel  secolo  VI  dai  longobar- 
di, conviene  però  dire  che  sempre 
non  rimanesse  nelle  loro  mani , 
mentre  ci  dicono  le  storie  che  Mo- 
dena era  la  frontiera  con  cui  re- 
stava diviso  il  paese  longobardo 
dalle  città  dell'esarcato  di  Raven- 
na, sotto  il  quale  comprendevasi 
Imola.  Allorché  il  re  Rotari  scon- 
fisse r  esarca  Isacco,  s' ignora  se  la 
città  fu  conquistata  dai  longobar- 
di ;  però,  al  dire  degli  annalisti 
imolesi,  il  re  Grimoardo  a  vendi- 
carsi degli  imolesi  ,  i  quali  non 
aveano  voluto  accettare  nella  città 
la  di  lui  armata,  quando  nel  663 
portavasi  a  soccorrere  Romualdo 
duca  di  Renevento  attaccato  dal- 
l' imperatore  Costante  ,  distrusse 
Imola  e  fece  un  orribile  massacro, 
tuttavolta  il  suo  successore  Perta- 
rito  o  Rertarito  restaurò  Imola, 
fabbricò  un  castello  detto  Pertari- 
to,  e  dopo  chiamato  Massa  Lom- 
barda, perchè  i  longobardi  cacciati 
due  volte  dai  confini  imolesi  ivi 
si  rifugiarono,  e  finalmente  si  nar- 
ra che  a  Feroaldo  longobardo,  la 
cui  famiglia  erasi  stabilita  in  Imo- 
la, diede  il  comando  della  città. 
Tali  narrazioni  degli  annalisti  sono 
rigettate  dall'anonimo  imolese.  Nel 
708  Imola  mandò  soccorsi  a  Fe- 
lice arcivescovo  di  Ravenna,  ribelle 
al  Pontefice  Costantino  ed  all'  im- 
peratore Giustiniano  II;  ma  Felice 
ed  i  suoi  vennero  severamente  pu- 
niti. Ravenna  scosse  il  giogo  im- 
periale ,  ed  Imola  colle  città  e 
terre  dell'  esarcato  ne  seguirono 
l'esempio,  ma  poi  tornarono  al- 
l'obbedienza. Profittando  il  re  Luit- 
prando  delle  persecuzioni  mosse 
dall'  iconoclasta    imperatore    Leone 


IMO  63 

risaurico  al  Papa  s.  Gregorio  II, 
e  dell'  inasprimento  degli  animi  per 
la  persecuzione  del  culto  alle  sa- 
cre immagini ,  nel  728  con  forte 
esercito  occupò  Bologna,  Ravenna 
e  r  intero  esarcato,  e  la  Pentapoli. 
Nella  conclusione  della  pace  Imola 
fu  ceduta  ai  longobardi  e  formò  il 
confine  del  loro  regno.  In  fatti  nel 
742  il  Pontefice  s.  Zaccaria  man- 
dò a  Luitprando  Stefano  prete  e 
Ambrogio  primicerio,  per  avvisarlo 
del  vicino  suo  arrivo,  e  di  questi 
spediti  scrive  l' Anastasio  in  Fila 
Zachariae  :  u  ingressi  fines  longo- 
bardorum  in  civitate  quae  vocatur 
Imola,  cognovisse  quod  prope  ditio- 
nem  (  longobardi  )  meditabantur 
facere  praedicto  sancto  viro  (  Za- 
chariae) ne  illuc  ambularci  ".  Do- 
po Luitprando  obbedì  Imola  a*  suoi 
successori,  ed  Orso  duca  di  Persi- 
ceto  ebbe  in  dono  la  città  dal  re 
Astolfo.  Avido  questi  di  nuove  con- 
quiste ,  nel  75 1  o  752  cacciò  i 
greci  dall'esarcato,  e  con  Eutichio 
si  estinse  la  dignità  di  esarca  ; 
quindi  minacciò  Roma,  ed  occupò 
varie  terre  della  Chiesa  romana,  li 
Pontefice  Stefano  lì  detto  III,  non 
potendo  ottenere  da  Astolfo  che 
cessasse  dalle  stragi,  ne  soccorso  dai 
greci,  si  portò  nel  754  in  Francia, 
e  lo  ottenne  da  Pipino,  il  quale 
con  poderoso  esercito  calato  in  Ita- 
lia ,  recò  sterminio  e  saccheggio 
alle  città  de'  longobardi,  e  sembra 
che  Imola  non  ne  andasse  esente, 
ed  obbligò  Astolfo  a  restituire  le 
occupate  terre  e  l*  esarcato  alla 
santa  Sede,  perchè  sino  da  s.  Zac- 
caria erasi  posto  sotto  la  prote- 
zione della  medesima.  Dimentico 
Astolfo  de' giuramenti  fatti,  nulla 
eseguì  ;  ma  tornato  in  Italia  Pipi- 
no ne  represse  l' orgoglio ,  ed  il 
sottomise  con    duri   palli,  massime 


64  IMO 

in  efTeltuare  il  precedente  accordo. 
Fu  dunque  nel  7 5/)  che  la  santa 
Sede  ebbe  da  Pipino  reintegiato  e 
ampliato  il  dominio  temporale  , 
compresa  la  cessione  dell'esarcato 
e  della  Pentapoli,  e  perciò  Imola , 
come  si  legge  nel  diploma  di  Lo- 
dovico I  il   Pio. 

Eseguì  Astolfo  parte  delle  im- 
poste condizioni,  ma  Imola  insie- 
me  con  altre  città  rimase  in  pote- 
re de' longobardi;  e  benché  Stefa- 
no III  fosse  concorso  all'esaltazione 
al  trono  longobardico  di  Desiderio, 
questi  restituì  solo  Faenza  e  il  du- 
cato di  Ferrara,  per  cui  il  Ponte- 
fice, e  s.  Paolo  I  che  gli  successe 
fecero  gravi  doglianze.  Desiderio 
minacciando  la  rovina  di  Roma,  il 
Papa  Adriano  I  ricorse  all'aiuto  di 
Carlo  Magno  che  nel  778  impri- 
gionò il  re  e  diede  termine  al  re- 
gno de*  longobardi  in  Italia,  con- 
fermando alla  Chiesa  romana  le 
donazioni  fatte  dal  padre  Pipino, 
comprensivamente  alla  restituzione 
dell'esarcato.  Allora  Stefano  III 
concesse  l'amministrazione  di  Ra- 
venna all'arcivescovo  Leone,  ed  ai 
tribuni  della  città,  come  scrive  il 
Sigonio,  De  regno  Ital.  lib.  Ili, 
an.  755,  p.  129.  Abbiamo  dall'a- 
nonimo imolese,  che  dipoi  l'ambi- 
zioso Leone  arcivescovo  di  Raven- 
na si  portò  in  Francia  dal  re  Car- 
lo, per  rappresentargli  quanto  fos- 
se convenevole  che  la  chiesa  di 
Ravenna  acquistasse  sull'esarcato 
temporale  giurisdizione.  Benché  il 
re  ciò  non  approvasse  ,  l'altiero 
Leone  cominciò  a  chiamarsi  esarca, 
e  tenne  soggetta  non  solo  Raven- 
na, ma  ancora  Bologna,  Imola  e 
il  rimanente  dell'  esarcato,  condan- 
nando a  carcere  o  ad  esilio  i  mini- 
stri pontificii,  e  vietando  ogni  ri- 
corso e  dipendenza    dalla  SqìÌq  a- 


IMO 

postolica.  Adriano  I  eccitò  Carlo 
Magno  a  frenar  l'ambizione  del- 
rarcivescovo,  e  ad  assicurare  alla 
Chiesa  romana  l'esercizio  pacifico 
de'  suoi  diritti,  la  quale  piìi  tardi 
realmente  li  ricuperò,  e  Leone  mo- 
rì nell'anno  777.  Benché  la  città 
d'  Imola  fosse  passata  a  far  parte 
dei  dominii  pontificii,  essa  però  fu 
per  lungo  teìnpo  governata  in  for- 
ma di  repubblica  dai  magistrati 
particolari  che  si  formavano  nel 
seno  de'suoi  medesioài  concittadini, 
e  de*  quali  vuoisi  che  fòsse  molto 
esteso  il  potere.  La  prima  magi- 
stratura era  affidata,  come  nella 
maggior  parte  delle  città  italiane, 
ad  un  solo  che  portava  il  nome  di 
marchese,  di  conte,  o  di  governato- 
re, ed  a  tempo  di  s.  Gregorio  VII, 
come  rilevasi  dalia  sua  lettera  e  da 
altra  di  s.  Pier  Damiano,  un  Gui- 
done era  conte  corneliese  o  conte 
dei  corneliesi,  cioè  presiedeva  agli 
imolesi  coH'autorità  di  conte.  Il  piìi 
antico  che  nel  IX  secolo  esercitò 
in  Imola  la  suprema  magistratura 
fu  Roberto  della  stirpe  di  quel 
Cassio  celebrato  di  sopra:  il  raro 
valore  militare  di  Roberto  che  ver- 
so 1*828  avea  disfatto  i  saraceni, 
meritò  che  l'imperatore  Lodovico 
I  r  innalzasse  alle  prime  cariche 
nnlitari.  Assalita  la  città  nel  detto 
anno  o  nelT  834  dai  ravennati, 
faentini  e  forlivesi  che  portavano 
per  tutto  la  devastazione,  e  impo- 
tente a  far  lunga  resistenza,  ri- 
chiamò dalle  Gallie  l'illustre  citta- 
dino perchè  prontamente  la  soc- 
corresse, mentre  gì*  imolesi  sosten- 
nero i  replicati  assalti  de*  nemici. 
Con  incredibile  rapidità  Rober- 
to con  numerosa  truppa  giunse 
presso  Imola,  ed  investito  il  cam- 
po de'ravennati  ne  fece  strage;  i 
faentini  parte  ne  uccisero,  altri  ne 


IMO 

fecero  prigionieri,  mentre  i  forlivesi 
presero  la  fuga  per  l'opportuna 
sortila  fatta  dagV  imolesi.  Roberto 
entrò  trionfante  in  patria,  accordò 
pace  ai  faentini  ed  ai  forlivesi  me- 
diante compensi  ai  danni  recati, 
ed  i  ravennati  per  mancanza  di 
capo  non  poterono  fare  altrettan- 
to. Poco  sopravvisse  Roberto  lo- 
dato per  saggio  governo,  e  gli 
successe  Alvanico  che  dicesi  della 
famiglia  Vestria. 

Mentre  Alvanico  avea  liberalo 
la  Toscana  dalle  reliquie  de'  longo- 
bardi, e  quasi  tutta  ridotta  in  po- 
tere de'  pisani,  nell'  842  i  raven- 
nati alleati  co' bolognesi  fecero  pre- 
giudizievoli scorrerie  sul  territorio 
d'Imola;  ma  accorso  Alvanico  ob- 
bligò i  ravennati  a  domandar  pa- 
ce ed  a  restituire  il  tolto.  Egual 
sorte  incontrarono  i  bolognesi  pres- 
so al  Sillaro  che  nella  segnata  con- 
cordia fu  stabilito  per  confine  del 
territorio  imolese  a  ponente,  come 
a  levante  Io  fu  il  Senio,  a  setten- 
trione Primaro,  e  a  mezzodì  l' A- 
pennino.  Salutato  Alvanico  capo 
della  repubblica,  restaurò  gli  edi- 
lìzi che  tanto  aveano  sofferto  nel- 
le barbariche  incursioni,  e  si  ac- 
cinse a  riordinare  il  governamento 
della  patria  :  divise  il  popolo  in 
quattro  centurie,  da  ognuna  delle 
quali  scelse  quattro  probi  soggetti 
che  col  titolo  di  senatori  dovevano 
regolare  la  pubblica  cosa  ;  indi  ad 
assicurare  i  diritti  e  la  felicità  del 
popolo,  per  ogni  centuria  nominò 
due  individui,  i  quali,  benché  non 
avessero  luogo  tra'  senatori,  dovea- 
no  però  rappresentare  al  senato  le 
ragioni  del  popolo.  Alcuni  della 
famiglia  Feroaldi ,  mal  soffrendo 
■veder  accordate  ad  altri  onorevoli 
cariche,  tentarono  sommovere  i  faen- 
tini contro  gV  imolesi,  ma  i  faen- 
vot.  xxxiv. 


IMO  65 

tini  segretamente  ne  avvisarono  il 
senato,  il  quale  condannò  a  per- 
petuo esilio  i  colpevoli,  lasciando 
in  Imola  i  non  rei  della  fami- 
glia Feroaldi ,  onde  vi  esercitas- 
sero liberamente  i  diritti  dei  cit- 
tadini. Dopo  la  morte  del  be- 
nefico Alvanico,  neir846  passando 
per  Imola  Lodovico  lì,  coronato 
dal  Papa  Sergio  II  re  de'longobar- 
di,  prepose  a  reggere  la  repubbli- 
ca imolese  Butrice,  rinomato  guer- 
riero, che  tra  i  plausi  comuni  fu 
proclamato  per  capo  dai  senatori. 
Dovendo  però  Butrice  seguire  il 
re  in  Francia,  lasciò  far  le  sue  ve- 
ci Selvaggio  cavaliere  alemanno,  da 
cui  i  cronisti  fanno  derivare  la 
famiglia  Sassatelli.  In  questo  tem- 
po i  cispadani  avendo  devastalo  il 
territorio  imolese,  pel  valore  di 
Giovanni  Feroaldo  e  di  Anselmo 
fratello  di  Butrice  furono  trucidati 
o  fugati.  R.itornato  Butrice  ad  Imo- 
la prese  le  redini  del  governo,  for- 
tificò la  città  con  fosse  e  baluardi, 
e  ristorò  la  porta  Equestre,  caduta 
nel  terremoto  dell' 846,  porta  che 
pare  fosse  presso  la  chiesa  di  san 
Giovanni  incontro  alla  via  Appia 
detta  Selice.  Le  provide  cure  di 
Butrice  salvò  il  popolo  dalla  care- 
stia, e  pieno  di  meriti  morì  e  fu 
onorato  con  magnifiche  pompe  fu- 
nerali. La  pubblica  amministrazio- 
ne fu  indi  afìidata  a  Giovanni  Fe- 
roaldo, che  poco  visse,  e  terminò 
di  vivere  ucciso  da  un  servo.  In- 
tanto Imola  avea  provato  gli  scon- 
volgimenti prodotti  in  Italia  dai 
Berengari  e  dai  duchi  di  Spoleto 
Guido  e  Lamberto ,  e  le  barbari- 
che vicende  del  ferreo  secolo  X,  in 
desolanti  devastazioni, discordie  inte- 
stine ed  altri  guai  prodotti  princi- 
palmente dalle  straniere  invasioni 
degli  ungheri  e  saraceni.  Avvilita 
5 


66  IMO 

r  Italia  per  tanti  sconvolgimenti,  i 
Teneziani  furono  i  primi  a  scuo- 
tersi dall'inazione,  unirono  truppe 
numerose,  e  il  gran  guerriero  irao- 
h?se  Fausto  Alidosi  lo  dichiararono 
prefetto  dell'ordine  pedestre,  per 
opporsi  agli  ungheri.  Quanto  ai  sa- 
raceni ch'eransi  annidati  presso  il 
Garigliano,  trovarono  nel  Pontefice 
Giovanni  X  un  principe  che  non 
dubitò  di  porsi  alla  testa  dell'eser- 
cito per  combatterli,  e  chiamato 
Timolese  Fausto  lo  prepose  a  pre- 
fetto di  quattromila  umbri.  I  sa- 
raceni vennero  distrutti,  e  Fausto 
per  le  sue  prodezze  fu  dagli  um- 
bri portato  come  trionfante  in  Ro- 
ma. Tornato  Fausto  alla  patria  ne 
sostenne  gl'interessi  e  la  sicurezza, 
per  quanto  il  permettevano  le  cir- 
costanze degl'  infelici  tempi,  che  fe- 
cero cambiar  faccia  alle  città  del- 
l'esarcato, che  in  un  a  Ravenna  e 
ad  Imola  si  sottrassero  dall'  auto- 
rità del  Papa. 

Agitata  Imola  dalle  italiche  ver- 
tìgini, dalle  incursioni  de' vicini,  e 
dalle  intestine  sommosse,  narrano 
alcuni  che  mentre  ne  governava 
Fausto  la  repubblica,  i  ravennati 
ne  devastarono  le  campagne,  e  i 
dipendenti  paesi  insorsero  a  suo 
danno.  Fausto  raccolse  un'armata, 
marciò  sugli  aggressori,  li  vinse,  e 
presso  Massa  Lombarda  nel  928 
in  sanguinoso  conflitto  li  fece  nel- 
la maggior  parte  prigionieri:  ì 
ravennati  domandarono  al  senato 
la  pace,  e  fu  concessa.  In  questo 
tempo  molle  famiglie  emigrate  da 
Verona  si  stabilirono  in  Imola, 
fabbricarono  degli  edifizi  vicino  a 
porta  Montanara,  indi  furono  am- 
messi alla  cittadinanza.  A.  Fausto 
successe  il  nipote  Cornelio,  la  cui 
inazione  ed  avarizia  fu  sorgente 
di   gravi    sommosse.    Rido    venne 


IMO 
espugnato    dai    faentini,  e    ì  tossi- 
gnanesi  spiegarono  uno  spirito  in- 
tollerante :  insorse  la  gioventù  imo- 
lese    ed    uccise     Cornelio.     Autore 
principale    dell'impresa    fu    Troilo 
Nord  ilio  che  ridonò  la  pace  al  pae- 
se, richiamò    Tossignano  alf  obbe- 
dienza, e    liberò   Riolo  dai  fàenti» 
ni,  indi  assunse  il  governo  della  re- 
pubblica. Essendo  Giovanni  XII   in 
un  all'Italia  travagliato  da  Beren- 
gario ed    Adalberto,  chiamo    dalla 
Germania  il  re  Ottone  I  per  fini- 
re le  loro  vessazioni,  e  a    tale  ef- 
fetto ingrossò    il    suo    esercito  con 
milizie  comandate  da  Troilo.  Giun- 
to in  Roma  nel  962   Ottone  I,    it 
Papa  lo  coronò  imperatore,  ed  Ot- 
tone I  restituì  alla  Chiesa    quanto 
gli  aveano  concesso  Pipino  e  Car- 
lo Magno,  come  narrano  Lamberto 
Schafnaburg  in  Chron.  ad  an.  962  ; 
Pistoni  tom.  I,  p,   3i4;  Gretsero, 
Oper.  tom.  VI  in  Apolog.  Baron. 
lib.   I,    cap.   20,    lib.   lì,    cap.     1 5, 
p.  216  e  401.    Giovanni  XII  pre- 
miò Troilo  colla  esenzione  dai  pub- 
blici pesi,  e  tornato  ad  Imola  con 
sì   benefico  privilegio,  fu  acclamalo 
padre  della  patria.  Troilo    fece  ri- 
staurare  le  mura,  aumentar  le  for- 
tificazioni, accrescere  il  numero  dei 
senatori    sino    a    quello     di    venti- 
quattro; ripristinò  T  uffizio  di  pre- 
tore, e  per  lui  il  circuito  della  cit- 
tà venne  ridotto  tra  le  cinque  por- 
te llia,  Appia,  Spuria,  Equestre  e 
Montanara.   Mentre    Troilo    atten- 
deva con    tanto  impegno   al    pub- 
blico ordine    ed    incremento    della 
città,  Guglielmo    Patarino  e    Deo- 
dato  Cunio  eccitarono  il  popolo  a 
sedizione,  che  la  prudenza    ed    au- 
torità di  Troilo   seppero    dissipare, 
condannando  all'esilio    i  principali 
autori.  Accordò    Troilo   alla  plebe 
la  vacanza  dalla  milizia,  e  conveu- 


IMO 

ne  che  due  della  plebe  intervenis- 
sero alle  sedute  del  senato,  acciò 
dai  padri  nulla  si  determinasse 
opposto  ai  vantaggi  della  popola- 
zione. A  Troilo  succedette  nel  go- 
verno della  patria  Sigismondo  di 
lui  figlio,  indi  Nordilio.  Questi  re- 
presse i  faentini  e  li  obbligò  a  re- 
stituire le  castella  e  terra  occupa- 
te, e  battè  i  cispadani,  laonde  ven- 
ne Nordilio  acclamato  principe  da- 
gl'imolesi,  ciò  che  approvò  Gio- 
vanni XII  nel  gSG.  Antonio  Bui- 
garello  che  per  tal  conferma  con 
Curzio  TjoìIo  era  stalo  spedito  al 
Papa,  saccheggiò  e  distrusse  la  roc- 
ca della  sollevata  Tossignano,  e 
sottomise  gli  altri  paesi  della  mon- 
tagna insorti  ;  quindi  aiutò  Nordi- 
lio che  verso  il  fiume  Sillaro  com- 
batteva coi  bolognesi  perciò  fugati. 
Nordilio  non  avendo  figli  adottò 
Bulgarello,  lo  dichiarò  suo  erede,  e 
dopo  avergli  conferito  il  governo 
della  repubblica  in  pieno  senato 
mori  nel  97 5.  Bulgarello  confer- 
mato nel  potere  dal  Papa  Bene- 
detto VII  pose  termine  alle  guer- 
re, ornò  la  città,  ristorò  molte 
fabbriche,  espulse  da  Imola  gli  e- 
brei  tollerandone  alcuni  ne' sobbor- 
ghi, e  proibì  il  lusso  ne' femminili 
ornamenti,  fissandone  la  pramma- 
tica con  provvido  consiglio. 

Morto  Bulgarello,  per  approva- 
zione del  senato  assunse  il  coman- 
do della  città  Gigio  Accarisi,  pro- 
bo militare  e  letterato.  Portatosi 
a  Ravenna,  con  bravura  combattè 
contro  i  greci  che  volevano  conqui- 
starla, ed  ivi  morì  di  febbre  nel 
983.  Alla  sua  morte  in  Imola 
nacque  terribile  rivoluzione,  divi- 
dendosi il  popolo  in  due  partiti, 
uno  detto  degli  Accarisi,  l'altro 
dei  Volusi,  per  cui  le  pacifiche  fa- 
miglie si  ricoverarono  nella  rocca. 


IMO  67 

Divenula  la  città  teatro  dì  accani- 
ta guerra,  si  sparse  in  gran  copia 
sangue  civile,  molte  case  furono 
saccheggiate.  Lelio  Accarisi  preval- 
se dopo  orrenda  strage,  adunò  il 
senato  ed  assunse  il  governo  della 
repubblica  a'  16  novembre  :  pei" 
le  sue  estorsioni  venne  ucciso  e  si 
negò  al  cadavere  l'onor  della  tomba. 
Alberto  Cunio  con  unanimi  voti 
assunse  il  governo,  quando  i  bologne- 
si recarousi  ad  assediar  la  città  nel 
986,  ma  con  perdita  dovettero  ri- 
tirarsi. Morto  Alberto  gli  successe 
Roberto  Alidosi,  che  subito  appli- 
cossi  a  piomovere  i  vantaggi  della 
città  :  aumentò  il  pubblico  erario, 
ricuperò  i  paesi  ribelli,  decorò  il 
foro  colle  spoglie  prese  ai  vinti,  e 
in  mezzo  a  tanta  calma  e  benefi- 
cenze ebbe  luogo  altra  civile  sedi- 
zione. La  plebe  si  allontanò  dal 
senato,  e  scelse  l'indegno  Scipione 
Bulgarelli,  avido  di  comando,  iu 
suo  duce:  vane  riuscirono  le  trat- 
tative di  pace,  laonde  Roberto 
chiamati  in  aiuto  i  cispadani,  fu 
costretto  marciare  contro  Scipione, 
che  dopo  breve  combattimento  coi 
suoi  prese  la  fuga.  Decretò  il  se- 
nato perpetuo  esilio  a  Scipione,  e 
si  chiuse  con  pietra  quadrata  la 
porta  Montanara  da  cui  era  uscito. 
Attese  poscia  Roberto  ad  accresce- 
re i  borghi  della  città,  a  compiere 
l'abitazione  del  pretore,  a  ristorare 
i  sacri  edifizi ,  e  tra  1*  universa- 
le compianto  mori  nei  primi  anni 
del  secolo  XI.  Rimase  per  qualche 
tempo  la  repubblica  senza  principe, 
e  profittandone  i  ravennati,  faenti- 
ni e  forlivesi,  nel  ioo3  devastaro- 
no le  campagne  imolesi.  Fioriva 
allora  in  Imola  Corrado,  discenden- 
te dall'  alemanno  Selvaggio  sullo* 
dato,  che  ritiratosi  in  ameno  e 
forte  castello  denominato  Sassat^Uo, 


68 


IMO 


posto  sui  colli  Apennini^  e  di  cui 
era  signore,  die  origine  alla  cospi- 
cua famiglia  de'Sassatelli.  Prescelto 
dal  senato  a  capitano  delle  mili- 
zie, intrepidamente  affrontò  i  ne- 
mici, e  ne  fece  tale  strage,  massime 
de'  faentini,  che  del  sangue  fece 
correre  un  rio  detto  poi  sangui- 
nario. Domandarono  i  vinti  la  pa- 
ce, e  fu  accordata  coi  debiti  com- 
pensi; dei  ravennati  non  fu  fatta 
parola  in  senato.  La  peste  che  po- 
co dopo  desolò  V  Italia,  per  più 
anni  fece  altrettanto  in  Imola  , 
soccorsa  dal  generoso  Corrado  che 
fu  poscia  dal  consenso  e  riconoscen- 
za de'cittadini  salutato  padre  della 
patria,  e  chiamato  a  regolarne  i 
destini.  Ad  evitare  le  turbolenze 
avvenute  in  Italia  per  la  morte 
di  Ottone  HI,  indusse  Corrado  il 
senato,  ad  esempio  di  altre  popo- 
lazioni dell'esarcato,  a  riconoscere 
in  Enrico  II  il  re  d' Italia.  Poscia 
colle  proprie  facoltà,  e  con  oppor- 
tune misure  scampò  la  città  dalla 
carestia  che  affliggeva  le  altre.  Ab- 
bellì e  ristorò  gli  edifizi,  munì  di 
fosse  la  porta  Appi  a,  richiamò  i 
Bulgarelli  e  loro  aderenti,  aggre- 
gò all'imolese  giurisdizione  parecchie 
■ville  e  castella;  il  nobile  castello 
di  Monte  Catone  fu  ceduto  in  do- 
no ad  Imola,  la  quale  concesse  ai 
castellani  la  propria  cittadinanza, 
col  privilegio  che  due  loro  indi- 
vidui sarebbero  membri  del  senato. 
Tanto  fu  amara  la  perdita  del 
benemerito  Corrado,  che  molto  si 
faticò  per  dargliene  il  successore , 
e  molto  sangue  cittadino  si  sparse. 
Profittandone  i  bolognesi,  a  mezzo 
di  traditori  notte  tempo  s'intro- 
dussero in  Imola,  e  vi  commisero 
rapine  ed  incendii.  L'illustre  guer- 
riero Ugolino  Alidosi  che  trova  vasi, 
tra    i  cispadani^   com miserando   il 


IMO 

patrio  eccidio,  raccolse  prontamen- 
te buon  numero  di  soldati,  e  piom- 
bato sul  nemico   con  strage  lo  fu- 
gò. Esultanti  i    cittadini  per  l'insi- 
gne vittoria,  in  premio  di  loro  li- 
berazione dichiararono  Ugolino  ca- 
po della  repubblica.  Con  raro  esem- 
pio egli  modestamente  ricusò  il  po- 
tere, e  ritirossi  a  Cunio  ove  nell'eser- 
cizio delle  armi  e  delle  lettere  passò 
il  resto  di  sua  vita.  Nel   io32  Ric- 
ciardo suo   fratello  venne  obbligato 
ad  accettar  l' impero    della   patria. 
Ristorò  le  mura,  le  porle  e  il  pon- 
te Vatreno,  costruì  forte  rocca  nel 
luogo  ove    tuttora    si  vede,    e  di- 
spose che  sentinelle  vegliassero  sul- 
le mura  della  città  a  prevenire  ul- 
teriore sorpresa.  Divise  la  città  in 
quattro    centurie,  ordinò    in  deter- 
minati  giorni    la  convocazione   del 
senato    per    trattare   gli    affari ,   e 
volle  che    da    ogni    ordine    si   sce- 
gliessero i  cittadini   a   governar  la 
repubblica.  Gli  ebrei  che  abitavano 
i  sobborghi  invitarono  i   ravennati 
ad  occupar  la  città,  ma  furono  pu- 
niti i  traditori  colla  morte,  gli  al- 
tri   coir  esilio.    Grati   gì*  imolesi    a 
Ravenna  che  in  catene  aveagli  ri- 
messi gli  ebrei  deputati,  esternaro- 
no viva  riconoscenza,  e  strinsero  col- 
r  illustre  città  più  stretta  concordia. 
Dopo  una  serie  di  magnanime  ge- 
sta, Ricciardo  morì  verso  il    1046 
senza   lasciar    mezzi    pe'  suoi    fune- 
rali,   tutto   avendo   consumato    pel 
pubblico  vantaggio.  Però  il  suo  ca- 
davere fu  portato  dai  senatori  nel- 
la chiesa  di  s,  Lorenzo,  ed  a  spese 
pubbliche  gli  fu  data  onorevole  se- 
poltura. L'  eloquente  Fabrizio  Bion- 
do determinò  gli  elettori    a  confe- 
rire la  suprema  magistratura  della 
città  al  fratello  del  defunto,  Ranie- 
ro.    Questi    governò    per   ott'anui 
con    somma    equità   e   generosità, 


IMO 

Tenendo  pianta  la  sua  perdita.  Do- 
po i  tumulti  eccitati  dall'ambizioso 
Alberico  Spinelli ,  probi  cittadini 
fecero  affidar  il  governo  d*  Imola 
a  Gherardo  Nascimbeni^  che  si  re- 
se in  pili  modi  benemerente  della 
patria.  Alla  sua  morte  furono  in- 
ti'odotte  innovazioni  nella  forma 
del  governo  :  si  decretò  che  dal  ce- 
to de'  senatori  ogn'anno  quattro  se 
ne  scegliessero,  i  quali  riconoscen- 
do sempre  il  loro  capo  col  titolo 
di  conte,  dovessero  di  concerto  trat- 
tare i  pubblici  affari  j  si  crearono 
pure  due  magistrati  eletti  fra  la 
plebe,  ed  investiti  della  potestà 
tribunizia,  perchè  entrassero  nel 
senato  per  impedire  aggravi  al  po- 
polo. Questo  nuovo  illustre  magi- 
strato resse  felicemente  e  con  lode 
la  patria,  ignorandosi  chi  fosse  al- 
lora conte  d'Imola.  Nel  1062  i 
fiorentini  mossero  le  armi  contro 
gì'  imolesi ,  occuparono  vari  paesi 
della  montagna,  i  cui  abitatori  es- 
sendosi rifugiati  in  Sassatello,  que- 
sto pure  fu  stretto  d'  assedio.  I  se- 
natori elessero  duce  della  guerra 
Cassiano  Oraboni ,  il  quale  co*  ci- 
spadani e  faentini  pose  in  fuga  i 
fiorentini  dopo  grave  pugna .  Si 
distinse  Bonasera  comandante  della 
cavalleria,  e  gli  abitanti  di  Sassatel- 
lo dierono  prove  di  singoiar  co- 
raggio. Morirono  duemila  fioren- 
tini, e  trecento  ne  furono  fatti  prigio- 
nieri :  con  amichevoli  trattative  fu 
segnala  la  pace.  Tornò  Cassiano 
pieno  di  gloria  in  senato,  depose 
nell'erario  le  somme  acquistate, 
rinunziò  la  magistratura,  e  si  ri» 
tirò  in  Tossignano. 

Nel  io63  Uguccio  Sassatelli  ca- 
pitano degl'  imolesi  con  truppe  si 
portò  in  soccorso  de'  ravennati  in- 
festati dai  veneti,  e  ne  riportò  ono- 
revole   pace,  ed   operò   altrettanto 


IMO  % 

coi  fiorentini.  Macchinando  som- 
mosse Ramberto  Aliotti,  fu  impri- 
gionato da  Giuliano  Gigi,  indi  stra- 
scinato per  la  città  fu  gittato  il 
cadavere  nel  Vatreno,  e  la  sua  fa- 
miglia esiliata.  Dopo  il  1070  di- 
venne conte  d'Imola  Guidone,  e 
probabilmente  fu  quello  cui  scrisse 
gravi  incombenze  s.  Gregorio  VII 
per  reprimere  le  pretese  di  Gui- 
berto  arcivescovo  di  Ravenna.  Sci- 
pione Bonmercati  castigò  i  tossi- 
gnanesi  per  aver  incitato  i  fioren- 
tini a  danno  d' Imola  :  Fortebrac- 
cio  Farolfo  voleva  distrutto  Tossi- 
gnano, ma  l'eloquenza  di  Sinibal- 
do  Patarino  lo  salvò.  Anche  i  ci- 
spadani, sino  allora  fedeli,  spiegaro- 
no il  vessillo  della  rivolta,  fomen- 
tati da  Lorenzo  Graziano  e  Cari- 
sio Attendoli  :  Cottignola  e  Massa 
Lombarda  erano  il  centro  de' sol- 
levati repressi  verso  il  1078,  e  Ro- 
gerio  Cunio  fu  dichiarato  ribelle. 
11  di  lui  fratello  Angelo  in  ven- 
detta uccise  nel  foro  Pirondo  Car- 
mecosta,  uno  de'  quattro  senatori 
principali.  Insorta  la  guerra  civile, 
due  donne  dierono  prove  di  eroico 
coraggio,  allorché  la  militare  licen- 
za si  abbandonò  a  mille  eccessi. 
Livia  moglie  di  Priamo  Patarino, 
per  serbare  la  fedeltà  a  questo,  si 
uccise  alla  presenza  di  un  soldato 
che  la  minacciava;  la  moglie  di 
Lucano  Feroaldo  della  chiara  fa- 
miglia de'  Nasci  mbeni  tenendo  eoa 
una  mano  il  proprio  figlio,  chia- 
mò coir  altra  un  irruente  soldato, 
e  r  uccise  ;  circondata  la  casa  da 
molti  armati  per  saccheggiarla  , 
combattè  con  valore  sino  alla  par- 
tenza del  consorte,  poscia  si  die  la 
morte.  Sedati  i  tumulti  e  i  disor- 
dini, Imola  riacquistò  la  tranquilli- 
tà ;  si  ristorarono  gli  edifizi  ,  e 
riedificarono  le  atterrate  torri,  iD' 


70  IMO 

di  ricbiamaronsi  gli  esuli.  Nelle 
gravi  differenze  tra  s.  Gregorio 
FU  (redi),  ed  Enrico  IV  re  dei 
romani,  scismaticamente  fu  eletto 
antipapa  Clemente  Ili ,  Guìberlo 
di  Ravenna,  venendo  questi  e  ca- 
pare scomunicati.  Il  conte  Ugolino, 
figlio  di  Guidone  nominato,  con 
gli  imolesi  si  dichiarò  in  favore 
del  re  e  del  falso  Pontefice,  forse 
per  compiacere  il  vescovo  Moran- 
do, il  quale  premiò  la  popolazio- 
ne col  cedere  nel  1084  al  comu- 
ne ed  ai  cittadini  i  diritti  de'da- 
7Ì,  ed  uso  del  porto  di  Conselice. 
Ad  onta  dei  sinistri  avvenimenti  di 
Enrico  IV  e  dell'antipapa  gì* imo- 
lesi  restarono  attaccati  al  loro  par- 
tito,  ed  il  conte  Ugolino  nel  1097 
si  portò  in  Cesena  per  giurare  fe- 
deltà. Se  con  questo  contegno  I- 
mola  andò  immune  dalie  armi  di 
ambedue,  si  vide  occupato  il  suo 
agro  dai  bolognesi,  e  portar  l'in- 
cendio ne*  sobborghi  ,  e  disfatto  il 
loro  capitano  Scipione  Montanelli. 
A  riparar  le  perdite  il  senato  in- 
vocò il  soccorso  de'  faentini,  e  con 
allri  comandati  da  Lodovico  Alido- 
si  rafforzò  l'esercito.  Si  die  bat- 
taglia presso  il  ponte  del  Correc- 
chio,  e  fu  tanto  sanguinosa  che  vi 
vesto  ucciso  Scipione ,  e  fugate  le 
truppe.  I  senatori  portaronsi  alla  cat- 
tedrale per  eccitar  ne'  cittadini  l'a- 
mor patrio ,  per  cui  posero  subito 
in  piedi  forze  poderose,  e  le  affida- 
rono al  comando  di  Lodovico,  con- 
ducendo Antonio  Fanio  le  ausilia- 
ri. Riportarono  completa  vittoria 
con  orrida  strage  de'  bolognesi,  e 
fu  seguila  dalla  pace.  La  peste  af- 
flisse pure  Imola  nel  declinar  del 
secolo. 

Urbano  II  nel  logS  eccitò  i 
fedeli  alla  crociata  o  sia  sacra  guerra 
per  liberare  i   santi  luoghi  di  Pa- 


IMO 

lestina  dai  maomettani,  col  premio 
di  amplissima  indulgenza;  anche 
gl'imolesi  tratti  da  pio  entusiasmo 
presero  la  croce,  e  si  cuoprirono  di 
gloria:  i  Sassatelli  contano  vari 
individui  tra  i  crocesignati  ,  e  i 
Carradori  Vincenzo  Cesare  capitano 
di  cento  imolesi  mantenuti  a  pro- 
prie spese.  I  Carradori  presero  tal 
cognome  dopo  che  Scipione  amato 
da  Carlo  Magno  tolse  a'  nemici  un 
cocchio  d'oro,  e  perciò  a  lui  do- 
nato da  Carlo  che  inoltre  lo  fece 
generale.  Vuoisi  che  i  reduci  dal- 
la crociata  ripatriando  portassero 
reliquie  custodite  in  ricchi  reli- 
quiari, i  cui  lavori  poscia  imitati 
promossero  l'industria  de'  cittadini. 
Damiano  Raimondo,  bravo  militare, 
con  copioso  esercito  distrusse  quel- 
l'orda di  agricoltori  eh'  eransi  dati 
al  saccheggio  ed  alla  rapina,  incen- 
diando Toranello  da  loro  occupato. 
Verso  il  Ilio  sembra  che  Imola 
avesse  abbandonate  le  parti  di  En- 
rico V,  figlio  e  successore  di  En- 
rico IV,  dappoiché  calando  il  prin- 
cipe in  Italia  con  trentamila  uo- 
mini, fu  compresa  da  forti  timori, 
che  si  aumentarono  in  sentire  l'i- 
niquo attentato  commesso  contro 
Pasquale  II.  Tuttavolta  senza  far 
altro,  il  re  partì  d'Italia,  e  quando 
vi  ritornò  nel  1 1 1 6  nulla  patì,  per- 
chè cesare  perdonò  tutti  o  per  ne- 
cessità ,  o  per  accattivarsi  i  popoli. 
Frattanto  Zaccaria  Sulimano  tribu- 
no ordì  congiure,  sostenuto  dal  po- 
tente Ortensio  Fanio,  ma  ambedue 
vi  perderono  la  vita,  e  le  loro  case 
furono  atterrale.  Nel  1 1 24  i  faen- 
tini si  accinsero  ad  espugnar  Cu- 
nio,  antico  castello  di  Romagna  po- 
co lunge  da  Cotignola,  che  conte- 
neva nel  suo  distretto  Donigallia, 
Zagonara,  Barbiano,  Granarolo  ed 
altri  luoghi,  e  ch'era  regolato  da  un 


IMO 

conte  dal  quale  discendono  i  nobi- 
Jissimi  Belgioioso,  famiglia  che  ripete 
l'origine  dalla  romana  Vestri.  Fedi 
il  Galletti,  nell'opuscolo  Perizia  su 
dì  alcuni  istrurnenli  ec.  riguardan- 
ti la  nobilissima  famiglia  de'  conti 
di  Cunio  nella  diocesi  d'Imola,  nel 
lom.  XXVII  degli  opuscoli  di  Ca- 
Jogerà.  Accorsero  i  ravennati  in  di- 
fesa di  Cunio,  e  con  1'  aiuto  degli 
iraolesi  liberarono  il  castello  dal- 
l' assedio.  Nel  i  1 3o  cessarono  le 
■vecchie  inimicizie  fra  i  bolognesi 
ed  i  ravennati,  e  giuraronsi  vicen- 
devole assistenza  contro  gl'imolesi, 
i  quali  avevano  antiche  discordie 
col  castello  di  s.  Cassiano.  Well'an- 
no  ii3i  gli  alleati  marciarono 
a  danno  d'Imola  ,  la  quale  veden- 
dosi ridotta  agli  estremi,  nel  ii3i 
stesso  pattuì  co'faentini  1'  annuo  o- 
maggio  di  due  pallii  del  valore  di 
cento  soldi  per  cadauno  nella  festa 
dell'apostolo  s.  Pietro.  Nel  seguente 
anno  i  bolognesi  uniti  ai  ferraresi 
si  recarono  a  danneggiare  Imola, 
che  però  in  unione  de*faentini  ob- 
bligò gli  assedianti  a  ritirarsi,  loc- 
chè  diede  campo  agli  imolesi  di 
espugnare  il  nemico  castello  di  s. 
Cassiano  fautore  de'  nemici  ,  e  lo 
distrussero  dai  fondamenti.  Gli  at- 
tacchi rinnovati  nel  ii34  dai  bo- 
lognesi tornarono  a  loro  danno, 
venendo  inseguiti  sino  al  castello 
di  Serra  ,  il  quale  pure  andò  di- 
strutto; indi  le  rivali  popolazioni 
fecero  tregua,  ed  il  castello  di  s. 
Cassiano  fu  rifabbricato. 

L'interna  polizia  del  governo  de- 
stinò due  reggitori  de'cispadanì,  due 
governanti  dei  montanari,  e  creò 
gli  agronomi  per  regolare  i  sob- 
borghi, e  decidere  la  controversia 
de'  confini,  i  questori  in  custodi 
del  comunale  tesoro,  i  sitometri  a 
trattare  gl'interessi  annonari,  i  po- 


IMO  71 

lemarchl  a  sorvegliare  le  cose  di 
guerra  ^  i  legisti  a  presiedere  alle 
pubbliche  ragioni,  i  ceneconomi  ad 
impedire  il  pregiudizievole  eccesso 
del  lusso  donnesco,  e  i  neofitachi 
a  tutelare  i  luoghi  sacri.  Tutte 
queste  nuove  magistrature  doveva- 
no rendere  al  senato  rigoroso  con- 
to di  loro  amministrazione.  Tutto 
progrediva  prosperamente,  quando 
i  bolognesi  unitisi  ai  faentini  aspi- 
rarono al  dominio  della  contea  di 
Imola,  e  che  questa  venisse  gover- 
nata dalle  loro  due  comuni,  e  che 
alle  loro  cattedrali  gì'  iraolesi  do- 
vessero offrire  l' annuo  tributo  di 
due  pallii.  Allora  gl'imolesi^  di- 
spiacenti del  procedere  de' faentini, 
fecero  lega  coi  ravennati ,  e  coi 
conti  di  Bagnacavallo ,  di  Cunio  e 
di  Donigallia.  Le  parti  si  azzuffa- 
rono con  molte  perdite  ed  esito 
incerto ,  per  cui  ebbe  luogo  so- 
spensione d'  armi.  Indi  i  Filgirardi 
e  i  Guglielmi  principali  di  Sola- 
rolo  vennero  a  contesa  :  i  primi 
soccombettero,  e  furono  confiscati 
i  loro  beni ,  e  proscritti.  Questi 
nel  II 40  invocarono  la  protezione 
degl'  imolesi,  che  assistiti  dai  conti 
di  Cunio  li  ripristinarono  nelle  an- 
tiche proprietà  e  diritti,  ed  ebbero 
in  compenso  la  Selva  di  Bagnara 
da  s.  Paolo  fino  alla  palude  nel 
ii4i.  Acquistarono  ancora  gl'i- 
molesi il  castello  di  Trentola  per 
cessione  fatta  da  Guarino  e  suoi 
nipoti,  con  promessa  di  essere  sem- 
pre cittadini ,  e  di  serbare  fedeltà 
agi'  imolesi ,  che  in  tal  modo  au- 
mentarono in  forza.  A  troncar  le 
discordie  e  le  inimicizie  che  turba^- 
vano  la  città,  nel  1 147  furono  da- 
gl'  imolesi  demoliti  i  castelli  d'  I- 
mola  e  di  s.  Cassiano,  mentre  per 
garantirsi  dai  bolognesi  e  faentini 
invocarono  la  piotezionp  de'  raven- 


^4  IMO  IMO 

uali  cui  si  assoggettarono  per  quin-  le  città  lombarde.  Tultavolta  pare 
dici  anni.  In  fatti  non  tardarono  che  Imola  fosse  partigiana  di  Fé- 
ì  nominati  ad  assediare  Imola,  dcrico  I,  dappoiché  il  comune  dovette 
mentre  i  demoUti  castelli  vennero  cedergli  tutti  (jne' diritti  di  sovra- 
l'iedificati,  facendovi  ritorno  ca-  nità  chiamati  regalie,  che  prima 
strimolesi  e  sancassianesi.  Non  an-  godevano  i  vescovi ,  i  marchesi ,  o 
dò  guari  che  nel  ii5o  gl'imoiesi  conti  in  Italia.  Nel  iiSg  l' impe- 
orsero  e  distrussero  il  castello  di  ratore  onorò  Imola  di  sua  pre- 
Imola, e  commisero  eccessi  su  di-  senza,  e  ad  istanza  di  Pellegrino 
Tersi  abitanti  ;  egual  sorte  ebbe  il  Bulgari  reggitore  della  città,  Tarric- 
caslello  di  s.  Cassiano.  Il  vescovo  chi  di  privilegi  con  insigne  di  pio- 
Ridolfo  portò  acri  reclami  al  Papa  ma  riportato  dall'anonimo  imolese 
Eugenio  111,  che  fulminò  contro  i  a  p.  ii6.  Sebbene  nel  1168  gii 
distruttori  le  censure,  ed  impegnò  imolesi  fossero  stati  obbligati  a 
i  bolognesi  al  sollecito  risorgimento  giurare  di  sostenere  colle  armi  i 
(del  castello  di  s.  Cassiano.  Unitisi  sancassianesi,  i  castrimolesi  e  loro 
i  bolognesi  coi  faentini  volevano  a  castella ,  quando  Cristiano  arcive- 
tradimento  sorprendere  la  città,  ma  scovo  di  Magonza  e  legato  irnpe- 
furono  respinti;  indi  nel  ii52  riale  nel  1175  espugnò  il  castello 
riedificarono  il  castello  d*  Imola,  e  di  s.  Cassiano,  a  preghiera  del  co- 
volendo  assediarlo  gì'  imolesi  non  mune  d'Imola  decretò  la  distruzio- 
solo  furono  battuti  dai  bolognesi,  ne  del  medesimo  cjastello  di  s.  Cas- 
ina dovettero  ad  essi  soggettarsi  _,  siano  e  1'  obbligo  agli  abitanti  di 
atterrare  le  fortificazioni  e  mu-  prendere  domicilio  in  Imola  stessa. 
ra  della  città,  e  si  dovettero  ob-  Questo  decreto  fu  confermato  a' 22 
bligare  ai  pesi  pubblici,  al  mi-  febbraio  1177  da  Federico  I  nien- 
litare  servigio,  all'omaggio  di  due  tr'era  nel  castello  di  Mordano, 
pallii,  ed  a  restituire  il  tolto  ai  Quando  in  Anagni  tra  i  legati  im - 
castrimolesi  e  sancassianesi.  Tali  periali  ed  Alessandro  III  si  stabili - 
duri  patti  furono  violati,  onde  rin-  rono  i  luoghi  per  conchiudere  i 
novossi  la  guerra,  ed  i  bolognesi  capitoli  per  la  pace,  venne  destinato 
uniti  ai  faentini ,  tossignanesi  ed  che  il  Papa  si  recasse  a  Bologna, 
altri  riportarono  compiuta  vittoria  e  l'imperatore  ad  Imola  siccome  ade- 
sopra  Imola,  che  ai  18  luglio  rente  a  lui,  non  avendo  il  comune 
II 53  segnò  la  pace  dettata  dai  fatto  parte  della  lega  lombarda,  né 
vincitori.  mandato  deputati  alla  famosa  pace 
Divenuto  imperatore  Federico  I,  di  Gostanza.  I  bolognesi  nel  1178 
che  usciva  dal  sangue  dei  Ghibel-  domandarono  agli  imolesi  la  ri- 
lingi  e  de' Guelfi,  ond' ebbero  ori-  costruzione  del  castello  di  san 
gine  le  tremende  fazioni  de'  Guel-  Cassiano  ;  ed  a  tale  effetto  uniti 
fi  e  Ghibellini  (Vedi)  che  furono  ai  faentini,  indi  anco  ai  modenesi, 
cagione  di  una  lunga  serie  di  tra-  riaccesero  la  guerra.  Imola  oppose 
vagliose  vicende  come  nell'  intiera  valida  resistenza  ad  onta  che  Lo- 
Italia  cosi  ad  Imola,  il  nuovo  ce-  tarlo  conte  di  Castel  dell*  Arbore 
sare  volle  signoreggiare  T  Italia,  ed  nel  1180  si  unisse  a' suoi  nemici, 
ebbe  ad  ostacoli  il  Pontefice  Ales-  come  fecero  Malvicino  conte  di 
Jiandro  III,  e  la  terribile  lega  del-  Bagaaca vallo,   Tossignano  e  Dozza, 


IMO 

Dopo  lunga  alleinativa  di  vittorie 
e  di  perdite^  Imola  sopraffatta  dal- 
l'eccedente numero  de'nemici  fu  co- 
stretta ad  implorar  pace,  e  conve- 
nire a'3i  luglio  1181  a  gravi  con- 
dizioni_,  le  principali  essendo:  la  ces- 
sione del  contado  imolese  e  del 
castello  di  s.  Cassiano  ;  l'atterra- 
mento di  una  porzione  della  città; 
che  le  porte  di  Spuviglia  si  tras- 
portassero a  Faenza,  e  quelle  di 
s.  Egidio  a  Bologna  ;  che  offrissero 
gl'imolesi  due  pallii  alle  cattedrali 
de'  due  comuni  ;  che  ad  ogni  in- 
chiesta di  essi  pigliassero  le  armi; 
che  giurassero  gli  statuti  delle  città 
lombarde,  e  che  dassero  ostaggi  e 
compensi.  Surse  di  nuovo  il  ca- 
stello di  s.  Cassiano,  gl'imolesi  do- 
vettero con  armi  unirsi  ai  faentini, 
e  mandare  il  loro  rettore  ai  par- 
lamenti di  Piacenza  e  di  Costanza 
per  stabilir  la  concordia  tra  l' im- 
peratore e  la  lega  lombarda,  ciò 
che  non  si  effettuò  ripugnando  gli 
imolesi  all'  invito  del  rettore.  Es- 
sendo nel  1  i85  Federico  I  in 
Bologna,  forti  di  sua  prolezione 
cominciarono  gì'  imolesi  a  scuo- 
tere il  giogo  ,  e  maggiormente 
quando  il  figlio  Enrico  VI  fu  co- 
ronato re  d'  Italia.  E  in  fatti  alla 
di  lui  presenza  in  Ravenna  i  signo- 
ri di  Bagnacavallo ,  Cunio,  Doni- 
gallia,  s.  Cassiano,  e  Castel  del- 
l'Arbore promisero  d'essere  citta- 
dini d'Imola,  di  aiutarla  in  pace 
ed  in  guerra,  e  di  abitarvi  due  me- 
si dell'anno  :  nel  1187  A grioge  de- 
legato del  nuovo  re  e  conte  di  Ro- 
magna, a  favore  d' Imola  decretò 
che  ritornassero  a  dimorarvi  gli  uo- 
hiini  di  BerguUo,  e  ad  essere  sot- 
tomessi al  comune.  Finalmente  nel- 
y  anno  medesimo  la  quasi  totale 
distruzione  del  castello  di  s.  Cas- 
siano, e  la  emigrazione  de'  suoi  a- 


IMO  73 

bitanti  passati  in  Imola,  pose  fine 
a  tante  guerre  ed  uni  gli  animi. 
Era  importante  il  castello  pe'suoi 
santuari  e  per  l'episcopio  ivi  eretto. 
Aspirando  a  signoreggiar  la  pa- 
tria R.oberto  Ugolini,  fu  ucciso  nel 
foro  da  Lodovico  II  Alidosi ,  che 
poi  si  distinse  in  difesa  della  re- 
pubblica veneta.  Alessandro  Min- 
garelli  tentò  di  vendicare  Roberto 
con  dar  la  morte  ad  Antonio  fra- 
tello dell'uccisore.  In  sua  difesa  ac- 
corse la  moglie  Camilla  Norbani 
che  con  virile  coraggio  stese  al 
suolo  Alessandro.  Dipoi  perderono 
la  vita  nel  iigS  Anselmo  Erige- 
rlo, e  poscia  Guidone  Lanzafame, 
rei  di  attentato  alla  patria  libertà. 
Verso  questo  tempo  la  carestia  ra- 
pi ad  Imola  duemila  cittadini.  I 
bolognesi  incendiarono  diversi  ca- 
stelli, e  gli  resero  la  pariglia  gl'i- 
molesi ,  i  quali  uniti  ai  fiorentini 
combatterono  i  pisani,  ma  essendo 
nel  suo  ritorno  ad  Imola  morto  il 
duce  dell'  esercito  il  prode  Catta- 
brige,  con  solennissiraa  pompa  fu- 
nebre fu  portato  il  cadavere  in  cat- 
tedrale. 1  tossignanesi  provocarono 
la  distruzione  del  loro  castello,  on- 
de gli  abitanti  cacciati  alle  sponde 
del  Santerno  edificarono  il  borgo 
di  Tossignano.  Nel  1201  i  faenti- 
ni uniti  ai  bolognesi  e  con  un  for- 
te presidio  d' imolesi  riportarono 
vittoria  sui  forlivesi ,  e  ne  mano- 
misero il  distretto.  R.ecandosi  nel 
1209  Ottone  IV  in  Roma  a  rice- 
vervi la  corona  imperiale  da  Inno- 
cenzo III,  si  fece  precedere  dal  suo 
legato  Wolfchero  patriarca  d'Aqui- 
leia.  Giunto  questi  in  Bologna  in- 
timò al  podestà  Ziliolo  la  dimis- 
sione del  contado  imolese,  ed  il  po- 
destà consegnò  una  verga  al  lega- 
to, segno  di  rinunzia  del  dominio; 
indi  il  legato   assistè  Imola  contro 


74  JMO 

icastrimolesi,  non  essendo  ▼ei*o  che 
:ii  bolognesi  e  faentini  fosse  dalo 
in  custodia  il  castello  d' Imola.  Re- 
duce r  imperatore  da  Roma  nel 
1 20C),  si  trattenne  alcuni  giorni  in 
Imola,  ed  elesse  in  podestà  il  ve- 
scovo Mainardino,  il  quale  s' inte- 
ressò perchè  gli  abitanti  di  detto 
castello  obbedissero  ad  Imola ,  e 
trovandoli  ripugnanti  invocò  il  soc- 
corso di  Rodolfo  conte  di  Roma- 
gna ;  laonde  a'  9  dicembre  fu  fat- 
ta la  pace  tra  gì'  imolesi  e  quei 
del  castello.  Indi  avendo  Rodolfo 
commesso  agi' imolesi  l'atterramen- 
to del  disobbediente  castello,  i  ca- 
strimolesi  a  prevenir  sciagure  si 
presentarono  al  consiglio  per  udir- 
ne i  precelti,  ed  agli  i  i  gennaio 
l^iofu  decretato  ch'essi,  distrutto 
il  loro  castello,  sarebbero  ricevuti 
in  Imola,  provveduti  di  alìitazioni, 
riconosciuti  cittadini,  e  concessa  la 
quinta  parte  agli  uffizi  di  onore  e 
di  utilità.  Ma  i  castri molesi  come 
furono  solleciti  d'assicurarsi  gli  otte- 
nuti vantaggi,  temporeggiavano  in 
demolire  il  castello,  profittando  del- 
la vicinanza  di  Ottone  IV  che  a'3o 
marzo  trovavasi  in  Imola.  Quindi 
giovandosi  delle  differenze  insorte 
Ira  cesare  ed  il  Pontefice,  e  passando 
alle  minacce  ed  ostilità,  i  castri  mo- 
lesi ricorsero  alle  comuni  di  Bolo- 
gna e  Faenza  che  ne  presero  la 
difesa  e  presidiarono  il  castello  per 
impedir  l'emigrazione  e  il  suo  di- 
roccamento. Imola  spedì  ambascia- 
lori  ad  Ottone  IV,  che  a'  12  set- 
tembre 12  IO  avea  confermato  a- 
gl'  imolesi  le  antiche  giurisdizioni , 
e  promesso  prolezione  ;  con  altro 
diploma  dato  in  Lodi  a'  24  gen- 
naio 1212  promise  che  non  avreb- 
be mai  dato  o  in  tutto  o  in  parte 
il  contado  o  diocesi  d' Imola  ne  ai 
bolognesi,  né  ai  faentini,  uè  ad  aU 


IMO 
tri,  ed  annullò  qualunque    conces- 
sione che  in  favore  dei  medesimi  si 
fosse  fatta. 

Ridotto  a  mal  partito  Ottone  IV 
dal  suo  emulo  Federico  II,  liberali 
i  bolognesi  e  faentini  d'ogni  limo- 
re,  erano  sulle  sponde  del  Santer- 
no  per  incominciar  la  guerra,  quan- 
do Gigliolo  da  Sesso  pretore  d'  I- 
mola,  e  Ugolino  Albertinelli  preto- 
re de'  castri  molesi  presentaronsi  al 
campo  per  procedere  a  trattative 
di  pace  ch'ebbero  effetto  a'  27  mar- 
zo 12 13.  Nel  medesimo  anno  fu 
accordata  cittadinanza  a  sessantatre 
famiglie  del  castello  di  Gallisterna, 
e  casamenti  presso  la  porta  Spu vi- 
glia, coll'obbligo  di  erigervi  edifizi 
onde  abitarvi  sei  mesi  dell'  anno. 
Morto  nel  1218  Ottone  IV,  la  cit- 
tà si  occupò  d'ottenere  la  prote- 
zione di  Federico  II,  il  quale  nel 
febbraio  12 19  rilasciò  in  Spira  un 
diploma  con  cui  confermò  ad  Imo- 
la il  privilegio  imperiale  accordato 
dal  suo  avo  Federico  I,  restituì  per 
intero  lo  stato  d'Imola  alla  forma 
delle  altre  città  con  tutto  il  con- 
tado, assolvè  il  comune  da  ogni 
soggezione  di  altre  città  e  persone, 
e  dichiarò  che  il  contado  e  diocesi 
d' Imola  non  si  dasse  ne  tutto  né 
in  parte  ai  bolognesi  e  faentini,  o 
ad  altra  persona,  annullando  qua- 
lunque contraria  concessione.  Ad 
onta  di  ciò,  e  sebbene  i  vicari  impe- 
riali invitassero  Bologna  a  rispettare 
Imola,  i  bolognesi  ripugnarono  ac- 
consentire, onde  posero  la  città  al 
bando  dell'  impero.  Indi  i  bologne- 
si, i  faentini,  i  cesenati,  i  pompi- 
liesi  con  imponente  esercito  venne- 
ro alle  porte  d' Imola,  che  dovette 
assoggettarsi.  Poscia  reclamò  ad  U- 
golino  da  Parma  conte  di  Roma- 
gna, che  a'  7  gennaio  1220  inti- 
mò ai  faentini  di  restituire  il  eoa? 


IMO 

lado  d'Imola  e  gli  ostaggi  ;  ma  ri- 
sposero che  occorreva  il  consenso 
de'  bolognesi.  Allora  Corrado  ve- 
scovo dì  Metz  e  Spira  legato  im- 
periale intimò  ai  bolognesi  di  di- 
mettere senza  ritardo  il  castello  e 
contado  d'iaiola,  ed  ebbe  effetto, 
per  cui  abrogò  il  bando  di  pro- 
scrizione emanato  contro  Bologna, 
condonò  l'ammenda,  e  richiese  che 
si  dassero  compensi  agl'imoiesi  dan- 
neggiati, tutto  approvando  cesare. 
Giunto  questi  in  castel  s.  Pietro  ai 
22  novembre,  i  faentini  sborsaro- 
no millecinquecento  marche  d'  ar- 
gento domandate  dagl'imolesi  ,  e 
furono  dal  cancelliere  assolti ,  con 
grand'esultanza  d'Imola ,  che  vide 
il  castello  di  Fontana  a  lei  sogget- 
tarsi. Il  vescovo  Mainardino,  che 
ancora  sosteneva  la  prefettura,  riu- 
scì a  persuadere  i  castri molesi  di 
abbandonare  alla  rovina  il  proprio 
castello,  e  venire  in  Imola  ad  a- 
bitarvi,  lo  che  ebbe  effetto  a'  io 
luglio  I22I,  ed  il  casleNo  andò  di- 
strutto. Di  ciò  arse  di  rabbia  Got- 
tifredo  conte  di  Romagna,  ed  or- 
dinò ai  bolognesi  e  faentini  di  pren- 
der l'armi  contro  Imola,  esigendo 
la  ricostruzione  del  castello  ed  il 
ritorno  degli  abitanti,  ed  a  loro  ne 
affidò  la  custodia.  Di  mala  voglia 
i  primi  obbedirono,  e  respinti  da- 
gli imolesi  occuparono  Doccia,  Ca- 
sola  ed  altri  luoghi  del  territorio, 
indi  assediarono  la  città  col  cairoc- 
cio.  Ad  onta  che  l'arcivescovo  di 
Magdeburgo  legato  imperiale  fa- 
cesse intimare  di  levar  l'  assedio  , 
dichiarando  ribelli  Bologna  e  Faen- 
za, gì'  imolesi  furono  costretti  a  do- 
mandar pace  con  umilianti  patti , 
che  l'anonimo  imolese  descrive  a 
pag.  i5i.  Federico  II  sdegnossi  al- 
l'udire l'accaduto,  si  accese  d'ira 
cottlro  Bologna,  la  quale  si  um  alla 


IMO  75 

lega  delle  città  lombarde.  L'impe- 
ratore recossi  in  Imola,  ove  a'  12 
luglio  1226  con  diploma  dichiarò 
ribelli  dell'impero  dette  città;  e 
tanto  si  trattenne  in  Imola  Fede- 
rico li,  che  si  potè  cingere  la  cit- 
tà di  fosse  e  bastioni.  Passato  ce- 
sare in  Messina  nel  1227  coman- 
dò a'  signori  e  comuni  di  Roma- 
gna di  prestar  aiuto  agi'  imolesi , 
per  ridurre  la  città  al  primiero  suo 
stalo,  e  si  vide  libera  da  ostilità. 

Frattanto  Celio  Pirondi,  Cassia- 
no  Oraboni,  Giulio  Mingarelli,  Re- 
migio Bencivenni,  e  Marcello  Fer- 
raldi,  valorosissimi,  abbandonata  la 
patria,  seguirono  Giovanni  di  Bren- 
na re  di  Gerusalemme  e  suocero 
di  cesare,  che  a  favore  del  Ponte- 
fice Gregorio  IX  contro  Federico 
II  stesso  combatteva.  A  cagione  di 
Giulio  Frigeiio  che  tentò  usurpar 
il  dominio  d'Imola,  si  coaimisero 
nel  1228  molte  stragi.  I  bolognesi 
e  faentini  mossero  nuova  guerra 
agl'imoiesi,  e  nel  1284  la  rinno- 
varono senza  particolari  conseguen- 
ze. Nel  1235  ottenne  la  città  l'in- 
vestitura di  tutta  la  Massa  di  s. 
Paolo  o  Massa  Lombarda;  mentre 
Federico  11  meritò  colle  sue  ini- 
quità che  Gregorio  IX  Io  scomu- 
nicasse, ed  intimasse  una  crociata 
contro  di  lui,  nel  1240  fu  posto 
l'assedio  a  Ferrara  che  parteggia- 
va per  cesare,  ed  Imola  vi  man- 
dò molta  truppa  comandata  da  Fa- 
bio Mingarelli,  che  si  fece  grande 
onore.  Imola  fu  costretta  ad  unirsi 
alle  milizie  pontificie,  dappoiché  era 
di  parte  imperiale,  e  in  fatto  Fe- 
derico li  non  solo  se  ne  offese,  ma 
nel  12^1  da  Grosseto  emanò  a 
suo  favore  un  diploma,  riportato 
dall'anonimo  imolese  a  pag.  i^)j. 
Scomunicato  e  deposto  Federico 
U  dal  concilio  generale  di  Lione  I 


76  IMO 

convocalo  da  Innocenzo  IV,  dipoi 
c|ueslo  Pontefice  nel  124B  spedì  a 
Bologna  il  cardinal  Ubaldini  lega- 
to con  imponente  esercito  per  ri- 
«lune  la  Romagna  sotto  la  legitti- 
ma sovranità  della  Sede  aposlplica. 
Dopo  aver  preso  Dozza,  Piagnano, 
Casal  Fiumanese  e  Sassatello,  Imo- 
la venne  per  necessità  a  conven- 
zioni amichevoli  con  fr.  Giacomo 
Boncambio  vescovo  di  Bologna.  Sta- 
biliti gli  articoli  nel  campo  schie- 
rato presso  la  città,  a'  6  maggio 
giurò  il  comune  di  abbandonare  la 
parte  imperiale,  e  di  unirsi  alla 
Chiesa  romana  sua  antica  signora, 
e  promise  amore  e  società  al  co- 
mune di  Bologna,  altrettanto  que- 
sta giurando  ad  Imola,  finché  fosse 
rimasta  fedele  al  Papa.  Conseguen- 
za della  fortunata  composizione  si 
ili  il  generoso  soccorso  dato  nei 
1 249  dagl'imolesi  ai  bolognesi,  quan- 
do mossero  le  armi  contro  il  re 
Eitzo  naturale  di  Federico  II,  es- 
sendo capo  delle  genti  della  mon- 
tagna Antonio  Lolli,  e  duce  di  quel- 
le della  città  e  della  cispadana  co- 
me dei  faentini  Sulpicio  Brocchi. 
Per  opera  principalmente  de'  roma- 
gnoli fu  completamente  sconfìtto 
a'  26  maggio  presso  Modena  l'e- 
sercito imperiale,  ed  Enzo  prigio- 
niero fu  portato  a  Bologna,  ove 
visse  in  prigione  ventidue  anni ,  e 
vi  mori.  Le  feroci  e  funeste  fazio- 
ni de'  guelfi  e  ghibellini  sotto  Fe- 
derico li  presero  maggior  forza,  e 
per  loro  mezzo  la  face  della  discor- 
dia afflisse  l'Italia  pel  furore  acca- 
nito de'  partiti  che  divise  città  e 
famiglie,  guelfo  dicendosi  chi  era 
dìvoto  al  Papa,  ghibellino  chi  par- 
teggiava per  l'imperatore.  Imola  ne 
provò  gli  effetti  sino  dall'  incomin- 
ciare del  1211  nelle  due  potenti 
famiglie  dei  Bricci  e  dei   Meadolì, 


IMO 

clic  ognuna  formossi  numeroso  se- 
guito. Nell'epoca  medesima,  per  la 
giurata  pace,  e  per  essere  gì' imo- 
lesi  ritornati  alla  piena  obbedien- 
za e  sudditanza  del  Pontefice,  la 
città  fu  prosciolta  dall'interdetto, 
in  cui  erano  comprese  tutte  le  città 
e  luoghi  seguaci  di  Federico  II , 
che  mori  a'  i3  dicembre    i25o. 

Innocenzo  IV  da  Lione  restituen- 
dosi in  Roma  nel  i25i,  da  Bolo- 
gna nell'ottobre  giunse  ad  Imola, 
e  come  per  tutto  vi  fu  ricevuto 
con  pubbliche  feste  e  con  grande 
magnificenza,  quali  si  convenivano 
ad  uno  de*  più  gran  Pontefici  che 
degnamente  con  zelo,  profonda  dot- 
Irina  e  prudenza  governarono  la 
Chiesa  di  Dio.  Intanto  per  evitare 
le  crudeltà  di  Eccelino  III  da  Ro- 
mano, già  capitano  di  Federico  li, 
chiamato  nemico  del  genere  uma- 
no, molte  famiglie  di  Marmirolo, 
luogo  del  Mantovano,  si  recarono 
ad  Imola  per  sicurezza  e  ricovero, 
venendo  investite  di  alcune  terre 
della  Massa  di  s.  Paolo,  colla  con- 
dizione di  certi  annui  pesi,  e  quella 
di  abitare  unitamente  in  un  castel- 
lo con  fortezza  e  tempio  che  vi 
avrebbe  fabbricato  il  comune:  que- 
sta è  la  vera  origine  di  Massa  Lom* 
barda,  di  cui  parlammo  al  voi. 
XXIV,  pag.  4B  del  Dizionario.  In- 
di fu  fatto  uno  statuto  pel  quale 
ninno  poteva  recarsi  in  Imola  per 
offendere,  sotto  pene  severe,  men- 
tre i  partiti  de'guelfi  e  ghibellini 
divenivano  più  animosi.  Mario  Fa- 
nio  potente  ghibellino  tutto  pose 
in  ordine  per  cacciare  da  Imola  i 
guelfi,  quando  Uguccione  Sassatelli, 
siccome  d'una  famiglia  che  in  Ro- 
magna fu  fautrice  de'  gnelfì,  usci 
in  battaglia  contro  Fanio  ;  ma  il 
senato  li  pacificò  per  non  ispargere 
sangue  civico.  ^ Veliero  pure   sopir- 


IMO 

le  certe  differenze  die  incomincia- 
vano coi  bolognesi  die  volevano 
imporre  un  tributo,  ed  esigevano 
la  riedificazione  di  Monte  Catone 
che  sino  dal  ioo3  formava  parte 
della  signoria  de'Sassatelli.  In  die- 
ci mesi  nel  territorio  morirono  di 
fìinie  e  di  peste  cinquemila  abi- 
tanti, per  cui  gì'  imolesi  per  si  gra- 
vi flagelli  implorarono  sbigottiti  il 
divino  aiuto  con  penitenze,  proces- 
sioni e  discipline  a  sangue,  gridan- 
dosi misericordia  e  pace.  Nel  1262 
fu  stabilito  che  il  podestà  di  Bolo- 
gna lo  fosse  pure  d'Imola  ove  ter- 
rebbe un  vicario,  per  meglio  strin- 
gere le  relazioni  tra  i  due  popoli. 
Le  fazioni  guelfe  de'  Geremei  e 
de'  ghibellini  Lambertazzi  di  Bolo- 
gna dierono  ivi  luogo  ad  uccisio- 
ni, confische  ed  esilii  ;  i  Lamber- 
tazzi che  cercavano  per  tutto  ade- 
renze, indussero  Pietro  della  po- 
tente famiglia  Alidosi,  cognominato 
Pagano  da  Susinana,  ad  insorgere; 
egli  pertanto  dopo  aver  cacciato 
da  Imola  tutti  gli  amici  de' Gere- 
mei e  Giacomino  Prendiparte  che 
n'era  il  vicario,  si  fece  signore  del- 
la città.  Subito  i  bolognesi  con 
grosso  esercito  ed  il  carroccio  si 
presentarono  ad  Imola,  prontamen- 
te abbandonata  dall'Alidosi,  ed  ispia- 
narono  le  fosse  ed  i  serragli;  indi 
pacificarono  i  Bricci  coi  Mendoli, 
e  per  un  biennio  vollero  tra  loro 
nominare  i  podestà.  Nacquero  po- 
scia gravi  contese  tra  i  senatori,  e 
si  venne  alle  armi  :  Tossignano  fu 
preso  da  Percolino  guelfo,  ed  Osto- 
lico  Bonvillano  ghibellino  fu  co- 
stretto ad  implorar  clemenza.  Al- 
l'elezione di  Rodolfo  I  d' Absbur- 
go  in  re  de'  romani,  avvenuta  per 
opera  del  Papa  Gregorio  X,  essen- 
do estinta  la  casa  di  Svevia  con 
Corradino    nipote    di   Federico  lì, 


IMO  77 

sembrò  diminuirsi  il  livore  dille 
fazioni  ghibelline  e  guelfe.  Rodol- 
fo I  confermò  i  privilegi  e  con- 
cessioni de' predecessori,  riconoscen- 
do insieme  l'antica  sovranità  della 
santa  Sede  sulla  Romagna  ed  esar- 
calo di  Ravenna. 

Per  le  rinnovate  sedizioni  civili 
di  Bologna  si  sottrasse  Imola  dal- 
la dipendenza,  ma  i  bolognesi  pas- 
sarono ad  occuparla  cacciandone  i 
ghibellini:  questi  unitisi  a  quelli 
di  Faenza  ed  altri  luoghi  sotto  il 
comando  del  famoso  guerriero  ghi- 
bellino Guido  da  MontefeltrOj  pres- 
so il  ponte  di  s.  Procolo  a'i3 
giugno  1275  distrussero  l'esercito 
bolognese,  ed  i  guelfi  fuggitivi  si 
rifugiarono  in  Imola  e  Bologna. 
Ridolfo  cancelliere  di  cesare  volle 
dai  magistrati  del  comune  il  giu- 
ramento di  fedeltà  all'  imperatore, 
a  cagione  che  questi  nel  conferma- 
re i  privilegi  alla  Chiesa  romana 
avea  protestato  di  farlo  senza  pre- 
giudizio dell'  impero.  Ma  divenuto 
Pontefice  Nicolò  III  ottenne  che 
Rodolfo  I  definitivamente  gli  ce- 
desse la  R.omagna  ossia  l'esarcato  di 
Ravenna  nel  1278,  vale  a  dire  che 
cessasse  di  esercitarvi  qualunque 
autorità,  lesiva  agli  antichissimi  di- 
ritti della  sovranità  delia  Sede  a- 
postolica.  Dimorando  il  Papa  in 
Viterbo  ordinò  a  tutte  le  città  di 
Romagna  che  gli  spedissero  i  loro 
agenti  con  ampli  poteri,  ed  Imola 
mandò  Antonio  Bricci  e  Fabio 
Carisio.  Risoluta  Imola  di  ricupe- 
rare i  luoghi  stralciati  dalla  sua 
giurisdizione,  per  mantenerli  ad 
onore  della  romana  Chiesa  e  del 
Pontefice,  perciò  nel  1279  il 
sindaco  protestò  in  ForPi  davanti 
al  conte  della  Pvomagna,  che  le 
terre  di  Seleustra^  Casola,  Tren- 
tola,  Acquaviva  e  Cantalupo  Sdì- 


fi  IMO 

ce  appartenevano  alla  piena  giu- 
risdizione del  comune  d'Imola,  cui 
dovevano  essere  soggette  per  virlù 
di  possesso  immemorabile,  offren- 
dosi difendere  le  delle  terre  e  ra- 
gioni del  comune,  invocando  l'an- 
nullamento  delle  novità  fatte  in  pre- 
giudizio d'Imola.  Nicolò  III  a  ricon- 
durre la  pace  ed  unione  in  Roma- 
gna, destinò  legato  il  nipote  cardi- 
nal Latino,  e  Bertoldo  Orsini,  altro 
nipote  o  fratello,  col  titolo  di  con- 
te di  Romagna,  i  quali  furono  ri- 
cevuti in  Imola  con  festose  acco- 
glienze, e  pacificarono  i  guelfi  coi 
gliil>€llini ,  in  un  ai  Geremei  e 
Lambertazzi.  Non  tardò  Bertoldo 
ad  abusare  in  potere,  approprian- 
dosi diritti  a  pregiudizio  de'comu- 
ni,  quando  morto  Nicolò  III  gli 
successe  Martino  IV  che  spiegò 
un  carattere  distruttore  del  ghi- 
bellinismo. Creò  conte  di  Romagna 
Giovanni  d'Appia  che  principal- 
mente prese  di  mira  i  forlivesi,  ed 
Imola  dovette  somministrare  uo- 
mini e  denaro.  Nel  1297  fu  per 
la  prima  Tolta  nominato  un  di- 
fensore del  comune  e  del  popolo, 
nella  persona  di  Litto  A  li  dosi.  Nel- 
la sede  vacante  di  Onorio  IV  il 
sacro  collegio  de' cardinali  spedi  in 
Romagna  Pietro  col  carattere  di 
legato,  che  in  Imola  convocò  un 
parlamento  di  tutte  le  città  di 
Romagna,  per  imporre  un  contri- 
buto di  26  denari  in  mantenimen- 
to dei  soldati  pontificii.  Come  in 
tutta  la  Romagna  così  in  Imola 
di  frequente  ebbero  luogo  zuffe  e 
gravi  fatti  tra  i  guelfi  e  ghibelli- 
ni, che  lungo  sarebbe  il  narrare, 
parlandosi  delle  cose  principali, 
come  dei  legati,  conti  o  rettori  di 
Romagna  agli  articoli  Faenza  , 
Forlì  e  Ravenna.  Nicolò  IV  no- 
minò conte  di  Romagna  Udebraa- 


IMO 

dino  da  Romena  vescovo  di  A- 
rezzo ,  che  f^u  in  Imola  ;  pubblicò 
nuove  leggi  ed  impose  alla  provin- 
cia l'annua  contribuzione  di  ven- 
timila fiorini  pel  mantenimento 
delle  milizie.  Nel  1292  Alidosio 
sorprese  la  città,  e  si  fece  salutare 
principe  della  repubblica  imolesc. 
Il  conte  Ildebrandino  pronunciò  la 
sentenza  di  scomunica  e  l'inter- 
detto contro  gl'imolesi;  ma  Alido- 
sio disprezzando  le  censure  eccle- 
siastiche, volle  il  giuramento  di 
fedeltà  da  tutti  i  comuni  che  pri- 
ma erano  soggetti  al  senato  imo- 
lese,  cioè  Orsara,  Sassatello,  Casal 
Fiumanese,  Belvedere,  Piancaldoli, 
Fiangoni,  Monte  Morosino,  Monte 
Catone,  Linaro,  Torranello,  Pedia- 
no,  Mezzocolle,Mazzolano,  Aguzzano, 
Biancanigo,  Doccia,  Limadiccio,  La- 
derchio,  Anconata,  Trecento,  Ca- 
stelnovo,  Casanola,  Gesso,  Serra, 
Mordano,  Fabbrica,Casalecchio,  Col- 
lina, Stifonte,  Casola,  Stignano,  Ve- 
dreto,  Guercinorio,  Sassiglione,  Mu- 
rata. Se  non  che  il  conte  di  Romagna 
vieppiù  irritato  da  simile  procedere, 
ricorse  ai  bolognesi  promettendogli 
il  dominio  d'Imola ,  subordinato 
per  altro  alla  Chiesa,  purché  la 
ricuperassero.  La  custodia  d'Imola 
affidata  ai  bolognesi,  a' io  luglio 
1294  fu  rivocata,  riducendosi  la 
città  a  disposizione  della  Chiesa 
romana,  e  suoi  conti  di  Romagna. 
Roberto  di  Cornay  nominalo 
conte  da  s.  Celestino  V,  intimò  in 
Imola  una  generale  adunanza  de- 
gli ambasciatori  delle  città ,  per 
l'accettazione  delle  leggi.  Termi- 
nato il  provinciale  consiglio  attese 
il  conte  a  tranquillare  gi'  imolesi, 
richiamò  gli  esuli,  ed  assolvette  da 
qualunque  pena  chi  l'avea  merita- 
ta. Anche  il  successore  di  Roberto, 
spedito    da    Bonifacio    VIU    nella 


IMO 

persona  di  Pietro  arcivescovo  di 
Monreale,  convocò  nel  giugno  i  ■29'> 
un  consiglio  generale  di  Romagna, 
per  istabilir  molle  cose  a  sua  quie- 
te. Essendosi  Maghinardo  Pagano 
impadronito  della  città,  riuscì  a 
Camilla  Princisvalli  allontanarlo  con 
accortezza  ;  ma  poscia  con  strage 
de' bolognesi  vi  rientrò,  per  cui  il 
eonte  di  Romagna  Durante  privò 
Imola  de'  suoi  onori  e  privilegi. 
Indi  successero  diversi  avvenimen- 
ti, sinché  il  cardinal  legato  d'Ac- 
quasparta  richiamò  il  comune  al- 
l' ecclesiastico  dominio,  indi  venne 
assoluto  dal  vicario  del  conte  Car- 
lo di  Valois,  Iacopo  Pagano  ve- 
scovo di  Rieti.  Dominando  la  fa- 
zione ghibellina,  gl'imolesinel  i3oi 
a  frenare  le  devastazioni  delle  milizie 
francesi  del  conte  gli  presentarono 
battaglia,  che  fu  lunga  e  sanguinosa, 
ma  vinta  da  Lodovico  conte  di  Cu- 
nio,  o  da  Matteo  Cesano.  Mori  il 
podestà  Maghinardo  compianto  per 
belle  doti,  che  manifestò  nel  bene- 
fico suo  testamento^  del  quale  lasciò 
esecutrice  la  nobilissima  ed  antica 
famiglia  de'Mazzi,  da  cui  usci  quel- 
la de'Guidalotli  di  Bologna.  Sotto 
Benedetto  XI  gl'imolesi  giurarono 
al  partito  ghibellino  nuova  confe- 
derazione. Divenuto  Pontefice  Cle- 
mente V,  che  stabilì  la  sua  re- 
sidenza in  Francia  ,  per  frenare 
gli  sconvolgimenti  dell'  Emilia  e 
le  violenze  che  si  commettevano 
nel  contado  imolese,  spedì  in  Ro- 
magna col  carattere  di  legato  il 
cardinal  Orsini,  che  ritenendosi  non 
guelfo  si  fermò  in  Imola,  mentre 
le  fazioni  si  distruggevano  a  vi- 
cenda, non  avendo  luogo  la  pace 
che  nel  i3o8.  Temendosi  che  nel- 
la calata  di  Enrico  VII  imperato- 
re nuovi  tumulti  facessero  i  ghi- 
bellini,   il    re    di    Napoli  Roberto 


IMO  79 

rettore  di  Romagna  procurò  ster- 
minarli, e  volle  distruggere  quelle 
poche  traccie  di  libertà  ch'erano 
restate  ad  Imola,  massime  nella 
scelta  che  il  senato  faceva  delle 
magistrature.  In  sede  vacante  Fran- 
cesco Manfredi  di  Faenza  si  dichia- 
rò capitano  d'Imola:  composte  le 
cose,  Monalduccio  di  Noce ra  otten- 
ne il  vicariato  del  contado,  e  fece 
demolir  il  ribelle  Pediano.  Volen- 
do il  comune  nominar  il  suo  ca- 
pitano, i  ministri  pontificii  lo  proi- 
birono, onde  spedì  ambasciatori  in 
Avignone  a  Giovanni  XXII,  dichia- 
rando la  sommissione  del  comune. 
Il  Papa  si  mostrò  contento,  ed  in- 
vitò gl'imolesi  a  somministrar  trup- 
pe al  conte  Almerico,  le  quali  sot- 
to il  comando  di  Beltrando  Ali- 
dosi  cogli  altri  collegati  trionfaro- 
no degli  Estensi ,  ottenendo  Bel- 
trando il  governo  della  patria.  Nuo- 
ve discordie  civili  fecero  occupare 
la  città  dal  legato  cardinal  Beltran- 
do, che  per  aver  irritato  gli  animi 
col  suo  cattivo  governo ,  fu  cagio- 
ne che  Ricciardo  Manfredi  fòsse 
proclamato  signore  d' Imola,  quan- 
do Benedetto  XII  dichiarò  vicario 
d'Imola  Lippo  Alidosi.  Questi  fece 
riformare  gli  statuti  della  città,  iti 
cui  tra  le  altre  cose  venne  dispo- 
sto, che  ventiquattro  savi  e  loro 
notari  potessero  insieme  col  capi- 
tano spendere  quanto  occorreva  ; 
che  tutto  il  governo  politico ,  mi- 
litare ed  economico  risiedesse  nel 
capitano  in  concorso  de'  savi  ed 
anziani  ;  che  il  podestà  soggiacesse 
ad  un  sindacato;  che  la  città  fosse 
divisa  in  quattro  quartieri,  ed  ogni 
quartiere  in  tre  cappelle.  Lippo 
fece  leghe  contro  la  fazione  ghi- 
bellina, per  cui  nel  i  346  Clemente 
VI  lo  confermò  nella  vicaria,  cui 
nel  i349  successe  il  figlio  Roberta/ 


8ò  IMO 

Oltre  la  slrnge  della  peste  la  Roma- 
gna era  a  soqquadro  per  le  prepotenze 
de'  piccoli  ed  infesti  tiranni,  ed  A- 
storgio  Duraforte  conte  pel  tradi- 
iTìenlo  usato  contro  Giovanni  Pe- 
poli  ,  per  ricuperare  le  signorie 
della  Chiesa ,  fu  costretto  ritirarsi 
in  Imola.  Assalita  la  città  dall'e- 
sercito ghibellino  di  Bernabò  Vi- 
sconti di  Milano ,  seppe  valorosa- 
mente difenderla  Roberto,  onde  fu 
applaudito  qual  prode  liberatore 
nel  i35r,  e  vuoisi  che  il  Papa  lo 
confermasse  in  vicario  come  fermo 
sostenitore  de*  dominii  della  Chie- 
da romana.  Non  andò  guari  che 
Innocenzo  VI  spedì  legato  in  Ro- 
magna il  celebre  cardinal  Albornoz 
per  ricuperare  le  terre  della  Chie- 
sa, e  con  armi,  crociate  e  scomu- 
niche abbassare  l'arroganza  de*  ti- 
ranni, facendo  comandante  dell'e- 
sercito Roberto,  che  prese  Cesena 
(Fedi).  Benemerito  della  patria  e 
della  Chiesa,  Roberto  Alidosi  mo- 
rì verso  il  i363.  Ebbe  a  succes- 
sori nel  vicariato  due  suoi  figli , 
Azzo  e  Beltrando,  ma  essendo  ve- 
nuti a  grave  contesa,  Cornelio  Al- 
bornoz  rettore  di  Bologna  quivi  li 
condusse,  finche  riconciliati  i  fra- 
telli ricuperarono  la  signoria,  tran- 
ne la  fortezza  che  fu  affidata  alle 
genti  pontificie.  Morto  Azzo,  da  Gre- 
gorio XI  ottenne  nel  iSyS  Bel- 
trando la  conferma  del  vicariato  e 
il  possesso  delia  fortezza,  e  fu  utile 
alla  patria  pe'  suoi  provvedimenti, 
fra*  quali  moderò  l' eccessive  doti 
alle  donzelle.  Istigate  dai  fiorentini 
molte  città  nel  iSyS  si  ribellaro- 
no, e  Beltrando  si  dichiarò  assolu- 
to  padrone  d' Imola  i  e  per  le  mi- 
sure vigorose  di  difesa  preservò  la 
città  dalle  feroci  soldatesche  bre- 
toni guidate  dal  non  men  crudele 
cardinal    Roberto    di  Ginevra,  poi 


IMO 

antipapa  Clemente  VII,  non  che 
dalle  malaugurate  compagnie  di 
ventura.  La  condotta  saggia  di  Bel- 
trando gli  procurò  la  conferma  e 
nuova  investitura  del  vicariato  da 
Urbano  VI,  e  morì  nel  1391.  Ri- 
mase Lippo  di  lui  figlio  signore 
d'Imola,  e  siccome  minorenne  gli  fu 
data  a  tutrice  e  curatrice  la  ma- 
dre Elisa.  Sembra  che  anco  Lodo- 
vico fratello  del  defunto  esercitas- 
se il  potere,  perchè  ricorse  contro 
gli  attentati  de' bolognesi ,  ed  in- 
vocata da  Bonifacio  IX  l'investi- 
tura, l'ottenne  a' 16  gennaio  i3g9, 
venendo  dichiarato  nella  tempora- 
lità vicario  d*  Imola  per  la  Chiesa 
romana.  Instabile  e  variato  come 
incerto  fu  nel  secolo  XV  il  gover- 
no della  città  pei  molti  signori  che 
ne  regolarono  i  destini.  Seguendo 
Lodovico  le  parti  de'  Visconti  fu 
scomunicato  e  privato  del  vicaria- 
to; indi  reintegrato  e  fatto  prefet- 
to della  milizia  nel  i^o5  dal  car- 
dinal legato  Cossa,  che  gli  accor- 
dò Toranello,  Pediano  e  Gallister- 
na  con  mero  e  misto  impero,  e 
giurisdizione  temporale,  in  premio 
di  sue  fatiche  e  dispendi.  Resse 
Lodovico  la  patria  e  il  contado  con 
vigilanza  pel  pubblico  bene;  visitò 
di  frequente  i  luoghi  di  sua  giu- 
risdizione ;  strinse  legami  con  di- 
versi potenti  di  Romagna  per  as- 
sicurare il  suo  dominio,  dando  in 
matrimonio  la  figlia  Lucrezia  a 
Giorgio  Ordelaffi  signore  di  For- 
lì. Divenuto  Pontefice  nel  i4io  >l 
cardinal  Cossa  col  nome  di  Gio- 
vanni XXI li,  e  continuando  a  fa- 
vorire Lodovico,  con  breve  degli 
II  ottobre  i4i 2  accordò  all'Alido- 
sio  con  mero  e  misto  impero  le 
castella  di  Tossignano,  Doccia,  Rio- 
Io,  Pieve  di  s.  Andrea,  Gaggio,  Ca- 
slellaro,  e    le   ville    di  Monte    Ca- 


IMO 

tone,  Mancincollo,  Belvedere,  Or- 
sara,  Casola,  Pregno,  Monte  For- 
tino, colle  pertinenze  di  Casola, 
Monte  Oliveto,  Mongardino,  Stifon- 
te.  Sasso,  Gallisterna,  Toranello , 
Monte  Meldola,  Pediano,  Aguzza- 
no. Indi  nel  14^4  Giovanni  XXIII 
benedi  in  Bologna  la  rosa  d'orOj 
e  la  mandò  in  dono  a  Lodovico  , 
che  confermò  nel  vicariato  prima 
di  portarsi  al  concilio  di  Costanza, 
ove  fu  deposto  ed  eletto  Martino 
V.  Questi  nel  1/^21  confermò  la 
lega  tra  Lodovico  e  il  comune  di 
Firenze  per  dieci  anni. 

Nel     14^3    reggendo  Forlì    Lu- 
crezia Alidosio  vedova,    temendo  i 
forlivesi    che    il    padre    volesse   si- 
gnoreggiarli si  ribellarono ,  caccia- 
rono i  soldati  imolesi  e    imprigio- 
narono Lucrezia.   Insorta  guerra,  il 
duca  di  Milano  Filippo  Maria  col- 
legato de'  forlivesi,  a  mezzo  di  An- 
gelo della  Pergola  nel  1424  s' im- 
padronì d'Imola,  di  Lodovico  e  di 
Beltrando  suo  figlio;  così  ebbe  ter- 
mine il  principato  degli   Alidosi  in 
Imola.  Il  senato  spedì  al  duca  am- 
basciatori per  riconoscerlo  a  nome 
del  comune  in  signore,  e  prestargli 
vassallaggio,  ed  il  duca  elesse  a  ca- 
pitano   e    governatore    della     città 
Luigi   Grotto,  che  ricevette  il  giu- 
ramento dai  magistrati,  e  dai  sin- 
daci e  feudatari  del  contado.  A' 12 
maggio   1426   però  ti  duca    conse- 
gnò Imola  al  cardinal  Lodovico  A- 
lemand  legato  di  Bologna,  il  quale 
portatosi  nella  città  ricevette  il  giu- 
ramento d'obbedienza,  e  monsignor 
Domenico     Capranica,   poi  celebre 
cardinale,  fu    fatto    governatore;  I- 
stituì  nuove  magistrature  con  otto 
janziani  superiori  ad    ogh' altro    in 
autorità,    e    ventiquattro  savi  che 
dovevano  operare  di  concerto  cogli 
anziani  ;   su  questi  uno    fu  dichia- 
VOL.   ixxiv. 


IMO  8t 

rato  capitano  del  popolo,  cui  prin- 
cipalmente fu  affidato  il  reggimen- 
to della  patria  ;   il   capitano    e  gli 
anziani  rimaner  dovevano   in  cari- 
ca per  un  bimestre,  i  savi  per  un 
anno  :    il    primo    capitano    che    si 
scelse  fu  Cornelio  Alidosioj  che  non 
vedendosi  accetto    rinunziò   a   Bel- 
trando   Cantagalli   prode  guerriero 
e  celebre  letterato,    il  quale  si  oc- 
cupò subito  del  pubblico   bene.    Il 
governatore  richiamò  gli    esuli  ;    e 
siccome  erano  frequentissime  le  guer- 
re coi  vicini,  come  le   interne   se- 
dizioni, così  Beltrando  a  prevenire 
sì  gravissimi  mali  ottenne    la   isti- 
tuzione d'un  nuovo  magistrato  che 
chiamossi  dei  gonfalonieri,  e  ne  fu 
eletto  uno  per  ogni  quartiere.  Que- 
sto  rispettabile    magistrato   doveva 
essere  sempre  pronto  ad  accorrere 
colle  armi  in  difesa    della    patria  ^ 
raccogliendo  genti  dalle  centurie  e 
quartieri,  portarsi  con  esse  alle  ca- 
se de'  sediziosi  ed  arrestarli ,    e    se 
resistenti  anche  ucciderli.    Essendo 
state  le    magistrature    assegnate    ai 
soli  nobili  insorse  la  plebe,  che  pa- 
cificò Lodovico    della    Bordella ,  il 
quale  contribuì  a  preservar  la  pa- 
tria dall'occupazione  che  minaccia- 
va il  duca  di    Milano.    Tornarono 
a  suonare  i  nomi  de'  guelfi  e  ghi- 
bellini sotto  il  governatore  Fantino 
Dandolo   che   riuscì    a    reprimerli. 
ISel  1433  Imola  cominciò  con  dis- 
piacere a    dipendere    dal    governa- 
tore di  Forlì,    per  cui  gli  abitanti 
presero  pretesto    per    ribellarsi   ad 
Eugenio    IV ,    e     chiamare    a'   2 1 
gennaio    i434  1^  milizie    del  duca 
di  Milano,  e  Nicolò  Piccinino  scon- 
fisse l'armata  pontificia   e  collega- 
ta   co'  fiorentini    e    veneti.   Tutta- 
volta  Imola  fu  restituita    al    Papa 
a'  IO  agosto    i435;    ma  a  cagione 
della  condotta  del  governatore  Bal- 
6 


8i  IMO 

(lassare  tli  OHìda  gì'  imolesì  nel 
1438  si  rilìellarono  di  nuovo,  dan- 
«ìosi  al  dura  di  Milano.  Questi  do- 
nò la  città  a  Guid'  Antonio  Man- 
fi-edi  fratello  del  signore  di  Faen- 
za, finché  nel  ì.{\ì  fu  restituita 
alla  santa  Sede  che  dichiarò  vica- 
rio lo  slesso  Guido  cui  nel  i44^ 
successe  Taddeo  suo  figlio.  Ten- 
tando Taddeo  uccidere  lo  zio  o  fra- 
tello Astorgio,  perdette  piii  luoghi 
del  contado,  conne  Monte  Balla- 
glia,  Baffadi,  Slifonte,  anzi  nel  i45o 
assediò  Imola,  indi  si  venne  a  con- 
cordia. Nel  1453  Nicolò  V  mi- 
nacciò Taddeo  come  usurpatore 
d'Imola;  e  piìi  tardi  Astorgio  fu 
da  Pio  II  nel  1462  pacificato 
con  Taddeo,  e  la  città  tornò  al- 
lo stato  tranquillo.  Nel  1/^65  l'e- 
sercito veneto  tenne  in  angustie  il 
contado  ;  ma  Paolo  II  ricondusse 
la  pace  tra  le  parti  belligeranti,  e 
Taddeo  fu  nuovamente  vicario  d'I- 
mola, indi  barbaramente  imprigio- 
nato dal  figlio  Guidaccio.  Narra 
l'anonimo  imolese  che  interponen- 
dosi Galeazzo  Maria  Sforza  duca 
di  Milano,  creò  cavaliere  Guidaccio 
e  gli  promise  in  isposa  una  sua 
sorella,  poscia  s'impadronì  della 
città  nel  i470>  sulla  quale  Tad- 
deo con  solenne  islromento  di  con- 
venzione de'  5  maggio  avea  cedu- 
to al  duca  le  sue  ragioni,  riceven- 
do in  compenso  Castel  Nuovo  ap- 
partenente alla  città  di  Tortona. 
Nicolò  di  Scipione  Pallavicino  fu 
il  primo  governatore  d'Imola  pel 
nuovo  dominatore.  Mentre  il  duca 
stava  in  procinto  di  vendere  la  cit- 
tà ai  fiorentini,  in  vece  in  parte  la 
vendè  per  quarantamila  ducati  d'o- 
ro al  cardinal  Pietro  Riario  nipo- 
te di  Sisto  IV,  e  in  parte  la  ce- 
dette a  titolo  di  dote  da  destinar- 
si a  Caterina    figlia    del    duca,    e 


IMO 

promessa  sposa  a  Girolamo  Kiarid 
fratello  del  cardinale.  Veramente 
gì*  istorici  sono  alquanto  oscuri  sul- 
la vendita  d'Imola:  il  Ratti  nella 
vita  di  Caterina  Sforza,  Della  fa- 
miglia  Sforza  parte  II,  pag.  35^, 
dice  che  Girolamo  avea  acquistato 
poco  prima  della  conclusione  del 
matrimonio  Imola  dal  duca  per 
della  somma;  indi  a  pag.  ^5,  sul- 
l'autorità di  Fabio  Oliva  biografo 
contemporaneo  di  Caterina ,  sog- 
giunge che  la  città  fu  espressamene 
te  comprata  dal  Papa  ,  e  che  la 
dote  che  il  duca  avea  assegnata  a 
Caterina  quando  voleva  sposarla 
ad  Onoralo  Torelli  era  di  soli  die- 
cimila ducati  d'oro.  D'altronde  va- 
ri scrittori  e  il  eh.  Righi,  Annali 
di  Faenza  voi.  II,  pag.  229,  asse- 
riscono vero  il  compenso  dato  da! 
duca  a  Taddeo,  e  che  la  signoria 
d' Imola  e  suo  distretto  fu  la  dote 
che  portò  Caterina  a  Girolamo. 
Forse  il  duca  avrà  realmente  dato 
tale  dominio  per  dote,  ma  ritiran- 
do dal  cardinal  Riario  in  compenso 
i  quarantamila  ducati  d'oro.  L'a- 
nonimo imolese  allerma  che  Sisto 
IV  con  breve  de' 6  novembre  i473, 
segnalo  da  ventiquattro  cardinali, 
approvò  tutti  gli  atti,  investi  Gi- 
rolamo dello  stato  d'Imola,  e  lo 
dichiarò  conte  e  signore  dell' imo- 
lese  contea. 

La  minorità  di  Caterina  fece  dif- 
ferir le  nozze  con  Girolamo,  e  l'es- 
sere  questi  obbligato  a    trattenersi 
in   Roma,   fece  che  la  città  si  reg- 
gesse   dai  commissari  eletti  dal  con- 
te. Finalmente  nel    i477    s'    cele- 
brarono gli   sponsali,  che  Imola  ce- 
lebrò qual   faustissimo    avvenimen- 
to,  e  spedi  in  Roma   ambasciatori 
ai  coniugi  sovrani ,  esprimendo  o- 
m aggio  ed  allegrezza.  Se  ne  com- 
piacquero Giiolumo  e  Caterina,  ed 


IMO 

incominciarono  a  far  sentire  agi*  i- 
molesi  gli  effetti  di  loro  benevo- 
lenza con  togliere  vari  pedaggi  ed 
alcune  gabelle.  La  fìgliuolanza  na- 
ta ai  nobili  sposi,  e  Tinvestituri 
di  Forlì  concessa  da  Sisto  IV  a 
Girolamo  accrebbe  il  tripudio  de- 
gl'  iraolesi.  Il  conte  fece  risarcir  la 
rocca  e  le  mura,  isti  luì  il  collegio 
degli  avvocali,  procuratori  e  nota- 
ri,  emanò  altre  benefiche  disposi- 
zioni per  render  più  ameno  e  for- 
tificato il  contado  imolese,  e  nel- 
l'agosto i4^i>  dopo  essere  stati  in- 
contrati a  Loreto  dagli  ambascia- 
lori,  consolarono  della  loro  presen- 
za Imola.  I  Sassatelli  ed  i  Vaini 
coi  loro  aderenti  gl'incontrarono  al 
ponte  di  s.  Procolo,  ivi  offrendo 
loro  lo  spettacolo  di  un  esercito  be- 
ne ordinato.  I  nobili  della  città  si 
trovarono  in  vicinanza  del  Santer- 
no  col  baldacchino  ;  il  clero  li  at- 
tese alle  porte  insieme  col  magi- 
strato, che  presentò  al  conte  le 
chiavi  della  città;  universali  furono 
le  acclamazioni ,  solenni  e  non  in- 
terrotte le  feste.  11  munifico  prin- 
cipe per  testificare  il  suo  attacca- 
mento alia  città  s' interessò  pri- 
mieramente nel  riunire  gli  animi 
de'  cittadini  discordi ,  e  nel  riordi- 
nare le  diverse  magistrature.  Atte- 
se poscia  ad  abbellire  la  città,  am- 
pliò il  pubblico  foro ,  fece  selciare 
con  mattoni  le  vie  principali ,  or- 
dinò r  incominciamento  d'  un  edi- 
fìzio  per  le  pubbliche  scuole  che 
tuttora  trovasi  fornito  d' un  deco- 
roso portico;  concesse  soccorsi  per 
la  riedificazione  di  diverse  fabbri- 
che, ed  ordinò  la  costruzione  di 
tre  palazzi,  uno  nella  via  Gambel- 
lara,  tutto  di  sassi  a  punta  di  dia- 
mante, poi  divenuto  proprietà  dei 
Borelli,  l'altro  nella  via  Emilia,  in- 
di passato  in  potere  dei  Della  Vol- 


IMO  83 

pe,  il  terzo  nella  stessa  via  che  dai 
Machirelli  l'acquistarono  i  Dal  Poz- 
zo. Inoltre  Girolamo  istituì  un'ac- 
cademia letteraria,  promosse  l' in- 
dustria, favorì  l'agricoltura,  ed  o- 
però  altre  beneficenze;  soggiornò 
parte  in  Imola  e  parte  in  Forlì  , 
talvolta  in  Roma  e  in  Venezia , 
finche  alla  morte  dello  zio  Sisto 
IV  nel  14^4  ^S'^ò  stabile  dimo- 
ra ne'  propri  stati.  In  una  carestia 
con  proprio  dispendio  provvide  I- 
mola  di  frumento ,  operando  nel 
resto  onde  conciliarsi  l'affetto  di 
tutti.  Neir  anno  i485  Taddeo 
Manfredi  pentito  della  vendita  d'I- 
mola tentò  di  ricuperarla ,  ma  la 
trama  fu  scoperta,  e  puniti  tredici 
traditori.  Troppo  generoso  Girola- 
mo divenne  esausto  de*  suoi  tesori, 
per  cui  trovossi  costretto  rimettere 
in  vigore  gli  aboliti  dazi,  ciò  che 
produsse  malcontento.  Tra  i  forli-r 
vesi  si  ordì  quella  congiura  che 
scoppiando  a*  i4  aprile  1488  Gi- 
rolamo fu  vittima  di  un  baibaro 
assassinio  che  descrivemmo  all'ar- 
ticolo Forlì,  con  ciò  che  accompa- 
gnò e  seguì  l'infausto  avvenimen- 
to. Ottaviano  primogenito  dell'uc- 
ciso divenne  signore  di  Forlì  ed 
Imola,  riconoscendosi  per  tutrice 
la  madre;  e  tra  le  saggie  disposi- 
zioni della  vedova  Caterina  Sfor- 
za ,  fu  quella  di  dare  onorevole 
tomba  all'  infelice  consorte  nel  duo- 
mo d'Imola.  Mandò  poscia  Cate- 
rina il  figlio,  perchè  fosse  ricono- 
sciuto dagl'  imolesi,  e  gli  prestasse- 
ro giuramento  di  fedeltà,  come  ven- 
ne eseguito  con  liete  dimostrazioni. 
Laonde  Innocenzo  Vili  con  diplo- 
ma de' 2  8  luglio,  sottoscritto  da  se- 
dici cardinali,  diede  al  giovine  prin- 
cipe l'investitura  degli  stati  di  For- 
lì e  d'Imola,  avendo  allora  dieci 
anni. 


84  IMO 

L*  eroica  Caterina  Sforza,  come 
tiitrice  del  figlio,  assunse  le  redini 
del  governo,  con  abolire  i  dazi  im- 
posti, con  presidiare  le  fortezze  in 
modo  sicuro,  e  con  altre  utili  prov- 
videnze, per  lo  che  gl'imolesi,  al 
dire  delTanonimo,  gli  coniarono  una 
medaglia  avente  l'epigrafe:    catha- 

BINA    SF.    \ICEC0MES  DE  RIARIO    IMOLAE 

FOROLivii  DNA.  Nel  149^  1^  guerra 
civile  insanguinò  nuovamente  Imo- 
la, ed  appena  sedata  si  tramaro- 
no ivi  congiure  a  danno  dell'otti- 
ma contessa  dai  ghibellini,  che  sco- 
perti furono  puniti.  Assunto  al  pon- 
tificato Alessandro  VI  padrino  d'Ot- 
taviano, Caterina  volle  che  in  Imo- 
la si  celebrasse  con  feste  l' esalta- 
zione d'un  personaggio  da  cui  do- 
leva sperare  bene.  Allorché  Carlo 
Vili  calò  in  Italia  per  conquistare 
il  regno  di  Napoli ,  Caterina  fu 
indotta  dal  cardinal  Hiario  a  te- 
ner le  parti  del  re  Alfonso  II,  on- 
de pose  Imola  in  istato  di  difesa, 
non  che  le  rocche  del  contado.  Ve- 
dendo Caterina  invasi  gli  stati  dai 
francesi,  fu  costretta  loro  collegarsi 
a  consiglio  dello  zio  Lodovico  Mo- 
ro duca  di  Milano.  Aspirando  Lo- 
dovico XII  re  di  Francia  all'occu- 
pazione del  ducato  di  Milano  e 
del  reame  di  Napoli,  nel  i499  ^^" 
ce  alleanza  con  Alessandro  VI,  pro- 
mettendo in  isposa  di  Cesare  Bor- 
gia figlio  del  Papa,  Carlotta  d'Albret 
figlia  del  re  di  Navarra,  facendolo 
duca  del  Valentinois,  ed  impegnan- 
dosi dì  aiutarlo  contro  i  signori 
d' Imola ,  Faenza  ,  Forlì ,  Rimini , 
Pesaro  e  Camerino.  Intanto  il  Pa- 
pa dichiarò  decaduto  Ottaviano  del- 
la signoria  d' Imola ,  perchè  da 
vari  anni  non  avea  soddisfatto  alla 
camera  apostolica  il  consueto  cen- 
so, mentre  Caterina  a  mezzo  del- 
l' ìmolese  Giovanni  dalle  Selle  fece 


IMO 

conoscere  ad  Alessandro  VI  gli  an- 
tichi crediti  della  famiglia  Riario, 
per  onorari  dovuti  al  conte  Giro- 
lamo generale  di  santa  Chiesa,  e- 
sibendosi  a  pagare  il  resto;  ma  inu- 
tilmente. Non  perciò  avvilitasi  Ca- 
terina, sebbene  priva  di  alleanze, 
fece  un  generale  armamento  e  si 
preparò  alla  difesa.  Ottaviano  si 
porto  in  Imola,  ed  al  consiglio  fe- 
ce un  patetico  discorso  sulle  cor- 
renti circostanze,  cassando  ogni  ga- 
bella o  dazio  :  fu  corrisposto  con 
larghe  promesse  per  mantenergli 
il  dominio  d'Imola  ;  Dionigio  Nal- 
di  castellano  aumentò  il  presidio 
della  rocca,  e  Giovanni  Sassatelli 
s'impegnò  a  guardarle  mura  e  le 
porte  della  città.  Giunto  il  duca 
Cesare  Borgia  nel  novembre  sul 
territorio  imolese,  fermò  a  Canta- 
lupo  r  esercito  composto  di  due 
mila  cavalli  e  seimila  fanti,  mili- 
zie pontificie  e  francesi.  Domandò 
la  resa  della  città ,  che  per  man- 
canza di  forze  proporzionate  a  re- 
sistergli, lo  ricevette  a'  2 5  novem- 
bre, e  ne  divenne  signore.  Dopo 
valorosa  resistenza  anco  la  rocca 
capitolò,  per  cui  passò  il  Borgia 
ad  assediare  Forlì  inutilmente  di- 
fesa dalla  coraggiosa  Caterina,  che 
fatta  prigioniera  e  poi  liberata,  si 
ritirò  co'  suoi  figli  in  Firenze,  ove 
mori  encomiata  altamente  per  le 
sue  preclare  doti.  Cesare  Borgia  la- 
sciato in  Imola  suo  rappresentante 
il  cardinal  Giovanni  Borgia  legato 
d'Italia,  portatosi  in  Roma  fu  fatto 
gonfaloniere  e  capitano  generale  di 
santa  Chiesa.  Giurarono  gl'imolesi 
fedeltà  a  Cesare,  e  compilarono  al- 
cuni capitoli  per  una  regolare  am- 
ministrazione, che  Cesare  approvò 
in  Roma  agli  11  marzo  i5oo,  in- 
di nominò  luogotenente  generale 
d' Imola  Giovanni  OHvieri  vescovo 


IiMÓ 
d'Isernia.  Alessandro  VI  col  con- 
senso de'  cardinali-  costituì  Cesare 
in  temporale  vicario  perpetuo  e 
generale  d*  Imola,  per  cui  il  luo- 
gotenente prese  nuovo  possesso  del 
contado. 

Si  narra  che  mentre  Alessandro 
VI  trattava  co'cardinali  di  far  Ce- 
sare re  di  Romagna,  Marca  ed  Um- 
bria, fu  colto  dalla  morte  nell'a- 
gosto i5o3.  Allora  Cesare  avendo 
presso  di  sé  e  da  lui  beneficati, 
Giovanni  Sassatelli  e  Guido  Vaini 
capi  delle  fazioni  che  avevano  ere- 
ditato lo  spirito  de' guelfi  e  ghi- 
bellini, li  spedì  in  Imola  per  te- 
nere in  fede  la  popolazione.  Poco 
visse  l'eletto  Pio  III,  onde  gli  suc- 
cesse il  cardinal  Giuliano  della 
Rovere,  nipote  di  Sisto  IV,  col  no- 
me di  Giulio  II,  acerrimo  nemico 
del  duca  Cesare.  Informati  i  po- 
poli di  Romagna  di  ciò,  si  diedero 
a  vari  signori,  e  mentre  Imola 
era  irresoluta  ed  incerta,  Guido 
Vaini  co' suoi  avea  disegnato  ac- 
cordare il  dominio  della  città  a 
Galeazzo  Riario  nato  in  Forlì  da 
Girolamo  e  Caterina,  e  Giovanni 
Sassatelli  avea  risoluto  difendere 
Imola  a  nome  della  Chiesa  roma- 
na sua  antica  e  legittima  signora, 
per  cui  i  partiti  erano  sulle  armi. 
11  Vaini  liece  trasportare  dalla  cat- 
tedrale, e  presentare  alla  pubblica 
vista  uno  stendardo  di  broccato 
d'oro  ivi  posto  da  Caterina  Sforza 
in  memoria  di  Girolamo  che  lo 
aveva  ricevuto  dal  Pontefice  quan- 
do fu  dichiarato  gonfaloniere  della 
Chiesa,  e  si  gridò  dai  ghibellini  : 
viva  Galeazzo  Riario;  ma  sursero 
più  numerose  le  voci  de'  guelfi  che 
gridavano  :  viva  la  Chiesa.  In  que- 
sto contrasto  di  opinioni  si  venne 
ai  fatti  con  grande  mortalità,  ma 
per  la  bravura    di    Giovaaui  Sas- 


IMO  85 

satelli  la  parte  guelfa  giunse  a 
trionfare  dei  ghibellini  che  furono 
cacciati  dalla  città.  Il  valoroso 
Sassatelli  venne  acclamato  libera- 
tore della  patria,  che  ne  eternò  la 
memoria  con  iscrizione  incisa  sulla 
campana  maggiore  della  cattedrale. 
Nel  i5o4  Giulio  II  ottenne  dalle 
genti  di  Cesare  la  consegna  della 
Rocca,  ed  il  comune  spedì  amba- 
sciatore Giambattista  Rondinelli  per 
assicurarlo  di  fedeltà  e  divozione; 
ed  il  Papa  destinò  a  governatore 
e  castellano  Stefano  Negroni,  che 
riconciliò  le  nemiche  famiglie,  e 
pubblicò  la  bolla  Andanis  et  coni' 
munitati  ^  riportata  dall'  anonimo 
imolese  a  p.  275,  con  cui  Giulio 
II  accordava  esenzioni  e  privilegi 
alla  città.  Quindi  fu  istituito  un 
nuovo  consiglio  di  sessanta  sena- 
tori, cinque  de'quali  componevano 
il  magistrato  bimestrale,  il  primo 
si  chiamò  gonfaloniere  della  giu- 
stizia, gli  altri  conservatori  dell'ec- 
clesiastica libertà:  Gentile  Sassatel- 
li fu  il  primo  gonfaloniere.  I  nuo- 
vi magistrati  si  occuparono  dei 
vantaggi  della  patria,  mentre  con- 
chiusa la  pace  tra  Giulio  II  ed  i 
veneziani,  questi  restituirono  Tos- 
sìgnano,  Monte  Battaglia  e  Casola 
Valsenio  che  avevano  occupato:  i 
procuratori  del  comune  passarono 
a  ricevere  il  giuramento  di  fedel- 
tà da  tutte  le  terre  del  contado. 
Giulio  II  decorò  della  dignità  di 
cavaliere  Giovanni  Sassatelli,  con- 
siderato primario  cittadino ,  forse 
con  titolo  di  prefetto.  Grato  il  co- 
mune ai  benefizi  del  Pontefice,  gli 
decretò  l'erezione  di  una  statua  in 
bronzo;  ed  a  gloria  di  Giovanni 
venne  stabihto  di  celebrare  un  tor- 
neo col  premio  al  vincitore  di  un 
pallio  di  damasco  del  valore  di 
venticinque  scudi  d'oro ,    donando 


86  IMO 

inoltre  a  Giovanni  un  podere  ed 
una  vigna.  Volendo  Giulio  II  li- 
berare Bologna  dai  Bentivoglio, 
nel  i5o6  vi  si  recò  alla  testa  di 
un  esercito,  ed  in  Imola  nel  set- 
tembre  ne  inlimò  la  restituzione, 
e  conseguitala  vi  entrò  agli  1 1  no- 
ve mbre. 

Nel  i5o8  r  imolese  cardinal 
Francesco  Alidosi  fu  fatto  legato 
di  Bologna  e  di  Romagna,  il  qua- 
le emanò  utilissimi  decreti  pel  buon 
governo  della  città,  che  ottenne 
dal  Pontefice  la  reintegrazione  di 
diversi  comuni  già  occupati  dai 
faentini  e  da  altri.  Nella  guerra 
contro  il  duca  di  Ferrara  ed  i 
francesi,  Giulio  II  colle  milizie 
pontificie  comparve  di  bel  nuovo 
in  Imola,  ad  onorarla  di  sua  pre- 
senza negli  anni  i5io  e  i5ii; 
ma  nella  strepitosa  battaglia  com- 
battuta a  Ravenna  agli  i  £  aprile, 
avendo  vinto  i  francesi,  il  maestra to 
d'Imola,  ad  esempio  degli  altri  popo- 
li di  Romagna,  mandò  ai  vincitori 
le  chiavi  della  città,  sebbene  il  Papa 
poco  dopo  la  ricuperò  in  un  alle 
altre.  In  questo  tempo  venne  isti- 
tuito in  Imola  il  monte  di  pietà. 
Nel  i5i3  divenuto  supremo  ge- 
rarca Leone  X,  dichiarò  la  sua  be- 
nevolenza agli  imolesi,  quattro  am- 
basciatori de'  quali  recaronsi  a  Ro- 
ma per  protestare  divozione  e  fe- 
deltà. Siccome  poi  erano  insorte 
liti  gravissime  tra  il  comune  e 
la  famiglia  Riario  che  pretendeva 
aver  sofferto  in  Imola  enormi  dan- 
ni sotto  il  principato  del  duca  Ce- 
sare, gì'  inviati  informarono  il  Pa- 
pa sul  merito  della  vertenza.  Que- 
sta feriva  egualmente  Giovanni  Sas- 
satelli  e  Vincenzo  Bonmercali,  e- 
sigendo  i  Riario  in  compenso  du- 
cati ioo3oo.  I  Riario  aveano  già 
ripoitalo    tre    sentenze    dalla    rota 


IMO 

romana,  e  in  virtù  di  un  breve 
pontificio  il  prelato  Bonsignore  do- 
vea  prendere  il  possesso  de'beni  a 
favore  della  parte  vincitrice;  ma 
nel  i5i6  venne  il  comune  a  tran- 
sazione coi  fratelli  Cesare  patriar- 
ca d'Alessandria,  Ottaviano  vesco- 
vo di  Viterbo,  Galeazzo  e  Sforza 
eredi  e  figli  del  conte  Girolamo 
Riario,  e  si  convenne  che  ad  Imo- 
la appartenessero  tre  molini ,  ed 
una  porzione  di  botteghe  poste  sul- 
la pubblica  piazza,  e  fossero  di 
ragione  dei  Riario  il  molino  di  Po- 
jano,  diverse  botteghe  sotto  il  pub- 
blico palazzo  ,  ed  alcune  cassine 
nel  territorio  di  Bubano.  Non  man- 
carono frattanto  gare  cittadine  in 
lehere  agitati  gli  animi;  ed  i  Sas- 
satelli  prestarono  soccorso  ai  Ben- 
tivoglio per  ricuperare  Bologna, 
ed  aspirarono  sotto  Adriano  VI 
ad  impadronirsi  d'Imola.  Dopo  il 
15^4  il  gonfaloniere  Sebastiano 
Flaminio  Clemente  sottrasse  alla 
giurisdizione  d'Imola  diverse  terre 
e  castella,  dieci  ne  diede  in  inve- 
stitura a  Ramazzotto  de'  Ramaz- 
zolti,  e  Dozza  al  cardinal  Campeg- 
gi nel  pontificato  di  Clemente  VII. 
Successe  Paolo  III  che  confer- 
mò con  breve  i  privilegi  concessi 
ad  Imola  dai  suoi  predecessori  e 
legati  pontificii,  che  favorivano  la 
introduzione  delle  arti  della  lana 
e  della  seta;  si  annullarono  le 
concessioni  fatte  dai  Papi  di  qua- 
lunque luogo  di  giurisdizione  del 
comune,  mediante  compensi  ai  pos- 
sessori; e  si  stabilirono  altre  mu- 
nicipali provvidenze.  Nel  i54o  la 
città  destinò  tenere  in  Roma  uno 
stabile  ambasciatore  ;  e  fu  scelto  il 
celebre  giureconsulto  Ottaviano  Ve- 
stri.  11  cardinal  del  Monte  legato, 
poi  Giulio  IH,  portatosi  in  Imola, 
obbligò  Casola,   Riolo  e  Tossigna-? 


IMO 

no  a  concorrere  alle  spese  nel  pas- 
saggio di  truppe  per  la  città. 

Con  generale  esultanza  sino  dal 
i534  i  Sassatelli  ed  i   Vaiai  avea- 
no  solennemente  giurato    la    pace, 
e    monsignor     Gregorio     Magalotti 
presidente  di  Romagna  avea   pub- 
blicati severissimi   editti  contro  obi 
si    dichiarava  guelfo    o    ghibellino; 
gli   animi   però  nutrivano  gli   anti- 
chi   odii,  per    cui    nel    i54f     Vin- 
cenzo Sassatelli  portatosi  a  casa  del 
dottore    e  cavaliere  aurato    Nicolò 
della  celebre    e    benemerita    fami- 
glia Codronchi,  decoro  ed  ornamen- 
to d' Imola,  con  barbaro  tradimen- 
to l'uccise,    indi    passò    a    saccheg- 
giare le  case  dei   Vai  ni  e    de'Tar- 
tagni,  e  col  bottino  usci  dalla    cit- 
tà. Invano  si    proposero    trattative 
di  pace,  e  furono  scelti    venti   cit- 
tadini a  prevenir  le  sedizioni.    Re- 
duce Paolo  111    dal    congresso  te- 
nuto in  Lucca  con  Carlo  V,  ven- 
ne in  Imola  a'  6  ottobre;    una  de- 
putazione di  cittadini,  il  corteggio 
del  senato  e  del  clero,  un  coro  di 
venti  giovani  vestiti  con  uniforme 
eleganza    e  coronati  di   palme,    ar- 
chi trionfali,  festosi  evviva  dell'im- 
menso popolo,  furono  le  dimostra- 
zioni fatte  dagl*  imolesi  nelT  ingres- 
so del  Pontefice    che    alloggiò    nel 
palazzo    dei    Della    Volpe.    Benché 
si  trattenne  un    sol    giorno.    Paolo 
III     non    lasciò   di    visitare    alcuni 
templi,   massime  quello  di    s.   Gio. 
Battista  colTannesso  oratorio,  tem- 
pio che  nei  primi  anni  del    secolo 
corrente  fu  ridotto  a   maggior  ele- 
ganza per  le  cure    del   vicario    cu- 
rato d.  Vincenzo  Meloni.  Con  dis- 
piacere de'ciltadini  Paolo  II!  smem- 
brò    dal    contado     Tossignano;    e 
quando  ripassò  per  Imola  in    por- 
tarsi nel    1543    a    Busseto     inutili 
furono  le  limoslraaze  degli  imole^ 


IMO 


87 


si,  tuttavolta  ebbe  luogo    la    resti- 
tuzione a'  3o  luglio.   In   detto  anno 
il    faentino    Gio.    Maria    Raccagna 
introdusse    in     Imola     l'arte    della 
maiolica.   Nell'anno  seguente  tra  le 
utili     istituzioni     ch'ebbero    luogo, 
va  memorata  quella   del  magistra- 
to   de'  cento    pacifici,    ai    quali    in- 
combesse il  conservar    l'unione  fra 
i  cittadini,    e    l'estirpar    le  fazioni. 
Ciò  non  fu   bastevole    ad    impedir 
le  violenze  commesse  dal  prepoten- 
te Vincenzo    Sassatelli    nel     i545. 
Nel    154B  Dozza  ritornò    precaria- 
mente sotto  il  dominio  d'Imola,  e 
finalmente  nell'anno    appresso  ces- 
sarono le  fazioni  de'guelfi    e   ghi- 
bellini con  giurata  pace.  Giulio  III, 
grato  all'omaggio  degl' imolesi,  con 
breve  speciale    confermò  ad  essi  ed 
ampliò  i  privilegi,  per  cui  la  città  gli 
dimostrò  la  sua  riconoscenza  quan- 
do nel    i55i    vi  passò    onde  por- 
tarsi in  Lombardia,  ove    i  suoi  e- 
serciti    combattevano    per    togliere 
Parma  al    duca    Ottavio    Farnese. 
Nel   iSyG  s'incominciò  la  fabbrica 
del   pubblico  archivio.  Il  cav.    Fe- 
derico Sassatelli  a'  19  ottobre  i5gi 
occupò    il  palazzo    pubblico    e     la 
rocca;    fu  punito    coli' imprigiona- 
mento de' parenti,  demolizione    del 
palazzo,  e  confisca  de' beni.    Dopo 
la  morte    di    Alfonso  II     duca    di 
Ferrara  ( /^e<^/),  ricadendo  il  ducato 
al  pieno  dominio  della  santa  Sede, 
come    dimostrammo   a    quell'  arti- 
colo, volle  Clemente  Vili  prender- 
ne in    persona    il    possesso.    Imola 
spedì  quattro    deputati    ad    incon- 
trarlo a  Pesaro,  e  lo  ricevette  tra 
le  sue    mura  a' 6     maggio    iSgS; 
ma    non  essendo  visi    trattenuto,  si 
di  ferirono   le  feste   al   suo  ritorno, 
che  fu  il  primo  di  dicembre.  L'in- 
tero consiglio,  tutta    la   nobiltà,  e 
quattordici  paggi  elegantemente  ve? 


8S  IMO 

jllti    gli    vennero    incontro.   Sulla 
porta   Bolognese   erano    tre    gran- 
d'armi  di  pietra,  una     del    Papa, 
l'altra  del    cardinal    Pietro    Aldo- 
btandini  suo    nipote,  la    terza    del 
cardinal  Bandini  legato  di    Roma- 
gna; tutta  la  prospettiva  della  por- 
ta era  dipinta.  Presso  al  monte  di 
pietà  sorgeva  un  arco    di    bellissi- 
ma architettura,  ornato   di  emble- 
ini,    piramidi    ed    iscrizioni.    Sulla 
prospettiva  del  maestoso    arco  del 
palazzo  pubblico    fu   rappresentato 
dipinto  il  Papa  sedente  in  trono,  e 
nelle  facciate  dell'arco  medesimo  si 
volle  in  quattro  quadri  dipingere  la 
pace  conchiusa   da  Clemente  Vili 
tra  Enrico  IV  e  Filippo    II,  la  sua 
coronazione,  l'ingresso  trionfale   in 
Ferrara,    e    l'assoluzione    data   ad 
Enrico  IV,  con  analoghe  iscrizioni. 
Si   compiacque   il    Pontefice   delle 
straordinarie    dimostrazioni    di  os- 
sequio dategli  dagli  imolesi,  e  creò 
cavalieri  dello  speron  d'oro  i  sud- 
detti paggi.    I  detti  quadri,   opera 
del  celebre  Cesi  bolognese,  tuttora 
si  conservano. 

Leone  XI  nel  i6o5  liberò  la 
città  dalle  gravezze  imposte  dal 
predecessore.  Paolo  V  restituì  al- 
la giurisdizione  d*  Imola  Cascia 
Valsenio,  ma  la  città  nel  i63o 
provò  terribile  pestilenza.  Clemen- 
te IX  concesse  agi' imolesi  la  li- 
bertà del  commercio,  diminuì  le 
imposte,  e  pose  una  salutare  pram- 
matica sull'abuso  del  vestiario, 
gioie  e  carrozze;  anche  Clemente 
X  diminuì  i  contributi,  ed  Innocen- 
zo Xt  soccorse  i  cittadini  pei  dan- 
ni sofferti  nel  terremoto  del  1687. 
Nella  guerra  per  la  successione  di 
Spagna  volendo  Clemente  XI  os- 
servare perfetta  neutralità,  gì*  im- 
periali gravitarono  sopra  Imola  e 
luoghi  circQstt^nti,  con  contribuzici- 


IMO 

ni    ed    altro,    e    siccome    le   ca- 
stella soggette  non  volevano    som- 
ministrare aiiiti,    l£^    congregazione 
del  buon  governo    ve    le    obbligò, 
dichiarando  Imola    città    dominan- 
te dei  castelli  medesimi.  Nel  pon- 
tificato di  Clemente  XII  di  nuovQ 
il  territorio  imolese  solfri  non   po- 
co per  la  guerra  tra  gli  spagnuoli 
e  \  tedeschi,  per  gli  alloggi,    vive- 
ri e  contribuzioni  che  dovette  som- 
ministrare ai    secondi;    ciò   rinno- 
vossi  anche  npì  pontificato   di  Be- 
nedetto   XIV,    e    gli    austro-sardi 
fissarono  il  loro  quartiere  genera- 
le in  Imola.  Il  detto  Papa   stabili 
nel  contado    la    hbertà    del    com- 
mercio; questo    venne  favorito    da(. 
Clemente  XIV,  anche  colla  diminu- 
zione de'dazi.     Nel     177^    succes- 
se   Pio  VI    della    famiglia   Braschi 
di  Cesena,  che  nel  medesimo    an- 
no creò  cardinale  lo  zio  Gio.  Car- 
lo Bandi  vescovo  d'Imola.    Recan- 
dosi nel    1782  il  Pontefice  a  Vien- 
na dall'imperatore  Giuseppe  II,  si 
legge  nel  Diario  del  viaggio y    ec. , 
che  nella  sera  di  giovedì    7    mar- 
zo giunse  ad    Imola,    ricevuto    nel 
discendere  alla    porta   della    catte- 
drale dal  cardinal  Bandi,  da  mon- 
signor Caccia    Piatti    vicelegato  di 
Romagna,  dal  clero    della    medesi- 
ma   cattedrale,    dal     magistrato  e 
nobiltà.  Portatosi  dipoi  al    palazzo 
vescovile,  ivi  ammise  tutti  al  bacio 
del  piede,    e   vi    restò  a    riposare. 
Nella  mattina  seguente  il  Papa  ac- 
compagnato dal    cardinale    ritornò 
alla  cattedrale,  e  disceso  nel  vene- 
rabile sotterraneo  in    cui    riposano 
con  somma  venerazione  i  sacri  cor- 
pi di  s.  Cassiano  martire,    di    s^a 
Pier    Grisologo,    e   di    s.  Proietto, 
ivi  ascoltò    la  messa    celebrata    da 
monsignor  Ponzetti  caudatario,  am- 
mise poscia  nella  sacrestia  al  bacio 


IMO 

del  piede  le  dame  della  cillh,  pas- 
sò al  palazzo  pubblico  per  bene- 
dire dalla  loggia  il  popolo,  quindi 
riprese  il  corso  del  suo  l'iaggio, 
avendo  permesso  allo  zio  cardina- 
le di  accompagnarlo  sino  alla  chie- 
sa di  s.  Maria  del  Piratello  lunge 
due  miglia  dalla  città. 

Reduce  Pio  VI  da  Vienna,  da 
Bologna  partì  per  Imola,  ove  ar- 
rivò come  nell'accesso  ad  ore  i/\. 
di  sabbato  25  maggio,  essendo  pas- 
sato sotto  un  bellissimo  arco  trion- 
fale eretto  con  disegno  dell'  imo- 
lese  cav.  Cosimo  Morelli,  in  cui 
era  rappresentato  l'abboccamento 
tenuto  dal  Papa  coli' imperatore. 
Disceso  all'episcopio  venne  accolto 
dal  vescovo  cardinal  Bandi,  dal 
clero  e  da  tutta  la  nobiltà,  es- 
sendo egli  accompagnato  dai  car- 
dinali delle  Lanze,  Giovannetti  ar- 
civescovo di  Bologna,  Boncompa- 
gni  legato  di  Bologna,  Carafa  le- 
gato di  Ferrara,  e  Valenti  Gonza- 
ga legato  di  Romagna,  e  trovan- 
dovi la  sua  sorella  d.  Giulia.  Nel- 
la seguente  domenica  il  Papa  pas- 
sò alla  cattedrale  per  celebrarvi  la 
messa,  corteggiato  dal  cardinal  ve- 
scovo, dagli  altri  cardinali,  dal  se- 
datore di  Roma  Rezzonico,  e  da 
tutta  la  nobiltà  imolese.  Compito 
il  divin  sacrifizio  ed  ascoltata  altra 
messa,  Pio  VI  discese  nella  chiesa 
sotterranea,  ed  offrì  colle  proprie 
mani  *un  nobile  calice  d'oro  di  fi- 
nissimo lavoro  sopra  l'altare  di  s. 
Pier  Grisologo  dottore  di  santa 
Chiesa  e  glorioso  cittadino  imolese. 
Dipoi  colle  nobili  carrozze  del  car- 
dinal vescovo  si  portò  con  tutto 
il  seguito  al  palazzo  del  pubblico, 
dalla  cui  loggia  ed  in  trono  diede 
al  popolo  numeroso  esistente  nel- 
la piazza  l'apostolica  benedizione, 
indi  fece  litorao  al  palazzo  vesco- 


IMO  89 

vile.  Nella  sera  ammise  all'udienza 
il  cardinal  Alessandro  Mattei,  pro- 
veniente dal  suo  arcivescovato  di 
Feriara  per  ricevere  nel  dì  seguen- 
te il  cappello  cardinalizio.  A  tale 
effetto  Pio  VI  tenne  nel  lunedi 
concistoro  pubblico  nella  gran  sala 
dell'episcopio  coi  suddetti  sei  car- 
dinali, e  vestito  pontificalmente, 
con  tutte  le  consuete  formalità 
impose  il  cappello  cardinalizio  al 
cardinal  Mattei,  cui  pure  assegnò 
il  titolo  e  congregazioni  cardina- 
lizie :  dopo  il  concistoro  il  cardi- 
nale visitò  la  cattedrale,  essendo 
soliti  i  cardinali  che  in  Roma  ri- 
cevono il  cappello  ,  visitare  po- 
scia la  basilica  vaticana.  Nella  sera 
poi  col  solito  accompagnamento  il 
conte  Antonio  Codronchi  imolese 
ministro  pontificio  ossia  internunzio 
in  Torino,  dichiarato  perciò  came- 
riere secreto,  portò  al  cardinal  Mat- 
tei il  cappello  cardinalizio.  Marte- 
dì 28  maggio  sua  Santità  con  l'as- 
sistenza di  tutti  i  mentovati  car- 
dinali, e  particolarmente  assistita 
nella  sacra  funzione  dai  cardinfjli 
Giovannetti  e  Mattei,  destinati  per 
l'officio  di  diacono  e  suddiacono 
assistenti  i  monsignori  Nardi  ni  sd 
gretario  delle  lettere  latine,  e  Co- 
dronchi, fece  solennemente  la  fun-» 
zione  di  consacrare  la  chiesa  cat- 
tedrale d'Imola,  nuovamente  rie- 
dificata con  ampia  e  maestosa  ar-f 
chilettura  del  cav.  Cosimo  Morel- 
li, soddisfacendo  il  santo  Padre  alle 
premure  dello  zio  vescovo  cardinal 
Bandi,  dallo  zelo  del  quale  la  città 
deve  riconoscere  la  riedificazione 
di  tal  basilica,  siccome  fatta  quasi 
tutta  a  sue  spese.  Al  terminare 
della  sacra  funzione  Pio  VI  fece 
al  popolo  una  dotta  omelia,  tutta 
fondata  sui  sentimenti  ammirabili 
di  s.    Pier  Grisologo^    per    eccitare 


9©  IMO  IMO 

maggiormente     gli     ascollanti    nlln      le  armate    francesi,    in    forza     del 
divozione   verso    quel    loro  insigne     quale  esse  evacuarono  la  Romagna, 
concittadino,    ed   insieme    per    illu-     Con  nuovi   pretesti    i    francesi    in- 
strare  la  città  con   la    pubblica  ri-     vasero  nel    1797   la  Romagna,    ed 
luembranza  di    aver    la    medesima     Imola  nel  dì  primo  febbraio,    nel 
dato  alia  Chiesa  un  cos\    gran  hi-     qual    giorno    il    generale    in    capo 
minare    e     maestro.     L'  omelia    fu      dell'armala  d'  Italia  la  unì  con  ap- 
slampata  negli  atti  del    viaggio  di      posilo    decreto    alla    repubblica  di 
Pio  VI,    e  si  legge   a    p.    i5.  De-     Bologna.  Venne  in   Imola  stabilito 
poste  poscia  da  sua  Santità  le  sa-     un  governo    provvisorio    democra- 
cre  vesti,    assistette  alla    messa  ce-  tico,   ed    installata    nuova    munict- 
lebrata     dal     cardinal     Giovannetti  palila,  questa  vide    con    dispiacere 
sopra  l'altare    novellamente    consa-  trasportalo  altrove    il    giornale  ed 
cralo.  Nel  seguente  mercoledì  Pio  il  registro     di    lettere    del    cessato 
VI  accompagnato  dai  cardinali,  se-  magistrato,  venendo    cosi    tolta  al 
Datore  di  Roma,  e  pontiiicio  segui-  comune    un'importante    proprietà, 
to,  si  portò  al  palazzo  del  pubblico  ed  una  serie  di  documenti  storici, 
per   dare  di  nuovo  agi' imolesi  so-  Un  generale    congresso    tenuto    in 
lennemente    la  sua    apostolica    be-  Modena,  e  i   voti   espressi  dai    cit- 
nedizione;  passato  indi  a   vedere  la  ladini   in  appositi  comizi  ,  portaro- 
fabbrica  della    nuova    chiesa    di  s.  no  che  Imola    facesse    parte    della 
Maria  de' monaci    Olivetani,  che  si  repubblica    Cispadana;    quindi     ia 
faceva    costruire    dal    cardinal    ve-  conformità     delle    nuove     massime 
scovo     come    commendatario    della  costituzionali    si  procedette    all'ele- 
medesiraa,  fece  ritorno  all'episcopio,  zione  di  un  corpo  municipale,  e  fu 
ed  alle  ore    18   partì    per  Firenze,  in  tal  guisa   Imola   destinata  capo- 
L'inscrizione  marmorea,  che  fu  col-  luogo  del  dipartimento  del  Santer- 
locata  nella  cattedrale    a    memoria  no,  con    amministrazione    centrale, 
della  consacrazione,  l'anonimo  imo-  tribunale,  casa   di   forza,  ec.    Poco 
lese  la  riporta   a  p.  176  della  par-  dopo  venendo  unite  le  due  repub- 
te  II.  bliche    Cisalpina     e  Cispadana,    fu 
Nel    1785    Pio    VI    creò    cardi-  stabilito  che  i    popoli    di  Bologna, 
naie  e  vescovo  d'Imola  monsignor  Ferrara  e  della   Romagna    facesse- 
Gregorio  Barnaba  Chiaramonti,  suo  ro  parte  della   repubblica    Gisalpi- 
concittadino    e    parente.    Frattanto  na.  GÌ'  imolesi    ebbero    nuova    co- 
spinta    la  Francia     dai    vortici    di  stituzione,    e  dichiarati    appartene- 
«na  generale  rivoluzione  repubbli-  re    al   dipartimento    del    Lamone, 
cana,  occupò  la  maggior  parte  degli  poscia  a  quello  del  Reno,  con  nuove 
stali  italiani,  e  nel  1796  incomin-  municipalità.   Per  la  guerra  nuova- 
ciò  ad  invadere  quelli  della  santa  mente  insorta  tra  la  Germania  e  la 
Sede  ,  e    a'   22    giugno    s'  ìmpa-  Francia,  la  città  nel   1799  ^"    ^^'' 
droni    d*   Imola     senza    contrasto,  cupata  dai  tedeschi,  e  regolata  da 
La  forma  del  governo  allora    non  una    deputazione    provvisoria,    che 
fu  rinnovata,  solo  ebbe    luogo  un  ebbe  il  titolo  di  regia  cesarea  reg- 
consiglio  provinciale    in    Ravenna,  genza  provvisoria    dal  general    te- 
Pio  VI  si  vide  costretto   conchiu-  desco  conte  di  Klenau:    finalmen- 
dere  3*27  giugno  un  armistizio  col-  te  a'  io  luglio  1800  l'esercito  fraa- 


IMO  IMO'                    91 

cese    occupb    di    nuovo    Imola,  e  leria  uno  stendardo.  A' io  novembre 
veimero    richiamale    in    vigore    le  1800  venendo  ordinata  la    forma- 
leggi  della  repubblica  Cisalpina.  zione  d'una  consulta  straordinaria. 
Sino  dai  20  febbraio  lygSaven-  i  membri  della  quale  dovevano  a- 
do  i  francesi    anteriormente   occu-  dunarsi  in  Lione  per  fissar  le  ba- 
pato  lo  stato  pontifìcio,  trasporta-  si  delle  leggi    organiche    della    re- 
rono  via    da     Roma    il   Pontefice  pubblica,  fra  le  quaranta  città  pri- 
Pio  VI,  e  qual  prigioniero  Io  con-  marie  che  spedirono  un    deputato 
dussero  in  Valenza  di  Francia,   ove  al  congresso    ebbe  parte  Imola;  le 
morì  spettacolo  di  eroica  sofl'eren-  guardie  nazionali  del  dipartimento 
2a  a' 29  agosto    1799.    ''  cardinal  del  Reno  elessero  cinque  deputati, 
Chiaramonti  allontanato    dalla  sua  e  la  commissione    straordinaria    di 
greggia,  fu  costretto    cercare    asilo  governo  un  altro,  per  cui  tre  imo- 
in  estere  contrade,  finche  adunato  lesi  recaronsi     a  Lione     ove    a' 20 
il    sacro    collegio    de' cardinali    per  gennaio     1802    fu    accettata    dalla 
dare  un  successore  al  defunto  Pa-  straordinaria    consulta  una    nuova 
pa,  recossi    a  Venezia    pel    concia-  costituzione.  La  repubblica  che  pri- 
ve.  A'  i4  marzo   1800  il  cardinal  ma  chiamavasi    Cisalpina    prese   il 
Chiaramonti  fu  esaltato  al   pontifi-  nome     di    repubblica    Italiana  ,    e 
calo,  e  prese  il  nome  di  Pio  VII,  Napoleone    Bonaparte    primo    con- 
senza  cessare  di  essere  vescovo  d'  I-  sole  della    repubblica    francese    ne 
mola  che   governò   per  vicari.    Es-  fu  proclamato   presidente,  e  Fran- 
sendogli    stali    restituiti    ì  dominii  cesco    Melzi    vice  presidente.    Dipoi 
della  Chiesa  non  ceduti  nella  pace  il    senato     conservatore     della    re- 
di Tolentino,  Pio  VII  nel    partire  pubblica  a'  18  maggio  1804  con  un 
da  Venezia     per    Roma     donò    al  senato  consulto    allldò    il    governo 
tenente  maresciallo   Manfrault,  go-  della  repubblica  allo  stesso  Napo- 
vernatore  della    piazza  di  Venezia,  leone  che  prese    il  titolo    d' impe- 
un   anello    con    zafliro    contornato  ratore    de' francesi,    che    Pio    VII 
di  brillanti,    accompagnando    gra-  consacrò    in    Parigi    nella    solenne 
ziosamente  il  dono    con    gentilissi-  coronazione.  Quindi  l' italiana   con- 
mo  biglietto,  in    cui  erano    scritte  sulta  di  stato    collo    statuto    costi- 
queste  rimarchevoli  parole:  «e//Vm-  tuzionale    de' 17   marzo     i8o5    di- 
possìbiliià    di    mostrargli    la    sua  chiaro  Napoleone  re  d'Italia,  succe- 
soddìsfazione  come    Papa^   supplì-  dendo  la  sua  coronazione    in    Mi- 
sce  per  lui  il  vescovo  d'Imola^  es-  lano  a'  26  maggio,    per   Io  che  I- 
sendo  appunto  l'anello  che    porta-  mola  fece  parte  del  regno    italico, 
va  siccome  vescovo  di  questa  chie-  coi  savi  e   podestà  magistrati   mu- 
sa. Frattanto  Imola  come    facente  nicipali.    Con    riprovevole    ingrati- 
parte  dell'antica  legazione  di    Ro-  tudine,  e  colla  prepotenza  del   più 
magna,  che  colle  legazioni  di    Bo-  forte  Napoleone  occupò    i    dominii 
logna  e    Ferrara    erano    state    ce-  ch'erano    restati    alla    santa  Sede, 
dute    alla    Francia     nella    pace  di  ed  a' 6  luglio  1809  il  virtuoso  Pio 
Tolentino  sotto  Pio  VI,  armò  sotto  VII  fu  strappato  da  Roma,  e  pri- 
il  governo  francese  la  guardia  na-  gioniero  portalo  qua  e  là;  ma  rin- 
zionale,  ed  ebbe  in  dono  dal  gover-  novossi  a  dispetto  de'  suoi    nemici 
no  la  fanterìa  una  bandiera,  la  cavai-  il  trionfo  della  religione    avvenuto 


^1  IMO 

nel  glorioso  suo  predecessore,  dap- 
poiché i  popoli  facevano  a  gara  di 
tributargli  l'omaggio  della  più  pro- 
fonda venera/ione,  commiserando 
i  patimenti  di  cui  era  bersaglio.  I 
suoi  persecutori  nella  deportazione, 
in  trastèrirlo  da  un  luogo  all'altro^ 
onde  impedire  che  venisse  cono- 
sciuto, solevano  annunziarlo  pel 
vescovo  d'Imola. 

La  divina  provvidenza  nel  i8i4 
ridusse    in    polvere    il  trono    e  la 
colossale  potenza  di  Napoleone,  ed 
i  sovrani  da  lui  detronizzati  pote- 
rono   pacificamente    ritornare    alle 
loro  sedi,   mentre  la  Romagna  ven- 
ne occupata  dagli    austro-britanni. 
A'  3[    marzo  Pio  VII  fece    il    suo 
solenne  ingresso  i»i  Bologna,  ed  a'  2 
aprile  si  recò  ad  Imola  con    esul- 
tanza della  città  e  diocesi,    che  lo 
accolse  colle    più    grandi    acclama- 
zioni   e    dimostrazioni    religiose,  e 
passò  ad   abitare  nel  suo  episcopio. 
Vi  giunse   nel    dì    precedente  alla 
domenica  delle  palme;  nel  dì  del- 
la Pasqua,  con    tre  vescovi    e    di- 
versi prelati  assistè  alla   messa  nel- 
la cattedrale,    pontificata    dal    suo 
elemosiniere  segreto  monsignor  ar- 
civescovo Bertazzoli,  e   poi  proces- 
sionalmente  si  portò  al  palazzo  co- 
munale per  dare  dalla  loggia  l'a- 
postolica   benedizione   all'  immenso 
popolo,  giacche   si  calcola   che   acr 
corressero  in  Imola  più    di    venti- 
cinque mila  persone,  e    da  diverse 
città    vescovi,  prelati,  distinti    per- 
sonaggi, non  che  deputazioni  di  di- 
versi luoghi    dello    stato  pontificio, 
tutti  per  esprimere  le  loro  congra- 
tulazioni,  e  la  divozione  che  nutri- 
vano   per    l'immortale    Pontefice. 
Il  cav.  Giacomo  Giustiniani,  che  più 
tardi  ne  divenne  vescovo,  il    prin- 
cipe Ruspoli,     ed    il    conte     Pian- 
dani    gli  preseptaroao   gli    onaag- 


IMO 

gì    della    città    di    Roma .    Nello 
stesso    palazzo     comunale    ammise 
benignamente    al     bacio    del    pie- 
de il  magistrato  della  città,  e  mol- 
ti altri    della    medesima  ,    per    cui 
lo  stesso  magistrato   per    memoria 
eresse  analoga  marmorea  iscrizione 
nella  sala  principale  del  suo  palaz- 
zo. Le  altre  iscrizioni  che  si  fecero 
in  Imola  per  sì  felice    avvenimen- 
to,  le  riporta    il    eh.    Pistoiesi    nel 
tom.  Ili,   pag.    186  della    Fila  di 
Pio   VII.  Dopo  avere  il  Papa  di- 
morato circa  quattordici    giorni  in 
Imola,  a*  i5  aprile  proseguì  il  suo 
viaggio  trionfale  per    Faenza.    Nel 
18 15  furono    restituite    alla  santa 
Sede  le  tre  legazioni  summentova- 
te,  compresa  quella    di   Romagna, 
così  Imola  tornò  sotto    il    pacifico 
dominio    de'  romani    Pontefici ,    e 
sotto  la  legazione  apostolica  di  Ra- 
venna in  cui  è  tuttora.  Quanto  al- 
le note  politiche  vicende  ch'ebbero 
fatale  principio  nel  febbraio  i83i, 
in  cui  venne  inviluppata  anche  I- 
mola,  ne  facemmo   parola  all'arti- 
colo Forlì  ed  altrove,    e    ne    par- 
leremo anche  all'articolo  Ravenna. 
Sulla  storia  d'Imola,  oltre   i    citati 
autori,  si  possono  consultare  Ange- 
Io  Torsano,  Oraliones  quae  de  Uin- 
hriae,  etc,  ove  parla  della  provin- 
cia di  Romagna;  il  Sansovino,  Ri- 
stretto  delle  città  d'Italia;    il   Bla- 
vio  nel  Theatrum  civilatum;  ed  il 
Marchesi,  La    galleria  deW  onore, 
il  quale  parando  della   città    d'I- 
mola, si    diffonde    intorno   alle  fa- 
miglie Alidosi,  Bardella,  Sassatelli, 
Vaini  e  Vestri. 

La  luce  salutifera  del  vangelo  si 
diffuse  nella  chiesa  Corneliese  nel 
primo  secolo  del  cristianesimo,  dal 
glorioso  martire  e  vescovo  di  Ra- 
venna s.  Apollinare,  come  sem- 
bra provare  l'anoiiimo  imoiese  nel- 


IMO 

la  parte  II  della  sua  storia  d'Imo- 
la, dicendo  che  nel  declinar  di  det- 
to secolo  Imola  era  già  divenuta 
cristiana,  non  potendosi  narrare  i 
primitivi  suoi  progressi,  ne  deter- 
minare propriamente  l'epoca  dell'e- 
rezione di  sua  sede  vescovile ,  che 
forse  può  avere  avuto  origine  nel 
secolo  terzo,  o  meglio  nel  quarto 
sotto  Costantino.  È  certo  che  in 
Imola  ai  tempi  del  martire  s.  Cas- 
siamo eravi  una  moltitudine  di  cri- 
stiani, ed  il  dotto  Zaccaria  nella 
storia  de'  vescovi  imolesi  inclina  a 
persuadersi,  che  il  santo  fosse  orion- 
do  romano,  e  nativo  corneliese,  es- 
sendo altro  argomento  per  creder- 
lo tale  l'aver  egli  aperto  scuola  nel 
foro,  perchè  nelle  colonie  i  pubbli- 
ci uffizi  solevano  affidarsi  ai  citta- 
dini ;  però  non  è  provato  se  il  san- 
to ne  fosse  pur  vescovo,  come  pre- 
tesero alcuni,  o  anche  di  altra  chie- 
sa, come  Sabbiona  ora  distrutta,  o 
Bressannone,  forse  illusi  dall'essere 
tali  catl^drali  dedicate  al  santo  mar- 
tire; altri  dicendolo  vescovo  d'Augu- 
stoduna,  di  un  s.  Cassiano  facendone 
tre.  Altra  questione  è  quando  il 
glorioso  atleta  rese  col  proprio  san- 
gue un'insigne  testimonianza  della 
tede  da  lui  professata,  lo  che  pare 
sia  avvenuto  prima  che  Dioclezia- 
no movesse  guerra  alla  Chiesa,  cioè 
prima  dell'anno  3o3.  Dal  secolo 
IV  incomincia  la  serie  de'  vescovi 
imolesi,  e  se  ne  trova  la  prima 
memoria  in  s.  Ambrogio,  eletto  ar- 
civescovo di  Milano  nel  874  ^  in 
una  lettera  scritta  nel  879  a  Co- 
stanzo vescovo  d'una  sede  vicina 
al  foro  di  Cornelio,  dalla  quale  si 
rileva  che  poco  prima  Imola  es- 
sendo rimasta  priva  del  proprio 
vescovo,  il  santo  raccomandava  a 
Costanzo,  Ecclesiam  quae  est  ad 
Forum  Conielii,  come  metropolita- 


IMO  93 

no  di  tutta  l'Emilia,  a  lui  appar- 
tenendo la  consacrazione  del  vesco- 
vo corneliese,  perchè  allora  essen- 
do quaresima  gli  era  impedito  re- 
carsi al  foro.  Si  suppone  quindi 
che  s.  Ambrogio  cessate  le  quare- 
simali fatiche  siasi  portato  in  Imo- 
la dopo  la  Pasqua  del  379,  e  con- 
vocati il  clero  e  la  plebe  venisse 
eletto  il  secondo  vescovo  anonimo 
come  il  primo.  Terzo  vescovo  fu  s. 
Cornelio,  eletto  verso  l'anno  4o5dal 
Pontefice  s.  Innocenzo  1  :  il  Gri- 
sologo  scrisse  di  lui  :  Cornelius  me- 
moriae  beatissìmae  vita  clarus,  cun- 
ctis  virtutuni  titulis  ubique  fLilgens^ 
operitm  magiiitadirie  notus  iiniver- 
sis.  Ad  insinuazione  di  s.  Cornelio 
l'imperatore  Valentiniano  IH  fece 
edificare  in  Imola  la  basilica  detta 
dal  suo  nome  Valentiniana ,  nel 
luogo  stesso  ove  Appio  aveva  or- 
dinato il  teatro  pei  gladiatori  :  il 
tempio  fu  dedicato  a  Maria,  e  per- 
ciò chiamato  di  s.  Maria  in  Are- 
nula,  e  poi  per  corruzione  di  s. 
Maria  in  Regola.  Presso  questo  sa- 
cro edificio  eravi  un  magnifico  pa- 
lazzo, ove  dimorarono  gì'  impera- 
tori Enrico  li.  Federico  I,  Ottone 
IV  e  Federico  li.  A  s.  Cornelio  fu 
sostituito  r  arcidiacono  imolese  s. 
Proietto  verso  l'anno  4^o  >  ed  il 
corpo  di  s.  Cornelio  fu  sepolto  nel- 
la cattedrale  allora  esistente  nel  ca- 
stello di  s.  Cassiano  :  credesi  che 
il  di  lui  corpo  sia  tra  le  anonime 
reliquie  trasportate  per  ordine  del 
vescovo  Alberto  l  dall'antica  alla 
nuova  cattedrale,  e  poste  nell'alta- 
re di  s.  Pier  Grisologo  nel  1200. 
L'esemplarissimo  vescovo  Proietto, 
di  gran  zelo,  prudenza  e  santilù 
ornato,  mori  a'  2  3  settembre  di  an- 
no incerto. 

A  voler  far  menzione  de'  vesco- 
vi che  principalmente  si  distinsero. 


94  IMO 

nomineremo  i  seguenti.  L'imole.^e 
s.  Maurelio  divenne  vescovo  cor- 
neliese  nei  532,  e  vuoisi  da  alcuno 
martire,  e  che  subisse  il  martirio 
nel  54*2  sotto  il  barbaro  Tolila  re 
de'  goti  i  il  suo  corpo  si  venera  nel- 
la cattedrale.  Antonio  Maria  Man- 
zoni ci  diede  l'opuscolo  intitolato: 
Tumulus  ss.  Projecd  et  Maure.lii 
civium  episcoponini ,  ac  proteclo- 
rum  urbis  Corneliensis  illustratuSy 
Imolae  lyoS,  apud  haeredes  Mas- 
sae.  Verso  l'So  i  l'imolese  Eugenio, 
lodalo  per  dottrina,  ascese  alla  cat- 
tedra vescovile.  Qui  noteremo  che 
a  cagione  de*  tempi  venendo  trascu- 
rata la  vita  comune  nei  canonici 
delle  cattedrali ,  a  richiamarla  in 
vigore  i  conci  li  i  di  Magonza ,  di 
Tours  e  di  Acquisgrana  vi  presero 
provvidenza,  e  furono  ordinate  le 
canoniche  abitazioni,  a  facilitar  l'e- 
rezione delle  quali  l'imperatore 
Lodovico  I  neirSig  fece  un  capi- 
tolare, indi  il  Papa  Eugenio  li 
neir  826  prescrisse  in  un  concilio 
discipline  sulla  vita  canonicale.  Tali 
prescrizioni  non  poterono  non  pro- 
durre anche  in  Imola  l'effetto  in- 
culcato, e  lo  produssero  veramen- 
te ed  in  modo  che  al  decorrere 
del  seguente  secolo  X  e  dei  suc- 
cessivi non  fu  bastevole  la  casa  ori- 
ginariamente eretta  presso  l'episco- 
pio a  contenere  tutti  i  canonici  imo- 
lesi,  de'quali  molli  dovettero  con- 
vivere nel  monistero  di  s.  Vitale, 
che  credesi  edificato  nel  fondo  chia- 
mato poi  Galletta,  con  ospedale 
contiguo  a  benefìcio  de'  poveri,  in- 
fermi e  pellegrini.  Tanto  poi  i  ca- 
nonici imolesi  furono  premurosi  di 
osservare  la  vita  comune,  loro  pre- 
scritta per  replicate  canoniche  san- 
zioni, che  prossimo  vedendo  alla 
distruzione  il  loro  domicilio,  come 
nel   i]5i,  così  nel   1 182  si  traslo- 


IMO 

carono  uniti  nel  prossimo  castello 
di  Duzza.  Ritornato  poscia  il  col- 
legio canonicale  in  Imola  nel  1 188, 
dimorò  per  quattr'anni  circa  in 
gran  parte  presso  la  pieve  di  s. 
Lorenzo  sinché  fosse  edificala  la 
nuova  canonica.  Un  tal  genere  di 
vita  comune  trovavasi  in  vigore  tra 
i  canonici  imolesi  anche  nell'anno 
1255.  Quanto  poi  alla  elezione  dei 
vescovi  d' Imola,  è  noto  come  s. 
Leone  I  Magno  accennò  come  re- 
gola dettata  dai  padri,  e  conforme 
all'apostolica  autorità,  che  la  elezio- 
ne de'  vescovi  si  facesse  dal  clero, 
ad  istanza  e  secondo  i  voti  del 
popolo.  Tale  lodevole  costumanza 
a  tutte  le  antiche  chiese  occiden- 
tali, fu  nei  vetusti  secoli  adottata 
anche  dalla  chiesa  imolese;  ma  nel- 
1*88')  essendo  accaduta  la  morte 
del  vescovo,  volle  il  popolo  tutta 
arrogarsi  la  elezione  del  successo- 
re, ciò  che  diede  luogo  a  dispareri, 
i  quali  furono  portati  a  cognizio- 
ne del  Pontefice  Stefano  VI.  Que- 
sti ponderata  maturamente  la  cau- 
sa, scrisse  a  Romano  arcivescovo  di 
Ravenna,  impegnando  tutta  la  sua 
sollecitudine  per  la  canonica  elezio- 
ne del  nuovo  vescovo,  e  dichiaran- 
do eleclione/n  ad  clerum  spedare. 
Fu  in  seguito  riserbata  la  scelta 
del  vescovo  a*  canonici  della  catte- 
drale, che  verso  l'anno  i  194  co- 
minciarono a  formare  coi  canonici 
di  s.  Lorenzo  un  solo  capitolo,  e 
ad  avere  coi  medesimi  comune  il 
gius  dei  comizi.  I  romani  Pontefi- 
ci poscia  riserbarono  a  se  l'elezio- 
ne de'  vescovi  imolesi. 

Al  cominciare  del  secolo  X  IT- 
talia  tutta  impaurita  e  gemente  per 
le  invasioni  degli  ungheri  o  unni, 
barbari  a  segno  di  portare  le  fiamme 
devastatrici  nei  medesimi  santuari,  i 
canonici  ed  i  cittadini  d'Imola  furo* 


I  M  O 

»o  solleciti  nel  prevenirne  le  con- 
seguenze, e  nel  90 3  trasportarono 
dalle  chiese  in  luoghi  nascosti  e 
quasi  inaccessibili  le  reliquie  de*  lo- 
ro santi  protettori,  e  le  sacre  ce- 
neri di  s.  Cassiano  esistenti  nella 
basilica  di  s.  Cassiano.  Nuove  in- 
cursioni nemiche  portarono  per  tut- 
to la  devastazione  e  l' incendio ,  e 
la  cattedrale  fu  saccheggiata,  e  qua- 
si interamente  distrutta ,  per  cui 
dopo  pochi  anni  il  vescovo  Gio- 
vanni II  si  accinse  a  rinnovarla,  e 
mercè  le  generose  obblazioni  di 
Troilo  JVordilio  imolese  di  somma 
autorità,  nel  946  fu  condotta  l'ope- 
ra al  suo  compimento.  In  tale  cir- 
costanza furono  discoperte  le  reli- 
quie di  s.  Pier  Grisologo,  riposte 
in  seguito  entro  quell'  urna  mar- 
morea ove  collocate  le  avea  il  san- 
to vescovo  Proietto.  Inoltre  Gio- 
vanni li  accordò  ai  canonici  il  di- 
ritto di  esigere  le  decime,  confer- 
mato poscia  da'  Papi  Lucio  III,  e 
Celestino  III.  Fu  nel  997  che  per 
opera  di  Ricciardo  Alidosi  venne 
restaurata  l'antichissima  chiesa  di 
s.  Lorenzo,  la  quale  non  molto 
dopo  fu  arricchita  di  molti  fondi 
da  Guilla  nobil  donna.  Paolo  di- 
venne vescovo  nel  1027,  o  meglio 
assai  prima  e  forse  nel  ioi3;  fu 
sotto  questo  vescovo,  inteso  ad  ab- 
bellire la  cattedrale  già  ristorala 
dal  generoso  Corrado  Sassatelli  nel 
1010,  che  si  scuoprlrono  i  sacri 
corpi  de*  ss.  Maurelio  e  Proietto  ; 
e  nel  1028  \ennero  riposti  in  ur- 
ne di  pietra,  indi  nascosti  ad  istan- 
za degl'imolesi  timorosi  di  guerre- 
sche scorrerie.  Pare  che  Paolo  te- 
nesse il  vescovato  sino  al  1082,  nel 
quale  anno  per  le  benefiche  cure 
di  Ugolino  Alidosi  venne  riedifica- 
to il  teriipio  dedicato  a  s.  Giaco- 
mo apostolo.  Sotto  il  vescovo  Pel- 


IMO  9^ 

legrino,  e  nel  1048  Pianiero  Ali- 
dosi  eresse  la  chiesa  di  s.  Giulia- 
no, negli  ultimi  tempi  $oppressa. 
Nel  1063  divenne  vescovo  Basilio 
monaco  integerrimo,  prudente  esen- 
to. In  tale  anno  usci  da  un  lago 
prossimo  alla  città  un  drago,  il  qua- 
le sparse  per  tutto  la  desolazione 
ed  il  terrore.  Compassionando  Ba- 
silio il  lagrimevole  stato  degl'imo- 
lesi, ricorse  alle  pubbliche  preci,  e 
tutta  ponendo  la  sua  confidenza 
nella  divota  immagine  di  Maria 
Vergine,  col  sacro  velo  di  que- 
sta che  Longino  avea  portato  da 
Costantinopoli  nel  567  e  collocato 
nella  chiesa  di  s.  Maria  in  Regola, 
andò  contro  l'orrida  fiera,  e  la  con- 
quise. A  memoria  del  prodigio  in- 
nalzò una  colonna  di  marmo  con 
apposite  epigrafi  che  si  vedono  sot- 
to l'aitar  maggiore  di  detta  basili- 
ca, e  l'anonimo  imolese.  nel  nar- 
rare il  prodigio  le  riporta  e  spie- 
ga a  pag.  62  della  p.  II,  con  altre 
analoghe  notizie,  e  del  perchè  si 
faccia  la  processione  a*  5  febbraio, 
nel  d'i  sacro  a  s.  Agata.  A*  tempi 
del  vescovo  Basilio  eravi  fuori  di 
porta  Bolognese  un'  antichissima 
chiesa  cadente,  dedicata  a  s.  Ma- 
ria della  Misericordia  e  a  s.  Ste- 
fano protomartire  in  zagonia  o  dia- 
conia ;  i  cittadini  nel  1070  la  fe- 
cero ricostruire,  avente  annesso  uà 
monistero  di  benedettine  che  poi 
nel  1256  per  autorità  di  Alessan- 
dro IV  fu  ceduto  alle  Clarisse.  Mo- 
rì Basilio  nel  1074,  e  venne  distin- 
to in  un  breve  di  Eugenio  111  col 
titolo  di  beato. 

Morando,  per  maneggio  degli  en- 
riciani  o  fautori  di  Enrico  IV,  nel 
1 084  assunse  il  vescovato,  mentre 
Imola  trovavasi  immersa  in  civili 
discordie,  e  in  tre  parti  divisi  i  cit- 
tadini: l'una  abitava  di  là  dal  Va* 


96  IMO 

treno,  o v'era  fabbricala  la  rocca  dei 
longobardi;  l'altra  occupava  l'anii- 
co  sito  del  foro  di  Cornelio  dello 
poi  castello  di  s.  Cassiano;  stava 
la  tei-za  in  mezzo  ov'era  situala  la 
città  dei  corneliesi  o  imolesi.  Mo- 
lando che  a  togliersi  dal  furore  dei 
parliti  avea  trasportata  la  sua  se- 
de in  Conselice,  ad  istanza  de*  cor- 
neliesi e  sancassianesi  fece  ritorno 
in  Imola,  e  quivi  tutte  impegnò  le 
sue  cure  onde  fosse  riconosciuto 
per  legittimo  l'antipapa  Clemente 
HI,  specialmente  dal  proprio  clero, 
e  vi  riuscì.  Sotto  Morando  nel 
io85  fu  ritrovata  la  colonna  alla 
quale  credesi  fosse  legalo  s.  Cas- 
siano quando  sostenne  il  martirio: 
al  presente  si  venera  il  sacro  mo- 
numento a  tergo  dell'  aitar  mag- 
giore delia  chiesa  parrocchiale  dei 
ss.  Bartolomeo  e  Cassiano  nei  sob- 
borghi della  città.  Nel  iog4  im- 
perversando fierissima  pestilenza, 
molti  scismatici  tornarono  al  seno 
della  Chiesa  romana  ,  all'obbedien- 
za del  legittimo  Urbano  II,  e  si 
allontanarono  dal  falso  Papa  Cle- 
mente III  ;  ed  è  probabile  che  gl'i- 
molesi  cacciassero  da  questa  sede 
r  intruso  Morando,  il  quale  rifu- 
giossi  in  Cesena,  e  di  dove-  come 
sostenuto  da  Enrico  IV  non  volle 
rinunziare  al  vescovato.  Il  sostituito 
Oldone  venne  autorizzato  da  Ur- 
bano II  a  consacrare  una  chiesa 
di  Como  :  resse  questi  la  chiesa 
d'Imola  sino  al  1108.  Dal  quinto 
secolo  della  Chiesa  sino  al  i  106 
il  vescovo  d'Imola  era  stato  sog- 
getto alla  giurisdizione  del  metro- 
polita di  Ravenna;  ma  a'  27.  otto- 
bre di  detto  anno  convocò  Pasqua- 
le II  in  Guastalla  un  concilio,  ove 
fra  gli  altri  decreti  per  umiliare 
In  chiesa  di  Ravenna,  furono  sot- 
tratte da  queir  arcivescovo  le  chie- 


IMO 
se  dell'Emilia,  e  probabilmente  vi 
comprese  la  chiesa  imoicse.  Tale 
dipendenza  però  venne  rinnovata 
nel  1119  da  Gelasio  II,  e  confer- 
mala negli  anni  11 25  da  Onorio 
li,  nel  II 33  da  Innocenzo  II,  nel 
1224  ^^  Onorio  III,  e  nel  1228 
da  Gregorio  IX.  Nel  1122  diven- 
ne vescovo  Otrico,  il  quale  fu  as- 
sai benemerito  del  capitolo,  gli  ac- 
cordò amplissimi  privilegi  e  il  di- 
ritto di  esigere  decime  :  gli  succes- 
se nel  1126  Bennone  che  vuoisi 
imolese,  umanista  celebre  dell'uni- 
versità di  Bologna,  arcidiacono  del- 
la cattedrale  imolese,  giacché  l'ele- 
zione del  vescovo  allora  cadeva  so- 
pra i  soggetti  più  ragguardevoli  del 
clero,  massime  sui  canonici  di  que- 
sta chiesa.  Bennone  ottenne  dal 
Pontefice  Onorio  II  l'ampio  privi- 
legio con  cui  si  accordò  al  vescovo 
d' Imola  e  successori  gli  antichi 
diritti  di  esiger  dazi  nella  città,  di 
pronunciar  pubblici  giudizi ,  e  di 
possedere  il  temporale  dominio  su 
molti  luoghi  del  contado  imolese, 
donde  poi  fu  che  i  'vescovi  imolesi 
assunsero  il  titolo  di  conte.  L'im- 
portante diploma  pontifìcio  l' ano- 
nimo imolese  lo  produce  a  p.  74: 
morì  Bennone  nel  i  i  Sg.  Sotto  di 
lui  o  nella  sede  vacante,  presso  lo 
spedale  di  s.  Giorgio  s' incominciò 
la  fabbrica  d'una  chiesa  in  onore 
di  tal  santo,  ora  non  più  esistente. 
Ridolfo  ravennate  monaco  bene- 
dettino nel  I  146  fu  eletto  vesco- 
vo :  mentre  era  abbate  di  s.  Ma- 
ria in  Regola  ottenne  a  favore  del 
suo  monistero  di  benedettini  di- 
verse castella,  chiese,  privilegi  e 
diritti  da  Papa  Eugenio  III.  Ritor- 
nando il  vescovo  dal  concilio  di 
Chartres  in  Francia,  nel  1 147  ot- 
tenne in  dono  e  collocò  nella  ba- 
silica del  suo   antico    monistero    il 


IMO 

corpo  di  s.  Sigismondo  re  di  Bor- 
gogna :  i  forlivesi,  ì  milanesi  ed  i 
piagesi  M  vantano  di  possedere  il 
corpo  di  tal  santo.  Ridolfo  fu  pure 
al  concilio  di  Reims  tenuto  da  Eu- 
genio II r.  Questo  vescovo  ampliò 
Je  rendite  della  chiesa  e  la  sua 
giurisdizione,  ed  Eugenio  III  con- 
fermando il  diploma  di  Onorio  II 
accordò  altre  castella,  rendite  e  pri- 
vilegi con  special  diploma  che  si 
legge  a  pag.  83  loco  citato.  Gl'in- 
cendi  e  le  distruzioni  portate  nel 
1 1 52  dai  bolognesi  agli  edifizi  del 
castello  di  s.  Cassiano,  obbligarono 
Ridolfo  a  trasportar  la  sua  sede  in 
Dozza,  e  non  fece  ritorno  ad  Imola 
che  nel  1 154.  Inoltre  il  zelante  Ri- 
dolfo compose  le  differenze  che  di- 
videvano i  corneliesi  dai  sancassia- 
nesi,  e  confermò  i  diritti  spirituali 
e  temporali  accordati  da'  suoi  pre- 
decessori ai  canonici  di  s.  Lorenzo, 
stabilendo  che  una  quarta  parte  dei 
fruiti  fosse  devoluta  a'  medesimi  ca- 
nonici, un'altra  alla  fabbrica  della 
chiesa,  una  a'poveri  e  l'ultima  a' ca- 
nonici della  cattedrale.  Fu  anche  nel 
II 59  che  Federico  conte  palatino 
legato  imperiale  favori  la  chiesa  imo- 
lese  con  grazioso  diploma,  riportato 
dall'anonimo  imolese  a  pag.  88.  Uno 
scisma  insorto  nel  nSg  nell'elezio- 
ne di  Alessandro  III,  in  cui  s'intru- 
se l'antipapa  Ottaviano  o  Vittore 
V,  cagionò  al  vescovo  Ridolfo  una 
lunga  serie  di  triste  vicende  :  il  con- 
ciliabolo di  Pavia  e  l' imperatore 
Federico  I  riconobbero  il  falso  Pon- 
tefice, il  quale  col  vero  si  dierono 
a  fulminar  scomuniche,  e  nell'obbe- 
dienza fu  divisa  lagrimevolmente 
la  cristianità.  Ridolfo  restò  sempre 
fedele  ad  Alessandro  HI,  ma  do- 
vette per  molti  anni  andare  ra- 
mingo dalla  sua  sede  in  diversi 
luoghi  della  diocesi,  e  nel  ii65 
VOI.    xxxiv. 


IMO  97 

era  già  ritornato  in  Imola.  Se  pe- 
rò il  clero  di  s.  Cassiano,  seguen- 
do l'ottimo  esempio  del  vescovo, 
spiegò  il  suo  attaccamento  ad  A- 
lessandro  HI,  non  venne  imitato 
dai  cittadini  corneliesi,  che  segna- 
rono ne'  loro  atti  :  certuni  Papain 
nondiwi  liabenius.  Mori  Ridolfo 
dopo  il  1166,  chiaro  per  virtù  e 
per  meriti  ,  decorato  del  titolo  di 
beato  negli  antichi  monumenti,  e 
leggesi  il  di  lui  corpo  segnato  tra 
le  sacre  reliquie  conservate  nella 
chiesa  di  s.  Maria  in  Regola.  Il 
successore  Arardo  compassionando 
la  critica  situazione  dello  spedale 
di  s.  Giorgio,  gli  concesse  alcuni 
beni  a  titolo  di  permuta ,  in  be- 
nefìcio della  chiesa  dell'  ospedale  e 
de'  ministri  che  ivi  servivano:  fini 
i  suoi  giorni  verso  il  1 174.  Enri- 
co che  gli  successe,  vedendo  l'im- 
minente distruzione  del  castello  di 
s.  Cassiano,  ottenne  che  i  laici  con- 
segnassero a' canonici  i  corpi  de' san- 
ti prolettori  Pier  Grisologo,  Pro- 
ietto e  Maurelio  nascosti,  poi  tras- 
feriti nella  cattedrale.  Addetto  co- 
m'era Enrico  alla  causa  di  Ales- 
sandro III,  divenne  se^^no  alle  im- 
periali persecuzioni,  dovette  abban- 
donar la  sede,  e  rifugiarsi  in  di- 
versi luoghi,  finche  ritornò  in  Imo- 
la nel  II 77  per  la  pace  fatta  tra 
Federico  I  ed  il  Papa.  Essendo  de- 
molito il  monistero  e  spedale  di 
s.  Vitale  di  ragione  de'  canonici , 
Enrico  convenne  che  i  beni  appar- 
tenessero parte  alla  mensa  vesco- 
vile, e  parte  alla  canonicale. 

Nel  1 177  considerando  l' imole- 
se illustre  Pietro  Trullo  la  vicina 
demolizione  della  cattedrale,  dispo- 
se che  se  la  figlia  morisse  senza 
prole,  la  nuova  chiesa  di  s.  Cas- 
siano, se  fabbricata  in  Imola,  aves- 
se la  metà  di  sua  casa  e  di  sua 
7 


98  IMO 

•vigna.  Inlei-Tcnne  Ennco  al  concì- 
lio Interanense  III,  e  conseguì  da 
Alessandro  IH  la  conferma  di  tutti 
i  privilegi  concessi  dai  romani  Pon- 
tefici alla  chiesa  imolese.  Ritorna* 
to  iu  Imola,  e  trovato  il  castello 
di  s.  Cassiano  quasi  distrutto ,  si 
ritirò  co'  suoi  canonici  in  Doxza. 
Nel  II 85  Bertoldo  legato  imperia- 
le rìlasciò  un  diploma  con  cui  con- 
fermò ad  Enrico  la  signoria  del  ca- 
stello di  s.  Cassiano,  di  Totano, 
Poggiolo,  s.  Geminiano,  Ronco, 
Rocca  Valsalva,  Sorbelolo,  Taula- 
ria,  Conselice,  e  di  altre  castella, 
terre  e  chiese.  Il  saggio  e  benefi- 
co vescovo  accomodò  varie  contro- 
versie) e  decretò  la  traslocazione 
della  cattedrale  e  della  sede  ve- 
scovile dal  castello  di  s.  Cassiano 
entro  la  città  d' Imola,  al  quale 
oggetto  nel  1187  ottenne  da' cit- 
tadini il  rione  Montale,  ov'è  pre- 
sentemente la  cattedrale.  I  consoli 
e  i*eltori  d*  Imola  fecero  la  dona- 
zione del  rione  con  atto  riportato 
a  pag.  97,  e  per  maggior  garan- 
lia  Ire  giorni  dopo ,  cioè  a'  6  lu- 
glio, giurarono  solennemente  in  no- 
me di  tutta  la  città,  e  promisero 
di  salvare  e  difendere  la  persona 
di  Enrico  e  di  tutti  i  vescovi  suc- 
cessoli, e  le  loro  giurisdizioni  e  pos- 
sessioni. Enrico  gittò  quindi  la  pri- 
ma pietra  fondamentale  della  nuo- 
va basilica  di  s.  Ca>siano,  la  cui 
costruzione  procedette  lentissima , 
e  colle  limosine  domandate  nel 
laSo  dal  vescovo  Tommaso,  potè 
finalmente  il  vescovo  Sinibaldo  con- 
sacrarla solennemente  a'  24  otto- 
bre 127 1.  Tuttavolta  Enrico  nel 
1 1 88  trasportò  la  vescovile  sua  se- 
de insieme  colla  propria  corte  nel- 
la città,  e  appena  eretti  i  primi 
muri  della  cattedrale  vi  sì  colloca- 
rono le  sacre  reliquie  de'  santi  prò- 


IMO 

lettori,  e  vuoisi  compresevi  pure 
quelle  di  s.  Cassiano.  Morì  Enri- 
co nel  I  193  pieno  di  grandi  me- 
riti, ed  autore  di  utilissimi  statuti 
in  decoro  della  sua  chiesa.  Sotto 
il  successore  Alberto  I,  benché  fos- 
se determinato  il  numero  de'  ca- 
nonici delia  cattedrale,  ne  vollero 
questi  l'approvazione  dal  Pontefice 
Celestino  III  nel  1194»  con  diplo- 
ma che  diresse  al  preposto  e  ca- 
nonici. I  canonici  si  stabilirono  in 
numero  di  undici,  cioè  cinque  pre- 
ti, tre  diaconi  e  tre  suddiaconi.  È 
qui  da  osservarsi  che  la  prima  di- 
gnità capitolare  è  il  preposto  sino 
dagli  antichi  secoli;  un'altra  di- 
gnità sì  è  quella  dell'arciprete,  e 
già  esisteva  nel  io56:  essendo  ces- 
sata dopo  il  1239,  fu  restituita  nel 
1479  da  Sisto  IV,  il  quale  nel 
1477  avea  pure  restituita  la  di- 
gnità dell'arcidiacono  ;  altre  dignità 
sono  il  decano  e  il  priore,  che  so- 
spese nel  secolo  XII,  il  vescovo 
Bonadies  ripristinò  nel  i5o4  la  p»ì- 
ma,  e  il  vescovo  Cuccini  verso  la 
metà  del  secolo  XVII  la  seconda. 
Della  dignità  di  camerlengo  le  pri- 
me memorie  sono  del  i235.  Era- 
no altre  dignità  il  primicerio,  il 
tesoriere,  il  custode,  il  penitenzie- 
re e  il  teologo:  ebbero  per  istitu- 
tori, la  prima  il  vescovo  Bonadies, 
la  seconda  e  la  terza  il  vescovo 
Scribonio,  le  altre  il  vescovo  Musot- 
ti.  Presentemente  il  penitenziere, 
il  teologo,  come  anco  il  parroco 
tornano  semplici  canonici  alla  mor- 
te di  quelli  da'quali  erano  stati  in- 
vestiti di  quegli  offizi  come  ilignità. 
Abbiamo  da  Federico  Sordi,  Consi- 
lia de  praeeminentiay  et  dignitate  ar- 
chidiacona  tus^  praeposiiorum,  archi- 
presbyterorum  Iniolensium  ^  Bono- 
niae   i58i. 

Alberto  I  coH'autorità    di  Cele- 


IMO 

stino  III  cui  fu  accettissimo,  non 
solo  sopì  le  discordie  tra' cittadini, 
ma  tra  i  canonici  di  s.  Lorenzo  e 
t  monaci  di  s.  Donato,  i  quali  do- 
po la  distruzione  del  castello  di 
s.  Cassiano  trasferirono  il  corpo  di 
s.  Donato  nella  chiesa  di  s.  Paolo 
ora  distrutta  ;  così  le  differenze  tra 
il  vescovo  ed  i  canonici  della  cat- 
tedrale. Con  questi  il  successore 
Alberto  II  premuroso  di  stabilire 
una  perenne  concordia,  li  dispensò 
dall'  offerta  della  candela,  dalle  spe- 
se per  accompagnar  il  vescovo  a 
Ravenna,  confermò  loro  le  decime 
con  facoltà  di  punir  colie  censure 
i  renuenti.  Con  approvazione  del 
medesimo  Alberto  li  i  canonici  di 
s.  Maria  del  Castello  d' Imola  e  i 
monaci  de'  santi  Matteo  e  Mattia 
intrapresero  a  convivere  insieme 
sotto  la  presidenza  di  un  solo  ar- 
ciprete o  abbate  da  essi  eletto,  e 
confermato  dal  vescovo.  Nel  1202 
Alberto  II  meritò  essere  trasferito 
air  arcivescovato  di  Ravenna,  e  nel- 
la sede  iraolese  gli  successe  Gere- 
mia :  sotto  di  lui  e  nel  1204  fu 
dato  ai  monaci  camaldolesi  il  mo- 
uistero  di  s.  Caterina,  detto  di  s. 
Eustachio,  situato  ne'  sobborghi  di 
s.  Giacomo,  già  doppio  cioè  di  uo- 
mini e  di  donne  ;  verso  il  secolo 
XV  passò  il  monislero  nelle  mani 
de'  chierici  secolari ,  e  Giulio  11 
l'unì  alla  prepositura  con  titolo  di 
padronato  alla  famiglia  della  Vol- 
pe, che  successivamente  nominò 
molti  individui  della  propria  fami- 
glia. Dopo  un  vescovo  ch'era  pure 
abbate  della  Pomposa,  venne  eletto 
nel  1207  il  sagacissimo  Mainardi- 
no  Aldigieri  ferrarese.  A'  16  mag- 
gio 1208  collocò  nell'altare  d'una 
cappella  da  lui  fabbricata  nella  cat- 
tedrale i  corpi  de'  santi  Maurelio 
e  Proietto,  che   ivi    rimasero   fino 


IMO  99 

al  i4%>  nel  qual  tempo  furono 
dal  vescovo  Volta  trasferiti  in  ara 
nuova,  come  egualmente  lo  furono 
nel  16 16  sotto  il  vescovato  di  Pa- 
leotti;  però  la  ricognizione  ebbe 
solo  luogo  a'  21  aprile  1700  sotto 
il  vescovo  cardinal  del  Verme.  Ot- 
tenne nel  12 IO  dall'imperatore  Ot« 
tone  IV  un  diploma  con  cui  con- 
fermò alla  giurisdizione  del  vesco- 
vo quelle  terre  e  castella,  che  l'a- 
nonimo enumera  a  pag.  109  ,  in- 
sieme a  quelle  confermate  da  Fe- 
derico II  con  diploma  emanato  nel 

1226  in  occasione  che  i  bolognesi 
e  faentini  le  avevano  violentemen- 
te occupate.  Anche  Innocenzo  IH 
confermò  al  vescovo  Mainardino 
lutti  i  diritti  e  beni  conceduti  da 
Eugenio  III  ed  Alessandro  III.  Nel 

1227  Mainardino  giltò  la  prima 
pietra  fondamentale  della  chiesa  di 
s.  Maria  della  Carità  presso  alle 
mura  della  città,  con  dichiarazione 
che  appartenesse  ai  canonici.  11  Ga- 
ra m  pi  nelle  Memorie  ecclesiastiche y 
pag.  399,  dice  che  Mainardino  fon- 
dò la  chiesa  e  monistero  della  Ca- 
rità, acciò  fosse  canonica  regolare 
secondo  la  regola  del  b.  Agostino, 
e  i  frati  e  suore  della  medesima 
dovessero  prestare  ubbidienza,  se- 
condo detta  regola,  al  priore  dal 
quale  dovessero  correggersi  ;  obbli- 
gando i  medesimi  frati  e  suore  a 
prestare  la  dovuta  soggezione  an- 
che ai  vescovi  suoi  successori.  Ver- 
so il  i23o  con  replicati  diplomi 
confermò  ai  canonici  le  antiche  giu- 
risdizioni ;  e  nel  i235  con  sua  ap- 
provazione le  monache  domenica- 
ne ottennero  Inarca  onde  edificar- 
vi una  chiesa.  Morì  Mainardino 
nel  1249,  e  delle  sue  gesta  come 
cittadino  e  podestà  ne  parlammo 
superiormente.  Il  nuovo  vescovo  fu 
Tommaso  Ubaldini  di   Firenze,  il 


foo  IMO 

quale  spieg?>  energico  e  straordi- 
nario impegno  per  sostenere  le  an- 
tiche consuetudini,  ch'erano  le  ba- 
si di  parecchie  giurisdizioni  vanta- 
le dalia  sua  chiesa  e  dai  canonici. 
Nel  17,52  dalla  locale  polizia 
venne  adottata  la  pratica  introdot- 
ta in  diverse  città,  della  fabbrice- 
ria nella  cattedrale  per  raccoglie- 
re le  spontanee  offerte  de'  fedeli. 
Nell'anno  1^55  fu  accordata  agli 
agostiniani  la  chiesa  de*  ss.  Giaco- 
mo e  Filippo;  e  nel  i^Sy  i  fran- 
cescani aprirono  in  Imola  un  insi- 
gne studio  di  teologia.  L'  anno 
1258  ebbe  principio  la  gravissima 
e  lunga  controversia  tra  il  vesco- 
vo ed  il  comune,  il  quale  tentò  to- 
gliere al  prelato  il  gius  dell'acqua 
che  dal  canale  d' Imola  scorreva 
nel  porto  di  Consci  ice ,  paese  a 
que'  tempi  soggetto  alla  vescovile 
giurisdizione,  e  a  tale  effetto  di- 
vertì l'acqua  medesima.  11  vescovo 
Tommaso  si  oppose  fortemente,  e 
minacciò  le  censure,  per  cui  i  con- 
soli ed  il  magistrato  civile  saccheg- 
giarono l'episcopio,  e  lo  spogliaro- 
no de*  privilegi  e  monumenti  ma- 
noscritti relativi  alla  chiesa,  quindi 
ebbero  luogo  scomuniche,  interdet- 
ti ed  appellazioni  alla  santa  Sede, 
anche  quando  il  podestà,  gli  an- 
ziani e  i  consiglieri  per  sostenere 
un  canonico  non  voluto  dal  vesco- 
vo, portatisi  armati  alla  chiesa  di 
s.  Cassia  no,  con  scuri  ruppero  le 
porte  e  i  cancelli,  maltrattando  il 
clero.  Gli  scandali  si  terminarono 
colla  concordia  tra  il  comune  e  la 
chiesa  nel  1267,  che  l'anonimo 
produce  a  pag.  120;  allora  il  ve- 
scovo assolvette  il  comune  dalla 
scomunica  e  dall'  interdetto ,  e  si 
ripigliò  nella  città  la  celebrazione 
de'  divini  uffizi,  che  per  quindici 
mesi  era  slata  sospesa.  In  mezzo  a 


IMO 

questi  disturbi,  il  vescovo  accreb- 
be le  giurisdizioni  e  i  proventi  della 
cattedrale  e  de'  canonici,  e  conces- 
se loro  la  chiesa  di  s.  Donato  pros- 
sima al  cimitcrio  della  cattedrale  / 
e  alla  casa  Alidosi,  cogli  cdiQzi  e 
diritti  spettanti  alla  conceduta  chie- 
sa. Inoltre  nel  1260  o  1264  die- 
de l'ospedale  di  s.  Spirito  ai  frati 
crociferi ,  e  1*  annessa  chiesa  di  s. 
Vincenzo  fuori  di  porta  Romana. 
Morì  Tommaso  nel    1269. 

Sinibaldo  nel  1271  consacrò  la 
cattedrale,  e  nel  sotterraneo  o  con- 
fessione ripose  il  corpo  del  s.  mar- 
tire Cassiano:  ratificò  la  concordia 
giurata  dal  predecessore  coi  citta- 
dini, concedendo  al  comune  in  en- 
fiteusi molti  terreni  ;  consagrò  la 
chiesa  di  s.  Donato  da  lui  risto- 
rata ;  ampliò  ed  abbellì  la  catte- 
drale, e  vi  aggiunse  nel  1278  la 
tribuna  del  coro,  ornandola  con  di- 
verse pitture.  Nel  1 28 1  in  detto 
tempio  fu  tenuto  un  concilio  pro- 
vinciale da  Bonifacio  Fieschi  arci- 
vescovo di  Ravenna.  La  generosi- 
tà e  prudenza  di  Sinibaldo  richia- 
mò gì'  imolesi  all'attaccamento  del- 
la sua  chiesa,  di  cui  dierono  va- 
rie dimostrazioni,  e  morì  nel  1297. 
Bonifacio  Vili  annullò  l'elezione 
di  Ramberto  Sassatelli,  e  diede  in 
vescovo  Benedetto,  che  poco  visse. 
Nemico  il  Papa  de'ghibellini,  non 
volle  a  successore  Rondino  nipote 
di  Machinardo  principe  della  città, 
e  in  vece  elesse  Giovanni  Muti 
Papazzurri  romano,  che  nel  i3o2 
fu  traslocato  alla  chiesa  di  Rieti, 
e  gli  successe  Matteo  Orsini  ro- 
mano de'  frati  minori.  Sotto  di 
lui  i  domenicani  d'  Imola  ricevet- 
tero in  dono  da  Benedetto  XI  l'an- 
tica chiesa  di  s.  Nicolò  co'  suoi 
beni.  Diminuite  le  rendite  della 
collegiata  di  s.   Lorenzo ,   V  Ordini 


IMO 

la  restrinse  ad  un  arciprete  e  quat- 
tro canonici  ,  i  quali  poi  furono 
soppressi,  come  negli  ultimi  tempi 
Ja  chiesa,  ma  l'arcipretura  esiste 
trasferita  nella  chiesa  di  s.  Carlo. 
Traslocato  Matteo  nel  1 3 1 7  a 
Chiusi,  Giovanni  XXII  fece  vesco- 
vo il  suo  concittadino  Raimbaldo, 
che  ottenne  ai  carmelitani  un  mo* 
iiistero  in  città  e  poi  la  chiesa  del- 
la ss.  Annunziata  :  furono  pure  ver- 
so il  medesimo  tempo  introdotti  i 
frati  serviti  in  Imola,  che  sotto  il 
vescovo  Guarini  fabbricarono  il  con- 
vento. Nel  i332,  senza  trascurare 
i  doveri  vescovili ,  Raimbaldo  fu 
deputato  a  governar  la  Romagna 
da  detto  Papa ,  tutto  sostenendo 
lodevolmente  sino  alla  sua  morte, 
accaduta  nel  i34i.  Clemente  VI 
dichiarò  a  succedergli  Carlo  figlio  di 
Lippo  Alidosi  capitano  d' Imola , 
che  per  la  ecclesiastica  disciplina  e 
riforma  de' costumi  tenne  nel  i346 
un  sinodo  diocesano,  indi  si  occu- 
pò a  rivendicare  alla  mensa  vesco- 
\ì\e  molti  beni  occupati  o*  rapiti. 
Nel  1348  accordò  all'ordine  de- 
gli umiliati  la  chiesa  di  s.  Maria 
del  castello  di  Bozza.  Nel  i35i  fu 
distrutto  il  monistero  e  tempio  dei 
santi  Giacomo  e  Filip[X),  goduto  da- 
gli agostiniani  sino  dal  ia57  ,  e 
venne  ad  essi  accordato  di  erigere 
la  chiesa  di  s.  Michele,  presente- 
mente detta  oratorio  di  s.  Agosti- 
no; chiesa  riformata  nel  i448,  poi 
resa  maestosa  e  vaghissima  negli 
ultimi  tempi.  A  Carlo  nel  i354 
Innocenzo  VI  diede  a  successore 
il  nipote  Litto  Alidosi  canonico  del- 
la cattedrale,  che  nel  1379  i*»"!^"- 
ziò,  quando  Urbano  VI  lo  fece  te- 
soriere generale,  mentre  la  Chiesa 
universale  era  afflitta  dal  terribile 
scisma  sostenuto  dall'antipapa  Cle- 
mente   VII.    IikU    furouQ    vescovi 


IMO  loi 

Marino  già  camerlengo  di  Urba- 
no VI,  Guglielmo  Alidosi  ,  Giaco- 
mo Caraffa  sotto  il  quale  il  pseu- 
do  Pontefice  a'  i8  luglio  i384  no- 
minò vescovo  d'Imola  Beltràndo; 
Bonifacio  IX  nel  iSgo  fece  vesco- 
vo Antonio  Calvi  romano  assai  ze- 
lante, che  nel  iSgG  trasferì  al  ve- 
scovato di  Todi,  poi  creato  cardi- 
nale da  Innocenzo  VII.  Qui  è  da 
avvertirsi  che  conlenendo  questo 
mio  Dizionario  le  biografie  di  tutti 
i  cardinali,  ad  ognuna  vi  sono  le 
notizie  dei  vescovi  cardinali  d'Imo- 
la, e  di  quei  vescovi  che  poi  furono 
elevati  al  cardinalato. 

Bonifacio  IX  fece  in  seguito  ve- 
scovi Filippo  Guidotti  bolognese,  e 
Nicolò  d'Asisi  di  somma  probità 
ed  impegno  per  la  difesa  de'di rit- 
ti della  chiesa.  Benedetto  XIII  an- 
tipapa nel  1399  contemporanea- 
mente all'elezione  di  Nicolò  desti- 
nò a  questa  chiesa  Francesco  di  Nis- 
sa.  Alla  morte  di  Nicolò  nel  i4o2 
lo  stesso  Bonifacio  IX  gli  die  in 
successore  Ermanno  da  Castel  Du- 
rante de'Brancaleoni  preposto  del- 
la cattedrale;  fu  grandemente  ac- 
cetto ad  Innocenzo  VII  e  Grego- 
rio XII,  e  morì  nel  1412.  Pietro 
Ondedei  di  Pesaro  fu  creato  ve- 
scovo da  Giovanni  XXIII;  alla 
dottrina  uni  indefesso  zelo  pasto- 
rale. Successore  nel  i45o  fu  Ga- 
spare Sighigelli  di  s.  Giovanni  in 
Persiceto  fatto  da  Nicolò  V,  che 
a  di  lui  riguardo  accordò  ai  ca- 
nonici l'uso  perpetuo  delle  almu- 
zie,  ed  assai  lodato  mori  nel  i4^7» 
vedendosi  nel  convento  dei  do- 
menicani, al  cui  ordine  avea  ap- 
partenuto, la  sua  itnmagine  cin- 
ta di  raggi  col  titolo  di  beato.  Ca- 
listo 111  fece  vescovo  Antonio  Ca- 
stellano della  Volta  bolognese  che 
ampliò  la  fabbrica  della  cattedra- 


I09  IMO 

le,  ed  isCituì  i  sacerdoti  mansio» 
Bari  per  officiare  giornalmente  la 
chiesa  matrice;  promosse  ancora 
il  magnifico  edifìzio  della  torre  delle 
campane  annessa  alla  chiesa,  e  ad 
istania  di  Taddeo  Manfredi  permise 
l'erezione  del  convento  de'  minori  os* 
servanti.  Nel  i^j  i  Sisto  IV  promos- 
se a  questa  sede  Giorgio  Bucchi 
di  Carpi  che  prosegui  la  torre  del 
duomo,  ristorò  la  cattedrale ,  con 
solenne  rito  benedi  1'  immagine 
della  B.  Vergine  del  Sussidio,  pro- 
mosse il  restauro  ed  ornamento  di 
molte  cinese  della  diocesi,  e  mori 
nel  i479'  Gli  successe  Giacomo 
Passarella  cesenate,  sotto  il  quale 
a  Stefano  Mangelli  pellegrino  cre- 
monese si  manifestò  l'immagine  di 
JMaria  dipinta  in  una  colonna  di 
pietra  presso  una  pianta  di  pero, 
delta  quindi  del  Piralello,  che 
pei  tanti  prodigi  fatti,  nel  1714 
fu  solennemente  coronata  dal  car- 
dinal Gozzadiui:  questa  immagine 
forma  tuttavia  una  d«lie  più  care 
divozioni  degli  imolesi.  Nel  1488 
Innocenzo  VHI  trasferì  il  Passarel- 
la alla  sede  di  Rimino,  e  nominò 
all'  imolese  Simeone  Bonadies,  che 
istituì  la  comunia  de'  chierici  e 
sacerdoti  beneficiati  nella  cattedra- 
le: abbellì  la  cattedrale  e  l'episco- 
pio, promosse  l'ecclesiastica  disci- 
plina, e  nel  i5ii  passò  anch'egli 
alla  chiesa  di  Rimino.  Sotto  di  lui 
Giulio  II  si  recò  ad  Imola,  ove  al 
dire  di  Antonio  Vesi,  chiaro  sto- 
rico di  Fontana,  pervenne  ai  20 
ottobre  i5o6,  cavalcando  una  mu- 
la bianca  riccamente  fornita ,  e 
preceduto  dal  ss.  Sacramento;  pas- 
sando per  Monte  Battaglia  e  Tos- 
signano  ove  alloggiò  in  casa  Orso- 
lini.  Aggiunge  il  Vesi  a  pag.  5i, 
che  da  Cesena  e  non  da  Imola  il 
Papa  intimò  gravissime  censure  al 


IMO 

Benti voglio,  se  da  Bologna  pron- 
tamente non  partiva.  Giulio  11 
gli  die  in  successore  Domenico 
Scribonio  de'Cerboni  di  Città  di 
Castello;  e  nel  i5i^,  ad  insinua- 
2Ìone  di  fr.  Orfeo  da  Bologna  mi- 
nore osservante,  i  cittadini  offriro- 
no generose  somme  per  l'erezione 
del  monte  di  pietà  :  questo  dotto 
ed  erudito  vescovo  mentre  era  in 
Roma  pel  concilio  generale  late- 
raneuse  V,  con  immensa  fatica  ri- 
dusse a  codice  tutte  le  concessioni 
pontifìcie  ed  imperiali,  e  quanto 
apparteneva  alla  giurisdizione  dei 
vescovi  d'Imola.  Benemerito  di  sua 
chiesa  morì  nel  i533,  ed  il  car- 
dinal Nicolò  RidolQ  ne  fu  fatto 
amministratore:  approvò  questi  le 
costituzioni  del  capitolo  e  ne  ordinò 
l'osservanza.  Nel  i546  Paolo  III 
fece  vescovo  Girolamo  Dandini  da 
Cesena,  il  quale  fu  largo  di  ma- 
gnifici doni  alla  cattedrale,  prese 
efficace  impegno  per  l'erezione  del 
conservatorio  delle  donzelle,  e  me- 
ritamente da  Giulio  III  nel  i55i  fu 
creato  cardinale,  e  per  l'attaccamen- 
to che  avea  alla  città  volle  sem- 
pre chiamarsi  il  cardinal  d'Imola. 
Con  pontifìcio  indulto  nel  i552 
rassegnò  la  chiesa  al  nipote  Uber- 
to Dandini,  che  beneficò  la  catte- 
drale, promosse  l' ecclesiastica  di- 
scipHna,  e  mori  nel  i558.  Col  ti- 
tolo di  amministratore  presiedè  di 
nuovo  il  cardinal  Dandini  a  que- 
sta chiesa,  e  terminò  i  suoi  giorni 
nel   1559. 

Pio  IV  nominò  amministratore 
il  cardinal  Vitellozzo  Vitelli  di 
Città  di  Castello,  ma  i  gravi  affa- 
ri a  lui  affidati  l'obbligarono  a 
rinunziare  nel  i56i,  onde  fu  elet- 
to vescovo  Francesco  Guerrini  di 
lui  concittadino.  Fornito  d'ammi- 
rabile zelo  introdusse   nella  catte* 


r 


IMO 

diale  il  sacro  rito  dell'orazione  di 
quarant'ore  in  tempo  di  quaresima; 
pose  in  esecuzione  i  decreti  del  con- 
cilio di  Trento  al  quale  era  interve- 
nuto, per  cui  nel  dì  primo  gennaio 
i567  fondò  il  seminario  de'chieri- 
ci  con  rendile  convenienti,  e  morì 
compianto  nel  1569,  ed  acclamato 
padre  de' poveri.  Fu  suo  successo- 
re Giovanni  Aldobrandini  già  go- 
-vernatore  d'Imola;  nel  iSyos.  Pio 
V  lo  creò  cardinale,  ma  divenuto 
penitenziere  e  prefetto  de'  brevi, 
rinunziò  la  sede  santamente  go- 
vernata nel  iSyS.  L'ottenne  Vin- 
cenzo Ercolani  perugino,  specchio 
di  virtù  e  di  dottrina,  che  prese 
particolar  cura  pel  culto  divino  e 
riforma  del  clero  :  nel  giubileo  che 
concedette  alla  città  e  diocesi  fu 
veduto  visitar  le  chiese  assegnate 
coi  piedi  scalzi.  Nel  iSyg  essendo 
stato  trasferito  a  Perugia,  Grego- 
rio XIII  elesse  vescovo  Alessandro 
Musotti  bolognese,  ma  qual  teso- 
riere segreto  pontificio  restò  in 
Boma.  Nella  vita  di  tal  Papa  si 
legge  che  nel  i582  a'  10  dicem- 
bre innalzò  al  grado  arcivescovile 
la  chiesa  di  Bologna  sua  patria,  e 
tra  le  chiese  che  gli  assegnò  per 
sulfraganee ,  vi  comprese  questa 
d'  Imola,  sottraendola  dalla  spiri- 
tuale soggezione  della  metropolita- 
na di  Ravenna.  Sotto  il  vescovato 
del  Musotti  cominciò  a  rendersi 
celebre  per  prodigi  l'immagine  di 
Maria  Vergine  detta  di  Ponte  rot- 
to, oggi  di  Ponte  santo;  e  furono 
tante  e  sì  generose  le  oblazioni 
de' fedeli  che  potè  erigersi  un  ma- 
gnifico tempio,  negli  ultimi  tempi 
diroccalo.  Ma  il  pio  sacerdote  An- 
tonio Fanti  avendo  fatto  a  pro- 
prie spese  riedificare  un'elegante 
chiesa ,  vi  collocò  la  sacra  im- 
magine   che  per    di  lui   cura   nel 


IMO  io3 

18 ro    agli    II    giugno  fu    solenne- 
mente   coronata     nella     cattedrale 
dall'  illustre  lughese  monsig.  Fran- 
cesco Bertazzoli  arcivescovo  di    E- 
dessa  poi  cardinale.  Nel    i585,  do- 
po la  morte   di  Gregorio  XllI,  si 
portò  ad  Imola  il  vescovo   Musot- 
ti; subito  intraprese  la  visita  del- 
la diocesi;  nel  iS^i,  giusta  il  pre- 
scritto del   concilio  di  Trento,   fra 
gli  undici  canonici  due  ne  prescelse, 
uno  in  qualità    di  teologo,  l'altro 
di  penitenziere:  celebrò    il  sinodo, 
rinnovò    la    visita    pastorale,     fu 
sommo  benefattore  della    cattedra- 
le, dell'episcopio  e  del    seminario, 
morendo    santamente    nel     1607. 
Sotto  di  lui    e  nell'anno    i6g4    il 
Pontefice    Clemente    Vili    restituì 
la  chiesa  d'Imola  sufiraganea  della 
metropolitana  di  Ravenna,  e    lo  è 
tuttora.  Paolo  V  nominò  il  cardi- 
nal Gio.    Garzia    Millini    legato  a 
latere  in  Francia,  che  rassegnò  la 
chiesa  nel    161 1,  ed  ebbe    a    suc- 
cessore Ridolfo  Paleotti  bolognese. 
Fece  questi  la  visita  delle    chiese, 
pubblicò  savie  costituzioni  pei  chie- 
rici del  seminario,  con  gran  solen- 
nità   celebrò    il  sinodo    diocesano, 
e  nel    161 5  fu  coronata  nel  pub- 
blico foro  l'immagine  della  Beata 
Vergine  delle  Grazie.  Morì  il  ve- 
scovo benemerito  nel  161 9,  dichia- 
rando suo  erede  universale  il  cle- 
ro imolese.  Paolo  V  dichiarò  suc- 
cessore Ferdinando  Millini    nipote 
del  cardinale,  che  qual  zelante  pa- 
store fece    la    visita,    celebrò    due 
sinodi  che   pubblicò  colle    stampe, 
coronò  nel    foro    l'antica  e  prodi- 
giosa immagine    di    Maria    Salus 
infirmorum    per  aver    liberato    la 
città  dalla  peste,  e  dopo  aver   ce- 
lebrato il    terzo    sinodo,    virtuosa- 
mente morì  nel   i644'    Innocenzo 
X  fece  occupar  la  sede  dal  cardi- 


io4 


IMO 


nal  Mario  Tcodoli,  e  per  sua  ri- 
nunzia uel  1646  da  Marc* Antonio 
Cuccini,  alla  morte  del  quale  vi 
promosse  il  cardinal  Fabio  Chigi 
segretario  di  stalo,  con  gran  giù- 
bilo  della  diocesi.  Supplì  alla  sua 
assenza  con  zelantissime  ordinazio- 
ni, e  nel  i655  fu  sublimato  al 
pontificato  col  nome  di  Alessandro 
VII.  Questi  nominò  suo  successore 
il  cardinal  Gio.  Stefano  Bonghi 
genovese,  che  a*  29  novembre  die 
splendido  alloggio  alla  celebre  Cri- 
stina regina  di  Svezia.  Visitò  la 
diocesi,  emanò  utili  provvidenze, 
approvò  la  concordia  tra  il  capi- 
tolo e  il  magistrato  suU'accompa- 
giiameuto  del  vescovo  alla  catte- 
drale, e  circa  il  luogo  e  l'incen- 
sazione del  magistrato  nelle  solen- 
ni funzioni.  Nel  1659  celebrò  il 
sinodo  diocesano  stampato  in  Imo- 
la pel  Massa  ;  abbellì  la  cattedra- 
le, ampliò  l'episcopio,  e  nel  i663 
venne  ti'asferito  alla  chiesa  arcive- 
scovile di  Ferrara. 

Alessandro  VII  nel  1664  nomi- 
nò vescovo  Francesco  Maria  Ghi- 
silieri  bolognese,  traslocandolo  da 
Terracina,  e  per  sua  rinunzia  Cle- 
mente X  nel  1672  gli  die  a  suc- 
cessore il  cugino  Costanzo  Zani. 
Questi  mosse  lunga  e  grave  lite 
sul  cerimoniale  de'vescovi  col  ma- 
gistrato, ed  avendo  ottenuto  dal 
Papa  favorevoli  decreti,  fu  largo 
di  preziosi  doni  alla  cattedrale. 
Piitornò  alle  questioni  sul  cerimo- 
niale che  furono  lunghe,  siccome 
acerrimo  difensore  dei  diritti  ec- 
clesiastici :  visitò  la  diocesi,  tenne 
nel  1693  il  sinodo,  e  morì  nel 
1694.  Innocenzo  XII  nel  1696  die 
ad  Imola  per  pastore  il  cardinal 
Taddeo  Luigi  de!  Verme  piacen- 
tino; generoso  co*  poveri,  visitò  la 
diocesi,  e  nel  1701   fu  trasferito  a 


IMO 

Ferrara.  Clemente  XI  fece  vcsco* 
vo  Filippo  Antonio  Gualtieri  di 
Orvieto  poi  cardinale:  fatto  legato 
di  Romagna  colla  residenza  in  Ra- 
venna, fu  sollecito  del  reggimento 
di  sua  chiesa,  istituì  diverse  pie 
congregazioni,  fece  la  visita  di  tut- 
te le  chiese,  ampliò  il  palazzo  ve- 
scovile, regalò  magnifici  donativi 
alla  cattedrale,  fu  generoso  co'po- 
veri  e  per  l'istituzione  del  monte 
frumentario,  indi  nel  1709  venne 
trasferito  a  Todi.  Clemente  XI 
nominò  successore  il  cardinal  Ulis- 
se Gozzadini  bolognese,  poi  fatto 
legato  di  Romagna:  terminò  la  li- 
te sul  cerimoniale,  fece  edificar  in 
Imola  magazzini  annonari!,  e  sel- 
ciare le  pubbliche  vie,  onde  nel 
foro  gli  fu  eretta  onorevole  me- 
moria. Nel  1714  siccome  legato 
per  benedire  in  Parma  le  nozze  di 
Elisabetta  Farnese  con  Filippo  V, 
decorò  il  capitolo  colle  onorevoli 
insegne  del  rocchetto  e  cappa  ma- 
gna. Celebrò  nel  17 18  il  sinodo 
diocesano,  regalò  la  cattedrale,  e 
finì  di  vivere  nel  1728.  Benedet- 
to XIII  assegnò  in  vescovo  Giu- 
seppe Accoramboni  di  Spoleto  poi 
cardinale.  Fatta  la  visita  pastora- 
le, volle  ampliar  l'edifizio  del  se- 
minario, ed  accrebbe  il  numero 
degli  alunni  cui  die  abili  precet- 
tori nelle  filosofiche  e  teologiche 
discipline.  Nel  1788  celebrò  il  si- 
nodo diocesano  che  fece  stampare 
in  R.oma,  e  fu  in  questa  circo- 
stanza che  i  parrochi  della  città 
furono  da  lui  decorati  di  mozzet- 
ta  nera  foderata  con  tafFettano  vio- 
letto. Generoso  colla  cattedrale  di 
argenterie  e  suppellettili  preziose, 
rinunziò  nel  1379.  Dall'  arcive- 
scovato d'Urbino  quivi  fu  da  Cle- 
mente XII  trasferito  Tommaso  Ma- 
ria Marcili  torinese,    il    quale   in- 


IMO 

Irodusse  la  processione  del  Cor- 
pus Domini  in  ogni  giorno  dell'ot- 
tava di  tal  festa.  Diligentemente 
"visitò  la  diocesi,  per  cui  esiste  sul- 
la medesima  voluminosa  descrizio- 
ne, e  morì  nel  1752.  Benedetto 
XIV  gli  fece  succedere  Gio.  Car- 
lo Bandi  cesenate,  il  quale  benefi- 
cò il  seminario,  riedificò  la  catte- 
drale, che  come  dicemmo  consacrò 
il  nipote  Pio  VI  dopo  averlo  crea- 
lo cardinale.  Ricostruì  la  basilica 
di  s.  Maria  in  Regola;  al  vecchio 
spedale  degl'infermi  ed  esposti  al- 
tro grandioso  ne  fece  sostituire.  No- 
tabilmente ingrandì  1*  episcopio  ; 
troncò  le  discordie  tra  la  magistra- 
tura ed  il  capitolo  pel  cerimoniale^ 
Fece  la  visita  della  diocesi,  si  di- 
mostrò padre  cVpoveri  ;  nel  1765 
tenne  il  sinodo ,  e  compianto  da 
tutti  morì  lodato  per  giustizia  e 
maturità  di  consiglio  nel  1784.  H 
magistrato  ed  il  capitolo  gli  cele- 
brarono solennissirne  esequie,  e  vol- 
le il  primo  che  al  benemerito  ve- 
scovo e  gonfaloniere  perpetuo  d'I- 
mola si  tenesse  un  funebre  elogio 
dall'eloquente  d.  Giuseppe  Pasetti, 
mentre  il  capitolo  da  monsignor 
Alessandro  Alessandretti  vescovo  di 
Zama  in  partibus  gli  fece  pronun- 
ziare elegante  e  ragionata  ora- 
zione. 

Il  Pontefice  Pio  VI  a' i4  feb- 
braio 1785  assegnò  a  questa  cit- 
tà e  diocesi  per  vescovo  il  cardi- 
nal Gregorio  Barnaba  Chiaramon- 
ti  di  Cesena,  già  abbate  cassinese 
e  vescovo  di  Tivoli,  ed  i  dome- 
nicani d'Imola  si  distinsero  nelle 
dimostrazioni  di  giubilo.  Prese  pos- 
sesso per  procuratoreni  a'  17  feb- 
braio, ed  in  persona  a'  1 2  agosto. 
Avendo  stabilito  di  fare  la  visita 
generale  della  diocesi,  a' 19  aprile 
1786  l'incominciò  dalla  cattedra- 


IMO  io5 

le,  a  benefizio  della  quale  assegnò 
l'annua  rendita  di  scudi  duecento 
sulla  chiesa  arcipreiale  di  s.  Patri- 
zio. Nel  seguente  anno  a'i4  feb- 
braio consacrò  nella  medesima  cat- 
tedrale il  nominato  monsig.  Ales- 
sandretti, da  Pio  VI  deputato  in 
vicario  apostolico  della  chiesa  di 
Comacchio.  Si  adoperò  perchè  la 
chiesa  di  s.  Petronio  in  Castel-Bo  - 
lo£.'nese  fosse  terminata,  e  perchè 
dalle  fondamenta  si  erigesse  quel- 
la de'Badiani.  A  vantaggio  della 
città  di  Lugo,  diocesi  d'Imola,  pro- 
curò che  s'ingrandisse  il  pubblico 
spedale,  e  si  fabbricasse  un  decen- 
te luogo  per  le  orfane,  consagran* 
do  la  chiesa  de'carmelitani.  In  I- 
mola  dopo  aver  terminata  a  pro- 
prie spese  la  chiesa  di  s.  Maria  in 
Regola  la  consacrò  solennemente. 
Trasferì  nella  chiesa  di  s.  Bernar- 
do, assai  più  comoda  e  decorosa,  la 
parrocchia  di  s.  Lucia,  ed  in  essa 
vi  riunì  la  parrocchia  di  s.  Egi- 
dio. Incontrò  gravi  spese  per  com- 
piere l'edifizio  della  cattedrale  e 
il  palazzo  vescovile.  Arricchì  di 
stamperia,  e  ingrandì  d'un  braccio 
il  seminario,  dove  gli  alunni  nobi- 
li potessero  apprendere  le  belle 
lettere  ed  educarsi,  ma  ora  serve 
ai  seminaristi.  Stabih  una  spezieria 
a  vantaggio  sì  dell'  ospedale  che 
dei  poveri.  Spiegò  mai  sempre  una 
eroica  generosità  verso  i  misera- 
bili, ed  una  somma  affabilità  con 
tutti.  Allorché  i  repubblicani  fran- 
cesi invasero  la  diocesi,  il  cardina- 
le si  die  ogni  premura  pel  greg- 
ge affidatogli,  difendendo  e  proteg- 
gendo or  con  la  voce,  or  colla 
penna  la  religione  e  la  fede,  con- 
sigliando gii  abitanti  alla  pace,  e 
ad  accogliere  prudentemente  l'i- 
nimico. Trattò  con  urbanità  gli  uf- 
fìziali    dall'esercito  invasore,  consa- 


to6  IMO 

pevolc  di  nulla   ottenere  col   rigo- 
le,    ed   esporre    pastore    e  gregge. 
1  cittadini   di   Lugo    imbrandirono 
Je  armi    contro    gli    occiipatori,    il 
cardinale  rivolse  loro  avvertimenti 
pacifici,  ma  essi  tratti  da  zelo  non 
l'udirono,  indignali  dalle  imposi/ioni 
ch'esigevano    i  francesi,  che  inoltre 
volevano    la  stalna    d'argento    del 
loro  patrono  s.  Ilario.   La  militare 
licenza  ed   il  risentimento    de' con- 
quistatori repubblicani  non  conobbe 
limiti,  ed  orrendo  fu  il  saccheggio 
dell'infelice  Lugo.  Alle  calde    pre- 
ghiere del  vescovo  i  lughesi  furo- 
no risparmiali  da    mali    maggiori, 
e    le    sacre     vergini    furono    salve. 
S'interpose  eziandio  perchè  il  monte 
di  pietà  d'Imola  non  venisse  spoglia- 
to. Dopo  l'armistizio,  prevedendo  Pio 
VI   quanto  avvenne,   invitò  il  car- 
dinale a  guardarsi  di  rimaner  pri- 
gioniero del  nemico,  per  cui  si  ri- 
tirò presso  il  Savio  nel  palazzo  di 
sua   flimiglia.    Partito    per    Roma, 
in  Spoleto  ricevè    lettera  da    quei 
che  in  Imola  aveano  preso   le  re- 
dini del  governo,  in  cui  era  solle- 
citato di  ritornare  alla  diocesi,  es- 
sendo   necessaria    la    sua    presenza 
ed    autorità,    onde    conservare    la 
tranquillità   ne'diocesani.    Allora  il 
cardinale  interpellò  il    Papa    come 
doveva  regolarsi,  e    n'ebbe    in  ri- 
sposta che    non    cedesse  all'  invito, 
per  cui  prontamente  recossi  in  Ro- 
ma. Dopo  la  pace  conchiusa  a  To- 
lentino tra  la    repubblica    francese 
ed    il    Papa,     il   cardinale    sempre 
sollecito  della  sua  chiesa,  e  temen- 
do per    essa,    ottenne   da    Pio    VI 
di  potervi  ritornare,  lo  che  eseguì. 
Giunto  il  vescovo  in  Imola  vide  i 
disordini   cagionati   dagli  stranieri , 
sbandati  i    fedeli    ministri    di  Dio, 
perseguitati  e  imprigionati,  la  mez- 
zo a  tante  angustie   esercitò  frau- 


IMO 

camenttt  il  tuo  ministero,  e  pub- 
blicò diverse  omelie  acciocché  i 
diocesani  fossero  fermi  nella  fede, 
e  non  declinassero  dai  divini  pre- 
cetti. 

Dopo  che  Napoleone  riunì  in 
una  sola  le  due  repubbliche  Cispa- 
dana e  Traspadana,  sotto  il  nome 
di  repubblica  Cisalpina,  in  una  o- 
melia  o  pastorale  che  il  cardinal 
Chiaramonti  pubblicò  sul  governo 
repubblicano,  ad  impedire  inutili 
rivolte,  riportò  alcuni  passi  della 
Bibbia,  sebbene  dichiarasse  »  che  la 
forma  del  governo  democratico  a- 
dottata  fra  noi,  no,  non  è  in  op- 
posizione colle  massime  fin  qui 
esposte,  né  ripugna  al  vangelo". 
Come  si  legge  nel  lesto  riportalo  dal 
suo  biografo  Artaud  a  p.  49-  P^" 
rò  il  Pistoiesi  tom.  IV,  pag.  4^  s» 
esprime  diversamente;  egli  dice: 
»»  riportò  alcuni  passi  della  Bibbia, 
per  dare  sempre  più  a  conoscere 
1  incompatibilità  della  cattolica  re- 
ligione col  repubblicano  regime  ". 
Indi  soggiunge  che  il  ministro  di 
polizia  in  Milano  ne  scrisse  al 
direttorio  di  Parigi,  ma  il  car- 
dinale seppe  addurre  in  sua  dis- 
colpa SI  valevoli  ragioni,  e  nel 
tempo  «tesso  produrre  sì  efficaci 
mezzi ,  che  non  fu  rimosso  dalla 
sua  diocesi,  come  per  lo  stesso  og- 
getto era  antecedentemente  acca- 
duto al  cardinal  Mattei  arcivesco- 
vo di  Ferrara,  poi  plenipotenziario 
pontificio  alla  pace  di  Tolentino. 
Inoltre  dice  il  Pistoiesi:  »  Ne  devesi 
allatto  credere  con  Potter,  de  Pradt  e 
Simon  che  il  zelantissimo  vescovo 
avesse  avuto  influenza  alcuna  nei 
comizi  per  la  formazione  della  mede- 
sima repubblica,  né  tampoco  ch'egli 
elegesse  e  nominasse  i  deputati  del 
suo  episcopale  dipartimento  .  Su 
questo  punto  è  a  vedersi  l'opuico- 


» 


IMO 

lo  pubblicalo  a  Parigi  nel  iSi3 
intitolato  :  Le  sacre  et  le  couroti- 
nenierit  de  Napolton  premier,  chei 
Barbe.  L' omelia  fu  compilata  per 
la  festa  del  santo  Natale,  e  pub- 
blicata colle  stampe  con  questo  ti- 
tolo :  Omelia  del  cittadino  cardi- 
nal  Ciùa ramanti  vescovo  d' Imola 
nel  giorno  del  ss.  Natale  V  anno 
1797.  Ne  fece  l'esame  il  nominato  e 
eh.  cav.comm.  Artaud  nella  Storia  di 
Pio  Fl/f  voi.  I,  p.  43  e  seg.  della 
seconda  edizione  e  traduzione  del 
eh.  cav.  ab.  Cesare  Rovida,  il  quale 
vi  aggiunse  i  diversi  brani  tolti 
dall'originale  dell'opuscolo  stampa- 
to in  Imola,  non  quelli  della  tra- 
duzione francese.  Dice  l'Artaud  che 
tutta  la  città  d' Imola  era  in  pre- 
da alla  costernazione  dopo  che  il 
general  Beithier  si  mise  alla  volta 
di  Roma  per  la  violenta  morte 
dell'imprudente  general  Duphot,  e 
perciò  chiedeva  una  regola  di  con- 
dotta al  cardinale.  L' omelia  che 
levò  tanto  grido  e  che  procurò 
tanti  rimproveri  al  cardinale  per 
aver  lodato  ed  inculcato  sommis- 
sione al  governo  repubblicano  fran- 
cese, aggiunge  V  Artaud  che  fu 
composta  in  gran  parte  dal  cardi- 
nale, il  resto  da  quelli  che  l'attor- 
niavano compresi  di  spavento,  ed 
i  loro  passi  che  dichiara  inutili  so- 
no appunto  quelli  cui  si  appoggia- 
rono in  appresso  le  diverse  accu- 
se. Fa  poi  osservare  che  ninno 
parlò  dell'omelia  sino  alla  circostan- 
za del  conclave  nel  1800,  diven- 
tando un  documento  importante 
dopo  r  innalzamento  al  trono  pon- 
tificio di  chi  r  avea  sottoscritta,  f 
nemici  della  religione  procurarono 
eziandio  con  minacce  d' intimorire 
il  pio  cardinale,  intimandogli  an- 
cora la  perdita  di  tutti  i  suoi  beni, 
se  non   prestava    il   civico    giura- 


IMO  107 

mento ,  che  prescriveva  odio  alla 
monarchia,  ed  obbedienza  a  varie 
leggi  eterodosse.  Stabile  il  cardi- 
nale nel  suo  lodevole  proponimen- 
to non  poterono  rimoverlo,  per  cui 
fu  immediatamente  spogliato  della 
mensa  vescovile,  ed  il  suo  rispet- 
tabile nome  infamato  ne'  pubblici 
fogli,  come  aderente  alle  opinioni 
papaline.  Fu  dunque  il  cardinale 
d'ammirabile  esempio  e  d'istruzio- 
ne non  solo  al  clero,  ma  agli  uo- 
mini di  qualunque  condizione ,  la 
maggior  parte  de'  quali  però  co- 
stantemente ricusarono  di  prestare 
il  detto  giuramento,  quantunque 
spogliati  di  beni ,  uffizi,  e  fino  del 
necessario  sostentamento. 

Quando  le  truppe  tedesche  coi 
soccorsi  degl'  inglesi  discesero  in 
Italia,  e  si  avvicinarono  alla  dio- 
cesi d'Imola,  allora  fu  l'epoca  la 
più  pericolosa  della  sua  vita,  men- 
tre si  trovò  in  procinto  di  per- 
derla. E  in  fatti  appena  ritirati  i 
tedeschi  subito  fu  accusato  come 
reo  di  promossa  sedizione.  E  per 
verità  il  cardinale  avea  pubblicato 
una  pastorale  in  cui  esortava  i  suoi 
diocesani  ad  obbedire  ai  nuovi  con- 
quistatori, che  Iddio  inviava  per 
ristabilire  la  religione.  Pieno  di  co- 
raggio e  zelo  si  presentò  al  gene- 
rale francese  residente  in  Lugo, 
ancorché  ne  conoscesse  il  cattivo 
animo,  e  gli  parlò  con  tanta  ec- 
clesiastica franchezza  e  mansuetu- 
dine, che  rilevata  dal  generale  l'in- 
nocenza del  vescovo,  ed  ammiran- 
do la  sua  virtù,  cambiò  il  risenti- 
mento in  istima.  In  quell'epoca  ven- 
ne intercettata  la  corrispondenza 
che  il  cardinal  vescovo  avea  coi 
cardinali  Giovannetti  e  Mattei.  Nar- 
ra il  Pistoiesi,  che  avendo  i  due 
cardinali  esortato  i  loro  diocesani 
a  prendere  le  armi  in  favore  della 


io8  IMO 

religione  e  dell'imperatore  d*Au- 
shia,  da  ciò  ebheio  luogo  le  ac- 
cuse in  parte  vere,  ed  in  parte  in- 
\entate  dal  repubblicano  magistra- 
to d*  Imola  e  dai  nemici  del  car- 
dinal Chiaramonli ,  i  quali  in  Bo- 
logna riferirono  al  comandante,  che 
gli  austriaci  erano  stati  amichevol- 
mente accolti  dagl'  imolesi ,  e  che 
il  vescovo  aveva  emanato  un  edit- 
to, col  quale  si  comandava  ai  dio- 
cesani di  precipitarsi  contro  i  fran- 
cesi. Il  generale  residente  in  Bolo- 
gna indispettito,  part\  con  forte  di- 
staccamento per  Imola,  protestan- 
do che  avrebbe  severamente  pu- 
nito il  vescovo,  e  saccheggiata  la 
ribelle  città.  Allora  il  cardinale  ve- 
nuto in  cognizione  di  ciò,  a  libe- 
rare Imola  dalla  militare  depreda- 
zione, parli  verso  l'armala  france- 
se, ed  incontratala  gli  riuscì  dimo- 
strare al  comandante  1'  innocenza 
degl' imolesi,  e  l'adempimento  dei 
suoi  doveri.  Tale  condotta,  l'umil- 
tà del  cardinale,  ed  insieme  la  sua 
sacerdotale  costanza,  non  solo  sal- 
vò Imola,  ma  quasi  tutta  l'Emilia, 
poiché  eccitò  coraggio  negli  altri 
vescovi  ad  esercitare  coraggiosa- 
mente il  pastorale  ministero.  Tut- 
tavolta  in  seguito  venne  allontana- 
to dall'amato  gregge,  e  fu  costret- 
to cercare  asilo  in  straniere  con- 
trade. Intanto  essendo  morto  Pio 
VI,  volendo  Dio  dargli  un  succes- 
sore, in  breve  tempo  dissipò  la  re- 
pubblica Cisalpina  e  l'effimera  Ro- 
mana, movendo  l'animo  dell'impe- 
ratore Francesco  li  ad  oflVire  al 
sacro  collegio  Venezia  per  la  cele- 
brazione del  conclave.  A  questo  vi 
fu  naturalmente  invitato  il  cardi- 
nal Chiaramonli,  il  quale  avendo 
speso  quanto  possedeva  a  sollievo 
de'  poveri  della  diocesi,  non  poten- 
do da  Imola  ove  si  trovava  intra-. 


IMO 

prendere  il  viaggio  e  sostenere  le 
spese  per  mantenersi  in  Venezia , 
ricorse  ad  alcune  persone  che  ia 
Roma  avea  conosciuto,  una  delle 
quali  gli  rimise  mille  scudi.  Giun- 
to in  Venezia  il  cardinale  nelT  ot- 
tobre 1799,  ^  "°"  trovando  allog- 
gio presso  gli  antichi  suoi  confra- 
telli monaci  benedettini,  prese  al- 
loggio nel  convento  dei  domenica- 
ni de'  ss.  Giovanni  e  Paolo ,  già 
onorato  dalla  presenza  di  Pio  VI. 
Entrato  il  cardinale  in  conclave 
meritò  di  essere  sublimato  al  pon- 
tificato a'  i4  marzo  1800,  e  prese 
il  nome  di  Pio  VII,  mentr'era  l'ot- 
tantesimo ottavo  vescovo  d'Imola, 
chiesa  di  cui  volle  ritenerne  il  go- 
verno pastorale  benché  Pontefice. 
Impossibilitato  però  a  reggerla  da 
sé  medesimo,  destinò  primo  suo 
vicario  apostolico  monsignor  Tad- 
deo preposto  della  Volpe,  che  mori 
a'  i5  gennaio  1807,  celebrato  con 
lodi  dall'anonimo  imolese,  dall'ar- 
ciprete Luca  del  Carretto  Mancur- 
ti,  e  dal  canonico  d.  Carlo  Monti 
che  Pio  VII  nominò  prò- vicario 
generale. 

Avendo  Pio  VII  a'  16  settembre 
i8o3  conchiuso  un  concordato  cou 
Napoleone,  ebbe  luogo  nell'  Italia 
una  nuova  circoscrizione  di  diocesi, 
ed  Imola  venne  assoggettata  alla 
giurisdizione  dell'arcivescovo  di  Bo- 
logna, e  poscia  secondo  la  dispo- 
sizione di  Clemente  Vili  ritornò 
ad  essere  suffraga nea  della  metro- 
politana di  Ravenna.  Aveva  Pio 
VII  designato  a  vescovo  d'  Imola 
ir  degno  e  virtuoso  cardinale  An- 
tonio Dugnani  milanese,  ma  egli 
modestamente  ricusò  di  accettare. 

Dopo  la  sua  gloriosa  deportazione, 
come  abbiamo  detto  superiormen- 
te. Pio  VII  onorò  di  sua  presenza 
per-  diversi  giorni  Imola  ,  dispensò 


IMO 

copiose  limosine  alle  parrocchie  per 
i  miserabili,  e  nell'anno  XV  del  suo 
pontificato  fece  coniare  una  meda- 
glia d'argento  colla  sua  effigie  con 
triregno  e  piviale,  e  l'epigrafe  pivs 
VII  PONT.  M.  A.  XV  ;  e  neir  esergo 
due  guerrieri  galea  li  ed  armati  con 
clamide  che  custodiscono  la  sedia 
pontifìcia,  ov'  è  ricamato  lo  Spirito 
Santo  fra  raggi.  Intorno  si  legge  il 

motto:    VRBI    ET    ORBI    RESTITVTVS  ,    C 

sotto    l'iscrizione:    fides  et  cvsto- 

DIA    MILITVM    CAESEN.    ET  FOROCORNEL. 

Donò  Pio  VII  la  somma  di  sei- 
mila scudi  ad  Imola  per  abbellire 
la  cattedrale,  die  soccorsi  per  do- 
tare povere  zitelle,  ed  in  vantag- 
gio de'  luoghi  pii,  e  fece  de'  doni 
al  seminario.  Concesse  il  privilegio 
a  tutti  i  canonici  nelle  feste  solen- 
ni di  assumere  le  vesti  pontificali, 
e  quindi  anche  la  mitra;  ed  al 
preposto  come  all'  arcidiacono  in 
l>erpetuo  conferì  il  titolo  di  prelati 
domestici.  Alla  cattedrale  donò 
quattro  calici,  Ire  d'argento  ed  uno 
d' oro  ornato  di  gemme ,  e  fece 
un'urna  d'argento  nobilissima  ed 
ornata  per  custodia  delle  sacre  re- 
liquie. Finalmente  nel  concistoro 
degli  8  marzo  1816  si  dimise  dal 
governo  della  chiesa  d'Imola,  con- 
ferendolo al  cardinal  Antonio  Ru- 
sconi bolognese  nato  in  Cento,  con 
dichiararlo  vescovo  della  medesima. 
Wel  1817  promosse  il  pro-vicario 
Monti  imolese  al  vescovato  di 
Sarsina,  e  nell'anno  seguente  lo 
trasferì  a  quello  di  Cagli  e  Per- 
gola. Quanto  al  cardinal  Rusconi, 
questi  d'abbreviatore  di  parco  mag- 
giore Pio  VI  lo  annoverò  alla 
congregazione  de' pubblici  sgravi, 
indi  lo  fece  uditore  di  rota,  e  passa- 
ti quindici  anni  Pio  VII  stesso  nel 
1804  lo  elevò  al  cardinalato,  co- 
me quello  che  si    distingueva    per 


IMO  109 

virtìi  e  dottrina,  massime  nell'ar- 
cheologia. Nelle  politiche  vicende 
in  Bologna  apri  la  sua  casa  alla 
miseria  ed  alla  povertà,  ed  in  Cen- 
to ricevè  ospitalmente  molti  pre- 
lati, canonici  vaticani  e  pii  sacer- 
doti. Visitò  la  diocesi,  consacrò  la 
chiesa  parrocchiale  di  Casola  Val- 
senio,  fece  aprire  il  convento  dei 
cappuccini  in  Imola  ed  in  Lugo, 
e  procurò  che  fosse  riaperto  il  con- 
vento della  stretta  osservanza  fran- 
cescana in  Massa  Lombarda.  Altret- 
tanto operò  coi  monisteri  delle  sa- 
cre vergini,  e  fece  riaprire  il  mo- 
nistero  delle  domenicane  in  Imola, 
alla  cui  cattedrale  restaurò  l'altare 
maggiore.  Inoltre  Pio  VII  Io  di- 
chiarò legalo  di  Romagna,  e  mori 
encomiato  nel  1825  e  fu  sepolto 
nella  detta  cattedrale.  Leone  XII 
nel  concistoro  de'  i3  marzo  1826 
nominò  in  successore  monsignor 
Giacomo  Giustiniani  romano  arci- 
vescovo di  Tiro  in  partibus ^  nun- 
zio apostolico  di  Madrid,  che  a'2 
ottobre  del  medesimo  anno  creò 
cardinale.  Siccome  di  questo  par- 
lammo con  qualche  diffusione  alla 
sua  biografìa ,  ivi  trattammo  del 
suo  governamento  della  diocesi  imo- 
lese.  Di  esso  se  ne  parla  nell'Or^- 
zione  funebre  del  conte  Alberghet- 
ti, che  annunziammo  in  delta  bio- 
grafia, e  poscia  stampata  in  Roma 
nel  i844'  Ivi  dicesi  quanto  fece 
la  magistratura  e  tutti  i  buoni 
cittadini  sdegnati  e  dolenti  pel  mal 
inteso  zelo  di  quelli  che  invasero 
e  saccheggiarono  l'episcopio,  e  co- 
me il  cardinale  ritornò  in  città  a 
modo  di  trionfo  dopo  la  sua  riti- 
rata, e  come  benignamente  perdo- 
nò il  grave  fallo. 

Per  sua  libera  dimissione  il  Pa- 
pa regnante  Gregorio  XVI  nel 
concistoro  de'  17    dicembre    i832 


no  IMO 

tratlatò  a  qnesUi  dalla   cliiesa    ar- 
civescovile di    Spoleto,    monsignor 
Gio.   Maria  Maslai  Ferra  Ili  di  Se- 
iiigallin,  già  direttore  in  Roma  dol- 
l'ospizio  dell'Aisunta    detto  di  Ta- 
ta Giovanni,  deputato  della  pia  ca- 
sa degli  orfani,  presidente  dell'ospi- 
7Ìo  apostolico  di  s.  Michele,  e  spe- 
dito nel  Chili  per  affari  della  san- 
ta Sede.  A  premiarne   i    meriti    e 
lo  zelo  pastorale  lo   slesso    Grego- 
rio XVI,  con   tripudio  della  diocesi 
imolese  che    tuttora    paternamente 
governa,  nel  concistoro  de'  ^3  di- 
cembre   i83g    lo    creò    cardinale, 
pubblicandolo  in  quello  de'  i4  di- 
cembre   1840.   Il  dolio  canonico  d. 
Antonio  Fantini  nella  tornala  de- 
gli accademici  industriosi    tenutasi 
li  10  gennaio    i84i    pronunziò  una 
eloquente  orazione  per  tal  promo- 
zione in  lode  dell'amabilissimo  ve- 
scovo^ che  fu    stampata    in    Imola 
dal  Benacci.  A  pag.  6  e  seg.  prin- 
cipalmente   ne   enumerò    le    bene- 
merenze,  lo  zelo,  la  mirabile  atti- 
vità,   e    l'esempio   di    sue    virlù , 
massime  in  vantaggio    de'  pii    sta> 
bilimenti.  Ha  impiegato  vistosa  som- 
ma per  rendere    splendida    di    or- 
namenti e  marmi  la  cappella  del- 
la Vergine  Addolorata  nella  chiesa 
de*  servili  ;  abbellì  con  eletti  mar- 
mi il  sepolcro  del  martire  proletto- 
re nel  sotterraneo  recinto;  aumentò 
i  comodi  dell'episcopio,  lo  abbellì  e 
decorò  di  elegante  facciala.  Nel  semi- 
nario eresse  un  convitto  pei  chierici 
di  tenue  fortuna.  Provvide  agli  or- 
fani ed  alle  orfane,   ed   alla  islru- 
«ione    religiosa    della    gioventù    di 
bassa  condizione;  chiamò    da    Na- 
poli le  figlie  della  Carità  di  s.  Vin- 
cenzo de  Paoli,  e  le   pose  nei  con- 
«ervatorii  delle  Giuseppine  e   delle 
esposte,    ed   ancora    nell'ospedale, 
i'  economica    amministrazione   del 


IMO 

quale  migliorò  riformandone  gli  sta- 
tuti. Istituì  una  cosa  di  ritiro  pet 
clero  presso  la  chiesa  del  cimiterio, 
e  cpiesto  pure  fu  da  lui  beneiìca- 
to.  Fondò  un'accademia  biblica  con 
analoghe  regole ,  stabilendo  adu- 
nanze al  clero  una  volta  al  mese 
nell'episcopio,  ove  uno  degli  acca- 
demici traila  un  argomento  bibli- 
co. E  per  non  dire  di  altro,  va 
ad  ultimare  un  ricetto  per  le  gio- 
vani pericolanti  nelle  convenienti 
case  da  lui  acquistate,  dappoiché 
sono  molti plici  le  sue  cure  pasto- 
rali, le  sue  sollecitudini  per  la  pub- 
blica istruzione,  è  gl'immensi  van- 
taggi che  ne  sperimenta  la  dio- 
cesi. 

La  chiesa  cattedrale,  bellissimo 
edilìzio,  è  dedicata  a  Dio  in  oiio- 
re  di  s.  Cassiano  martire,  con  bat- 
listerio,  e  cura  d'anime  che  si  fun- 
ge dal  canonico  deputato.  Il  ca- 
nonico che  ha  cura  d'anime  in  cat- 
tedrale avea  titolo  di  arciprete  nel 
capitolo  normale,  ma  ora  è  cano- 
nico parroco.  Al  piesente  il  capi- 
tolo si  compone  di  nove  dignità, 
la  maggiore  delle  quali  è  il  pre- 
posto, di  nove  canonici  comprese 
le  prebende  del  teologo  e  del  pe- 
nitenziere, di  sei  mansionari,  e  di 
altri  preti  e  chierici  addetti  all'uf- 
fìziatiira.  Però  essendosi  aggiunti 
nel  1889  due  mansionari  onorari 
con  diritto  di  successione  alla  pri- 
ma vacanza,  al  presente  i  mansio- 
nari sono  otto.  L'episcopio  è  situa- 
to incontro  la  cattedrale,  ed  è  un 
ottimo  palazzo.  Oltre  la  cattedra- 
le nella  città  vi  sono  altre  dieci 
chiese  parrocchiali,  due  delle  quali 
munite  del  sacro  fonte;  tre  con- 
venti di  religiosi,  due  monisteri  di 
monache,  un  conservatorio,  diversi 
sodalizi,  ed  altri  pii  stabilimenti 
già  nominati.  La   mensa   ad    ogni 


IMP 

nuovo  vescovo  è  lassala  ne*  libri 
della  camera  apostolica  in  norini 
Irecenlocinquanta  ,  ascendente  la 
rendita  circa  a  novemila  scudi  ro- 
mani nontmllis  oneribiis  gravati. 
L'Ughelli  weW  Italia  sacra  ci  dà 
la  serie  de'  vescovi  d*  Imola  nel 
tom.  II,  pag.  6i8  e  seg.,  e  lom. 
X,  pag.  271.  Abbiamo  inoltre:  An- 
tonio Maria  Manzoni ,  Episcoporum 
Corneliensium,  sive  Imolensiuni  hi- 
storia^  Favenliae  1719  ex  praelo 
Josephi  Antonii  Archi.  Series  epi- 
scoporum Forocorneliensium  a  Fer- 
dinando Ughellio  digesta,  deinde 
a  Nicolao  Colelo  emendata  et  an- 
cia, postremo  a  Francisco  Antonio 
Zaccaria  resti  tuta  quinque  cum  dis- 
sertati onibus  in  Ughelli  proemìum: 
nccedunt  nunc  gesta  Pii  VII  Pont. 
Max.  Forocorneliensis  jam  epìsco- 
pi t  et  Antonii  cardinalis  Rusconii 
episc.^duos  in  tomos  distributa^  Fo- 
rocornelii  iSiotypis  seminarii  apud 
Joscphum  Benaccium. 

IMPERATORE  ed  IMPERO. 
Imperatore  o  imperadore,  impera- 
tores  furono  cbiamali  dagli  antichi 
romani  que*  che  avevano  il  supre- 
mo comando  delle  armi,  e  que'  che 
a  Giulio  Cesare  sucoedellero  nel- 
l'assoluta autorità ,  quindi  impera- 
tori si  dissero  da  noi  diversi  altri 
monarchi  signori  assoluti  di  molte 
Provincie.  Imperatrice,  iniperatriXj 
nome  che  si  dà  a  quelle  donne 
che  hanno  dignità  ed  autorità  im- 
peratoria. Impero  o  imperio,  im- 
perium ,  dominio  e  stato  dell'im- 
peratore, dominio  e  signoria.  Cosi 
il  Dizionario  della  lingua  italiana. 
Il  nome  d'imperator,  derivato  dal 
veibo  imperare,  davasi  dai  roma- 
ni a  tutti  i  comandanti  degli  eser- 
citi; e  talvolta  si  chiamava  impe- 
ratore, in  significato  lutto  partico- 
lare, un  comaudante  che  dopo  aver 


IMP  1  n. 

riportato  un»  vittoria  egli  sfesso  o 
per  mezzo  de' suoi  luogotenenti,  sa- 
lutato era  con  quel  titolo,  ed  ac- 
clamato imperatore  dai  soldati  ;  in 
quella  occasione  i  littori  del  coman- 
dante vincitore  ornavano  di  rami 
d'alloro  i  loro  fasci,  e  il  coman- 
dante stesso  indirizzava  al  sennto 
una  lettera  circondata  di  rami  d'al- 
loro, nella  quale  dopo  di  aver  ren- 
duto  conto  de'  suoi  felici  successi, 
pregava  quel  corpo  a  ratificare  la 
proposizione  fatta  dai  soldati  a  fa- 
vor suo,  e  di  decretare  pubbliche 
preghiere  in  suo  nome,  a  fine  di 
rendere  grazie  agli  dei  de'  prospe- 
ri avvenimenti.  Se  accolta  era  quel- 
la inchiesta ,  riguardavasi  questo 
come  un  preludio  al  trionfo;  quel 
comandante  continuava  in  appresso 
ad  assumere  il  nome  d' imperato- 
re, e  non  lasciava  quel  titolo  se 
non  che  al  suo  reingresso  in  Ro- 
ma. Quanto  all'  impero  o  imperio, 
titolo  che  si  dà  al  dominio  e  sta- 
to dell'imperatore,  che  dai  nostri 
antichi  scrittori  dicevasi  dover  esse- 
re sopra  ogni  signoria  temporale, 
nei  diversi  tempi  però,  e  nei  di- 
versi luoghi  si  diede  il  nome  d'im- 
pero agli  stati  sottoposti  a  un  ca- 
po che  aveva  il  titolo  d' impera- 
tore ,  ed  ordinariamente  di  re. 
Quindi  si  nominano  l' impero  de- 
gli assiri ,  quello  de*  medi  ,  quello 
de'  persiani,  quello  de*  greci,  l'im- 
pero romano,  il  basso  impero,  cioè 
quel  periodo  degli  ultimi  tempi  del- 
l'impero  romano  che  d'ordinario 
si  fa  cominciare  da  Valeriano  pro- 
clamato l'anno  253  di  nostra  era; 
si  estese  però  quel  nome  da  alcu- 
ni scrittori,  ed  anche  si  applicò  con 
una  specie  di  abuso  all'  impero 
greco  d'oriente,  che  con  l'impero, 
d'occidente  possedevano  i  rispetti- 
vi imperatori  quegli  stati  che  avea» 


II»  IMP 

no  formato  rantico  impero  roma- 
no.  Jn  appresso  alcuni  stati  d'Eu- 
ropa ed  anche  d'Asia  e  d'  Africa 
non  die  d'America  assunsero  il  ti- 
tolo d'imperi,  come  l'impero  tur- 
co o  ottomano  ;  la  Russia  si  qua- 
lificò col  nome  d'impero;  impero 
britannico  nominaronsi  gli  stati  u- 
nili  della  Gran  Bretagna.  In  epo- 
ca recente  la  Francia  formò  per 
qualche  tempo  un  impero;  l'impe- 
ro germanico  fu  disciolto,  e  gl'im- 
peratori ritennero  quel  titolo  e 
quella  dignità  semplicemente  come 
imperatori  austriaci  :  un  nuovo  im- 
pero surse  pure  nel  Brasile.  Gli 
antichi  re  di  Marocco  presero  il 
titolo  d' imperatori ,  senza  parlare 
degl'  imperatori  del  Messico,  del 
Mogol,  che  or  piìi  non  sono,  e  di 
quelli  della  Cina  e  del  Giappone, 
che  sono  forse  i  più  antichi. 

L' impero  degli  assiri  di  cesi  fon- 
dato da  Nembrod  circa  1800  an- 
ni dopo  la  creazione  del  mondo,  e 
secondo  quel  computo  ebbe  a  sus- 
sistere sino  all'anno  SiSy  in  cui 
morì  Sardanapalo.  Arbace  gettò  i 
primi  fondamenti  dell'  impero  dei 
medi  nel  suddetto  anno  del  mon- 
do 8257;  ma  Ciro  nell'anno  3467 
Io  riunì  .a  quello  de'  babilonesi  e 
de'  persiani.  Questo,  di  cui  si  è  ac- 
cennata l'origine  o  l' ingrandimen- 
to, ebbe  il  suo  termine  di  là  a  260 
anni,  dopo  la  morte  di  Dario  Co- 
domano,  verso  l'anno  del  mondo 
3674.  L'impero  de'greci  ,  non  pi> 
gliandosi  secondo  il  comune  avviso 
degli  scrittori  se  non  per  la  dura- 
ta del  solo  regno  di  Alessandro, 
cominciò  noli'  anno  del  mondo 
3674  j  e  finì  colla  morte  di  quel 
conquistatore  nell'anno  368 1.  Es- 
sendosi Giulie  Cesare  fatto  nomi- 
nare dittatore  perpetuo  nell'anno 
708  di  Roma,  pigliò  il  nome  d'im- 


IMP 

peratore,  che  il  popolo  deferito  gli 
aveva,  affine  di  contrassegnare  l'au- 
torità assoluta  di  cui  godeva  nella 
romana  repubblica;    e  da  quell'e- 
poca in  poi  il  titolo    d'imperatore 
diventò    titolo    di    dignità.     Giulio 
Cesare  pertanto  gettò  i  fondamenti 
dell'impero  romano    nell'anno  del 
mondo     8956  ,     cioè    (juarantotto 
anni  circa  avanti   la  nascita  di  Ge- 
sù Cristo.  Allorché  tuttavia  i  prin- 
cipi che  succedettero  a   Giulio  Ce- 
sare    avevano     compiuta     qualche 
spedizione  in  modo  luminoso,    ve- 
nivano essi  salutati    come    impera- 
tori,  e  quell'omaggio    ch'essi    non 
dovevano  ne  alla  loro  qualità,    né 
al  loro  grado,  era  soltanto  un  pre- 
mio del  coraggio  e  della  destrezza 
di    un    gran    capitano.    Si    osserva 
che  Augusto  nipote    e  figlio    adot- 
tivo di  Giulio  Cesare,    e    suo    suc- 
cessore nell'autorità  assoluta,    rice- 
vette venti  volte  il  titolo    d'impe- 
ratore per  aver  riportato  altrettan- 
te vittorie  celebri;    così    l'esercito 
di  Tito  lo  accordò  a  quel    princi- 
pe dopo  la  presa  di  Gerusalemme, 
e  quel    costume    sussisteva    ancora 
a'  tempi  di  Traiano  morto  nell'an- 
no  1 1 7   dell'era  volgare.  La  digni- 
tà d' imperatore,  riunita  in  una  so- 
la persona  da  Giulio  Cesare,  e  di- 
venuta il  titolo  e  la  qualificazione 
di  un  potere  assoluto,  passò  come 
in  eredità  ne'  tre    primi    successori 
di  quel  principe,  Ottavio  Augusto, 
Tiberio  e   Caligola.    Ottavio   fu    il 
primo  ad  essere  fregiato  del  titolo 
di   Augusto  (  Fedi),  che  poi  presero 
gl'imperatori  successori  ;  inoltre  gli 
imperatori  presero  anche    il    titolo 
di    Cesare  [Fedi),  dal  nome  di  Giu- 
lio Cesare,  sebbene  il  senato  lo  at- 
tribuì all'erede  dell'  impero.  Gl'im- 
peratori d'  occidente  o    di  Germa- 
iiia  assunsero  anch'essi    i    titoli    di 


IMP 
cesare  e  di  augusto  ad  imitazio- 
ne degli  antichi  imperatori  romani 
ai  quali  jBt^no  succeduti.  Dopo  la 
morte  di  Caligob,  avvenuta  nel- 
l'anno 4'  di  nostra  era,  la  digni- 
tà d' imperatore  romano  diventò 
elettiva.  Claudio  fu  proclamato  im- 
peratore dai  soldati  della  guardia 
pretoriana,  e  da  quell'epoca  in  poi 
le  armate  romane  si  arrogarono  il 
diritto  di  scegliersi  un  padrone,  e 
quella  scelta  cadde  più  volte  sopra 
im  semplice  soldato.  K  da  notarsi 
che  Augusto  per  sopraffina  politi- 
ca ricusò  il  titolo  di  signore,  domi- 
nus^  ciò  che  fu  il  soggètto  delle 
erudite  dissertazioni  di  Meursio,  di 
Emilio,  di  Rool,  di  Vandale,  e  di 
Henringio,  i  cui  titoli  si  leggono 
nel  Cancellieri,  Lettera  sul  Domi- 
nus  ec,  benché  poi  Augusto  non 
mostrasse  il  minimo  risentimento 
per  gli  altari  innalzati  in  onor  suo 
in  Lione  ed  in  Narbona,  e  che  la 
colonia  Tarragonense  gli  battesse 
una  moneta  coli'  iscrizione  deo  au- 
gusto. Del  titolo  di  Divo  e  Divi- 
nissimo  che  gì'  imperatori  romani 
accettarono  ancor  viventi,  come  del- 
la loro  apoteosi,  ne  parlammo  al- 
l'articolo Divinità  [P'edi).  Il  titolo 
Czar  (Fedi),  che  prima  aveva  l'im- 
peratore delle  Russie,  vuoisi  deri- 
vato dal  titolo  di  cesare. 

GÌ'  imperatori  tosto  che  veniva- 
no eletti  spedivano  il  loro  ritrat- 
to a  Roma  ed  agli  eserciti,  affin- 
chè si  attaccasse  alle  romane  inse- 
gne militari  ;  ed  alle  città  più  ric- 
che e  cospicue  ne'  primi  tempi,  e 
poi  a  tutte;  i  quali  ritratti  erano 
chiamati  immagini  laureatae  o  la- 
hratae^  e  venivano  ricevute  con  fe- 
ste e  giuochi  ;  e  questo  era  il  mo- 
do ordinario  con  cui  venivano  i 
nuovi  principi  riconosciuti,  di  che 
trattanimo  all'articolo  Ivimagine.  Gli 
YOL.   xxxiv. 


IMP  ii3 

imperatori  Valente ,  Teodosio  sé* 
niore^  Arcadio  e  Giustiniano  I  fe- 
cero un  decreto  sopra  questo  pun- 
to, che  l'ultimo  pose  nel  codice 
suo  nel  lib.  I,  tit.  27,  de  .itatuis 
et  imagiiiibusy  in  cui  espressamente 
si  vieta  qualunque  sorta  di  adora- 
zione si  volesse  prestare  alle  impe* 
riali  statue,  come  solevano  gl'ido- 
latri co' loro  numi,  nel  giorno  del- 
la solenne  dedicazione  delle  mede- 
sime. Teodosio  nel  suo  codice  dan- 
do ancor  esso  ordini  circa  le  im- 
periali immagini,  vuole  che  si  de- 
dichino senza  l'ambiziosa  alterigia 
dell'adorazione,  come  si  legge  nel 
lib.  i5,  tit.  i4;  laonde  le  espressioni 
che  si  trovano  nei  medesimi  codici  : 
Adorare  purpuram  principis  ;  A- 
dorare  serenitatem  principis  j  Ado- 
rare diuturnitatem  imperli^  non  al- 
tro significano,  che  baciare  rispet- 
tosamente la  porpora  imperiale; 
che  salutare  la  nobiltà  del  princi- 
pe; che  augurare  al  medesimo  utì 
lungo  impero.  Nei  paesi  orienta- 
li, dove  si  adopera  molto  l'incen- 
so, andavano  ad  incontrare  i  po- 
poli dette  immagini  con  cerei  è 
con  incenso.  Neil'  elezione  degli 
imperatori,  come  nel  trionfo  dei 
vincitori,  avevano  luogo  le  accla- 
mazioni, le  cui  formule  possono  ve- 
dersi presso  il  Brissonio,  De  for- 
mulisi ed  il  Ferrari,  De  \>eterant 
acclamationibus.  Eguali  acclama- 
zioni si  fecero  agl'imperatori  cri- 
stiani ;  e  quando  giunse  in  Roma 
l'immagine  dell'imperatore  Focat 
e  di  Leonzia  Augusta  il  rito  di 
queste  laudi  s'  incontrai  presso  s. 
Gregorio  I,  lib.  II  Regesti  ove  nar- 
ra che  alle  dette  immagini  man- 
date in  Roma  acclamatuni  est  in 
Laterano  in  basilica  Julii  ab  omni 
clero  vel  senalu:  Exaudi  Christe^ 
Phocae  Augusto,  et  Leontiae  Ali- 
8 


Ii4  IMP 

gustae  vita  .  Poscia  ripose  dette 
immagini  nelToralorio  di  s.  Cesa- 
reo martire,  presso  il  sacro  palaz- 
zo, cioè  quelle  molte  case  ampie 
per  uso  del  Pontefice,  o  dell'im- 
peratore occorrendo  che  fosse  in 
Roma.  Il  sacerdozio  o  il  pontifi- 
cato massimo  annesso  era  alla  di- 
gnità d'imperatore,  siccome  appa- 
re dalle  medaglie;  in  questo  mo- 
do gì'  imperatori  romani  erano  ad 
un  tempo  alla  testa  dello  stato  ci- 
vile, del  militare,  ed  anche  della 
religione  e  dei  sacerdoti.  Abbiamo 
dal  celebre  latinista  d.  Domenico 
Antonio  Marsella  :  //  Pontificalo 
Massimo  non  mai  assunto  dagli 
imperatori  cristiani,  Roma  1789. 
Tullavolta  si  legge  nel  Rinaldi  die 
sino  a  Graziano  gì'  imperatori  cri- 
stiani tennero  il  pontificato  mas- 
simo, non  per  sacrificare,  ma  per 
ricevere  la  podestà  ed  autorità  ch'e- 
ra somma,  e  forse  con  permesso 
de'  Papi,  e  Costantino  lo  trovò  in- 
dispensabile essendo  allora  il  sena- 
to quasi  tutto  gentile.  Inoltre  gl'im- 
peratori si  chiamarono  optimi  ma- 
ximi,  e  alcuni  olimpi,  titoli  presi 
da  Giove;  e  veniva  loro  dal  sena- 
to conferita  la  tribunizia  potestà  e 
imperio  proconsolare,  dopo  avergli 
il  medesimo  dati  i  nomi  di  Cesa- 
re, d' Augusto,  e  il  pontificato  mas- 
simo. Talvolta  gl'imperatori  si  tra- 
vestirono da  dei,  e  le  imperatrici 
romane  vennero  rappresentate  sot- 
to figure  di  deità,  I  loro  nomi  era- 
no portati  scritti  dai  soldati  negli 
scudi  e  sulla  carne;  e  le  loro  im- 
magini scolpite  in  gioie  furono  ado- 
perate come  amuleti.  Figurati  in 
diversi  modi  nelle  statue,  meda- 
glie ec,  lo  furono  eziandio  col  glo- 
bo, simbolo  del  mondo  e  dell'  im- 
pero romano.  Il  Buonarroti  a  pag. 
344»  Osservazioni  sugli  antichi  me- 


IMP 

daglioni,  dice  che  gli  antichi  rap- 
presentarono col  globo  la  terra  a- 
vendo  cognizione  che  fosse  roton- 
da; e  perchè  per  la  sua  grandez- 
za chiamavano  per  esagerazione 
l'imperio  romano  impero  di  tutta 
la  terra  ,  e  gì'  imperatori  padroni 
di  tutto  il  mondo,  per  questo  il 
globo  in  forma  di  palla  fu  preso 
per  simbolo  dell'  imperio  sino  dai 
tenjpi  d'Augusto  ;  e  siccome  a  Gio- 
ve per  il  cielo  e  per  la  terra  ne 
davano  due,  così  ne  mettevano  uno 
in  mano  alle  statue  degl'  impera- 
tori ,  e  nelle  medaglie ,  leggendosi 
in  una  di  Costantino  l'iscrizione: 
BECTOR  ORBis.  Nel  poH'C  gli  anti- 
chi la  figura  della  S^ittoria  sul  glo- 
bo, intesero  denotare  la  vittoria 
ottenuta  o  con  parziali  trionfi  o 
per  tutte  le  provincie  dell'impero; 
nelle  medaglie  d'Augusto  un  mon- 
do simile  fra  due  rami  d'olivo  si- 
gnifica la  pace  di  tutto  il  mondo. 
Gl'imperatori  cristiani  in  vece  del- 
la figura  della  Vittoria  vi  posero 
la  croce  per  dimostrare  che  la  re- 
ligione avea  dato  loro  1'  imperio 
del  mondo.  Del  globo  imperiale 
ne  parlammo  pure  al  voi.  XVIf, 
pag.  177  del  Dizionario.  In  un 
medaglione  si  vede  il  mondo  di- 
viso da  una  croce  in  quattro  parti 
per  i  quattro  caldini  principali , 
secondo  i  quali  davano  quattro 
parti  alla  terra,  non  già  che  aves- 
sero gli  antichi  cognizione  della  di- 
visione de'  moderni  geografi.  La 
prima  immagine  d'imperatore,  che 
apparisca  col  globo  colla  Vittoria 
sopra  nella  destra,  si  è  quella  che 
rappresenta  nelle  medaglie  di  Tar- 
ragona  la  statua  d'  Augusto  eretta 
da  quella  città.  Altra  principale 
insegna  iujperiale  fu  ed  è  l'aquila, 
come  si  disse  altrove.  Alcuni  cre- 
dono che  l'aquila  con  due  teste  siasi 


4  .L^ùix 


IMP 
incominciala  ad  usare  fino  dai  tem- 
pi di  Costantino  imperatore ,  per 
dimostrare  riunito  nella  sua  per- 
sona l'imperio  occidentale  ed  o- 
rientale,  e  perciò  Blosio  Palladio 
cantò  : 

Pietà  hiceps  Àquila  hinc  Occasum, 
hinc  ditm  adsptcìt  Ortum, 

Alter  y  ait^  nostri  est,  Caesaris 
alter  erit. 

Ma  niuno  ne  ha  trattato  più 
dottamente  del  Du  Gange  nella  dis- 
sertazione De  Impp.  Cp.  seii  de  in- 
ferioris  aevi ,  vel  imperii ,  uti  vo- 
calità numismatihus,  dal  num.  XIV 
al  num.  XVIII,  ove  si  descrive  A- 
quila  imperii  symholum  Romano^ 
rum  hiceps  in  nummis  hyzantinis 
et  occidentalis  imperii.  D.  Sebastia- 
no Ciampi  nelle  sue  Ferìae  Varsa- 
vienses  eruditamente  ragionò  del- 
l'aquila,  insegna  degl'  imperatori 
d'occidente  e  di  Germania  fino  al  se- 
colo XIV ,  e  della  bicipite  intro- 
dotta dai  greci  imperatori,  per  di- 
stinguersi dagli  occidentali,  ed  adot- 
tata nel  1 284  da  Amadeo  V  eon- 
te di  Savoia,  e  poi  secondo  il  Lu- 
dewig  nel  i447  d^^^'  imperatore 
Federico  III,  oltre  varie  belle  no- 
tizie aggiunte  sull'aquila  nera  de- 
gl'imperatori di  Germania,  e  dei 
marchesi  di  Brandeburgo  poi  re  di 
Prussia,  e  della  bianca  vessillo  ed 
insegna  dei  polacchi.  Si  legge  nel 
Dizionario  delle  origini  le  seguenti 
notizie  sull'aquila,  uccello  che  ser- 
vì d'insegna  agli  stendardi  di  diver- 
se nazioni,  e  che  vuoisi  pei  primi 
adottato  dai  persiani.  I  romani  do- 
po aver  portato  altre  insegue,  nel 
consolato  di  Mario  si  appigliarono 
all'aquila  definitivamente  ,  dappoi- 
ché prima  portavano  indilferente- 
menle  per  insegne    aquile,    lupi  e 


IMP  ii5 

leopardi.  Alcuni  opinano  che  i  ro- 
mani pigliassero  l'aquila  da  Giove 
cui  era  sacra,  o  per,  imitare  i  to- 
scani, ovvero  che  la  ricevessero  da- 
gli abitanti  dell'Epiro.  Le  aquile 
romane  non  erano  dipinte  sopra  gli 
stendardi,  ma  scolpite  in  oro  o  ia 
argento,  o  piuttosto  in  rame  o  in 
bronzo ,  e  si  portavano  in  cima 
d'un' asta:  esse  avevano  le  ali  di- 
stese, e  talvolta  erano  effigiate  col 
fiilmine  tra  gli  artigli.  Sotto  l' a- 
quila  si  appendevano  al  legno  del- 
l'asta ora  degli  scudi ,  ora  delle 
corone.  Costantino  fu  il  primo, 
dicesi ,  che  introdusse  l' aquila  a 
due  teste,  per  significare  che  l'im- 
pero, tuttoché  sembrasse  diviso, 
non  formava  però  che  un  sol  cor- 
po politico,  opinione  che  vuoisi 
dubbia.  Secondo  altri,  fu  Carlo 
Magno  che  nel  riprislinamento  del- 
l'impero occidentale,  ripigliò  l'a- 
quila come  insegna  de'  romani,  e 
che  vi  aggiunse  una  seconda  te- 
sta ;  tuttavia  non  si  vede  che  una 
sola  testa  all'aquila  nel  sigillo  del- 
l' imperatore  Carlo  IV  sulla  bolla 
d'oro.  Sembra  che  si  possa  conve- 
nire col  dotto  p.  Menestier,  il  quale 
dice,  che  nello  stesso  modo  che 
gì'  imperatori  d'oriente,  quando  era- 
no due  sul  trono ,  improntavano 
sulle  loro  monete  una  croce  a  dop- 
pia sbarra,  che  ciascuno  degl'  im- 
peratori teneva  con  una  mano,  co- 
me essendo  il  simbolo  de'cristiani, 
così  fecero  egualmente  rispetto  al- 
l'aquila nelle  loro  insegne,  ma  in- 
vece di  raddoppiare  le  aquile  le 
unirono  insieme ,  rappresentandole 
con  due  teste,  nel  che  furono  po- 
scia imitati  dagl'imperatori  d'oc- 
cidente, i  quali  lo  furono  dagli  o- 
dierni  imperatori  d'Austria  e  di 
Russia.  Delle  cose  principali  che  ri- 
guardano gli  antichi  imperatori  ro- 


ii6  IMP 

mani  se  ne  tratta  ai  relativi  arti- 
coli, rìporlanclosi  a  quello  di  Roma 
la  serie  dei  naedesimi  imperatori. 
Si  tiene  per  certo  da  una  gran 
parie  de'critici  moderni ,  che  il 
Pontefice  s.  Fabiano  I  del  2 38 
battezzasse  Filippo,  il  primo  cristia- 
no fra  gì'  imperatori  romani,  tut- 
toché non  ubbia  professata  pub- 
blicamente la  cristiana  religione,  e 
il  di  lui  figliuolo  Filippo  ancora 
denominato  ;  propugnando  alcuni 
che  Costantino  il  Grande  fosse  il 
primo  imperatore  cristiano,  si  po- 
trebbe ritenere  che  Costantino  fu 
il  primo  imperatore  che  pubblica- 
mente professò  la  fede  cristiana, 
ed  i  due  Filippi  i  primi  che  la 
professarono  occultamente.  F.  San- 
dini  dissert.  6,  De  primo  iniperat. 
christiano  j  il  p.  Tommaso  Vincen- 
zo Maniglia  nella  diss.  De  annis 
Jesii  Christi  servaloris^  et  de  iitrìus- 
que  Philippi  Augusti  religione^  Ro- 
mae  1 74  ^  i  ed  il  Novaes,  Storia  dei 
Pontefici  t.  Ij  p.  75.  Nell'anno  3 1 3, 
governando  la  chiesa  il  Papa  s.  Mel- 
chiade,  l'imperatore  Costantino  resti- 
tuì la  pace  alla  Chiesa,  e  donò  al  Pon- 
tefice il  palazzo  lateranense,  colla 
giunta  di  rendite  bastanti  a  man- 
tenere il  decoro  della  suprema  di- 
gnità. Sul  supposto  editto  di  Co- 
stantino, nel  quale,  secondo  alcuni, 
si  conteneva  la  donazione  alla  Chie- 
sa cattolica  di  molte  provincie  e 
particolarmente  di  Roma,  si  può 
consultare  Natal  Alessandro,  Hist. 
ecct.  saec.  IV,  diss.  25,  art.  2. 
Inoltre  Costantino  per  le  cose  che 
dicemmo  all'articolo  Costantinopoli 
(Vtdi)y  avendo  stabilito  trasferire 
la  sede  dell'impero  romano  da  Roma 
a  Bisanzio,  di  questa  seconda  ne  in- 
traprese la  fabbrica  nel  326,  e  con 
solenne  dedicazione  nel  33o  gli  im- 
pose il  suo  nome  chiamandola  Co- 


IMP 
stantinopoli.  Altri  dicono  che  il 
trasporto  della  sede  imperiale  da 
Roma  a  Bisanzio,  avvenne  l'anno 
334  dell'era  volgare,  i  190  anni 
circa  dopo  la  fondazione  dell'alma 
Roma.  Costantino  morì  l'anno  337 
dopo  aver  diviso  1*  impero  fra  i 
suoi  tre  figli  Costantino,  Costanzo 
e  Costante  :  Costantino  ebbe  le 
Gallie  e  tuttociò  ch'era  al  di  là 
delle  Alpi;  Costanzo  la  Tracia, 
l'Asia,  l'Oriente  e  l'Egitto;  Co- 
stante Roma,  l'Italia,  l'Africa,  la 
Sicilia ,  molte  isole,  l' Illirico,  la 
Macedonia  e  la  Grecia.  Dalmazio 
Cesare  e  Costantino  fratello  del- 
l'imperatore ebbero  anch'essi  par- 
te dell'impero,  come  ancora  Anni- 
baliano,  cui  aveva  Costantino  con- 
ceduti gli  abiti  imperiali  e  il  ti- 
tolo di  nobilissimo.  Nell'anno  35o 
restò  Costanzo  solo  imperatore,  e 
nel  379  Graziano  dichiarò  impe- 
ratore Teodosio  I,  gli  assegnò  l'im- 
pero d'oriente,  quindi  egli  si  riti- 
rò in  occidente.  Dipoi  l'oriente  e 
l'occidente  si  riunirono  sotto  il  me- 
desimo Teodosio  I  che  si  meritò 
il  titolo  di  grande  j  morì  nel  397 
lasciando  l'impero  ai  due  suoi  fi- 
gli Arcadio  ed  Onorio,  che  se  Io 
divisero,  prendendo  il  primo  l'o- 
riente ed  il  secondo  l'occidente. 
Ma  nell'anno  47^  ebbe  fine  l'im- 
pero romano  d'occidente,  distrutto 
da  Odoacre  re  degli  Eruli  (Ftdi)^ 
il  quale  ne  spogliò  l'  ultimo  impe- 
ratore Momillo  Augustolo.  Qui  no- 
teremo, che  scrivendo  s.  Felice  III 
nel  4^4  all'imperatore  d'oriente 
Zenone,  fu  il  primo  Papa  che  chta- 
mò  r  imperatore  col  nome  di  Fi- 
glio (Vedi),  come  s.  Giovanni  I 
recandosi  nel  525  in  Costantino- 
poli, e  coronando  l'augusto  Giusti- 
no I,  fu  il  primo  Pontefice  che 
ornò    r  imperatore    colle    insegne 


IMP 

imperiali.  Rallegrandosi  il  Papa  s. 
Anastasio  II  con  Clodoveo  I  re 
de'  franchi  per  essersi  fatto  battez- 
zare nel  49^^  ^o  chiamò  figlio 
della  Chiesa,  quindi  il  Pontefice  s. 
Ormisda  gii  mandò  una  corona 
d'oro,  per  cui  l'Alemanni,  De  la- 
,  teraiiciisibus  parie  tini  s,  a  p.  129, 
chiama  Clodoveo  1  imperatore  o- 
norario,  indi  tratta  degli  impera- 
tori onorari. 

L*  imperatore  d'oriente  Leone 
V Isaurico  col  proteggere  gli  ereti- 
ci iconoclasti,  si  meritò  la  scomu- 
nica dal  Papa  s.  Gregorio  II,  il 
quale  sciogliendo  gli  italiani  dal 
Giuramento  (Vedi)  fatto  all'im- 
peratore, e  dai  tributi,  molti  eres- 
sero signorie  private,  ed  il  ducato 
romano  spontaneamente  per  dedi- 
zione de'popoli  si  assoggettò  al  ro- 
mano Pontefice  verso  l'anno  ySo, 
ond'ebbe  principio  il  temporale 
dominio  della  Chiesa  romana.  I 
longobardi  volendo  invadere  tale 
dominio,  prima  s.  Gregorio  II,  e 
poi  s.  Gregorio  III  invocarono  il 
soccorso  di  Carlo  Martello  maggior- 
domo de'  re  dei  franchi,  ed  aven- 
dolo ottenuto,  il  secondo  creò  Car- 
io patrizio  di  Roma,  dignità  che 
portava  l'obbligo  di  sostenere  i 
diritti  della  Chiesa  romana,  e  di 
difendere  le  ragioni  della  santa 
Sede  e  della  città  di  Roma.  Di- 
poi Stefano  li  detto  III  invocan- 
do pel  medesimo  motivo  l'aiuto  di 
Pipino  re  de'  franchi  figlio  di  Car- 
lo, e  contro  Astolfo  re  de'longo* 
bardi,  non  solo  lo  conseguì,  ma 
Pipino  ampliò  il  principato  del  ro- 
mano Pontefice.  Già  Stefano  III 
,Io  avea  consaci'ato  re  in  un  ai  fi- 
gli Carlo  Magno  e  Carlomano,  di- 
chiarandoli patrizi  romani,  protet- 
tori e  difensori  delia  Sede  aposto- 
lica.    Carlo  Magno  incominciò    ad 


IMP  117 

usare  tale  titolo  ne'  suoi  diplomi, 
e  ad  istanza  di  Adriano  I  si  fece 
vedere  in  Roma  vestito  solenne- 
mente dell'abito  di  patrizio.  Nel 
795  per  morte  di  Adriano  I,  di 
comun  consenso  fu  eletto  in  suc- 
cessore s.  Leone  III  romano,  che 
ad  istanza  di  Carlo  Ma^no  gli  con- 
fermò il  titolo  di  patrizio.  Sdegna- 
ti dell'esaltazione  di  s.  Leone  III, 
Pasquale  primicero,  e  Campolo  cap- 
pellano della  chiesa  romana,  pa- 
renti del  defunto,  dignità  che  es- 
si ambivano,  tramarono  congiura 
contro  di  lui,  lo  arrestarono,  e 
mezzo  morto  potè  liberarsi  dalla 
prigione,  e  ritirarsi  nel  Vaticano, 
dove  si  trovavano  gli  ambasciatori 
di  Carlo  Magno.  Questi  invitarono 
a  Roma  Winigiso  duca  di  Spole- 
to, che  a  questa  città  con  buone 
truppe  accompagnò  il  Pontefice, 
il  quale  si  portò  da  Carlo  Magno 
per  implorare  la  sua  difesa  come 
patrizio  di  Roma.  11  re  lo  ricevet- 
te in  Paderbona  con  lutti  i  segni 
d'onore,  e  restò  inorridito  dei  de- 
litti di  Pasquale  e  Campolo,  che 
non  lasciarono  spedirgli  inviati  con 
falsissime  calunnie  contro  s.  Leone 
HI.  Allora  Carlo  Magno  invitò  il 
Papa  a  restituirsi  in  Roma,  facen- 
dolo accompagnare  da  cinque  com- 
missari, due  arcivescovi,  cinque  ve<- 
scovi  e  tre  conti,  ordinando  loro 
d'informarsi  di  quest'affare.  Giun- 
ti in  Roma  ed  esaminate  le  que- 
rele, e  trovatele  insussistenti  e  fal- 
se, mandarono  con  buona  guardia 
al  re  i  due  delinquenti.  Indi  por- 
tatosi nell'anno  800  in  Roma  \o 
stesso  Carlo  Magno,  in  un  giorno 
fatti  congregare  in  s.  Pietro  per 
ordine  e  commissione  del  Papa  gli 
arci  vescovi  j  vescovi,  abbati  e  tutti 
i  signori  romani  e  franchi,  si  parlò 
della  causa  che   si  trovò    piena  di 


ìi8  IMP 

falsità  ed  imposture.  Tanto  il  re 
quanto  l'assemblea  avendo  dichia- 
rato che  la  prima  sede  non  poteva 
essere  da  alcuno  giudicata,  e  non 
\oler  sopra  ciò  dare  giudizio,  san 
Leone  HI  saUto  sul  pergamo  col 
Jibro  de' santi  evangeli,  ed  invoca- 
to il  nome  della  ss.  Trinità,  di- 
chiarò la  sua  innocenza,  atto  che 
fu  stimato  da  tutti  solenne  giusti- 
ficazione. 

Il  Pontefice  s.  Leone  III  fino 
dall'  assunzione  al  pontificato  si 
era  proposto  di  sottrarsi  in  ogni 
maniera  dall'  impero  orientale,  per- 
chè questo  sempre  mirava  a  tener 
soggetti  i  romani,  benché  si  era- 
no ritirati  dalla  sua  obbedienza, 
e  perchè  sempre  andava  di  male 
in  peggio  il  potere  degl'  imperatori 
greci.  Colla  venuta  di  Carlo  Ma- 
gno in  Roma  concepì  il  disegno 
di  dichiararlo  imperatore  e  re  dei 
romani,  ritenendo  legittimamente 
decaduti  gì'  imperatori  d'oriente  da 
ogni  diritto  per  l'eresia  degl'  ico- 
noclasti, e  quindi  rinnovare  l'im- 
pero d'occidente,  che  dopo  la  mor- 
te dell'ultimo  imperatore  Augustolo, 
da  32-5  anni  era  privo  di  capo,  ed 
anco  perchè  non  conveniva  che  gli 
imperatori  eretici  d'oriente  si  chia- 
massero imperatori  d' occidente  e 
di  que' popoli  co' quali  erano  dis» 
senzienti  ne'  dommi  della  fede.  Si- 
gnificò questo  pensiere  ai  cardina- 
li e  principali  romani,  e  venne  ap- 
plaiuiito,  e  perciò  disposto  con  ogni 
segretezza  di  porlo  in  esecuzione  il 
giorno  del  santo  Natale  dello  stes- 
so anno  800,  giacché  il  re  avea 
mostrato  desiderio  di  essere  in  quel 
giorno  nella  basilica  di  s.  Pietro. 
Li  questa  festività  il  Papa  si  por- 
tò nella  basilica  vaticana  coi  car- 
dinali, primari  del  clero,  e  ma- 
gistrati romani,  massime  con  quel- 


IMP 
li   consapevoli  del   suo  disegno,  ed 
il   re  v'intervenne  seguito  dai  suoi 
franchi.    Il  Papa    ed  il    re    giunti 
nella  basilica    tra    le   acclamazioni 
del  popolo     si    portarono    ad    ora- 
re avanti     la  tomba    del    principe 
degli    apostoli  ;     levatisi     ambedue 
in  piedi,  s.  Leone    IH    impose  sul 
capo  del  re  una  corona  ricca,  gri- 
dando tutti  quelli  cui  era  nota  la 
cosa  :   Vita  e  vili  orla  a   Carlo  Au' 
gusto,   grande  e   pacifico    impera- 
tore de'romanij  coronato  da    Dio. 
Sorpreso    Carlo    Magno     da    que- 
st'alto improvviso,  titubava  ad  ac- 
cettare sì  sublime  dignità,  quando 
le  acclamazioni   si   rinnovarono  ge- 
nerali, e  più  volte  ripeteronsi,  per 
cui    Carlo    giato    al    Pontefice    ed 
alla  moltitudine  illustre,  accettò  il 
sommo  onore.  Il  Pontefice  che  avea 
fatto  preparare  l'occorrente  per  la 
sacra  cerimonia,  diede    per  il  pri- 
mo   Pontefice    a    Carlo    T  unzione 
sacra,  e  lo  vestì  dell'ammanto  im- 
periale romano.  Carlo  Magno  giu- 
rò dal    suo  canto    ch'egli    sarebbe 
sempre  stato     protettore  e    Difen- 
sore   della    Chiesa    (Fedi),    ed    il 
Papa  gli  ratificò   il  titolo    d'impe- 
ratore ereditario    in    tutta    la   sua 
discendènza,  e  con  autorità  aposto- 
lica  rinnovò  l' impero    d'occidente, 
dichiarandone  capo    Carlo  Magno. 
V.  S fon d rati,  in  Gallia  vìnd.    dis- 
sert.   2,  g  2,  n.  7;  Bellarmino,  De 
translat.  imperi i  a  ^raecis  ad  fran- 
cosj  Petra  in  Constit.  apost,  t.  IH, 
pag.    125;    e  la    storia    del    regno 
di  Carlo  Magno  scritta  in  france- 
se da  M.r  de  la  Bruere,    e   stam- 
pata in    Parigi  nel    174^^    nonché 
principalmente  il  Cenni   nel    t.  H, 
Monumenta     doniinationis   pontifi- 
ciac  cap.    IH,    ove  ne    tratta    con 
singoiar  erudizione.  L'Alemanni,  De 
lateranensibus  ^.  160  e  seg.,  ripor» 


IMP 

ta  tre  cause  del  Irasferi mento  di 
questo  impero,  per  il  quale  l'o- 
riente e  l'occidente  formarono  due 
imperi  separati,  il  primo  governa- 
lo dagli  imperatori  greci,  il  secon- 
do dagl'imperatori  franchi,  dappoi- 
ché la  corona  imperiale  rimase 
per  qualche  tempo  nei  diversi  ra- 
mi della  casa  di  Carlo  Magno,  ora 
in  Francia,  ora  in  Germania,  e 
talora  anche  nell'una  e  nell'altra 
soggette  allo  stesso  principe.  All'ar- 
ticolo s.  Leone  III  parleremo  di  un 
riprovevole  quadio,  che  si  riprodus- 
se anche  in  rame,  in  cui  il  pittore 
Fiammingo  Odwaere,  pensionato 
dall'accademia  di  Francia,  eseguì 
in  R.oma  nella  fatale  epoca  del 
1810,  ed  in  tempo  che  ad  ogni 
costo  per  piacere  ai  persecutori 
della  Chiesa  si  tentava  l'oppressio- 
ne del  romano  Pontefice.  Fidato 
l'artista  ad  un  passo  degli  annali 
d'Italia  del  Muratori,  in  cui  si  ci- 
tano queste  parole  degli  antichi 
annali  de'  franchi  :  a  Ponti/ice 
more  antiquorum  principum  adora- 
lus  est^  senza  aver  presenti  le  leggi 
degli  antichi  imperatori,  che  citam- 
mo di  sopra,  i  quali  espressamente 
vietarono  qualunque  sorta  di  adora- 
zione si  volesse  prestar  alle  loro 
immagini;  il  pittore  rappresentò  fal- 
samente s.  Leone  III  prostrato  in- 
nanzi a  Carlo  Magno  dopo  di  aver- 
lo incoronato.Così  ancora  diremo  del- 
la trionfante  confutazione  di  monsig, 
Antonio  Santelli  fatta  colla  dotta 
dissertazione  intitolata  :  Oltraggio 
fatto  a  Leone  IH  ed  a  Carlo 
Magno  in  un  quadro  ed  una 
stampa  esprimenti  V adorazione  del 
Pontefice  all'  imperatore  ,  Roma 
nella  stamperia  de  Romanis  181 5. 
Carlo  Magno  lasciato  il  titolo  di 
patrizio  romano,  prese  quello  d'im- 
peratore ed  augusto,  come  si  legge 


IMP  119 

negli  Annali  Bertinianì  ad  an.  Sor, 
presso  il  Muratori,  Scriplor.  rer. 
ital.  toni.  II,  p.  5o5.  Cos\  s.  Leo- 
ne III  innalzò  Carlo  Magno  sopra 
tutti  i  principi  d' occidente,  egua- 
gliandolo agi'  imperatori  d'  oriente, 
passando  cosi  nella  dignità  imperia- 
le quella  del  patriziato  o  sia  l'av- 
vocazia  della  Chiesa,  essendo  più 
splendido  il  titolo  d' imperatore  in 
confronto  di  quello  di  patrizio.  Per 
segno  di  questa  avvocazia  pontifì- 
cia o  sia  difesa  della  romana  Chie- 
sa, solevano  i  Papi  cinger  la  spada 
al  nuovo  imperatorej  e  porre  e- 
ziandio  il  di  lui  nome  nelle  monete 
pontifìcie,  ma  non  in  tutte,  trovan- 
dosene di  Stefano  V,  di  s.  Nico- 
lò I,  di  Giovanni  Vili,  di  Stefano 
VI,  di  Benedetto  IV,  di  Anastasia 
HI,  di  Giovanni  XII,  di  Leone 
Vili,  di  Benedetto  V  e  di  altri 
Pontefici  col  solo  nome  del  Papa, 
giacché  il  nome  e  1'  anno  dell'im- 
peratore, che  talvolta  si  leggono 
negli  atti  pubblici  de'sommi  Ponte- 
fici ,  non  vi  furono  posti  che  per 
maggior  indizio  e  contrassegno  del 
tempo  in  cui  furono  scritti,  in  se- 
quela di  quanto  si  accenna  anche 
nella  prefazione  della  novella  XLVU 
di  Giustiniano,  intitolala:  Ut  prae- 
ponalur  nomea  imperatoris  docu" 
mentis  ;  e  per  questo  in  un  medesi- 
mo atto  pontificio  si  trova  scritto 
il  nome  dell'imperatore  d'oriente, 
dell'imperatore  d'occidente,  ed  an- 
che quello  del  re  longobardo  unito  a 
quello  del  greco  augusto.  Ora  è  a  dir- 
si brevemente  in  che  consistessero  gli 
uffizi  dell'avvocazia. 

Il  principale  di  questi  si  era  dì  di- 
fendere la  purità  della  fede  e  gl'inte- 
ressi della  religione,  quindi  i'diritti 
temporali  e  gli  stati  della  Sede  aposto- 
lica centra  qualunque  nemico.  Quin- 
di i  romani  non  meno  che  gh  altri 


I20  IMP 

sudditi  della  santa  Sede  giuravano 
di  riconoscere  gì'  imperatori  Caro- 
lini come  avvocali  della  Chiesa,  che 
vale  a  dire  di  non  far  novità  in 
pregiudizio  de'  Papi,  de'  quali  essi 
erano  difensori  per  convenzione  di 
palli  giurati,  e  passati  poscia  in  re- 
taggio a  tutta  la  loro  schiatta.  La 
medesima  dignità  del  patriziato  e 
dell'avvocazia  fece  che  di  consenso 
de'Ponlefici,  Carlo  e  gli  altri  suoi 
successori  esercitassero  talvolta  per 
mezzo  de' loro  messi  le  giudicature 
negli  stati  della  santa  Sede  in 
materie  di  controversie  tra  i  vas- 
salli della  medesima  e  i  Papi  stes- 
si, giacche  ad  essi  incombeva  il 
tenerli  in  fede  verso  di  questi,  non 
essendo  in  que*  tempi  V  economia 
del  governo  dello  stato  pontificio 
in  quel  diritto  e  regolato  sistema 
in  cui  è  a'nostri  giorni.  Altro  ob- 
bligo dell'  avvocazia  si  era  di  so- 
praintendere  che  nell'  Elezione  dei 
Pontefici  i^Fedì)^  non  fosse  fatta  vio- 
lenza da'romani,  il  che  ebbe  ori- 
gine dopo  la  morte  di  s.  Pasqua- 
le I,  mentre  nacque  scisma  nell'  e- 
lezione  di  Eugenio  II  che  fu  l'au- 
tore di  quel  decreto  nell'anno  825: 
^d  vitanda  in  poslerum  comitiorum 
dissidia,  confermato  poi  da  s.  Leo- 
ne IV,  da  Stefano  VII,  e  da  Gio- 
vanni IX,  per  il  quale  si  ordinò, 
per  ovviare  ai  disturbi,  che  non  si 
•venisse  alla  Consacrazione  del  Pa- 
pa (Fedi)  se  non  erano  presenti 
j  messi  o  ambasciatori  imperiali; 
ma  questo  carico  poi  passò  al  se- 
natore di  Roma,  e  finalmente  Ni- 
colò HI  lo  trasferì  ad  minorem  gen- 
tium  praesides,  ut  hodie  videmits, 
come  osserva  il  citato  Alemanni, 
Ve  laleranens.  p.  102,  e  se  ne  leg- 
pg  puie  il  decreto  nel  corpo  del 
diritto  canonico,  C.  fundamenta  de 
plect.  in  6.  Del  rimanente  sul   ca- 


IMP 
derc  della  stirpe  Carolina,  poiché 
da  questa  non  potevano  aver  più 
soccorso  i  romani  Pontefici,  furono 
questi  obbligali  a  creare  qualche 
gran  principe  in  figliuolo  adottivo 
della  santa    Sede,    come    digemmo 


al  mentovato    articolo  Figlio, 


per 


dargli  il  governo  de'loro  stati,  pas- 
sando così  per  allora  in  questo  li-i- 
tolo di  figlio  adottivo  1'  uftlzio 
dell'avvocazia  della  Chiesa  romana. 
Quanto  alla  divisione  dell'impe- 
rio in  orientale  ed  occideotale,  e 
suoi  limiti ,  il  Sarnelli,  Memorie 
cronologiche  p.  44  >  ^  Lelt.  eccl. 
t.  II,  p.  80,  narra  che  dopo  di 
aver  s.  Leone  III ,  per  singoiar 
provvedimento  di  Dio,  dichiarato 
imperatore  d' occidente  Carlo  Ma- 
gno, sebbene  i  greci  imperatori  al- 
tamente se  ne  risentirono,  pure 
tratti  dalla  necessità  vennero  ad 
accordo,  dividendosi  1'  impero  in 
questa  guisa,  secondo  il  Collenuc- 
cio  ;  cioè  che  l' imperio  orientale 
fosse  de'  greci,  e  l' occidentale  dei 
franchi.  Si  divise  l'Italia  per  ma- 
niera, che  quanto  è  da  Si  ponto  a 
Napoli  verso  oriente,  insieme  colla 
Sicilia,  fosse  sotto  l' impero  gre- 
co, e  l'altra  parte  verso  le  Alpi 
fosse  dell'impero  occidentale,  ed  in 
mezzo  fu  lasciato  quasi  un  ter- 
mine e  confine  tra  l'uno  e  l'altro 
impero  il  ducato  di  Benevento,  il 
cui  alto  dominio  Carlo  Magno  do- 
nò alla  santa  Sede  nel  pontificato 
di  Adriano  I  che  il  principe  tenne 
in  conto  di  padre.  Degli  antichi 
termini  dell'  imperio  orientale  e 
sue  Provincie ,  se  ne  legge  la  de- 
scrizione nel  Terzi,  Siria  sacra  p, 
12.  Altre  notizie  sull'impero  orien» 
tale  o  greco  le  riportammo  al- 
l'articolo Grecia;  e  la  serie  degli 
imperatori  greci  incominciando  da 
Costantino  il  Grande,  si    può  leg- 


IMP 
^erla  nel  citato  articolo  Costanti- 
jNoroLi.  Le  principali  notizie  di 
tultociò  die  riguarda  V  origine  , 
progresso  e  termine  dell'impero  oc- 
cidentale o  romano,  o  pili  comu- 
nemente impero  germanico,  sonori- 
portate  agli  articoli  Francia  e  Ger- 
mania (Fedi),  ed  ai  relativi  si  di- 
scorre di  quanto  appartiene  agli 
imperatori.  Luigi  IV  detto  il  Fan- 
ciullo, figlio  dell'imperatore  Arnol- 
fo ,  ultimo  rampollo  della  razza 
Carlovingia,  fu  elevato  all'impero 
dai  principi  alemanni,  i  quali  scris- 
sero al  Papa  Giovanni  IX  nell'an- 
no 899  una  lettera,  in  cui  mentre 
si  scusavano  d*essei'e  stati  per  pre- 
potenti ragioni  di  sana  politica  co- 
stretti ad  agire  senz'ordine  e  per- 
missione del  Pontefice,  lo  pregava- 
no ossequiosamente  che  volesse  con- 
fermare la  loro  elezione,  come  si 
legge  in  Labbé,  Concil.  t.  IX,  p. 
497.  Luigi  IV  però  fu  principe 
debole,  e  mori  nel  911  senza  po- 
sterità. Gli  stati  della  Germania 
erano  allora  divisi  in  due  classi:  la 
prima  composta  degli  stati  della 
Francia  orientale,  comprendeva  i 
popoli  soggetti  a  Carlo  Magno,  cioè 
i  bavaresi,  gli  svevi,  e  que'di  Fran- 
conia  ;  gli  stati  della  Sassonia  for- 
mavano la  seconda  classe.  Queste 
due  classi  insieme  riunite  nel  913 
elessero  in  re  Corrado  I  conte  di 
Franconia,  nipote  di  Arnolfo  dal 
canto  di  Gismonda  sua  madre,  11 
regno  di  Germania  doveva  per  di- 
ritto ritornare  al  ramo  di  Carlo  il 
Calvo,  il  solo  che  sussisteva  anco- 
ja  de'  tre  ch'erano  discesi  dai  figli 
di  Lodovico  1  il  Pio.  Era  allora 
re  di  Francia  Carlo  IH  il  Sem- 
plice; ma  i  tedeschi  posta  in  non 
cale  la  giustizia  dei  diritti,  perchè 
egli  era  incapace  di  sostenerli,  scel- 
sero un  re    tolto  dal    corpo    della 


IMP  i:».i 

loro  nazione.  È  pero  da  notar&i 
che  il  Pontefice  Stefano  V  detto 
VI  neir  891  coronò  imperatore 
Guido  re  d'Italia  e  duca  di  S[)o- 
Jeto,  ed  in  tal  guisa  tornò  dopo 
tante  vicende  negl'italiani  l'impero 
d'Italia,  come  osservano  il  Sigo- 
nio,  De    regno  ital.  lib.  6,  ad  an. 

891,  p.   227,  ed   il   Pagi     ad     an. 

892,  nura.  2.  Giovanni  X  nel  916 
coronò  imperatore  Berengario  rq 
d'Italia;  ma  Lamberto  figlio  di  Gui- 
do neir894  era  stato  coronato  im- 
peratore da  Papa  Formoso,  con- 
fermato da  Giovanni  IX,  e  ricono- 
sciuto dai  principi  italiani  che  abr 
bandonarono  Berengario  prima  pe- 
rò che  fosse  colonato;  ma  essendo 
morto  Lamberto  nell'898 ,  e  corona- 
to poscia  Berengario,  questi  visse  sino 
al  924  colle  insegne  imperiali.  Tali 
sono  i  principi  italiani  che  portarono 
il  titolo  e  dignità  d'imperatori  d'oc- 
cidente. Si  osserva  che  la  famiglia 
di  Carlo  Magno  possedette  per  qual- 
che tempo  l' impero  per  diritto  e- 
redi tarlo  o  di  successione  ;  ma 
dall'estinzione  di  quella  famiglia  in 
poi,  o  secondo  altri  scrittori,  sol- 
tanto dalla  morte  di  Enrico  IV, 
la  dignità  imperiale  diventò  eletti- 
va, e  alcuno  non  giunse  al  pos- 
sesso della  medesima  se  non  che 
per  via  di  elezione.  'J  emendo  per- 
fino gli  elettori  che  gl'imperatori 
della  famiglia  austriaca  non  ren- 
dessero la  dignità  imperiale  eredi- 
taria nella  loro  linea,  inserirono 
nella  capitolazione  di  Mattia  e  \\\ 
quella  de' successivi  imperatori  una 
clausola,  colla  quale  vincolati  rima- 
nessero gli  eletti  a  questo  riguardo. 

A  Corrado  I  nel  919  successe 
Enrico  I  VUccellalorc,  i  quali  non 
furono  coronali  da'Pontefici,  e  nel 
986  nel  regno  di  Germania  ad 
Enrico  I    gli  successe    il  figlio  Qt- 


Ili  IMP 

Ione  I  il  Grande  che  divenne  re  di 
Italia  nel  961.  Dappoiché  essendo 
Giovanni  XII  travaglialo  da  Be- 
rengario Il  re  d'  Italia,  e  dal  di 
lui  figlio  Adalberto,  cliiamò  in  soc- 
corso il  re  di  Germania  Ottone  I 
promettendogli  l'impero  e  lo  stato 
di  Milano.  Portatosi  Ottone  I  in 
Italia  ne  venne  coronato  re  colla 
Corona  di  fenx>  [Pedi),  e  secon- 
do il  giuramento  fatto  prima  di 
giungere  in  Roma,  che  riportiamo 
all'aiticolo  Ingressi  solenni  in  Ro- 
ma [Fedi)j  di  non  ledere  i  dirit- 
ti di  sua  sovranità,  non  cìie  di  cac- 
ciar dall'  Italia  Berengario  II  ed 
Adalberto,  e  di  restituir  le  terre 
usurpale  alla  Chiesa,  avendo  il  tut- 
to adempiuto ,  in  riconoscenza  il 
Papa  Giovanili  XII  io  coronò  in 
Boma  nella  basilica  di  s.  Pietro 
imperatore  a'i3  febbraio  del  962. 
Giovanni  XII  fu  il  primo  Pontefi- 
ce che  passò  Tini  pero  ai  tedeschi, 
dopo  che  per  la  morte  di  Beren- 
gario I  r  impero  era  restato  va- 
cante circa  quarant*  anni.  Su  que- 
sta traslazione  d'impero  è  a  ve- 
dersi l'Alemanni,  De  lateranens.^ 
ed  il  Cenni  nel  t.  II,  Monumenta 
dominalionis  ponti ficiae  cap.  IV, 
ove  di  ciò  tratta  eruditamente.  Il 
figlio  di  Ottone  I,  Ottone  II,  e  il 
nipote  Ottone  III  parimenti  furono 
coronati  dai  Papi,  e  l'ultimo  da  Gre- 
gorio V  nel  996,  il  quale  da  al- 
cuni si  crede  istitutore  del  collegio 
degli  Elettori  del  sacro  romano 
impero  [Vedi);  certo  è,  come  dice 
il  Novaes,  e  come  dimostra  il  San- 
dini nella  vita  di  Gregorio  V,  che 
il  diritto  di  eleggere  l' imperatore 
deriva  dal  romano  Pontefice.  L'im- 
pero fu  quindi  dato  al  principe 
legittimamente  nominato  dagli  e- 
lettori,  il  quale  col  titolo  d'impera- 
tore romano,  di  Germania  o  d'oc- 


IMP 

cidente,  come  capo  dell'impero  ro- 
mano-germanico lo  governava  se- 
condo le  leggi  e  gli  statuti  che  im- 
posti gli  venivano  per  mezzo  della 
capitolazione  imperiale.  Il  Rinaldi 
parlando  all'anno  996  del  conci- 
lio di  Gregorio  V,  nel  quale  si 
crede  effettuata  la  concessione  agli 
elettori  di  eleggere  il  re  de'romani 
cesare ,  che  prenderà  il  nome  di 
imperatore  se  coronato  dal  Ponte- 
fice, mediante  V  approvazione  di 
questi,  narra  molte  cose  analoghe 
ed  in  favore  all'autorità  pontifi- 
cia, dichiarando  che  come  essa  ri- 
pristinò l'impero  occidentale,  e  tras- 
portollo  ne'tedeschi,  cosi  commise 
agli  elettori  la  facoltà  di  eleggere 
l'imperatore,  riservandosi  la  con- 
ferma. Di  ciò  il  Rinaldi  riporta 
prove  dei  medesimi  Pontefici,  im- 
peratori ed  elettori,  non  che  degli 
scrittori.  Ecco  come  Innocenzo  III 
su  questo  proposito  si  esprime. 
>»  Debbono  i  principi  riconoscere 
(siccome  han  ftìtlo  in  presenza  no- 
stra) che  il  diritto  e  lautorità  di 
esaminare  la  persona  eletta  a  re, 
e  da  promoversi  all'impero,  tocca 
a  noi  che  l'  ungiamo  e  incoronia- 
mo. Essendosi  universalmente  e  re- 
golarmente osservato,  che  l'esame 
della  persona  appartenga  a  chi 
spetta  r  imposizione  della  mano. 
Se  i  principi  eleggessero  alcun  sacri- 
lego, o  scomunicato,  o  tiranna,  o 
futuro  eretico  o  pagano,  dovrem- 
mo noi  per  avventura  ungere,  con- 
sacrare, e  coronare  così  fatta  per- 
sona? Tolga  Iddio,  che  mai  tal  co- 
sa per  noi  si  facesse".  Sulle  con- 
vulsioni dell'impero  germanico,  da 
esso  sofferte  nel  tempo  stesso  che 
la  Chiesa  romana  veniva  lacerata 
dagli  scismi,  è  a  leggersi  il  Suppl. 
del  giornale  ecclesiastico  di  Roma 
del  1792,  t.  IV,  p.  3  e  seg.,  ove 


IMP 
si  traila  delle  prospere  ed  avverse 
vicende  della  Chiesa  di  Gesù  Cri- 
sto dal  secolo  XIII  a'tempi  nostri, 
discorso  di  un  giornalista  di  Pio- 
ma,  compilato  sull'opera  :  Ecclesìa 
jìiilUans  regnimi  Christi  in  terris  hi 
sui  fatìs  repracsenlala ,  di  S.  A. 
R.  il  p.  d.  Martino  Geibert  abba- 
te del  raonislero  di  s.  Biagio  in 
Selvanera  e  principe  del  S.  R.  I., 
stampata  nel  1789  in  detto  mo- 
niste ro. 

Nel  libro  del  p.  Anacleto  Calda- 
ni ,    Ristretto   dell  origine     e    prò- 
presso  dell*  impero  romano ,  e  del- 
la potestà  degli  elettori^  Ira  le  al- 
tre    cose    si    legge.    Riconoscendosi 
che    il    romano    impero    passò    per 
r  autorità  della  Sede  apostolica  dai 
greci  nella    persona    di    Carlo    Ma- 
gno,  e  poi  negli  alemanni,    neces- 
sariamente ne  segue    che    la    pote- 
stà di  eleggere  il  re    de' romani   in 
imperatole     a     niiin    altro     princi- 
palmente si  debba,  checche  ne  di- 
cano i  contrari,  che  alla  Chiesa,  al- 
la quale  si  deve  attribuire  la  trans- 
lazione    del  romano  impero,  quin- 
di ad  essa    devesi    ascrivere    l' ele- 
zione del    romano    impeiatore.  Ciò 
primieramente    si    deve    perchè  de- 
gradali gl'imperatori  greci  dell'im- 
pero occidentale,   umiliati    i  Reren- 
garii    e    morto    senza    figli    maschi 
Ottone  III,  in    virtù    dell'ecclesia- 
stica   suprema    giurisdizione     com- 
messa da  Cristo   a'Pontefici,  accio- 
chè  la  Chiesa  piantala  dalla  sua  ma- 
no non  sentisse  danno,  fu  in  libera 
volontà  del  Papa    eleggere    un  im- 
peratore da  qualunque    nazione  gli 
piacesse.  E  la  ragione  si  è,  perchè 
Cristo  in  ciò  che    riguarda  il    pro- 
movere  il  bene  della    fi-de ,   subor- 
clinò  gl'imperi    terreni    al    romano 
Pontefice  in    forma  tale,  che    se  il 
bene  della  religione   così    richieda , 


IMP  123 

non  se  gli  possa  negare  il   braccio 
secolare,  per  quanto   dicono  i  me- 
desimi   protestanti  ;    le    quali    cose 
sono  appoggiate    alle    sacre    lettere 
così  del  vecchio    come    del    nuovo 
Testamento,  aggiunta  la  pratica  no- 
toria appresso  il  Marta,  De  jurisd. 
par.  I,  cap.   28,  n.   22.    E    perché 
chi  vuole  l'antecedente  vuole  anche 
il  conseguente  ;  avendo  la    romana 
Chiesa  dichiaralo    imperatori  Carlo 
Magno  ed  Ottone  il  Grande   prin- 
cipi ereditarli,  senza  la  qual  dichia- 
razione per  tali  non  sarebbero  stali 
riconosciuti,    è  necessario  conchiu- 
dere che  r  elezione  concessa  del  re 
de'  romani  sia  assolutamente    deri- 
vala   della     Sede    apostolica.     Per 
l'interesse  poi  dell'imperatore,  anzi 
dello    stesso    impero,  il    Pontefice 
Gregorio  V  cercò  anche  il  consenso 
sì  di    Ottone    ITI    che    de'  principi 
dell'impero  per  istabilire  l' elezione 
del  re   de'  romani  ;    ed    Ottone  III 
col  consenso  del  Papa  fece  col  con- 
siglio de' principi  lo  statuto  dell'e- 
lezione dell'imperatore,  da  farsi  dai 
principali  signori  tedeschi    offiziali  : 
laonde  pare    che    il    Pontefice    ro- 
mano dovesse  ricercare  questi  pri- 
mati della   Germania    per    onestà , 
per  equità  e    per    pubblica  utilità, 
siccome  esigevano  i  tempi,  le  cose, 
ì  luoghi  ed   altre    circostanze.    Ciò 
si  richiedeva    per    parte    di    Otto- 
ne III,  non  solo  perchè    per    con- 
venzione fatta  con  la  Sede  aposto- 
lica   aveva  il   diritto    di    nominare 
il  successore  nel  regno  d'Italia,  ma 
anche    perchè    la    consuetudine    di 
Germania    portava ,    che    quegli  il 
quale  dal  re    moribondo    dichiara- 
vasi  successore  nel   regno    di  Ger- 
mania fosse  per  tale    ricevuto    dai 
principali  del   medesimo  regno.  Per 
parte  dei    principi    degli    stali  del- 
l' impero  era  necessario  il  consenso 


ili  IMP 

per  questa  nuova  legge  ristabilita 
dal  Pontefice ,  ilappoichò  potevano 
in  selle  vacante  eleggere  in  re  dei 
germani  uno  di  qualunque  nazio- 
ne, dalla  quale  autorità  decaddero 
ad  istanza  del  sommo  Pontefice , 
per  cui  trasferirono  il  diritto  del- 
r  elezione  in  mano  di  pochi  prin- 
cipali ullìziali  della  Germania  ec- 
clesiastici  e  laici,  e  di  piìt  stabili- 
rono che  niuno  potesse  avere  il  ti- 
tolo d' imperatore  se  non  che  quel- 
lo che  dal  Pontefice  fosse  decorato 
della  corona  imperiale.  Da  che  si 
deduce  l' origine  del  collegio  elet- 
torale dell'  impero  germanico ,  e 
doversi  principalmente  attribuire 
alla  Sede  romana,  e  meno  princi- 
palmente ad  Ottone  III  ed  a' prin- 
cipi dell'  impero.  In  tal  modo  si 
possono  conciliare  le  discrepanti 
opinioni  degli  storici,  secondo  quel 
dello,  ben  insegna  chi  ben  distin- 
gue. Che  r  impero  romano  o  ger- 
manico fu  offerto  alla  santa  Sede, 
e  che  venne  considerato  come  uno 
de'  tanti  suoi  stati  tributari ,  lo 
abbiamo  dal  Gretsero  nel  dotto  suo 
libro:  De  munijicentia  principum 
iti  Sedem  apostolìcam. 

Dopo  la  morte  di  Ottone  III 
nel  I002  fu  eletto  s.  Enrico  II  di 
lui  cugino,  come  discendente  d'En- 
rico duca  di  Baviera  figlio  del- 
l' imperatore  Enrico  I,  e  fratello  di 
Ottone  1:  ebbe  per  successori  Cor- 
rado II  il  Salico  ed  Enrico  III, 
cui  la  morte  impedì  di  rendere 
ereditaria  nella  sua  famiglia  la  co- 
rona imperiale;  Enrico  IV,  ed  En- 
rico V,  tutti  della  casa  di  Franco- 
nia.  Con  fatale  pregiudizio  della 
Chiesa  universale  e  dell'  impero  ro- 
mano germanico ,  gravi  vertenze 
talvolta  insorsero  tra  il  sacerdozio 
e  l'impero,  cioè  tra' Papi  e  gì' im- 
peratori,   con   conseguenze   funeste 


IMP 
di  lunghi  e  deplorabili  scismi.  La 
prima  e  forse  principale  rottura 
Ira  la  santa  Sede  e  l' impero ,  ac- 
cadde per  le  Investiture  ecclesia' 
sliche  (  Fedi  )  (  dalle  quali  ebbero 
origine  gli  eretici  Enriciani  che 
concedevano  all'imperatore  l'au- 
torità di  eleggere  il  Papa  ),  tra  il 
Pontefice  s.  Gregorio  "VII  e  suc- 
cessori fino  a  Calisto  II,  e  gì'  im- 
peratori Enrico  IV  ed  il  suo  figlio 
Enrico  Vj  di  che  parlammo  prin- 
cipalmente all'articolo  s,  Gregorio 
FU  {Fedi).  Questi  ntW epist.  19, 
lib.  I,  pronunziò  questa  bella  sen- 
tenza per  la  felicità  dell'  impero. 
Status  iinperii  gloriosus  regitur^  et 
sanctae  ecclesiae  if  Igor  sol  adi  tur, curri 
sacerdotium,  et  imperiuni  in  uni- 
tate  concordiae  conjunguntur.  Voigt 
nella  sua  Storia  p.  256,  riportan- 
do alcuni  brani  di  lettere  di  s. 
Gregorio  VII,  dice  «  che  il  mondo 
è  retto  dalle  forze  armoniche  di 
due  grandi  astri  e  luminari,  l'uno 
maggiore  eh' è  il  sole,  l'altro  mi- 
nore cioè  la  luna.  L'  autorità  del- 
l' apostolo  è  simboleggiata  dal  so- 
le, e  dalla  luna  il  potere  dei  re. 
Siccome  questa  non  risplende  che 
pel  lume  riflesso  da  quello,  cosi 
gì'  imperatori  e  i  principi  sovrani 
traggono  il  loro  potere  dal  Pon- 
tefice ,  perchè  il  solo  Pontefice  lo 
attinge  da  Dio,  unico  fonte  d'o- 
gni autorità.  Pertanto  il  potere 
della  santa  Sede  avanza  il  potere 
de'  troni;  e  l'impei  atore  è  suddito, 
vassallo,  e  fedele  del  santo  Padre. 
Poiché  il  Papa  è  costituito  da  Dio, 
perciò  cade  ogni  cosa  sotto  la  su- 
prema ragione  di  lui  ",  ec.  ec. 
Quelli  stessi  fra  i  moderni  i  quali 
hanno  scritto  sull'  Alemagua  del 
medio  evo  non  ignorano  il  diritto 
di  pontificia  supremazia.  Pfeffel  ci 
fa  osservare  che    la  massima    e  la 


IMP 

condotta  di  s.  Gregorio  VII  era 
favorita  >»  dalla  persuasione  di  quei 
tempi,  che  V  impero  fosse  un  feu- 
do della  santa  Sede;  persuasione 
che  gli  stessi  imperatori  sembra- 
vano spontaneamente  confermare, 
non  assumendo  il  titolo  e  le  in- 
segne imperiali  se  non  dopo  essere 
stati  per  la  seconda  volta  consa- 
crati dal  sommo  Pontefice  in  Ro- 
ma". Il  diritto  sassone  proibiva  che 
si  eleggesse  imperatore  colui  con- 
tro il  quale  il  Papa  avesse  giusta- 
mente pronunziato  il  veto ,  come 
dal  lib.  Ili,  art.  LIV.  L'eletto  non 
otteneva  il  titolo  né  T  autorità  im- 
periale se  non  dopo  che  il  Ponte- 
fice l'avesse  consacrato,  art.  LII  ; 
ed  allorché  recavasi  a  Roma  per 
la  consacrazione,  doveva  aver  seco 
cinque  de'  primari  elettori,  i  quali 
garantissero  la  regolarità  dell'  ele- 
zione, art.  XXXI.  Il  medesimo  co- 
dice riserva  al  Pontefice  esclusiva- 
mente il  diritto  di  scomunicare 
l' imperatore,  e  per  tre  sole  ragio- 
ni :  I."  nel  caso  d'eresia  o  d'a- 
postasia ;  2.°  pel  ripudio  della  le- 
gittima consorte;  3."  per  pertur- 
bata religione  o  per  saccheggio  sul 
tener  delle  chiese,  lib.  IH,  art. 
LVII  Sachs  Land  rechi,  Dir.  sass.y 
Schwab  Landrecht,  Dir.  svevo^  arti- 
colo XXIX.  Il  dotto  e  celebre 
protestante  Eichhorn ,  Glossa  I  _, 
art.  1,  Dir.  sass.,  dopo  aver  enu- 
merati tutti  i  diritti  che  compete- 
vano all'  imperatore  come  capo 
della  cristianità  ,  aggiunge  queste 
parole.  «  Tal  potere  è  dato  da  Dio 
all'imperatore,  ma  questi  all'atto 
della  sua  incoronazione  è  obbligato 
di  giurare  al  Pontefice  obbedienza 
e  fedeltà".  Tale  fu  il  giuramento 
prestato  da  Enrico  II ,  e  pejciò 
anteriore  all'  epoca  di  s.  Grego- 
rio  VU.   Goflredo    di  Viterbo,    in 


IMP  19.5 

Chron. ,  storico  contemporaneo  di 
Pasquale  II,  terzo  successore  di  s. 
Gregorio  VII,  fa  parlare  i  Ponte* 
fìci  in  questa  sentenza.  «<  Impera- 
tori, noi  vi  abbiamo  dato  l'impe- 
ro ,  e  voi  ben  poco  ci  deste  in 
contraccambio.  Sappiate,  che  se  voi 
siete  imperatori  de*  romani  ,  noi 
siete  che  in   virtù  di  noi  soli  ". 

Ferdinando  I  il  Grande  figlio 
di  Sancio  il  Grande  re  di  Casti- 
glia  e  di  Leone  negò  all'impera- 
tore Enrico  IH  l'omaggio  che  gli 
doveva ,  e  contro  il  diritto  e  la 
consuetudine  assunse  il  titolo  d'im- 
peratore. Enrico  III  mandò  i  suoi 
ambasciatori  al  concilio  della  Chie- 
sa, i  quali  presentarono  le  sue  que- 
rele. Ildebrando  legato  in  Francia 
di  Vittore  II,  e  poi  Papa  s.  Gre- 
gorio VII  facilménte  persuase  En- 
rico III  che  la  sua  dignità,  la  qua- 
le in  tutto  l'orbe  cristiano  era  la 
più  grande,  correva  per  tale  usur- 
pazione un  grave  pericolo,  e  che  il 
re  Ferdinando  I  ben  più  facilmen- 
te avrebbe  potuto  essere  rimesso  nei 
suoi  confini  da  una  sentenza  della 
Chiesa,  che  non  dal  sempre  dispen- 
dioso ed  incerto  mezzo  delle  armi. 
Enrico  III  pertanto  fece  dai  suoi 
legati  pregare  il  concilio,  che  qua- 
lora Ferdinando  I  anche  dopo  le 
esortazioni  della  Chiesa  non  desi- 
stesse dal  suo  proposilo,  si  pro- 
nunciasse sentenza  di  scomunica 
contro  di  lui,  e  se  ne  ponesse  il 
regno  sotto  l'interdetto.  Il  Maria- 
na riporta  la  lettera  di  Enrico  III 
presentata  al  concilio,  colla  quale 
rappresentò  quest'usurpazione  co- 
me assai  pregiudizievole  alla  Chie- 
sa romana.  I  padri  del  concilio  ri- 
conobbero giusta  la  causa  dell'im- 
peratore, e  decisa  col  consentimen- 
to del  Pontefice  la  lite  dei  due  so- 
vrani, mandarono  legati  al  re  Fer- 


ii6  IMP 

dinando  I,  inlimandogli  dovesse  ob- 
bedire al  decreto  del  Papa,  dasse 
soddisfazione  all'  imperatore,  rinuii» 
ciasse  al  titolo  usurpato;  minac- 
ciandolo che  in  caso  di  renitenza, 
la  Chiesa  assoggetterebbe  lui  e  l'in- 
tera Spagna  alle  più  gravi  censu- 
re. Il  re  di  Castiglia  radunò  tosto 
i  vescovi  e  principi  del  suo  re- 
gno, e  consigliò  con  loro  la  risposta 
da  farsi  ai  legali  pontificii.  Essen- 
do la  maggior  parte  convenuta  in 
quest'opinione,  che  si  dovesse  pre- 
stare obbedienza  al  Pontefice  roma- 
no, Ferdinando  I  rispose  ai  legati 
ch'egli  era  pronto  ad  eseguir  tut- 
tociò  che  la  santa  Sede  di  Roma 
gli  aveva  intimato.  Mostrava  En- 
rico III  di  riconoscere  per  que- 
st'atto egli  slesso,  o  per  lo  meno 
permetteva  che  venisse  basato  il 
principio,  risiedere  nel  solo  Ponte- 
fice l'autorità  di  crearlo  impera- 
tore, di  accordargliene  o  di  tor- 
gliene  il  titolo  e  le  insegne.  Che 
gli  effetti  poi  di  un  sì  importante 
sistema  si  verificarono  in  altre  cir- 
costanze, la  storia  ce  ne  riporta  gli 
esempi.  Nella  Storia  di  Papa  Gre- 
gorio FU  del  celebre  protestante 
Voigt,  a  pag.  590,  narrandosi  la 
morte  di  Rodolfo  emulo  d'Enrico, 
si  dice,  che  siccome  molti  tedeschi 
aveano  dubitato  della  legittima  ele- 
zione del  primo,  malgrado  la  de- 
posizione del  secondo,  e  la  sanzio- 
ne dell'autorità  pontificia,  tutti  i 
ragionamenti  versavano  intorno  al 
problema  :  può  dunque  il  Papa 
deporre  un  monarca  ?  Il  vescovo 
Ermanno  di  Metz,  vuoisi  per  in- 
carico de'duchi  tedeschi,  interrogò 
Gregorio  VII  con  quali  ragioni 
sostenesse  quel  diritto  sì  contro- 
verso ;  e  Gregorio  VII  gli  rispose 
con  una  lettera  di  tanta  importan- 
za che  ivi  il  Voigt  la    riprodusse, 


IMP 
aggiungendo  ch'essa  rivela  la  men- 
te di  quel  Papa,  ed  è  il  compen- 
dio delia  pubblica  giurisprudenza 
d' allora.  La  lettera  è  la  seguente. 
>y  Gesù  nostro  Salvatore  ha  pro- 
nunciato le  parole  evangeliche  :  Tu 
sei  Pietro  e  su  questa  pietra  edifi- 
cherò la  mia  Chiesa;  ti  conferisco 
la  facoltà  di  sciogliere  e  di  legare 
quaggiù  ciò  che  dev'essere  sciolto 
e  legato  ne*  cieli.  Da  questa  giu- 
risdizione di  Pietro  ha  forse  Dio 
esclusi  i  monarchi  ?  Forse  che  l 
re  non  fanno  parte  di  quella  mi- 
stica greggia  die  Cristo  ha  aflìda- 
to  al  suo  vicario?  Chi  vorrebbe 
sottrarsi  da  questa  piena  potenza  di 
Pietro,  se  non  colui  che,  ricusando 
di  portare  il  soave  giogo  di  Dio, 
si  toglie  in  collo  la  schiavitù  di 
Lucifero  ?  Ma  l' insensato  che,  per 
procurarsi  una  libertà  più  servile 
di  qualunque  servaggio,  rinnega 
l'autorità  di  s.  Pietro,  la  proverà 
terribile  nel  dì  del  giudizio;  che 
nessuno  si  cela  dall'onniveggenza  di 
Dio  (  nota  il  Jager  che  Gregorio 
VII  vuol  provare  che  la  santa  Se- 
de aveva  diritto  di  scomunicare  i 
sovrani ,  fondando  i  suoi  argomen- 
ti sulla  legislazione  d'allora,  in  cui 
slava  scritto:  il  re  scomunicato  è 
re  degradato).  E  questo  decreto 
della  suprema  volontà  del  Signore, 
questo  privilegio  della  Chiesa  cat- 
lolica  accordato  dal  cielo  al  prin- 
cipe del  collegio  apostolico,  fu  dai 
santi  padri  ricevuto  con  venerazio- 
ne profonda,  e  conservato  quale 
eterno  retaggio.  Nei  concilii  uni- 
versali, negli  scritti  e  negli  alti 
pontificii  ,  i  santi  padri  successori 
di  Pietro  hanno  sempre  dato  alla 
santa  Chiesa  romana  il  nome  di 
madre  comune  ;  e  tutti  unanime- 
mente dichiararono  che  a  lei  sola 
appartiene  il  governo  e  il  giudizio 


IMP 
di  tulle  le  chiese,  siccome  a  madre 
ed  a  regina  di  tutte;  che  dal  suo 
tribunale  non  v'ha  appellazione  a 
tribunal  superiore  ;  che  le  sue  sen- 
tenze sono  infallibili  e  non  ponno 
essere  abolite  ne  in  terra  né  in 
cielo.  Se  il  b.  Gregorio  T  (  cita 
pure  Giulio  I  e  Gelasio  I),  quel 
dottore  di  tanta  sapienza,  quel  se- 
guace del  mansueto  agnello  Gesìj, 
ha  decretato  che  non  solo  si  do- 
vessero deporre  dal  trono,  ma  ful- 
minare di  eterna  condanna  i  mo- 
narchi violatori  dei  privilegi  ch'e- 
gli avea  accordato  a  un  ospizio, 
chi  mai  potrebbe  biasimare  un  Pon- 
tefice perchè  depone  e  condanna 
quest'Enrico  IV  che  dicono  re , 
quest'eretico  che  sprezza  le  senten- 
ze apostoliche,  che  contrista  ed  op- 
prime la  madre  di  tutti  i  credenti, 
che  spoglia  gli  altari,  che  desola 
r  impero  e  la  Chiesa  ?  E  questa 
dignità  di  mona;*ca,  invenzione  di 
gente  pagana,  non  dev'  essere  sog- 
getta airelerna  autorità  di  s.  Pie- 
tro, cui  la  misericordia  di  Dio  ha 
depositata  nelle  mani  dell'  uomo  a 
salute  de' figli  redenti?  E  chi  di 
noi  può  ignorare  che  gì'  imperato- 
ri, i  re,  i  principi,  i  duchi  hanno 
ereditato  questi  nomi  pomposi  da 
uomini  dannati  in  eterno,  da  uo- 
mini che  con  rapine,  perfidie,  vio- 
lenze, assassinii  hanno  esercitato  so- 
pra i  loro  simili  l'esecrando  diritto 
del  forte,  e  che,  fatti  despoti,  hanno 
dominato  con  tirannico  orp[0£jlio? 
Chi  può  dubitare  che  i  ministri 
del  tempio,  i  sacerdoti  di  Cristo,  i 
successori  dell'apostolo  Pietro  non 
debbano  essere  venerati  per  pa- 
dri e  maestri  dei  re  ,  dei  popoli  , 
del  genere  umano?  E  non  è  dun- 
que follia  il  volere  che  il  discepolo 
governi  il  maestro,  e  che  il  figlio 
sia  patrono  del  padre?  Costantino 


IMP  iij 

il  Grande,  quel  signore  di  lutti  i 
monarchi ,  confessò  ìijuesta  supre- 
mazia dell'  autorità  della  Chiesa 
quando  al  concilio  di  Nicea  si  assi- 
se all'  ultimo  posto,  e  lungi  dal 
giudicare  i  suoi  vescovi,  li  chiama- 
va gì'  ispirati  da  Dio,  anzi  Dei  sulla 
terra,  ai  quali  dovevano  essere  di- 
scepoli i  re  (cita  pure  gli  esempi 
d'Anastasio  e  di  Arcadio,  il  pri- 
mo de'  quali  si  prostrò  innanzi  a 
Gelasio  I,  il  secondo  a  Innocenzo 
I.  F.  Bacio  de*  piedi  ) .  Zaccaria 
romano  Pontefice  depose  il  re  dei 
franchi  non  per  delitti  ma  per  la 
debolezza  del  suo  governo,  assunse 
a  quel  trono  il  magnanimo  Pipi- 
no, e  sciolse  a  tutti  i  vassalli  la 
fede  giuj'ata  al  vecchio  mo»  arca. 
Lo  stesso  diritto  viene  tutti  i  gk»r- 
ni  esercitato  dal  Papa  quando  de- 
grada un  vescovo  indegno  di  presie- 
dere alla  plebe  di  Dio,  e  libera  i  dio- 
cesani  dal  giuramento  di  fedeltà. 
Un  semplice  esorcista  è  rivestito  di 
un'autorità  apostolica  superiore  a 
quella  del  principe,  perchè  se  que- 
sti può  comandare  ai  vassalli,  que- 
gli discaccia  gli  spiriti  maligni,  ed 
è  terribile  a  Satana.  Il  pio  sacer- 
dote governa  i  suoi  simili  a  salute 
dell'anime  loro,  ad  onore  e  gloria 
di  Dio  ;  ma  i  potentati  del  mondo 
non  imperano  che  per  soddisfare 
l'orgoglio  e  le  vili  passioni  del  cor- 
po. Un  monarca  cristiano,  quando 
giace  sul  letto  di  morte,  implora 
l'assistenza  del  prete,  perchè  gli 
rimetta  i  peccati,  lo  salvi  dagli  ar- 
tigli di  Satana,  e  dalle  tenebre  lo 
guidi  al  regno  degli  eterni  splen- 
dori ;  ma  quando  mai  vedeste  un 
prete  od  un  laico  rivolgersi  nell'a- 
gonia al  suo  re?  Qual  principe, 
qual  re  della  terra  si  arroga  la  fa- 
coltà di  riscattare  un'anima  dalla 
schiavitù  dell'inferno  in  virtù   del 


128  IMP 

santo  battesimo  ?  E  ciò  clie  forma 
la  siibliinitù  della  religione  ealloli- 
ca,  il  mistero  che  contemplano  gli 
angeli  e  paventano  le  potenze  in- 
fernali, dov'  è  quel  monarca  dei 
mondo  che  con  una  sola  parola 
possa  creare  il  corpo  ed  il  sangue 
di  Cristo?....  Chi  dunque  potrà 
dubitare  che  l'autorità  del  Ponte- 
fice non  sia  sovrana  a  (piella  del 
le  ?  Quegli  non  cerca  che  le  cose 
di  Dio,  e  vive  austero  in  mezzo  al- 
le vanità  della  terra  ;  quesli  non 
si  occupa  che  del  proprio  interes- 
se, e  nemico  della  sua  salute,  op- 
prime con  giogo  pesante  i  fratelli. 
Quegli  è  membro  del  corpo  di 
Cristo,  questi  dell'angelo  della  pri- 
ma menzogna.  Quegli  rinnega  il  suo 
cuore,  macera  ed  affligge  il  suo 
corpo  per  regnare  un  giorno  con 
Dio;  questi  regna  da  tiranno  quag- 
giù, per  essere  in  eterno  uno  schia- 
vo di  Satana.  Vedete  quali  furono 
i  principi  dal  principio  del  mon- 
do a  quest'oggi  1  appena  ne  tro- 
viamo qualcuno  che  sia  stato  vir- 
tuoso e  prudente.  E  chi  di  loro 
ebbe  il  dono  dei  miracoli  come  i 
santi  Antonio,  Benedetto  e  Marti- 
no? Ma  la  santa  Sede  non  conta 
forse  da  Pietro  cento  suoi  vescovi 
ascritti  alla  milizia  del  cielo?  A- 
dunque  i  principi  sono  soggetti  al 
Pontefice  (  qui  produce  le  senten- 
ze della  Scrittura,  I  Reg.  XV,  Jo. 
Vili,  Marc.  X)".  Tale  hnguaggio 
parlava  Gregorio  VII,  dereHlto  da 
tutti ,  assediato  nella  sua  città  di 
Roma  dall'  armata  di  Enrico  IV  , 
voluto  a  morte  dai  lombardi  sci- 
smatici ribelli,  minacciato  da  mezza 
r  Europa. 

Ad  Enrico  V  nel  ii33  succes- 
se Lotario  II,  ed  a  questi  Corrado 
III,  dopo  la  morte  del  quale,  avve- 
nuta nel   1 1 52,  il  trono  imperiale 


IMP 
passò  nella  casa  dei  duchi  di  Svc* 
via  e  d' Alsazia  in  Federico  I,  En- 
rico VI,  Filippo  di  S  ve  via,  Otto- 
ne IV  di  Brunswick  figlio  di  En- 
rico di  Baviera,  Federico  II,  e  Cor- 
rado, (ino  alla  morte  del  quale  ed 
al  I  254  restò  l'impero  negli  svevi. 
Federico  I  fu  eletto  nel  i  1 52  do- 
po la  morte  dello  zio  Corrado  III, 
il  quale  per  non  avere  ricevuto  la 
consagrazione  imperiale,  ne'suoi  di- 
plomi s'  intitolava  semplicemente 
re  de'romani,  solo  nelle  lettere  a- 
gl'impcratori  greci  d'oriente  si  chia- 
mava imperatore,  per  trattare  in 
parità  con  essi.  I  signori  di  Stau- 
fen  o  più  germanicamente  Hohen- 
staufen,  da  semplici  cavalieri  del- 
la S  ve  via,  dopo  che  Federico  I 
divenne  genero  d'  Enrico  iV,  si 
sollevarono  prima  alla  dignità  di 
conti  ,  poi  di  duchi  di  Germania, 
con  acquistare  molti  dominii  nella 
Svizzera,  in  Alsazj^  e  in  Franco- 
nia,  fino  alle  frontiere  della  Tu- 
ri ngia,  che  procurò  sommamente 
ampliare  Federico  I  divenuto  im- 
peratore. Inoltre  questo  principe 
ampliò  pure  la  possanza  dell'impero 
più  assai  di  qualunque  altro  dei 
suoi  predecessori,  avendo  soggioga- 
to la  Borgogna,  ed  unito  di  nuovo 
Arles  all'impero.  Nondimeno  que- 
sto rimase  nella  sua  forma  eletti- 
va, perocché  l' imperatore  apparte- 
ner non  doveva  ne  ad  un  paese, 
né  tampoco  ad  una  famiglia,  ma 
sibbene  alla  cristianità,  spettando 
l'ele/ione  dell'imperatore  ai  prin- 
cipi del  medesimo  impero  germa- 
nico. Federico  I  si  portò  in  Roma 
nel  ii55  per  prendere  la  corona 
imperiale  da  Adriano  IV,  che  ne- 
gò dargli  il  bacio  ^di  pace,  finché 
cesare  non  gli  prestò  il  consueto 
ufllzio  di  staffiere  e  palafreniere 
al    suo    Cavallo    {Fedi)^   giusta  il 


IMP 
costume  prescritto  dal  Ceremonia- 
le  S.  R.  E.  lit.  2,  §  19,  tit.  3,  § 
26.  Ma  per  avere  Adriano  IV  or- 
nato Guglielmo  normanno  col  tito- 
lo di  re  delle  due  Sicilie,  restò 
talmente  irritato  Federico  I,  che 
die  origine  la  sua  dissensione  allo 
scisma  che  afflisse  la  Chiesa  circa 
vent'anni;  dappoiché  l'imperatore 
al  successore  Alessandro  HI  fece 
insorgere  l'antipapa  Vittore  V,  cui 
successero  gli  antipapi  Pasquale  III, 
Calisto  III  ed  Innocenzo  HI,  tutti 
sostenuti  dalle  armi  imperiali.  Ar- 
nolfo vescovo  di  Lisieux,  pronun- 
ciando l'anno  11 63  un  suo  discor- 
so nel  concilio  di  Tours,  si  espres- 
se nella  seguente  maniera.  »  Federi- 
co I  ha  una  ragione  particolare 
per  riconoscere  la  supremazia  del- 
la santa  Chiesa,  cioè  V  ingratitu- 
dine della  quale  si  farebbe  reo 
qualora  vi  si  rifiutasse.  Imperocché 
sappiamo  dalla  storia  che  i  prede- 
cessori di  lui  ebbero  l'impero  dalla 
sola  grazia  della  Chiesa  romana,  e 
che  pertanto  ogni  loro  autorità  e- 
manava  dalle  largizioni  dei  Ponte- 
fici ".  Labbé,  Condì,  tom.  X,  p. 
i4i5.  Alessandro  HI  colla  sua  ir- 
removibile fermezza  vinse  lo  scisma 
che  avea  lacerato  la  Chiesa,  e  col- 
la sua  vigilanza  e  vigorosa  inter- 
posizione, nel  che  fu  imitato  dai 
successori,  sostenne  che  la  dignità 
imperiale  non  per  eredità,  ma  per 
mezzo  di  un  libero  atto  dovesse 
conferirsi,  secondo  1'  uso  fino  al- 
lora praticato,  al  più  valoroso,  al 
più  saggio,  al  più  pio,  al  più  cri- 
stiano, ad  UQ  ortodosso,  non  ad 
un  eterodosso,  non  dovendo  essere 
l'impero  patrimonio  d'una  famiglia, 
come  osserva  Hurter  nella  Storia 
(T Innocenzo  III.  Nel  1 177  in  Ve- 
nezia finalmente  ebbe  luogo  la  so- 
spirata concordia  tra  il  sacerdozio 
VOI.  xxiiu. 


IMP  129 

e  l'impero,  ove  prostrato  Federico 

I  appiedi  di  Alessandro  III,  fii  da 
questi  teneramente  baciato  e  bene- 
detto. F,  il  voi.  XXIX,  pag.  14 1 
e  seg.  del  Dizionario,  e  gli  arti- 
coli relativi  alle  gravi  vertenze  tra 
Alessandro  III  e  Federico  I,  come 
gli  articoli  Antipapi  XXX,  XXXI, 
XXXII  e  XXXIII. 

Neir  anno  i2o4  ebbe  origine 
r  impero  Ialino  o  dei  franchi  ia 
Costantinopoli,  che  durò  cinquan- 
tasette anni,  cioè  ebbe  termine  nel- 
r  anno  1237:  ciò  avvenne  nel 
pontificato  d'Innocenzo  III,  al  mo- 
do   che    si   dice   in  quell'  articolo. 

II  primo  imperatore  fu  Baldovino 
I,  il  quale  a*  16  maggio  con  so- 
lenne corteggio  si  recò  nella  basi- 
lica di  s.  Sofia  per  l'  incoronazio- 
ne. Il  conte  di  s.  Polo,  come  con- 
testabile dell'  impero,  portava  la 
spada  ;  il  marchese  di  Monferrato, 
come  maresciallo,  gli  teneva  il  man- 
to. Il  nuovo  imperatore  fu  quin- 
di, giusta  l'uso  greco,  in  mezzo  al- 
le acclamazioni  del  clero,  dell'  e- 
sercito  e  del  popolo,  vestito  degli 
ornamenti  imperiali  e  calzato  dei 
borzacchini  di  porpora  sfolgoranti 
di  gemme.  Dipoi  uno  degli  impe- 
ratori latini,  Pietro  de  Courtenay, 
fu  coronato  imperatore  d'  oriente 
dal  Papa  Onorio  III,  insieme  al- 
l' imperatrice  Violante,  nella  pa- 
triarcale basilica  di  s.  Lorenzo  fuo- 
ri le  mura  di  Roma,  e  ciò  non  so- 
lo perchè  l'impero  orientale  non 
pretendesse  aver  perciò  acquistato 
qualche  diritto  sopra  l'impero  di 
occidente,  ma  ancora  per  non  pre- 
giudicare il  patriarca  di  Costanti- 
nopoli cui  apparteneva  la  corona- 
zione degl'imperatori  d'oriente.  Nel- 
l'istituzione dell'  imperatore  latino 
gl'imperatori  greci  passarono  a  ri- 
siedere in  Nicea,  e  vi  rimasero  dal 

9 


i3o  IMP 

ìio6  al  1160.  Dei  due  imperi  la- 
lino  e  di  Nicea  se  ne  tratta  al 
▼ol.  XVlIf,  pag.  34  e  scg.,  99  e 
seg.  del  Dizionario, 

Essendo  morto  Federico  I  nel 
1190  gli  successe  il  figlio  Enri- 
co VI,  del  quale  pur  si  parla  agli 
articoli  Germania,  ed  Innocenzo  HI, 
e  morì  Tanno  1197,  poco  prima 
dell'elezione  di  tal  Pontefice.  Laon- 
de Filippo  di  Srevia  che  dal  fra- 
tello defunto  era  stato  chiamato  in 
Sicilia,  per  condurre  in  Germania 
il  di  luì  figlio  Federico  II,  per  ri- 
cevere la  corona  reale  promessagli 
dai  principi  elettori,  udita  la  mor- 
te di  Enrico  VI  ritornò  pronta- 
mente indietro.  Allora  i  principi 
ecclesiastici  e  secolari ,  parte  eles- 
sero Filippo  in  re  de'  romani ,  e 
parte  Ottone  IV  ;  ed  ecco  in  que- 
sto modo  consumato  in  Germania 
lo  scisma  pel  trono  imperiale.  Scri- 
Te  Hurter  nella  Storia  d' Innocen- 
zo III^  voi.  I,  p.  2o5:  benché  a 
Roma  regnasse  fermamente  l'opi- 
nione che  ogni  potestà  terrena  e 
temporale  emana  dalla  potestà  ce- 
leste ed  eterna  ,  che  il  rappresen- 
tante supremo  dell'una  è  preposto 
a  quello  dell'altra,  e  che  a  lui  si 
appartiene  confermare  o  rifiutare, 
approvare  o  disapprovare,  Inno- 
cenzo IH  nondimeno  si  tenne  al- 
l'incontro in  dovere  di  lasciai  com- 
piere liberamente  e  senza  punto 
mescolarvisi  l'elezione  dell'impera- 
tore; dappoiché  i  tentativi  di  con- 
ciliazione e  di  pace  per  parte  sua 
non  si  appalesarono  se  non  quando 
al  suo  giudizio  richiamaronsi ,  e 
dopo  che  vide  quella  grave  scissu- 
ra porre  in  forse  il  ben  essere  del- 
l' impero,  la  pace  della  cristianità, 
ed  i  diritti  della  Chiesa  alla  pro- 
tezione dell'  imperatore.  I  principi 
eh'  elessero  Ottone  IV,  sottoscrisse* 


IMP 
ro  il  diploma  dell'elezione  con  la 
formola  :  Elegi  et  suhscripsi  j  i 
conti  sol  con  quella  ;  Consensi  et 
suhscripsi.  Tutta  volta  anche  Inno- 
cen7/)  111  all'elezione  di  Filippo  di 
Svevia  e  di  Ottone  IV  stabilì  il 
sacerdozio  sui  re ,  la  Chiesa  sul- 
r  imporo,  con  l'allocuzione  che  ri- 
portiamo alla  sua  biografia.  In  se- 
guito Innocenzo  IH  stimò  oppor- 
tuno il  tempo  per  dichiarare  qual 
fosse  colui  che  la  Chiesa  intendeva 
riconoscere  per  suo  protettore,  te- 
nendo Ottone  IV  per  più  idoneo 
all'  impero  ;  laonde  emanò  quella 
bolla  che  V  Hurter  riporta  a  p. 
366  ,  della  quale  ci  contenteremo 
riprodurre  il  solo  primo  periodo. 
**  E  debito  della  santa  Sede  il 
procedere  con  prudenza  e  discre- 
tezza in  ogni  sollecitudine  sua  ver- 
so l'imperio  romano,  perchè  a 
lei  si  spelta,  e  non  ad  altri,  il  di- 
ritto di  esaminar  1'  elezione  in  pri- 
ma ed  ultima  istanza.  In  prima 
istanza,  perché  per  merito  di  lei 
si  fu  ,  e  per  vantaggio  di  lei,  che 
r  impero  venne  dalla  Grecia  tras- 
pt>i"tato  in  Germania  :  per  merito 
di  lei  come  operatrice  di  questa 
traslazione  ;  per  vantaggio  di  lei 
affinchè  gotler  potesse  di  più  effi- 
cace prolezione.  In  ultima  istanza, 
perchè  egli  è  dal  Papa  che  l' im- 
peratore riceve  l' imposizione  delle 
mani  per  la  sua  esaltazione;  dal 
Papa  è  consecrato ,  coronato ,  ve- 
stito delle  insegne  della  dignità 
imperiale.  Ora,  poiché  si  sono  elet- 
ti tre  re,  il  fanciullo  Federico  H 
re  di  Sicilia ,  Filippo  ed  Otto- 
ne IV,  si  vuole  in  ogni  elezione 
esaminar  particolarmente  tre  cose: 
ciò  ch'é  permesso,  ciò  eh' è  ammis- 
sibile, ciò  ch'é  conveniente".  Dopo 
la  morte  di  Filippo  di  Svevia  restò 
Ottone    IV    sul     trono     imperiale 


IMP 

sctiza  corri pelitori  j  per  cui  nella 
dieta  di  Francfort  fece  solenne  pro- 
messa di  difendere  la  santa  Chiesa. 
E  perchè  non  fosse  più  chi,  a  so- 
miglianza dei  principi  della  casa 
degli  Staufen  ,  tentasse  di  rendere 
ereditaria  la  dignità  imperiale,  fu 
statuito  la  nascita  non  dare  dirit- 
to alcuno  alla  corona;  dovere  gli 
arcivescovi  di  Magonzaj  di  Treve- 
ri  e  di  Colonia,  il  conte  palatino 
del  Reno ,  il  duca  di  Sassonia  ,  e 
il  maichese  di  Brandeburgo,  que- 
sti tre  ultimi  in  qualità  di  princi- 
pi temporali,  eleggere  l' imperato- 
re ;  e  in  caso  di  discordia  esser 
libero  ad  essi  chiamar  qual  altro 
elettole  il  re  di  Boemia.  In  segui- 
to Ottone  IV  si  condusse  in  Roma 
a  ricevere  da  Innocenzo  III  la  co- 
rona imperiale ,  ed  ebbe  luogo  il 
consueto  banchetto,  cose  tutte  de- 
scritte alla  biografia  di  quel  Papa. 
Dopo  avere  Innocenzo  HI  inve- 
stito del  regno  delle  due  Sicilie,  qual 
feudo  della  santa  Sede,  Federico  II 
figlio  dell'imperatore  Enrico  VI,  di 
poi  nel  1220  il  Pontefice  Onorio 
ìli  unse  e  coronò  imperatore  il 
medesimo  Federico  II.  Prima  pe- 
rò di  effettuare  quest'  alto,  il  Papa 
invitò  Federico  II  a  rinunziaie  ad 
Enrico  suo  figliuolo  il  reame  di 
Sicilia,  acciocché  ritenendo  questo 
colla  dignità  imperiale  ,  non  sem- 
brasse che  quel  regno,  tributario 
della  Chiesa  romana,  fosse  trasferi- 
to dalla  Sede  apostolica  all'impero, 
su  di  che  P^edeiico  li  scrisse  que- 
.sta  lettera  al  Pontefice,  che  ripor- 
ta il  Rinaldi  a  detto  anno.  «  Noi 
non  poco  rifidando  alla  vostra  be- 
nevolenza e  alla  divozione  che  ab- 
biamo alla  Chiesa  e  a  voi,  speria- 
mo che  vostra  Beatitudine,  quando 
saremo  in  presenza  vostra  soddis- 
farà   alla  nastra  domanda  sopra  il 


IMP  t3i 

riserbarci  in  vita  nostra  la  signo- 
ria del  regno  di  Sicilia.  Impercioc- 
ché chi  sarà  più  divolo  delia  Chie- 
sa, che  colui,  il  quale  tiene  a  men- 
te di  avere  succhiato  il  latte  alle 
poppe  della  Chiesa,  e  aver  trovato 
nel  suo  grembo  la  custodia  dell'e- 
tà e  della  salute,  e  trovalo  l'ac- 
crescimento dell'onore?  Chi  più 
fedele?  chi  men  dimentico  del  ri- 
cevuto benefìzio?  chi  può  essere 
stimato  grato  meglio  di  colui ,  in 
cui  cresce  la  divozione  colla  fede 
insieme?  »>  Lo  stesso  Federico  l£ 
temendo  che  spiacesse  ad  Ono- 
rio IH  che  fosse  eletto  in  re  dei 
romani*  il  medesimo  Enrico  suo 
figlio  ,  gli  scrisse  di  questo  tenore 
presso  il  Rinaldi.  «  Parci,  beatissi- 
mo Padre  ^  e  ciò  ritogliamo  per 
conghietture  evidenti,  che  concios- 
siacosaché voi  abbiate  noi  e  nostro 
figliuolo  nelle  viscere  della  carità, 
non  per  altro  vi  sia  grave  la  sua 
promozione,  se  non  perché  dubi- 
tate che  si  unisca  il  regno  coll'im- 
pero.  II  che  certo  non  dee  temei'e 
e  sospettare  la  Chiesa  nostra  ma- 
dre, perchè  intendendo  noi  per 
qualunque  modo  possiamo  la  se^ 
parazione  di  essi  _,  quando  saremo 
in  presenza  vostra  si  farà  in  tut- 
te le  cose  il  vostro  piacere.  Cessi 
Dio  che  l'imperio  debba  aver  niente 
comune  col  regno,  e  che  per  ca- 
gione dell'  elezione  di  nostro  fi- 
gliuolo quelli  si  congiungano  in- 
sieme :  anzi  noi  facciamo  osfni  sfbr- 
zo  e  potere,  perché  non  segua  mai 
nei  tempi  avvenire  tal  unione  sì 
come  vedrete  in  effetto  ".  E  poco 
appresso.  «  Ancorché  la  Chiesa  non 
avesse  ragione  veruna  nell'imperio,  e 
avvenisse  che  noi  passassimo  di  que- 
sta vita  senza  legittimo  erede,  noi 
lo  donaremmo  anzi  alla  Chiesa  ro- 
mana ,    che    all'  imperio.  Perché  ci 


lU  IMP 

meravigliando  che  la  Chiesa  e  voi 
\'ì  siate  così  evidentemente  e  ma- 
nifestamente turbali  della  promo- 
7Ìone  del  detto  nostro  figliuolo  ".  E 
più  innanzi.  «  Ecco  che  noi  ve* 
niamo  senza  alcuna  dimora  e  sen- 
za difficoltà ,  e  nel  venire  non  ci 
ratterremo  in  alcun  luogo.  Tocche- 
rà a  voi ,  padre  e  signore ,  tenere 
in  assenza  nostra  sollecita  cura  del- 
l' impero,  s\  che  il  nostro  figliuolo 
non  patisca  alcun  danno  nel  suo 
onore  o  nella  sua  dignità  ".  Da 
tali  testimonianze  si  rileva  che  fino 
da  Federico  II  i  Papi  abilitarono 
alcun  imperatore  a  rileneie  nella 
loro  vita  il  regno  delle  due  Sicilie 
unito  all'impero,  mediante  parti- 
colari autorizzazioni  e  bolle,  senza 
pregiudizio  de'  diritti  della  santa 
Sede,  di  che  si  parla  a*  suoi  luo- 
ghi. Ma  V  apparente  divozione  di 
Federico  II  ben  presto  si  cambiò 
in  fiera  persecuzione  contro  la  Chie- 
sa ed  i  Pontefici,  come  si  potrà 
leggere  al  citato  voi.  XXIX,  p. 
145  e  seg.,  ed  agli  articoli  Ono- 
rio III^  Gregorio  IX,  ed  Innocen- 
zo IV^  il  quale  nel  concilio  gene- 
rale di  Lione  I  scomunicò  e  de- 
pose dall'impero  e  dal  regno  di 
Sicilia  Federico  II.  Quanto  questi 
risvegliasse ,  o  dasse  maggiore  in- 
citamento alle  funestissime  fazioni 
de'  guelfi  e  ghibellini  ,  tenendo  i 
primi  le  parti  de'  Papi  e  di  santa 
Chiesa,  ed  i  secondi  quelle  degl'im- 
peratori, Io  dicemmo  non  solo  agli 
articoli  Guelfi  e  Ghibellini  (  Fe- 
di), ma  a  tutti  quelli  delle  città 
italiane,  massime  dello  stato  ponti- 
fìcio, che  più  si  resero  famose  in 
parteggiare  col  nome  guelfo  e  ghi- 
bellino. 

Alfonso  X  il  Savioy  re  di  Ca- 
rtiglia e  di  Lione,  sino  dal  1257 
prese  il  nome  e  le  insegne   impe- 


IMP 

riali.  II  Pontefice  Gregorio  X  (Fé- 
di),  nel  1273  non  solo  ottenne  da 
lui  che  tralasciasse  di  chiamarsi 
imperatore,  e  deponesse  i  distinti- 
vi, ma  colla  sua  autorità  e  zelo 
favorì  ed  approvò  l'elezione  in  re 
de' romani  di  Rodolfo  1  d'Absbur- 
go,  progenitore  della  augusta  casa 
ò! Austria  (Fec/i).  L'elezione  di  Ro- 
dolfo I  conte  di  Absburgo  e  lan- 
gravio dell'alta  Alsazia ,  al  trono 
imperiale,  ebbe  luogo  nel  1273. 
In  tal  modo  l'impero  passò  per  la 
prima  volta  in  tale  illustre  prosa- 
pia :  da  lui  discese  Alberto  II  du- 
ca d'Austria,  che  fu  innalzato  alla 
dignità  di  re  de' romani  nel  i437, 
per  non  rammentare  l'altro  pre- 
cedente imperatore  Alberto  I,  dal 
quale  tempo  in  poi  questa  dignità 
non  uscì  mai  dall'austriaca  discen- 
denza, tranne  Carlo  VII  di  Ba- 
viera, su  di  che  è  a  vedersi  il  Ri- 
stretto della  storia  di  Germania 
di  PfelTel,  opera  eccellente  per  la 
diligenza  ed  esattezza  ond'è  scritta; 
non  che  Ìl  Rodolfo  d' Absburgo  del 
patriarca  Pyrker  arcivescovo  d*  A» 
gria,  uno  de' più  grandi  poemi  di 
che  si  pregia  la  dotta  Germania, 
versione  italiana  del  sommo  cav. 
Angelo  Maria  Ricci  :  questi  scris- 
se sul  poema  del  vivente  epico  te- 
desco anche  quella  bella  lettera, 
che  il  giornale  romano  V Album  ci 
diede  uell'anno  Vili,  a  p.  319.  Do- 
po le  lagrimevoli  vessazioni  di  Fe- 
derico II  la  santa  Sede  e  la  sto- 
ria deplora  quelle  di  Lodovico  V 
di  Baviera  (Fedi),  contro  l'ottimo 
Pontefice  Giovanni  XXII  (Fedi), 
successore  di  Clemente  V,  che  nel 
i3o5  avea  trasferito  la  residenza 
pontificia  in  Francia,  e  poi  in  A- 
vignone,  donde  nel  1377  la  ripri- 
stinò in  Roma  Gregorio  XI.  Es- 
sendo morto  nel  i3i7  Enrico  Vii 


IMP 

di  Luxemburgo,  dopo  un  interregno, 
nel    i3i4  pipite  degli  elettori  innal- 
zarono all'impero  Lodovico  Y,  e  par- 
te Federico  111    duca  d'Austria  fi- 
glio   dì    Alberto     I,  ognuno    colle 
armi  sostenendone  la  nomina.   Nella 
vacanza    dell'impero  appartenendo- 
ne   la    cura   al    Pontefice  romano, 
questi    avea    nominato    vicario  del 
medesimo  in  Italia  Roberto  il  Sa- 
vio re  di  Napoli  ;  quindi    vedendo 
Giovanni    XXII    che    il    bavaro  si 
trattava  come    imperatore,  non  o- 
stanle  che  dovea   attendere  la  con- 
ferma pontificia  per  quanto  dicem- 
mo al  voi.   XXI,    p.   i88  del  Di- 
zionariOy  lo    pregò  paternamente  a 
lasciare    che  sì  fatta   causa  venisse 
esaminata    dalla  santa    Sede,  onde 
decidere  con  maturità    e  pondera^ 
zione  a  chi   dei  due  pretendenti  si 
appartenesse    V  imperò.    Ricusando 
Lodovico  V  di  assoggettarsi  a  que- 
sto giudizio,  anzi  prendendo  la  di- 
fesa   degli  eretici  Fraticelli  (Vedi)^ 
il  Papa  proibì  sotto   pena  di  sco- 
munica di    porgere    aiuto  al  prin- 
cipe e  di  obbedirgli.  Allora  il  ba- 
varo si  appellò  al  Pontefice  meglio 
informato,   e    al    concilio  generale, 
per  cui    Giovanni   XXII    lo  privò 
ci'  ogni    diritto  che    potesse   avere 
suir  impero,  e  lo    scomunicò  come 
ribelle  alla  Sede    apostolica.  Lodo- 
vico V  recandosi  nel  1828  in  Ro- 
ma,  contro  il   Pontefice  fece  insor- 
gere  Nicolò  V    Antipapa  XXXIF 
(P^edi);  e    non  lasciò    sinché    visse 
di  perseguitare  Giovanni  XXII.  Veg- 
gasi    il    Rinaldi,    massime  all'anno 
3i4>num.  17.   Benedetto  XII,  suc- 
cessore di  Giovanni  XXII,  rinnovò 
le    scomuniche     contro    il    bavaro, 
come    usurpatore    dell'  imperio  ,  e 
temendo    nella     vacanza    di  questo 
fosse    assalita    l'  Italia  da    qualche 
nemico  d' oUremonte,   per  rautoii- 


IMP  i33 

tà  che  gli  competeva  nel  i339 
costituì  alcuni  vicari  feudatari  del- 
la Chiesa,  dichiarando  loro  che  il 
vicariato  durerebbe  fino  a  che  va- 
casse l'impero,  o  a  lui  piacesse.  Fi- 
nalmente respirò  la  Chiesa,  ed  i 
popoli  ne  tripudiarono,  quando  nel 
i355  fu  eletto  imperatore  Carlo 
IV  di  Boemia,  il  quale  è  l'autore 
della  famosa  Bolla  d*oro  {Vedi)^ 
ossia  legge  fondamentale  nell'elezio- 
ne dell'imperatore. 

Maometto  II  sultano  ed  impe- 
ratore de'turchi  fu  un  grande  con- 
quistatore e  terrore  della  cristiani- 
tà. Va  notato  che  Sultano  è  lito- 
Io  di  sovranità  presso  i  turchi,  vo- 
cabolo arabo,  che  significa  signore 
o  imperatore,  e  si  crede  ch'esso 
derivi  da  Selalat,  che  vuol  dire 
conquistatore  o  polente,  e  si  dice 
che  Bajazet  I  dei  1389  fu  il  pri- 
mo che  portò  il  nome  di  sultano. 
Or  dunque  Maometto  ^I  mosse  eoa 
un  formidabile  esercito  contro  Co- 
stantinopoli, e  la  prese  a'29  mag- 
gio 1453,  restandovi  ucciso  l' ultimo 
imperatore  greco  d'oriente  Costaa-. 
tino  XII  Paleologo.  In  tal  guisa 
dopo  iia3  anni  di  durata  terminò 
l'impero  orientale.  La  serie  dei  suc- 
cessori di  Maometto  II  nell'impero 
ottomano  da  lui  fondato  in  Co- 
stantinopoliy  a  quest'articolo  l'enu- 
merammo. Nel  voi.  XXVII  del 
Dizionario,  a  p.  6,  si  è  detto  che 
Carlo  Vili  redi  Francia  nel  ì^g^ 
ottenne  dal  Papa  Alessandro  VI 
diverse  concessioni,  come  l'investi- 
tura de'regni  di  Napoli  e  Gerusa- 
lemme, non  che  la  coronazione  di 
imperatore  d'oriente,  per  le  ragio- 
ni che  su  queir  impero  occupato 
dagli  ottomani  gli  avea  ceduto  An- 
drea Paleologo.  Dopo  avere  il  re 
occupato  Napoli,  si  vestì  degli  or- 
uameuti  imperiali,    e  prese  il  tito^ 


i34  IMP 

Jo  d'imperatore,  e  morì  nel  1498 
senza  che  i  successori  assumessero 
le  insegne  e  il   titolo  imperiale. 

JVIerila  in  cjuest'  articolo  farsi 
menzione  della  famosa  rinunzia  che 
fece  doir  impero  il  potentissimo 
Carlo  V,  di  che  trattammo  ai  voi. 
XXVIll,  p.  32,  e  XXIX,  p.  162 
del  Dizionario.  Di  questa  rinun- 
zia, dei  motivi  che  la  determina- 
rono, come  delle  cerimoaie  colle 
quali  fu  effettuata,  a  lungo  ne  scris- 
se il  p.  Famiauo  Strade^  nella  Isto- 
ria di  Fiandra  nel  principio  del 
primo  libro.  Il  p.  Menochio  nel 
tom.  Ili,  pag.  4^  delle  sue  Stuore^ 
discorreudo  della  rinunzia  che  del- 
l'impero fecero  gl'imperatori  Dio- 
cleziano e  Massimiano  persecutori 
della  Chiesa,  dice  pure  della  rinuq- 
zia  di  Carlo  V  al  suo  fratello  Fer- 
dinando I  re  de'romani  con  mi- 
glior fine  e  più  prospero  successo, 
perchè  religiosamente  terminò  i 
suoi  giorni  nel  monistero  de'giro- 
lamini  di  s.  Giusto  di  Placencia 
pell'Estremadura.  Di  questa  cla- 
morosa risoluzione  di  Carlo  V  il 
j).  Menochio  riporta  diversi  mo- 
livi, cioè  l'accresciuta  gravezza  dei 
dolori  artetici  di  cui  era  continua- 
piente  molestato,  e  la  mancanza 
di  forze  che  si  sentiva  nell'  im- 
iiiensa  mole  del  governo  dei  tanti 
suoi  stati,  che  nella  maggior  parte 
cedette  al  suo  figlio  Filippo  li  re 
di  Spagna  d'animo  vigoroso,  anti- 
cipando a  far  ciò  per  utile  de'suoi 
sudditi.  Lo  sbigottimento  della  pro- 
spera fortuna  che  favoriva  nelle 
armi  Enrico  li  re  di  Francia  fi- 
glio dal  suo  emulo  Francesco  I, 
per  cui  credette  meglio  opporgli 
il  giovine  re  suo  figlio.  L'afflizione 
provala  nell'inutile  assedio  di  Metz, 
ove  perdette  quarantamila  uomini 
^e'  centomila  che  formavano  il  suo 


IMP 

esercito;  quella  per  la  fuga  a  lui 
insolita,  a  cui  lo  costrinse  in  Ger- 
mania Maurizio  di  Sassonia,  onde 
per  alcuni  giorni  non  si  lasciò  ve- 
dere in  pubblico.  U  reputare  che 
la  fortuna  di  cesare  ed  il  genio 
dell'imperatore,  sino  allora  invitto, 
fosse  passato  in  Enrico  li,  solendo 
dire  essere  la  fortuna  amica  dei 
giovani,  e  perciò  in  vece  delle  co- 
lonne d'  Ercole  con  il  Plus  ultra, 
solita  impresa  di  Carlo  V ,  non 
mancò  chi  dipingesse  un  granchio 
colie  parole  Plus  citra,  come  sim- 
bolo più  analogo  al  tempo.  Altri 
attribuirono  la  rinunzia  all'animo 
dell'imperatore  avido  di  gloria,  di 
procacciarsene  una  maggiore  con 
rinunziare  a  tutto;  ovvero  per  noa 
avventurare  a  perdite  le  tante  vit- 
torie riportate.  Altri  scrissero  che 
Carlo  V  ciò  fece  per  sicurezza  del- 
l'anima  sua,  per  aver  fatto  lega 
con  Enrico  Vili  re  d'  Inghilterra 
scomunicato  dal  Papa;  pentito  di 
essersi  intromesso  in  materie  ec- 
clesiastiche spettanti  alla  santa  Se- 
de; non  che  della  presa  e  sacco 
di  Roma,  prigionia  di  Clemente 
VII,  e  dell'ipocrisia  che  dimostrò  in 
tal  circostanza,  delle  quali  cose  con- 
tinuamente sentiva  aspri  rimorsi. 
Nel  giornale  letterario  intitolato  // 
Saggiatore,  diretto  e  compilato  dai 
chiarissimi  Achille  Gennarelli  e 
Paolo  Mazio,  il  primo  nel  n.  12  del 
voi.  I,  e  nel  n.  5  del  voi.  II  in  due  ar- 
ticoli pubblicò  un  importantissimo 
documento  sulla  storia  della  rinun- 
zia di  Carlo  V  all'impero,  qioè  l'in- 
formazione del  vescovo  Delfino  nun- 
zio in  Germania  data  al  cardinal 
Caraffa  nipote  di  Paolo  IV  sopra 
l'ultimo  convento  o  dieta  di  Franc- 
fort,  di  quella  di  Passavia,  d'Augustti 
e  di  Ratisbona,  e  dell'ultimo  col- 
loquio di  Vormazia,  riguardante  le 


IMP 

cause  che  produssero  per  parte  di 
Carlo  V  l'abdicazione  al  «oglio,  e 
per  parte  di  Ferdinando  I  l'incer- 
tezza e  la  difficoltà  dell'accettazio- 
ne dello  scettro  e  corona  rimessi- 
gli dal  fratello.  Altrove  abbiamo 
narrato  che  Paolo  IV  nel  i558  ri- 
cusò di  approvare  la  rinunzia  di 
SI  gran  dignità,  e  l'elezione  di  Fer- 
dinando I ,  siccome  seguite  senza 
sua  espressa  licenza,  ed  offensive 
l'autorità  apostolica,  essendo  per 
ambedue  necessario  ad  ultimarle  il 
consenso  del  Pontefice,  né  si  do- 
veva considerare  vacante  l'impero 
che  per  morte  di  Carlo  V,  come  si 
legge  nel  Pallavicini,  Istoria  del 
concilio  di  Trento  lib.  XIV,  cap. 
6.  E  in  fatti  Ferdinando  I  non  fu 
universalmente  riconosciuto  che  do- 
po la  morte  di  Carlo  V,  avvenuta 
ai  2  1  settembre  i558,  e  nell'anno 
seguente  il  nuovo  Papa  Pio  IV  lo 
confermò  nella  dignità  imperiale. 
L'  ultimo  imperatore  romano-ger- 
manico poi  fu  Francesco  li,  per 
V  abdicazione  emessa  a'  6  agosto 
i8o6,  con  cui  dichiarò  estinto  l'uf- 
fizio e  dignità  d'imperatore,  aven- 
do già  a'  7  dicembre  i8o4  riuni- 
to in  un  sol  corpo  gli  stati  austria- 
chi  tedeschi  col  titolo  d'impero,  per 
cui  prese  il  nome  di  Francesco  \ 
imperatore  d'Austria,  come  meglio 
dicesi  al  voi.  XXIX,  p.  193  del 
Dizionario.  All'articolo  Francia  pur 
si  è  detto  come  nel  i8o4  fu  for- 
mata in  impero  la  monarchia  fran- 
cese, come  Napoleone  Bonaparle  fu 
proclamato  imperatore  de'  francesi, 
che  al  di  lui  figlio  die  il  titolo  di 
redi  Roma,  e  come  nel  18  i4  l'i- 
nunzio  all'impero  e  questo  si  sciol- 
se. Quanto  alle  notizie  sui  princi- 
pali autori  che  trattano  della  sto- 
ria dell'impero  romano- germanico 
da  Carlo  Magno    sino  a  Carlo  V, 


MP 


35 


anzi  smo  a  nostri  giorni,  esse  sono 
riportate  con  critica  ed  erudizione 
dal  dotto  Alfredo  Reumont  d'Ac- 
quisgrana  nelle  Tavole  cronologi- 
che e  sincronome  della  storia  fio"- 
rentina,  Firenze  1841,  neli'appeu- 
dice  alla  storia  letteraria.  Gli  e^ 
lettori  di  Brandeburgo  ,  di  Ba- 
viera, di  Sassonia  e  di  Annover, 
successivamente  furono  assunti  alla 
dignità  reale,  ed  i  loro  stati  elet- 
torali con  altri  dominii  furono  ce- 
retti in  regni. 

Notizie  sull'elezione  degV imperato* 
ri  del  sacro  romano -gemi  ani  co 
impero  j  del  re  de' romani  e  sua 
consacrazione  e  coronazione;  e 
coronazione  imperiale  fatta  dal 
sommo  Pontefice^  con  altre  no- 
fiorii. 

Oltre  quanto  si  dichiarò  su  qué» 
sto  importante  argomento  all'  arti- 
colo Elettori  del  sacro  romano 
IMPERO,  ed  altrove,  aggiungeremo  le 
seguenti  notizie  colf  autorità  prin- 
cipalmente della  Relazione  coni- 
pendiosa  degli  elettori  dell'  impero 
e  del  modo  di  eleggere  t imperato- 
re,  Padova  171  i;  del  citalo  libro 
del  p.  Catelani  compilalo  su  quello 
intitolato  :  Dissertatio  de  S.  R.  I, 
electorum  origine  et  poteslatCj  ec. 
di  Jo.  Giorgio  Rieffer.  Su  que- 
st'  argomento  scrisse  pure  Onofrio 
Panvinio,  De  comidis  imperatoris 
ec,  Argentorati  i6i3j  ma  il  Ri- 
naldi all'anno  996,  nuui.  54,  dice 
che  in  alcune  cose  fu  indotto  in 
eiroie.  Il  Panvinio  riporta  la  bol- 
la d'oro  di  Carlo  IV,  che  tradotta 
in  volgare  si  legge  a  p.  7^  della 
c\idii\ì.  Relazione.  Questa  bolla  par- 
lando del  nuovo  eletto  non  lo 
chiama   mai  imperatore,    ma  sola^ 


Ì36  IMP 

mente  re  devoniani,  o  al  piìl  im- 
peratore futuro,  supponendo  che  in- 
nanzi di  essere  imperatore  bisognava 
essere  prima  re  de'romani,  e  perciò 
quando  si  dice  elezione  dell'  impe- 
ratore è  detto  impropriamente,  seb- 
bene gli  elettori  alla  vacanza  del- 
l' impero  eleggendo  il  re  de' loraa- 
ni  era  poi  imperatore.  Anticamen- 
te imperatore  chiamavasi  il  re  dei 
romani  coronato  in  Roma  nella 
basilica  vaticana  dal  Papa,  e  fin- 
/chè  ciò  non  avea  luogo  si  costumò 
poscia  dirsi  il  re  imperatore  elet- 
to. La  bolla  non  determina  l' età 
di  chi  doveva  essere  eletto,  sembra 
però  che  non  dovesse  aver  meno 
d'anni  dieciotto  come  gli  elettori; 
J3er  concessione  pontificia  e  per  an- 
tica consuetudine  l' eletto  doveva 
essere  alemanno  e  cattolico  :  su 
questo  punto  veggasi  il  p.  Catela- 
ni  cap.  XXI,  Dell'obbligazione  or- 
dfnaria  di  elèggersi  un  tedesco  ; 
cap.  XXII,  Dover  essere  cattolica 
Ifl.  persona  da  eleggersi  in  re  dei 
romani,  e  non  poter  essere  prole- 
stante.  Prima  la  creazione  del  re 
de*  romani  non  avea  luogo  cHe  do- 
po la  morte  dell*  imperatore  ;  poi 
8*  introdusse  che  vivendo  l' impe- 
ratore si  potesse  eleggere  un  re  dei 
romani,  equivalente  agli  antichi  ce- 
sari di  Roma  creati  dagl*  impera- 
toli, al  delfino  in  Fjancia  o  al 
principe  di  Galles  in  Inghilterra, 
credi  ed  immediati  successori  nella 
corona.  L' imperatore  riconosceva 
il  re  de'  romani  come  un  secondo 
capo  dell'  impero,  e  lo  ^rattava  col 
titolo  di  maestà  ;  ed  era  veramen- 
te capo  vicario  ed  ausiliare,  per 
cui  in  assenza  ed  impotenza  del- 
l'imperatore governava  solo.  Am- 
bedue si  chiamavano  avvocati  del- 
la Chiesa,  ed  usavano  bolle  d'oro 
ne'  sigilli.  AUa  loro  presenza  indi- 


IMP 

viduale  si  spiegava  la  bandiera  del- 
l' impero.  11  re  de*  romani  come 
l'imperatore  poteva  convocar  die- 
te, crear  cavalieri,  conti,  baroni  e 
principi  ;  poteva  fulminar,  sospen- 
dere e  cambiare  in  pena  pecunia- 
ria il  bando  imperiale,  nella  stes»* 
sa  maniera  che  si  faceva  dall'im- 
peralore.  Usavano  ambedue  la  for- 
mola  de  plenitudine  potestatis;  chia- 
mavano gli  elettori  coi  nomi  di  ni- 
poti e  parenti,  e  i  principi  loro,  e 
loro  le  città  imperiali.  Gli  elettori 
non  potevano  eleggere  il  re  de'ro- 
mani senza  licenza  dell'imperatore. 
L'imperatore  poteva  creare  i  re,  ed 
egli  solo  giudicare  di  lesa  maestà. 
Le  c^use  tra-  princìpi  e  duchi  deU 
1*  impero  intorno  alle  precedenze 
ed  altre  materie  gravissime  spetta- 
vano al  solo  inaperatore.  Il  re  dei 
romani  avea  per  arme  una  sola 
aquila,  due  l'imperatore,  il  quale 
solo  usava  il  titolo  d'  invittissimo, 
ed  egli  solo  esercitava  l' autorità 
in  nome  proprio  e  dell'impero, 
mentre  il  re  de'  romani  ciò  talora 
faceva  in  nome  dell'impero,  e  ta- 
lora in  solo  nome  proprio.  Nell'in- 
terregno  l'elettore  conte  palatino, 
come  vicario  imperiale,  governava 
r  impero. 

Appena  l'arcivescovo  elettore  di 
Magonza  udiva  la  morte  dell'  im- 
peratore, come  arpica ncelliere  del- 
l' impero  in  Germania  ne  parteci- 
pava l'avviso  a  ciascun  elettore, 
cioè  ne'  luoghi  di  loro  ordinaria 
residenza^  e  per  cortesia  in  quelli 
ove  si  trovavano.  Un  mese  era  con- 
cesso per  questi  avvisi,  e  tre  agli 
elettori  per'  adunarsi  al  luogo  della 
dieta,  i  quali  potevano  convocarsi 
se  passato  il  mese  non  erano  stati 
invitati.  Francfort  (Vedi)  era  il 
luogo  della  dieta,  ma  di  comun 
consenso  potevano  gli  elettori    per 


IMP 
buone  ragioni  stabilirne  altro,  co- 
me più  volte  fecero.  Gli  elettori 
recavansi  in  Francfort  o  ad  altro 
luogo  della  dieta,  scortati  dai  prin- 
cipi, conti  e  baroni  per  le  cui  terre 
passavano,  non  potendo  entrar  nel- 
la città  con  più  di  duecento  ca- 
valli di  treno,  de*  quali  soli  cin- 
quanta armati:  dipoi  gli  elettori  , 
massime  secolari,  portarono  ciascu- 
no un  treno  di  circa  seicento  ca- 
valli. Entrati  nella  città  obbliga- 
vano il  magistrato  e  gli  abitanti 
a  ricevere  con  giuramento  le  loro 
persone  e  seguito  in  custodia  e 
protezione,  facendo  uscire  dalla  cit- 
tà gli  stranieri  di  qualunque  gra- 
do e  condizione ,  tranne  qualche 
caso.  La  bolla  d' oro  prescriveva 
trenta  giorni  agli  elettori  per  con- 
chiudere l'elezione  ,  previo  giura- 
mento ;  e  quando  in  tal  tempo  non 
aveano  dato  il  capo  all'impero,  li 
sottoponeva  a  cibarsi  di  pane  ed 
acqua  onde  sollecitare  l'elezione, 
ciò  che  non  si  osservava  mediante 
proteste  di  non  essersi  adunati  per 
eleggere  il  re  de'  romani,  ma  solo 
per  discorrere  amichevolmente  in- 
torno alla  futura  elezione,  facendo 
intanto  comodamente  la  consueta 
capitolazione  ,  accordandosi  sulla 
persona  da  scegliersi,  affinchè  nel 
giorno  che  incominciavano  la  die- 
ta formale  in  quello  si  terminasse. 
Ordinariamente  la  capitolazione  por- 
tava a  lungo  la  dieta.  Consisteva 
la  capitolazione  in  certi  capitoli 
stesi  dagli  elettori,  e  prescritti  al- 
l'imperatore futuro,  principalmen- 
te per  conservare  nella  sua  liber- 
tà il  governo  aristocratico  di  Ger- 
mania. La  capitolazione  in  cui  pur 
s*  includevano  le  precedenti ,  veni- 
va presentata  a  quello  che  aspira- 
va alla  dignità  imperiale,  ed  era 
obbligato  acccttuila  innunzi  la  pub- 


IMP  i37 

blicazione  di  sua  elezione,  e  quin- 
di dopo  confermarla  subito. 

Quando  eransi  accordati  gli  elet- 
tori intorno  la  persona  che  desi- 
gnavano eleggere,  si  portavano  col 
loro  seguito  senza  ordine  al  pub- 
blico palazzo  della  città.  Ivi  giunti 
ognuno  si  ritirava  in  una  camera 
particolare  ove  assumevano  gli  abiti 
elettorali,  cioè  i  tre  elettori  eccle- 
siastici lui  gran  manto  di  scarlat- 
to, lungo  e  maestoso,  il  quale  ro- 
vesciandosi sulle  spalle,  rappresen- 
tava una  mozzetta  guarnita  di  pelli 
d'armellino.  Gli  elettori  secolari  ve- 
stivano una  gran  clamide  di  vel- 
luto rosso  cremisi,  guarnita  nella 
medesima  maniera,  con  un  berret- 
tone in  testa  all'  alemanna  mezzo 
rovesciato  e  foderato  pur  d'armel- 
lini  :  il  berrettone  del  re  di  Boe- 
mia era  in  forma  di  corona  col 
pomo  d'oro  in  cima.  Così  vestiti 
uscivano  dal  palazzo  a  cavallo  per 
recarsi  alla  chiesa  di  s.  Bartolo- 
meo, luogo  della  funzione.  In  que- 
sta cavalcata  gli  elettori  erano  pre- 
ceduti dal  maresciallo  ereditario 
del  proprio  principato,  e  da  quello 
di  loro  corte,  portanti  la  spada  in 
un  fodero  guernito  d' argento  do- 
rato se  gli  elettori  erano  ecclesia- 
stici, e  in  un  fodero  di  velluto  rosso 
cremisino  con  rilievi  d'  argento  se 
secolari;  questo  stesso  diritto  go- 
devano gli  amministratori  degli  e- 
lettori  pupilli.  Quello  di  Sassonia 
avea  il  privilegio  di  essere  prece- 
duto non  dal  maresciallo  del  suo 
ducato,  ma  dal  vicario  ereditario 
del  suo  titolo  elettorale,  cioè  dal 
conte  di  Pappcnheim.  Giunti  gli 
elettori  in  chiesa  portavansi  in  co- 
ro processionalmenle,  ove  prende- 
vano luogo  nelle  sedie  preparate. 
Allora  entravano  nel  coro  alcuni 
principi,     conti    e   consiglieri  degli 


il8  IMP 

elettori,  ed  il  conte  di  Pnppenhcini 
De  chiudeva  la  porta  con  cliiavi 
che  custodiva.  Indi  il  prelato  che 
dovea  ufli/.iaie  quella  mattina,  in- 
tuona vu  :  facili  Creator  Spiritus^  e 
poi  cantava  la  nnessà,  nel  qual  tem- 
po gli  eiettori  protestanti  si  ritira- 
vano, e  solo  tornavano  dopo  ch'e- 
ra finita.  Gli  elettori  cattolici  in 
tempo  della  messa  avevano  dinanzi 
i  loro  uiUziali  in  piedi  colla  spada 
sulla  spalla  dritta.  Ritornati  i  pro- 
testanti si  ripeteva  il  canto  del 
f^tfui  Creator  SpiriluSy  poi  si  leva- 
vano tutti,  andavano  all'altare,  do- 
ve prima  l'elettore  ecclesiastico  eli 
Magonza  in  mano  di  quello  eccle- 
siastico di  Treveri,  e  poi  tutti  gli 
altri  nelle  mani  del  primo  giura- 
vano sopra  l'evangelo  di  s.  Gio- 
vanni con  la  formola  prescritta  dal- 
la bolla  d'oro,  vale  a  dire  gli  elet- 
tori ecclesiastici  col  porsi  la  mano 
destra  sul  petto,  i  secolari  sul  li- 
bro de'  vangeli.  Tornati  ognuno 
a' loro  luoghi,  per  la  terza  volta  si 
cantava  il  Feiii  Creator,  e  poi  gli 
elettori  si  ritiravano  in  un  luoga 
|)oco  discosto  dal  coro,  il  quale  era 
come  un  conclave  preparato  per 
1' elez.ione.  Quivi  facevano  entrare 
alcuni  consiglieri,  e  due  segretari 
ileir  arcivescovo  di  Magonza  per 
tiue  da  notari.  Allora  il  conte  di 
Pappenheim  chiudeva  la  porta  del 
coro  e  del  conclave,  depositandone 
le  chiavi  insieme  con  quelle  della 
città  sotto  r  occhio  degli  elettori. 

Essendo  così  rinchiusi  domanda- 
va a  lutti  gli  elettori  quel  di  Ma- 
gonza  se  nulla  avevano  a  dire  at- 
to ad  impedir  la  prossima  elezio- 
ne del  re  de'  romani,  e  ninno  re- 
plicando, proseguiva  a  dire,  ch'es- 
sendosi di  comun  consenso  stesi 
certi  capitoli  per  regola  del  futu- 
ro regnante,  era  bene  che  lutti  si 


IMP 

dassero  la  fede  per  osservarli  in- 
violabilmente in  caso  che  alcun  di 
loro  fosse  eletto,  e  che  s'impegnas- 
sero nel  tempo  stesso  ad  avere  a 
riconoscere  per  re  de*  romani  que- 
gli che  dalla  pluralità  delle  voci 
sarà  chiamato  al  trono.  11  che  fat- 
to si  stendeva  atto  autentico  dui 
notari  colle  testimonianze  di  tutti 
i  presenti,  e  poi  tosto  il  conte  di 
Pappenheim  faceva  tutti  uscir  dal 
conclave,  in  maniera  che  restavano 
i  soli  elettori  e  procuratori  degli 
assenti,  ed  egli  stesso  ne  teneva  le 
chiavi.  Quindi  l'arcivescovo  di  Ma- 
gonza  in  esecuzione  del  cap.  IV 
della  bolla,  raccoglieva  i  voti  de- 
gli eiettori,  cominciando  da  quello 
di  Treveri,  e  cosi  procedendo  si- 
no all'ultimo  secondo  l'ordine  con- 
sueto; poscia  egli  stesso  dava  il  vo- 
to nelle  mani  del  Trcvirense,  e 
fattane  la  revisione  di  tutti,  quello 
che  restava  nominato  dalla  plura- 
lità delle  voci  s'intendeva  che  fos- 
se l'eletto,  potendosi  votare  in 
proprio  vantaggio  quando  erasi  pro- 
posto per  candidato.  Si  narra  che 
Sigismondo  nel  i4«  '  elesse  se  stes- 
so con  il  concorso  degli  altri,  ma 
non  si  stimò  lodevole  cosa ,  re- 
putando simile  azione  ed  usanza 
perniciosa,  e  di  niun  valore.  Es- 
sendo compita  l'elezione  gli  elet- 
tori facevano  entrare  i  loro  prin- 
cipali ministri  di  stato  ;  ivi  il  can- 
celliere del  Magontino  con  altro  di 
un  elettore  secolare  contavano  i  suf- 
fragi, e  ne  stendevano  un  atto,  il  qua- 
le veniva  sottoscritto  da  tutti  gli 
elettori  e  sigillato.  Usciti  gli  elet- 
tori dal  conclave  s' incamminavano 
all'altare  maggiore,  dove  facevano 
sedere  il  nuovo  eletto.  Allora  l'ar- 
civescovo di  Magonza,  dopo  avergli 
raccomandato  gl'interessi  dell'im- 
pero, e  dopo   di   avergli   fatta   se- 


IMP 

gnare  la  capitolazione,  lo  obbliga- 
va in  vigore  dei  cap.  i  della  bolla 
a  couferniare  tutti  i  diritti  degli  e- 
l^tlori,  e  in  fine  lo  pronunciava  re 
de*  i'Òiuani.  Inioiediatameute  canta- 
vasi  il    Te  Deuni  solenne  al  suono 
di  trombe  e  timpani,  e  con  lo  sca- 
rico   di    tutte    le    artiglierie    della 
città  e  della  moscbelteria    prepara- 
ta.  Ma  poi  per  farne  la  pubblica- 
zione al  popolo    gli  elettori    si  ri- 
tiravano dall'altare,  ed  ascesi  tutti 
sopra  una  tribuna    in    mezzo    alla 
chiesa,  ove  stando  in  piedi  coU'e- 
letto,  un  barone  ministro  del  Ma- 
gontino   ad    alta    voce    leggeva    la 
pubblicazione  dell'elezione,  e  per  il 
primo  gridava  :   Viva  U  re  de  ro- 
maniy  cui  il  popolo  rispondeva  con 
acclamazioni,  seguite  dal  suono  del- 
le trombe  e     tamburi,    e    dal  fra- 
gore delle  artiglierie.  Dopo  di  che 
gli  elettori  dalla  chiesa,   con  quella 
gerarchia  che  descrivemmo  all'  ar- 
ticolo Elettori,  si  recavano  al  pub- 
blico palazzo,  portandosi  dai    me- 
desimi elettori  e  loro  vicari  le  in- 
segne   dell'  impero  ;  cioè,  la    regia 
spada  veniva  portata    dall'  elettore 
di  Sassonia,  il  pomo  o  globo   d'o- 
ro da  quello  di  Baviera,  e  lo  scet- 
tro   da    quello    di    Brandeburgo  . 
Va  notato  ,    che  secondo    un'  anti^ 
chissima  consuetudine,  il  piti  pros- 
simo parente    dell'imperatore    de- 
funto custodiva    le  gioie  della    co- 
rona ,    cioè    la    corona   ornata  del 
brillante  che  chiamavasl    il  consa- 
crato (dern  Waisem^  la  pietra  con- 
sacrata   der    PVeihe) ,    la    gemma 
forse  la  più  bella  dell'universo  ;  lo 
scettro  e  la  spada  che  già  portò  il 
gran    ristauratore    dell'impero;    il 
globo  imperiale  segno    della    mae- 
stà   e    in    un    della    fralezza  della 
possanza  terrena;    la  lancia    santa 
c  la  croce  santa,  le  eguali  cose  tut- 


IxMP  139 

te  si  serbavano,  secondo  gli  ordini 
di  Enrico  VI,  nella  fortezza  di  Tri- 
fels,  sotto  la  vigilanza  della  badia 
d'Eusserstal  dell'ordine  cistcrcien- 
se. Un'  eccelsa  torre  mostra  tutto- 
ra la  solidità  del  castello  già  eret- 
to sopra  tre  rocce.  INei  passati  se- 
coli si  vedevano  le  rovine  della 
cappella  in  cui  si  conservavano  le 
gioie  dell'impero. 

Nella  città  di  Francfort  coman- 
dava la  bolla  che  si  facesse  l'ele- 
zione, e  in  quella  d' Acquisgrana 
(  Fedi  )  la  coronazione ,  per  cui 
l'eletto  determinava  il  giorno  per 
essere  coronato.  Da  Carlo  Mainilo 
in  poi  era  uso  che  la  prima  co- 
ronazione si  facesse  ad  Accjuisgrana, 
dove  trovavasi  i'  arcitrono  dell'im- 
pero, e  che  la  corona  non  si  po- 
nesse poi  dal  Papa  se  non  in  fron- 
te a  colui  che  già  ricevuto  avesse 
la  corona  germanica  in  quella  cit- 
tà, sede  anticamente  degl'impera- 
tori. In  progresso  di  tempo  la  co- 
ronazione si  ellettuò  nel  medesimo 
luogo  dell'  elezione.  Supponendo 
dunque  che  la  coronazione  non 
si  facesse  nella  metropolitana  dal- 
l'arcivescovo  di  Colonia  (  Vedi), 
toccava  all'  arcivescovo  di  Magon- 
za  (  Fedì  )  incontrare  il  re  dei 
romani  nell'  ingresso  della  catte- 
drale,  accompagnarlo  col  seguito 
all'altare,  e  quivi  faceva  la  fun- 
zione :  suir  altare  preparavansi  le 
insegne  imperiali  con  gli  ornamen- 
ti, ed  accanto  erigevasi  maestoso 
trono.  Ivi  giunto  il  re  si  facevano 
alcune  orazioni,  ed  il  Magontino 
l'interrogava  se  prometteva  con- 
servare e  difendere  la  religione 
cattolica,  amministrar  la  giustizia  , 
accrescere  l'impero,  e  cose  simili; 
ed  il  re  rispondeva  affermativamen- 
te con  promesse.  Allora  si  faceva 
la  sacra  unzione,  e  presa  dall' ar- 


t4o  IMP 

civescovo    lu    spada    imperiale ,    e 
sfoderatala  la  riponeva  nel  fodero,  e 
la  presentava  al    re    ponendogli    il 
manto  imperiale,  lo  scettro  in  ma- 
ni ed  incoronandolo  :  il  manto  pre- 
zioso di  Carlo  Mngno  si  conserva- 
va in  Norimberga,  e  si  adoperava 
in  questa  funzione.  Dopo  ciò  l'im- 
peratore faceva  nuovo   giuramento 
di  mantener  le  leggi  e  i  diritti  del- 
l' impero ,  e  di  proteggere  la  reli- 
gione ,    e    immediatamente    veniva 
collocalo  sul  trono ,  avendo    luogo 
il  canto  del    Te  Deum,  e  tutti  quei 
segni    di    allegrezza    che     solevano 
accompagnare  le  piti  strepitose  so- 
lennità. Questa  si  chiamava  la  co- 
ronazione   germanica ,    indi    soleva 
aver  luogo  la  coronazione  lombar- 
dica,  nella  quale  l'imperatore  o  sia 
re  de'  romani  veniva  dichiarato  re 
d'  Italia  e  di  Lombardia  in  Milano, 
in  Monza  o  altra  città  italiana;  fi- 
nalmente avea  luogo  la  coronazio- 
ne in  Roma  per  mano    del  Papa, 
per  cui  il  re  de*  romani    prendeva 
il  titolo  d*  imperatore  ed  augusto. 
Anticamente  gl'imperatori  faceva- 
no gran  conto    di    queste    corona- 
zioni, e  Federico  I  si  fece  coronare 
sino    a    cinque    volte  ,     prima    in 
Acquisgrana  come  re    di    Francia, 
poi  in  Ratisbona  come  re  di  Ger- 
mania, indi  in  Pavia  come  re  dei 
lombardi,  susseguentemente  in  Ro- 
ma, come  imperatore,  e  in  fine  a 
Monza    come    re    d'Italia.    Ma    su 
questo   punto   sono    a    vedersi    gli 
articoli  Coronazione  dei  re,  e  Co- 
ronazione degl'  imperatori,  ove  no- 
tammo che  Federico  I  fu  in  Roma 
anche  coronato  con  un  cerchio  di 
oro    dall'antipapa    Pasquale  III,  e 
che  dopo  Federico  III,  tranne  Car- 
lo V ,  i  re  de'  romani  non  si    cu- 
rarono più  di  prendere  le  insegne 
imperiali  dai  Pontefice,  e  tuLtavoU 


IMP 
ta   si    chiamarono    imperatori.  In- 
combeva al  collegio    elettorale  dar 
subito  parte   al    nunzio    apostolico 
dell'  elezione  seguita,  indi  mandar- 
ne notizia  al  Papa  con  lettera  del 
seguente  tenore  scrivendosi    in    ci- 
ma i  nomi  degli   elettori  colla  data 
di  Francfort.   •<  Nos  electores  pra«- 
dicti,  in  loco  praedicto  praesentes, 
jus  totale  ea    vice  in  electione  re- 
gis  romanorum  habentes  consensi- 
mus  concorditer  in  eumdem  N.  N. 
et    ipsum    nominavimus  ,    quilibet 
nostrum  prò  se,  nullo  penitus  di- 
screpante,   in    romanorum    regeni 
eligendum,   in   imperatorem  post- 
modum  prompvendum,  in  advoca- 
tum  S.  R.  et  universalis  Ecclesiae, 
viduarum  et  orphanorum  defenso- 
rem.  Ea    propter  Sanctitati  vestrae 
tam  humiliter,  quanv  devote,  voto 
unanimi ,  supplicamus  ,    ut    ipsum 
electum  nostrum  in   regem    roma- 
norum paternus  ulnis  complectens, 
munus  unctionis ,  et  consecrationis 
eidem    conferendae   a   sanctis    ma- 
nibus  vestris,  et  S.  I.  diadema,  di- 
gnemini  loco,  et  tempore  favorabi- 
liter  impertiri  ".  È   da  notarsi  che 
i  Pontefici  spedivano    a    Francfort 
per  l'elezione    dell'imperatore    un 
nunzio  apostolico,  perchè  agli  elet- 
tori manifestasse  le  loro  intenzioni 
sul  soggetto  da  esaltarsi,    per    cui 
talvolta  cooperarono  all'  elezione  di 
taluno,  tale  altra  l'impedirono,  co- 
me si   narra  a'  rispettivi  luoghi. 

Il  nuovo  re  de'  romani  appena 
eletto  con  detta  lettera  spediva  in 
Roma  un  ambasciatore  per  parte- 
cipare al  Papa  la  sua  elezione , 
prestargli  obbedienza  ed  in  suo  no- 
me questo  giuramento.  «  Tibi  do- 
mine Papa  N.  N.  ego  rex  roma- 
norum electus,  promitto,  ac  jurare 
facio,  prout  nos  nunlii  in  animain 
ejus  juramus  per  Patrem,  Filium, 


IMP 
et  Spirltum  Sanclum  ,  et  per  hoc 
lignum  TÌvificae  crucis,  et  per  has 
reliquias  sanctorum ,  quod  si  per- 
ni it  tenie  Domino  Rornam  venero, 
sanctam  Piomanam  Ecclesiam,  et 
te  Pontificem  illius ,  exaltabo  se- 
dinduni  posse  meum,  et  numquam 
vitam,  aut  membra ,  ncque  ipsum 
honorem,  quem  habes,  mea  voi  un- 
tate ,  aut  meo  consensu ,  aut  mea 
exhortatione  perdes  ;  et  in  Roma 
nullum  placitum,  aut  ordinationem 
factum  de  omnibus ,  quae  ad  te 
pertinent,  aut  ad  romanos,  sine  tuo 
Consilio  ".  11  Pontefice  dopo  ap- 
provata l' elezione  del  nuovo  re 
de'  romani,  teneva  nel  palazzo  apo- 
stolico cappella  papale  in  ringra- 
ziamento a  Dio,  alla  quale  i  car- 
dinali intervenivano  in  vesti  e 
cappe  rosse,  benché  in  tempi  che 
non  si  dovesse  usare  tal  colore  ; 
indi  il  Papa  con  apposita  allocu- 
zione partecipava  in  concistoro  ai 
cardinali  la  medesima  elezione,  lì 
cardinal  protettore  dell'impero  pres- 
so la  santa  Sede  soleva  far  cele- 
brare nella  chiesa  nazionale  di  s. 
Maria  dell'Anima  di  Roma  (della 
quale  si  parla  al  voi.  XXIX,  p. 
io5  e  seg.  del  Dizionario),  cap- 
pella cardinalizia  con  solenne  Te 
Deitniy  ed  i  cardinali  con  permes- 
so pontificio  vi  si  portavano  in 
vesti  rosse  e  cappa  paonazza.  Che 
i  Papi  ebbero  sempre  diritto  di 
confermare  1*  elezione  dei  re  ed 
imperatori  germanici ,  e  che  per 
tale  elezione  era  necessario  il  suf- 
fragio della  santa  Sede ,  oltre  la 
pratica  costante  trattarono  in  fa- 
\ore  dell'argomento  molti  scritto- 
ri, e  da  ultimo  il  dotto  Voìgt  nella 
Vita  di  s.  Gregorio  VII  ^  ed  i 
suoi  annotatori,  come  a  p.  47*^  e 
475. 

Importante    è    la     dissertazione 


IMP  i4r 

III,  Dell" elezione  degV  imperato- 
ri  romani  e  dei  re  d^ Italia,  del 
celebre  Muratori ,  nelle  sue  Diss. 
sopra  le  antichità  italiane,  ove  di- 
ce che  ai  re  d' Italia  mai  competè 
loro  alcuna  autorità  sulla  città  di 
Roma  ;  che  sebbene  Carlo  Magno 
fosse  fatto  dal  Papa  imperatore , 
ne' suoi  discendenti  si  richiese  il 
consenso  degli  stati  e  principi  italia- 
ni, massimamente  del  romano  Pon- 
tefice, come  praticò  Io  stesso  Carlo 
nel  trasmettere  l'impero  a  Lodovi- 
co I  suo  figlio,  il  quale  non  si 
credette  veramente  imperatore  se 
non  quando  ricevette  la  corona  im- 
periale dal  Papa  Stefano  IV  det- 
to V  ,  ed  allora  ne  assunse  il  ti- 
tolo. Tratta  poi  come  fu  rimessa 
V  elezione  ai  sette  principi  di  Ger- 
mania ,  autorizzati  ad  eleggere  il 
re  della  medesima  e  insieme  del- 
l' Italia ,  e  come  il  costituito  in 
Germania  fosse  anche  ricevuto  in 
Italia.  Conchiude  che  per  conio 
della  dignità  imperiale  e  del  tito- 
lo d' imperatore  de'  romani,  chia- 
ramente risulta  in  tanti  secoli  ad- 
dietro appartenere  al  solo  Papa  di 
conferirlo  ;  e  che  i  Pontefici  sep- 
pero ben  resistere  a  quei  re  d*  1- 
talia  che  con  questa  dignità  cre- 
devano poter  aspirare  all'  impero, 
meno  quelli  che  per  loro  benepla- 
cito piacque  esaltarli  alla  dignità 
imperiale  eziandio,  dappoiché  senza 
di  loro  ninno  poteva  attribuirsi  il 
titolo  d' imperatore.  Finalmente  di- 
ce che  coir  andar  de'  tempi  i  ti- 
toli prima  diversi  dei  regni  ger- 
manico ed  italico,  il  primo  assorbì 
il  .secondo  ;  tempi  vi  furono  che 
senza  l'approvazione  de' Papi  ven- 
ne eletto  il  re  di  Germania,  come 
s' introdusse  chiamarsi  V  eletto  re 
de' romani,  anzi  Romanoriim  rex 
et  semper  Jugnstus,  quelli  che  noa 


i4^  IMP 

aveano  ricevuto  l' imperiai  corona, 
e  che  Massimiliano  I  del  i49^ 
introdusse  il  titolo  Romanorum  ini- 
perator  cìcctus  ,  che  durò  sino  ai 
nostri  giorni.  All'articolo  Italia,  ol- 
tre il  parlare  di  quanto  riguarda 
gì'  imperatori ,  si  dice  che  Federico 
Il  imperatore  viene  considerato  co- 
me l'ultimo  che  fu  anche  re  d'Italia. 
A  voler  meglio  dichiarare  come 
procedeva  la  consacrazione  e  co- 
ronazione del  re  de'  romani ,  la 
bolla  d'  oro  attribuì  la  prerogativa 
di  ungere  e  coronare  colla  corona 
germanica  il  re  de' romani,  all'ar- 
civescovo di  Colonia,  perchè  Acqiii- 
sgrana  era  nella  sua  diocesi,  ed 
avendo  Carlo  IV  autore  della  bol- 
la prescelto  quella  città  per  luogo 
della  coronazione,  volle  conservar 
Fuso  degli  altri  princìpi  di  lasciar 
al  primate  questo  decoro,  non  po- 
tendo gli  altri  primati  usare  i  pon- 
tificali in  quella  diocesi;  e  quando 
Filippo  di  Svevia  si  fece  ungere 
e  coronare  dall'  arcivescovo  di  Ma- 
gonza,  il  Papa  Innocenzo  III  invalidò 
l'elezione  di  esso.  Era  però  necessario 
che  l'arcivescovo  di  Colonia  o  al- 
tro avesse  conseguito  il  sacro  pal- 
lio, e  quando  nel  i63o  fu  coro- 
nata r  impeiatrice  Eleonora,  essen- 
do gli  arcivescovi  di  Magonza  e 
Colonia  non  consacrati,  fece  la  fun- 
zione l'arcivescovo  di  Treveri.  La 
bolla  d*  oro  abilitò  gli  elettori  ad 
effettuar  V  elezione  in  altra  città, 
secondo  le  necessità  de'  tempi ,  ed 
ivi  avea  pur  luogo  la  consacrazio- 
ne e  coronazione  del  re  de' roma- 
ni dall'  arcivescovo  diocesano  pal- 
liato. In  quanto  dunque  alle  ceri- 
monie della  consacrazione,  doveva 
il  re  de'  romani  eletto  determinar- 
ne il  giorno,  ed  accompagnato  con 
solenne  pompa  dagli  elettori  e 
principi    dell'  impero    alla    chiesa , 


IMP 

ivi  era  ricevuto  dal  clero,  e  dopo 
fatta  orazione  al  ss.  Sagramcnlo 
s'incominciava  la  messa,  stando  cia- 
scuno degli  elettori  al  suo  luogo. 
Il  re  di  Boemia  ,  quand'  egli  non 
era  1'  eletto,  benché  coronato,  pren- 
deva posto  dopo  l'arcivescovo  dì 
Magonza,  il  quale  sedeva  a  de- 
stra dell'  eletto  ,  precedendo  gli 
ecclesiastici  alle  dignità  secolari. 
Terminata  l'epistola  si  cantavano  le 
litanie  de'  santi ,  e  verso  il  fine 
di  esse  1*  arcivescovo  consacrante 
diceva  ad  alta  voce:  Ut  regem  ad 
regni,  et  imperli  fastìgìum  perdu- 
cere  digneris  ;  rispondeva  il  popo- 
lo: Te  rogamua  aiidi  nos.  Termi- 
nate le  litanie,  l'arcivescovo  face- 
va air  eletto  le  seguenti  interroga- 
zioni. Vis  sanclani  fidem  catholi- 
cani  tradì  Cam ,  prò  viri  bus  tenere. 
R.  Volo.  —  Vis  sanclis  ecclesiis,  ec- 
clesiarum  mìnislrìs  fidelis  esse  tu- 
tor et  defensor  ?  R.  Volo.  —  Vis 
sanclissimo  Patri  Domino  romano 
Pontifici  suhjectionem ,  et  dehilam 
iìdtm  reverenler  exhìbere  :  eccle- 
siasticam  lìbertalem,  non  violare  : 
te  omnibus  benignuni,  mansuelum , 
alque  affabilem  prò  regia  dignità- 
te  praebere:  et  ita  te  gerere,  ut 
non  ad  tuam ,  sed  tolius  populi 
utilitatentf  regnare,  praemiumque 
benefactorum  tuorum  non  in  tcrris, 
sed  in  coelo  expeclare  videa mus  ? 
R.  Volo.  Dopo  di  che  l'  eletto  an- 
dava all'aliare  e  giurava  con  que- 
sta formola.  Ego  N.  N.  Deo  an- 
nuente volo  in  quantum  divino  fui- 
tus  adjutorio,  et  praecibus  Jideliuni 
chrislianorum  :  sic  Deus  me  ad- 
jnvet  et  omnes  sanati.  Allora  l'ar- 
civescovo rivolgendosi  agli  elettori, 
stati  e  popolo  domandava  loro  . 
Vultis  tali  principi  ac  reclori ,  vos 
subjicere,  ipsiusque  regnuni  firma- 
re yjide  stabilire,  atque  jussionibus 


IMP 
ejiis  okcmperare,  Jiixta  Jposlolum  : 
omnis  anima  potestalihus  suhlimio- 
rihus  subdita  sii,  sive  regi^  tan- 
quam  praeccllenti.  R  omnes:  Fiat, 
Jiat,  fiat.  Quindi  l'eletto  s'ingi- 
nocchiava avanti  l'altare,  e  l'ar- 
civescovo r  ungeva  nella  spalla  de- 
stra dicendo  :  Factus  est  prinn'pa- 
liis  super  humeruni  ejus  ;  e  nel 
braccio  pur  destro,  dicendo:  Cor 
sapienti s  in  dextera  efus.  Ed  asciu- 
gata r  unzione  con  lana  monda, 
l'arcivescovo  vestiva  l'eletto  con 
le  insegne  reali  portate  da  Norim- 
berga, compresa  la  tonicelia  sud- 
diaconale  in  segno  di  essere  il  di- 
fensore della  Chiesa  ;  gli  dava  la 
spada  di  Carlo  Magno,  indi  gliela 
cingeva  al  fianco.  Nel  porgergli 
però  lo  scettro  imperiale  l'  arci- 
vescovo pronunciava  questa  formu- 
la, jéccipe  vìrgam  virlulis ,  aìque 
aequilatis  y  qua  inteWgas  mulcere 
pioSf  et  tenere  reprobos  ;  erranti- 
bus  viam  pandere,  lapsisque  manus 
porrigere  :  disperdas  superbos  ,  et 
eleves  huniiles,  Àperiat  libi  ostiuni 
Dominus  noster,  qui  de  se  ipso 
dicit  :  Fgo  suni  ostiuni ,  per  vie 
si  quis  introìerit ,  salvabitur  :  et 
ipse  est  cLwis  David ,  et  sce- 
ptrum  domus  Israel ,  qui  aperit, 
et  nemo  claudit ,  clandit,  et  nenio 
aperii,  sitque  tuus  duolo r ,  qui  e- 
ducit  vinctuni  de  domo  carceris, 
sedenteni  in  tenebris  et  umbra  mor- 
tis  j  et  in  omnibus  sequi  merearis 
eum,  de  quo  psalmisla  David  ce- 
cini t  :  Sedes  tua  Domine  in  sae- 
culum  saeculi,  virga  aequitalis,  vir- 
ga  regni  lui,  et  imitando  ipsuni , 
dil'gns  justidani,  et  hodio  habeas 
iniquilatem ,  qua  propter  ungit  te 
Deus  tuus ,  ad  exeniplum  illius  , 
queni  ante  saecula  unxerat  oleo 
exultationis y  prae  principibus  suis. 
Per  Dominuni  nostrum,  etc. 


IMP 
Indi  l'arcivescovo  nel  porre  !<i 
corona  in  testa  all'  eletto,  pronun- 
ziava :  Coronavit  te  corona  justi- 
tiae ,  et  subdilis  tuis  justiliani  mi- 
nistres,  tuisque  s'is  venerandus,  ho- 
stibus  vero  tcrribilis,  ac  post  liane 
vitam,  sempiterno  cum  angells  prae- 
mio  coroneris.  Indi  il  re  de'  roma- 
ni faceva  questo  giuramento  :  Pro- 
fitcor  et  promitleo  coram  Deo  ,  et 
angeli s  ejus,  me  Icges  servare,  ju- 
stiliam  facere ,  jura  regni  confir- 
mare, debitumque  honorem  roma' 
no ,  aliìsque  Pontificibus  ,  alque 
vasmllis  exhihere,  donata  ecclesiae 
conservare.  Di  poi  si  proseguiva 
col  vangelo  sino  al  fine  della  mes- 
sa ,  alla  quale  ogni  elettore  assi- 
steva ,  servendo  al  nuovo  eletto 
negli  uffici  propri  delle  dignità  an- 
nesse ad  ognuno.  Finalmente  l' ar- 
civescovo, poneva  1'  eletto  nella  se- 
dia regia  dicendo:  Serva  et  retine 
lociim  regium,  queni  non  jure  hae- 
reditario ,  nec  paterno  successorio , 
sed  principuni  EE.  in  regno  Ale- 
manico  suffragiis  libi  noscas  de- 
hitum.  Maxime  per  aucloritatem 
Dei  omnipotentis,  et  tradilioneni 
praesentium,  et  omnium  episcopo- 
rum,  caeterorumque  servorum  Dei: 
et  quanto  clerum  sacris  altnribus 
propinquioreni ,  tanto  ci  podorem 
in  locis  congruis  honorem  im pen- 
dere mcmineris;  quatenus  media- 
lor  Dei,  et  hominuni ,  te  mediato- 
rem  cleri ,  et  plebis  in  hoc  regni 
solio  conflrniet ,  et  in  regno  aelef- 
no  secum  regnare  faciat.  Per  Chri- 
sluni  Dominuni  nostrum,  ec.  Ciò 
finito  s' intuonava  il  Te  Deum  lau- 
da mus,  che  si  proseguiva  dai  mu- 
sici, dopo  del  quale  i  canonici  del- 
la chiesa  notificavano  al  nuovo 
eletto,  che  secondo  l'antica  con- 
suetudine egli  lestava  aggregato 
fra    i    canonici    della    chiesa    di    s. 


f44  TMP 

INlaria  d*  Acquisgrana ,  e  lo  prega- 
vano eli  confermare  i  loro  antichi 
privilegi  e  prerogative,  per  il  che 
il  re  de'  romani  faceva  questo  giu- 
ramento. Nos  N.  N.  Divina  fa- 
venie  gratin,  ronianorum  reXy  hit- 
/US  no  strae  ecclesiae  B.  M.  Acquis- 
granensis  canonicus ,  ad  haec  s. 
Dei  evangelia  juramus^  eidem  ec- 
clesiae  fidelitateni ,  et  quod  ipsa 
jnra,  et  bona  ejusdem  ab  injuriiSj 
et  violentiis  defensabiniiis,  et  fa- 
cìemus  defensari:  ejusque  privile^ 
già  omnia y  et  singida,  et  consueta' 
dines  ralificamus ,  approbamuSj  et 
de  novo  conjirmamus.  Terminata 
la  funzione,  il  re  de'  romani  con 
solenne  accompagnamento  degli  e- 
lettori  e  principi  dell'impero,  e 
tra  gli  applausi  s' incamminava  al 
luogo  destinato  per  la  creazione  di 
alcuni  cavalieri  dell'  impero  ;  indi 
ritornava  al  palazzo,  mentre  l'elet- 
tore conte  palatino  andava  spar- 
gendo monete  al  popolo,  impresse 
colla  memoria  dell'  elezione ,  per 
cui  il  popolo  gridava  5  N.  N.  Au- 
gusto a  Deo  coronato ,  magno  et 
piissimo  imperatori  romanorum,  vi- 
ta et  Victoria.  Seguiva  per  ultimo 
il  formale  convito  sontuosissimo , 
colle  più  ricercate  cerimonie  de- 
scritte al  cap.  iS  della  bolla  d'o- 
ro. All'articolo  Convito  descrivem- 
mo quello  che  nel  i838  ebbe  luo- 
go in  Milano  per  la  coronazione 
colla  corona  di  ferro  del  regnante 
imperatore  d'  Austria  Ferdinando  I. 
Noteremo  che  alla  chiesa  d'  Acqui- 
'  sgrana  restava  lo  strato  del  genu- 
flessorio,  col  cuscino  o  guanciale 
su  cui  il  re  de' romani  erasi  in- 
ginocchiato nella  funzione,  e  simil- 
mente quello  del  trono;  la  clami- 
de reale,  T  abito  col  quale  fu  con- 
sacrato ,  due  tappeti  di  drappo 
d'oro,  cioè  quello  che  si  poneva  in- 


IMP 

«anzi  all'altare  della  Beata  Ver- 
gine, e  quello  del  soglio;  inoltre 
alla  chiesa  si  pagavano  cinquantasei 
fiorini  d'oro,  egli  si  somministra- 
vano tre  carretti   di    vino. 

In  un  cerimoniale  mss.  lessi  sulla 
coronazione  del  re  de'  romani ,  se 
fatta  nella  diocesi  dell'arcivescovo  di 
Treveri,  che  1'  elettore  arcivescovo 
di  Magonza  l'ungeva,  quello  di 
Treveri  lo  consacrava ,  quello  di 
Colonia  lo  collocava  sul  trono;  che 
l'  elettore  di  Brandeburgo  gli  po- 
neva in  dito  l'anello  ov* era  l'im- 
periale sigillo,  quello  di  Sassonia 
gli  cingeva  la  spada  nuda  che  poi 
portava  avanti  a  lui,  quello  Pala- 
tino gli  poneva  in  mano  il  globo, 
quello  di  IJoemia  gli  consegnava 
lo  scettro,  e  quindi  lo  precedeva 
colla  corona,  la  quale  in  capo  al- 
l'eletto imponevano  i  tre  elettori 
ecclesiastici.  Nella  messa  per  le  ele- 
zioni di  Massimiliano  II  e  Ridol- 
fo II  gli  eiettori  protestanti  se  ne 
assentarono  ,  poi  intervennero  a 
quelle  per  Leopoldo  I  e  per  altri 
imperatori  per  soddisfare  all'uffizio 
elettorale.  Nel  VI  secolo  era  già 
introdotto  il  costume  di  ricordare 
al  sovrano  la  caducità  delle  sue 
grandezze  nel  punto  più  solenne 
della  coronazione,  col  rammentar- 
gli che  dovea  morire,  e  rendere 
stretto  conto  delle  sue  azioni  al  Re 
dei  regi,  ed  al  Signore  dei  domi- 
nanti, come  narra  Leonzio  nella 
vita  di  s.  Giovanni  vescovo  di  A- 
lessandria  cap.  1 7.  Osserva  il  Mar- 
lene che  questo  costume  del  VI 
secolo  fu  più  o  meno  il  rito  di 
tutti  i  secoli  in  simili  solenni  fun- 
zioni. Del  secolo  XI  abbiamo  da 
s.  Pier  Damiano,  degli  imperatori 
greci,  epist,  17,  lib.  i,  che  in  mez- 
zo alle  acclamazioni  del  popolo 
ed  agli  omaggi  de' grandi    presea- 


TMP  IMP                    ti^ 

tavasi  al  novello  imperatore  un  tenuto  il  consenso  del  Pontefice 
vaso  pieno  di  ossa  e  di  ceneri,  e  che  Io  doveva  coronare,  s' incam- 
gli  si  bruciava  innanzi  la  stoppa  minava  con  maestoso  accompagna- 
(ciò  che  tuttora  si  fa  nella  coro-  mento  all'alma  città,  facendo  il 
nazione  dei  Papa);  onde  non  solo  viaggio  dall'Italia  a  Roma  a  spese 
considerasse  la  sua  caducità;  ma  degl'italiani,  concorrendo  nelle  altre 
conoscendo  nella  fiamma  istanta-  spese  ed  accompagno  di  copioso  e- 
nea  della  stoppa  il  nulla  de'  suoi  sercito  di  fanti  e  cavalli  i  princi- 
onori,  si  conservasse  umile  tra  le  pi,  baroni  e  feudatari  dell'impero, 
lusinghe  della  più  seducente  for-  a  ciò  obbligandoli  lo  statuto  feu- 
tuna .  Veggasi  David  Scoppino  ,  dale  di  dovere  a  proprie  spese  se- 
Dc  consacratìone  iinperatorum  ro-  guire  il  re  de'romani  in  Roma  per 
vianorum ,  Argentorati  lySo;  e  la  sua  coronazione,  ed  in  tutto  il 
r  opuscolo  Histoire  de  ce  qui  con-  tempo  eh'  egli  dimora  fuori  per 
certie  V  élcction  ci'  un  Roi  des  ro-  questo  fine  contribuirgli  la  me- 
mains  et  le  couronnement  d'  un  tà  de'  frutti  feudali,  sotto  pena  di 
£'/7?/7e/eMr,  Florence  1791,6  Gothe  fellonia.  V.  Feudi.  Il  re  de'roma- 
lygr.  Si  può  anche  consultare  ni  vicino  a  Piacenza  soleva  riceve- 
Cristofoio  Marcello  nel  libro:  I-  re  l'omaggio  giurato  dagli  inviati 
nauguratìo  ,  coronatio  et  electio  del  popolo  romano.  Giunto  nelle 
aliquot  iinperatorum  ,  Hanoverae  vicinanze  di  Roma,  attendeva  l'e- 
161  3.  sercito  che  si  accampava  nei  campi 
Sebbene  al  citato  articolo  Coro-  Neroniani,  e  nel  luogo  medesimo 
nazione  degl'imperatori  [Vedi),  ab-  ritrovava  i  legati  del  Papa,  i  qua- 
biamo  detto  quanto  riguarda  non  li  l'incontravano  per  ricevere  il 
solo  il  cerimoniale,  ma  quanto  gli  giuramento  sugli  evangelij  concepi- 
è  relativo,  colia  narrazione  di  tut-  to  in  questi  termini.  Ego  N.  N. 
te  le  coronazioni  imperiali,  qui  rex  romanorum  ,  in  imperato- 
aggiungeremo  qualche  altra  erudi-  rem  promovendus^  promitto,  spon- 
zione.  La  coronazione  de'cesari,  che  deo^  ac  polliceor,  atque  juro  co- 
rion era  in  uso  nell'  antichità,  fu  ram  Deo,  et  beato  Petro,  me  de 
anch'essa  introdotta  dopo  la  prati-  caetero  protectorem,  ac  defensorem 
ca  delle  sacre  unzioni  della  Chiesa  fore  summi  Pontificis  ^  et  hujus 
cattolica,  la  quale  stabili  che  per  sanctae  romanae  Ecclesiae,  in  o- 
mano  de'vescovi  si  facessero  le  co-  mrfibus  necessilatibus ,  et  utilitati- 
ronazioni  dei  regi,  come  si  riferisce  bus  ejus  ;  custodicndo,  et  conservan- 
degl'  imperatori  d'  oriente  coronati  do  possessiones^  et  honores,  et  ju- 
dai  patriarchi  di  Costantinopoli,  e  ra  ejus,  quantum  divino  fultus 
in  occidente  dai  sommi  Pontefici  adjutorio  fuero,  secundiim  scirCj 
che  riseibaronsi  il  jus  di  coronare  et  posse  meum,  recta  et  pura  fide: 
V  imperatore  dopo  che  s.  Leone  sic  Deus  me  adjuvet,  et  haec  san- 
111  investi  di  questa  dignità  Car-  età  Dei  evangelia.  Ciò  fatto  faceva 
lo  Magno.  Determinatosi  il  re  dei  il  re  de'romani  il  solenne  Ingresso 
romani  di  prendere  in  Roma  nel-  in  Roma  (Vedi),  dove  con  solenne 
la  patriarcale  basilica  e  Chiesa  di  pompa  nel  giorno  stabilito  si  por-^ 
s.  Pietro  in  Vaticano  (Fedi)  le  tava  in  s.  Pietro,  ove  era  dichia-» 
insegne  imperiali,  dopo  averne  ot-  rato  cavaliere,  e  canonico  della 
VOI.    xxKiv.  10 


l46  IMP 

basilica,  alla  porla  della  quale  il 
sommo  Pontefice  Io  riceveva.  Ivi 
avevano  luogo  quelle  funzioni  de- 
scritte agli  articoli  Coronazione 
degl'  imperatori  ,  E  Chiesa  di  s. 
Pietro  ,  ed  imponendogli  in  testa 
la  corona  imperiale  il  Papa  pro- 
nunziava queste  parole:  Accìpe  si- 
gnum  gloriae,  diadema  regni,  co- 
ronani  imperii.  Della  cappella  di 
s.  Maurizio  ove  Timperatore  nella 
basilica  vaticana  riceveva  le  sacre 
unzioni,  e  delle  insegne  imperiali 
dategli  dal  Papa ,  come  degli  a- 
biti  di  cui  era  rivestito,  anche  il 
Severano  ne  discorre  a  p.  io8  e 
128  delle  Memorie  sacre;  ed  il 
Sarnelli  nelle  Lett.  eccl.  t.  Vili,  p. 
6,  t.  X,p.  83,  parla  del  ricevimen- 
to deirimperatore  tra  i  canonici  va- 
ticani, e  dell'assunzione  ch'egli  fa- 
ceva delle  vesti  corali.  Terminata 
Ja  coronazione,  i'  imperatore  nella 
messa  solenne  in  abito  di  suddia- 
cono offriva  il  calice  e  1'  ampolla, 
e  inter  missarum  solemnia,  depo- 
nendo il  manto  imperiale,  riceveva 
dal  Pontefice  la  sacra  comunione, 
ed  in  fine  della  messa  la  benedi- 
zione apostolica.  Dopo  la  quale  in 
Cavalcata  (Fedi)^  alla  sinistra  del 
Papa,  cui  l'imperatore  sosteneva  la 
staffa  ed  addestrava  il  cavallo,  pro- 
cedendo a  cavallo  sino  presso  Ca- 
stel s.  Angelo,  quivi  datosi  vicen- 
devolmente il  bacio  di  pace  si  se- 
paravano. Il  Papa  ritornava  al  va- 
ticano, e  r  imperatore  spargendo 
monete  al  popolo  sul  ponte  s.  An- 
gelo creava  alcuni  Cavalieri  [Fedi) 
del  sacro  romano  impero,  e  pro- 
cedeva all'arcibasilica  lateranense, 
ove  veniva  ricevuto  tra  quei  ca- 
nonici, e  restava  a  pranzo  nel  con- 
tiguo palazzo  papale,  di  che  par- 
lammo pure  al  voi.  XVII  ,  pag. 
a 20  del  Dizionario,  e  ne  tratta  e- 


IMP 
ziandio  il  Cancellieri  a  p.  83  e 
84  delle  Memorie  isteriche  delle 
sacre  teste  de*  ss.  Pietro  e  Paolo. 
Durante  il  soggiorno  dell'impera- 
tore in  Roma,  il  Papa  pensava  al- 
le spese  del  suo  mantenimento.  Di 
alcuni  uffizi  esercitati  dagl'impera- 
tori nella  messa  solenne  cantata  dal 
Papa,  e  in  altre  funzioni  nella  cap- 
pella pontificia,,  se  ne  parlò  al  voi. 
XIX,  p.  3o5  del  Dizionario,  ed  a- 
gli  altri  analoghi  articoli.  Dei  tan- 
ti ossequi  ed  alti  di  venerazione 
prestati  dagli  imperatori  ai  Papi 
nelle  coronazioni,  nei  conviti,  e  in 
allre  circostanze,  parlammo  in  va- 
ri luoghi.  Siccome  gli  eretici  ed 
altri  nemici  della  santa  Sede  scris- 
sero a  nulla  giovare  il  ricevere  in 
Roma  dal  re  de'romani  la  corona 
imperiale,  bastando  all'  eletto  la 
coronazione  germanica  per  goder 
le  prerogative  sull'impero  romano, 
prova  il  contrario  il  citato  p.  Ca- 
telani  nel  suo  Ristretto  a  p.  ^3 
e  seg.  Il  p.  Zaccaria  nel  sua  Ànti- 
Febronio  t.  IIjp.  299,  3o2  e  seg. 
e  356,  tratta  se  agli  imperatori 
appartenga  la  convocazione  dei  con- 
cilii  generali,  e  come  li  confermas- 
sero. 

Quanto  alle  orazioni  che  la  Chie- 
sa fa  per  gl'imperatori,  e  per  quel- 
le del    venerdì   santo,  è    a  vedersi 
Gio.  Battista    Castiglione,  Disseria- 
zione  sopra  il  rito  di  pregare  per 
l'imperatore  usato  nella  chiesa  ani' 
hrosiana    ec,    Milano   i'j'jj'    Ales- 
sandro   Pelliccia,   De.    Christ.  eccl. 
Clini    pubblica,  tuni    privata   prece 
prò  principibus,  Neapoli    1778.  Nel 
i5i9,  sotto  Leone  X,  pei- la  mor- 
te   dell'imperatore  Massimiliano  I; 
nel     1612,  sotto    Paolo  V,    per  la 
morte    dell'imperatore    Ridolfo  II; 
e  nel    i655,  per  la  morte  di  Fer- 
dinando III,   essendo  vacante  l'im- 


IMP 

péro,  la  sacra  congregazione  dei  ri- 
ti, t.  II,  p.  88,  n.  1737,  decretò 
che  nell'orazione  del  venerdì  santo 
si  dovesse  dire:  Oremus  et  prò  Ro- 
mano Imperio,  ut  DeuSy  ac  D.  N. 
subditas  UH  faciat  omnes  harbaras 
nationes  ad  nostram  perpetuam- 
pacem  etc.  Omnipotens  etc.  respì- 
ce  ad  Romanum  henignus  Lìi' 
perìum^  ut  getites,  quae  in  suae  fé- 
rilate  confidunt^  potentiae  tuae  de- 
xtera  compri m antur  j  e  nel  Preco- 
nio del  sabbato  santo,  Respice  etiani 
ad  Romanus  benignus  Imperium, 
cujus  tu  Deus,  fldeliuni  vota  prae- 
noscens  etc.  Lo  stesso  fu  stabilito 
nel  1790  e  nel  179*2.  In  un  tem- 
po gì'  imperatori  pretesero  di  es- 
sere chiamati  orbis  terrarum  Do- 
mini. Su  questo  punto  si  possono 
vedere  il  Sarnelli  t.  VII,  p.  27, 
nelle  Lett.  eccl.;  il  Cancellieri  p.  4^ 
della  Lettera  sul  titolo  di  Domi- 
nus;  Quir.  Cubachii,  Dissertatio, 
an  imperator  recte  dicalur  Domi- 
nus  totius  mundi?  Est.  in  Dom. 
Arumaci,  Disc.  acad.  p.  IV,  n. 
1 2  ;  e  Justi  Meyeri ,  Dissertatio 
(juomodo  imperator  sii  mundi  Do- 
minus  ?  ex  L.  3,  D.  ad  L.  Rho- 
diam,  Argentorati    1620. 

Sul  famoso  bando  imperiale  dire- 
mo che  era  una  censura  giudiziale 
dell'impero,  con  la  quale  si  esclude- 
vano i  delinquenti  e  violatori  della 
pace,  dal  corpo  e  comunità  del  me- 
desimo impero,  esponendoli  alle  of- 
fese d'  ognuno,  si  nelle  persone 
come  ne'beni.  Solevasi  fulminare  il 
bando  imperiale  anche  contro  i 
contumaci  nelle  materie  civili,  quan- 
do legittimamente  citati  non  com- 
parivano ;  ovvero  condannati  non 
eseguivano  la  sentenza ,  ne  obbe- 
divano a'  mandati  esecutoriali,  nei 
quali  casi  il  giudice  della  camera 
imperiale,    pel    mantenimento  del- 


IMP  147 

rautorìta  e  giurisdizione  dell'impe- 
ro,  fulminava  il     bando    a  terrore 
degli  altri.  Va  avvertito  di  far  di- 
stinzione tra    il    bando  generale,  e 
il  bando    speciale.    11    bando  gene- 
rale fulminavasi  dall'  imperatore  o 
dalla  sua    camera,  l' altro    dai  tri- 
bunali    che    avevano    giurisdizione 
limitata,©  dagli    stati  dell'impero. 
Eravi  differenza   anche  tra  il  ban- 
do   alto  e  il    bando  basso  \  il  pri- 
mo era    un  decreto    imperiale  che 
imponeva  obbedienza    sotto  la  co- 
minatoria  del  bando  ;    1*  altro  era 
quando  si  dichiarava  il  contumace 
subito  incorso  nel    bando,  nel  qual 
caso  era  lecito    a    qualunque  indi- 
viduo d' invaderlo  sì  nella  persona 
che  ne'beni.   Il  Borgia  nella  Breve 
istoria  del  dominio  temporale  della 
Sede  apostolica,  scrisse  molte  cose 
importanti  sugl'imperatori,  i  Papi, 
Roma    ed  i  romani,  e  spiega  vari 
punti    da    altri    male  interpretali  , 
come  dell'esercizio  del  dominio  che 
gì'  imperatori  come  re  d'Italia  eb- 
bero im  tempo    sopra  i  ducali    di 
Benevento,  di    Spoleto  ,  e  di  altre 
terre;  in    che    consisteva    il  giura- 
mento   di    difendere    e    proteggere 
la  Chiesa  romana  ;  quale  sorta    di 
giuramento  ricevevano  dai  romani, 
giacche    né    questi    né    Roma   mai 
furono  soggetti  agl'imperatori,  tran- 
ne l'avvocazia  di   cui   parlammo  di 
sopra,   per  la  quale  soltanto  Roma 
fu  detta  città  dell'impero  ;  e  final- 
mente   cosa    importasse    il    confer- 
mar che  facevano  gl'imperatori  al- 
la Chiesa  romana  signora  indipen- 
dente il    possesso  de'  suoi  dominii. 
Di  alcune  erudizioni  sull'imperato- 
re   della     dottrina    cristiana  se    ne 
tratta    al    voi.  XX,  p.   ^43,     25r, 
252,   2  53    e    254    del  Dizionario. 
11  medesimo  Borgia  nelle  Memorie, 
storiche    t.    II,  p.    i63  e  seg.    spie- 


i48  IMP 

g?»  il  mero  e  misto  impero  y  il  me- 
i*o  impero  pel  gius  della  vita  e 
(Iella  morte,  pel  misto  impero  la 
facoltà  eli  conoscere  delle  cause  ci- 
vili con  potestà  di  punire  casi  leg- 
gieri, e  con  leggiere  pene,  citando 
Ulpiano,  Brunemanno  e  Bartolo. 

IMPERIALI  Lorenzo,  Cardina- 
le. Lorenzo  Imperiali  nato  in  Ge- 
nova da  senatoria  famiglia,  fornito 
di  egregi  talenti,  si  recò  in  Roma 
dove  da  Urbano  Vili  fu  destinato 
a  vice  legalo  di  Bologna,  indi  al 
governo  della  città  di  Fano  e  di 
Ascoli,  ed  in  assenza  del  cardinal 
Antonio  Barberini  lo  surrogò  nella 
legazione  di  Ferrara.  Annoveralo 
in  seguito  tra  i  chierici  di  came- 
ra, venne  destinato  al  governo  del- 
la provincia  del  Patrimonio,  e  del- 
lo stato  di  Castro  col  carattere  di 
commissario  generale  delle  armi, 
dove  con  immorlal  gloria  del  suo 
nome  condii  use  co'nemici  una  glo- 
riosa pace,  dopo  di  che  fu  spedito 
da  Innocenzo  X  nei  1648  con 
amplissime  facoltà,  e  colla  scorta 
di  mille  duecento  fanti  e  trecento 
cavalli,  sotto  la  direzione  del  conte 
David  Widman  alla  città  di  Fer- 
mo, ove  in  una  popolare  sommos- 
sa era  stato  ucciso  il  governatore 
Visconti  ed  il  suo  amico  Baratti, 
venendo  poi  il  cadavere  del  primo 
trasferito  al  santuario  di  Loreto  per 
disposizione  de' suoi  parenti.  Ese- 
gui l'Imperiali  l'incarico  con  giu- 
stizia e  prudenza,  restituendo  alla 
città  il  buon  ordine,  e  la  tranquil- 
lità. Tornato  nei  primi  del  i653 
in  Roma  ne  fu  fatto  governatore,  e 
dopo  aver  per  poco  più  d'un  anno 
con  universale  applauso  disimpe- 
gnato sì  cospicua  carica,  ai  1  mar- 
zo 1654  (^al  medesimo  Innocenzo 
X  fu  pubblicato  cardinale  prete 
col  titolo  di  s.  Grisogono,  non  che 


IMP 

dichiaralo  legalo  di  Ferrara  e  prò- 
Icllore    dogli   ngosliniani    e  de'  mo- 
naci di  Monte    Vergine.   Compiuta 
la  sua  legazione,  in  cui   lasciò  mo- 
numenti di  sua    abilità  e  giustizia, 
fu   di   nuovo  destinalo  da   Alessan- 
dro VII  al    governo  di  Roma,  do- 
ve a  motivo  del   tumulto  eccitato- 
si  tra  il  duca  di  Crequy  ambascia- 
tore di   Francia,  e  la  truppa  de'sol- 
dati  corsi,  di   cui  venne  il  cardina- 
le a   torlo  accagionato,  si  tirò    ad- 
dosso   contro    ogni  ragione  lo  sde- 
gno di  Luigi  XIV  male  informato, 
onde  fu    dal  Papa    allontanato    da 
Roma  in   quella   critica  circostanza, 
alìldandogli   il    governo  della   Mar- 
ca d'Ancona  col   carattere  di  legato. 
Indi   il    cardinale    rinunziala  la  le- 
gazionCj    prontamente    si    condusse 
alla  corte  di  Parigi  per  giustidcar- 
si  col  re  e  fargli  constare  la  retti- 
tudine di   sua  condotta,  e  la   vene- 
razione  mostrala  in  quell'emergen- 
te  verso  la    sua   real  persona.   Non 
potè  ottenere  però  l'udienza  finché 
le  controversie  non  si  accomodaro- 
no con  Roma,  indi   fu  accolto  con 
sommo    onore    da    Luigi     XIV,  il 
quale    protestò    alla    repubblica  di 
Genova    essere    prima    stato  mala- 
mente  informato  sul    cardinale,  ri- 
conoscendolo   per    uomo  di  spirito 
retto,  costante  nel  sostenere  la  ra- 
gione,   ed  onesto,  chiamandosi  ben 
contento  d'averlo  riconosciuto.   Re- 
stituitosi in   Roma,  si   mostrò  inde- 
fesso nelle  applicazioni  che  gli  fu- 
rono  appoggiate  in    parecchie  con- 
gregazioni   alle    quali  era  ascritto, 
e    particolarmente    a    quelle     della 
consulta  e  del  s.  offizio.   Intervenne 
a  tre  conclavi,  e  morì  nel    1673  di 
anni  sessantadue.  Fu    sepolto    nella 
chiesa  di  s.  Agostino,  ove  al  destro 
lato  della  magnifica  cappella  di  san 
Tommaso  di  Villanova  venne  eretto 


IMP  IMP  f49 
alla  sua  memoria  un  decoroso  man-  ligenza,  a  vantaggio  delle  città  e 
soleo  adorno  di  belle  statue,  con  tene  pontifìcie.  Ogn'anno  in  lem- 
urna  di  marmo  nero,  sulla  quale  fu  pò  delle  vacanze  a  proprie  spese 
posta  la  di  lui  statua  in  alto  di  visitava  una  provincia^  mentre  in- 
orare genuflesso,  nella  cui  base  si  \iava  i  prelati  della  medesima  con- 
legge elegante  iscrizione,  gregazione  a  visitare  le  altre,  ancor 
iML^ElllALI  Giuseppe  Renato,  essi  a  sue  spese,  con  immenso  uti- 
CardiuaUì.  Giuseppe  Renato  Im-  le  delle  comunità  visitate,  di  cui 
periali  nobile  genovese,  nacque  in  rivedevano  i  conti  obbligando  i  de- 
Oria nel  regno  di  Napoli,  presso  bitori  a  pagare,  e  provvedevano 
Francavilla  feudo  di  sua  casa,  prò-  alle  miserie  de' poveri  ;  ritornati  a 
nipote  del  cardinal  Lorenzo,  e  sino  Roma  riferivano  tutto  alla  congre- 
dalladoloscenza  diede  manifesti  se-  gazione  per  le  opportune  prov vi- 
gni di  sublimi  talenti  e  buon  sen-  denze.  Oltre  a  ciò  il  cardinale 
so.  Distintosi  negli  studi  ottenne  la  pubblicò  un  codice  diviso  in  quat- 
Jaurea  dottorale,  e  da  Clemente  X  tro  volumi,  contenenti  le  leggi  pel 
le  insegne  prelatizie.  Innocenzo  XI  buon  governo  dello  stato  ecclesia- 
Io  fece  chierico  di  camera,  indi  teso-  stico.  Fu  ascritto  quasi  a  tutte  le 
riere^eda'iS  febbraio  1690  A les-  congregazioni,  e  fu  prefetto  anche 
Sandro  Vili  lo  creò  cardinale  dia-  di  quella  della  disciplina  regolare; 
cono  colla  diaconia  di  s.  Giorgio  e  come  lo  zio  fu  protettore  dei 
ìnVelabro,  a  cui  nell'anno  seguen-  romitani  di  s.  Agostino  e  de'  mo- 
te venne  aggiunta  la  legazione  di  naci  di  Montevergine.  Amante  del 
Ferrara,  e  X  amministrazione  di  giusto  e  della  rettitudine,  operava 
quella  chiesa  per  volere  d'Innocen-  con  franchezza  esponendo  all'occor- 
zo  XII.  Beneficò  i  ferraresi  e  la-  renza  con  rispettosa  libertà  ai  Pon- 
sciò  loro  di  sé  perenne  rinomanza;  tefìci  i  propri  sentimenti.  Prende- 
indi  fu  fatto  protettore  d'Irlanda,  va  cura  de'poveri,  favoriva  le  per- 
Considerando  il  cardinale  che  la  sone  dabbene  di  cui  avea  piena  la 
sua  diaconia  per  l'antichità  era  ab-  casa,  e  le  molestie  anziché  affati- 
bandonata  e  deforme,  con  eccle-  cario  lo  rendevano  più  energico, 
siaslica  munificenza  vi  ripristinò  il  Ebbe  per  uditori  distinti  perso- 
culto  divino;  liberò  il  pavimento  naggi>  due  divennero  vescovi  di 
e  le  pareti  dall'  umidità,  rinnovò  Adria  e  Ripatransone,  e  due  car- 
il  tetto,  l'abbelPi  con  nuovo  ed  or-  dinali  ,  cioè  Girolami  e  Laudi, 
nato  soffitto,  e  chiuse  1'  atrio  con  Intento  costantemente  a  promove- 
cancelli  di  ferro.  Gli  agostiniani  re  il  bene  comune,  lasciò  un'  insi- 
scalzi,  che  allora  aveano  in  cura  la  gne  biblioteca  a  comodo  del  pub- 
chiesa,  sopra  la  pila  dell'acqua  be-  blico,  quale  però  più  non  sussiste, 
nedetta  gli  eressero  onorevole  lapi-  sebbene  Pio  VI  l'avea  acquistata 
de.  Prese  particolar  cura  e  prote-  per  la  suddetta  accademia  eccle- 
zione  dell'  accademia  ecclesiastica ,  siastica  :  di  tale  biblioteca  parla 
cui  comparti  segnalati  benefizi.  Com-  con  lode  il  dotto  padre  Montfau- 
piuta  gloriosamente  la  legazione  di  con,  che  grandi  encomi  rese  al  car- 
Ferrara,  fu  fatto  prelato  del  buon  dinaie  come  munifico  co'  lettera- 
governo,  ove  molto  si  adoperò  pel  ti  ed  eruditi  ;  ed  oltre  quanto  ne 
pubblico  bene  con  industria    e  di-  disse  il  Piazza  trat.  XllI,  e.  XXIX 


i5o  IMP 

dell*  EusevologìOf  il  pelebre  Giusto 
Fontanini  ce  ne  lasciò  l'indice  stam- 
palo. Nel  1711  il  cardinale  fu  da 
Clemente  XI  spedito  in  Milano  col 
carattere  di  legato  a  latere  per 
complimentare  l'arciduca  Carlo  ri- 
conosciuto ia  parte  per  re  di  Spa- 
gna e  poi  imperatore,  da  cui  oltre 
la  slima  che  si  guadagnò  ottenne 
quanto  seppe  domandare  a  van- 
taggio della  santa  Sede.  Da  Giu- 
stiniano Chiapponi  fu  pubblicata 
la  Legazione  del  cardinal  Impe- 
riali a  Carlo  III  re  di  Spagna 
Vanno  171 1,  Roma  per  Gonzaga 
17 12.  Dimessa  la  diaconia,  passò 
air  ordine  presbiterale  ,  ed  ottenne 
«uccessivamente  il  titolo  di  s.  Lo- 
renzo in  Lucina  ;  e  dopo  essersi 
trovato  air  elezione  di  cinque  Pon- 
tefici, fra  cui  in  quella  di  Clemente 
XII  gli  mancò  un  sol  voto  pel  pon- 
tificato, pieno  di  meriti  morì  in  Ro- 
ma a'25  gennaio  1737,  d'anni  ot- 
tanlasei.  Fu  sepolto  nella  chiesa 
di  s.  Agostino,  al  destro  lato  del- 
la cappella  dedicata  al  santo  dot- 
tore, con  sontuoso  mausoleo  orna- 
to di  preziosi  marmi  ed  eccellertti 
statue,  col  ritratto  del  cardinale 
espresso  al  vivo  in  pittura,  soste- 
nuto dalla  fama,  nella  cui  base  si 
legge  un  magnifico  e  ben  merita- 
to elogio. 

IMPERIALI  Cosimo,  Cardinale. 
Cosimo  Imperiali  nobile  genovese 
nacque  a' 24  aprile  i685  in  Ge- 
nova da  illustre  famiglia.  Compiti 
con  successo  gli  studi  nell'  archi- 
ginnasio romano  ,  venne  ammesso 
da  Clemente  XI  tra  i  prelati,  ed 
occupato  nel  governo  delle  città 
pontificie,  dov'essendo  affabile  con 
ogni  qualità  di  persone  seppe  con- 
giungere la  giustizia  colla  piace- 
volezza, e  r  integrità  col  disinteres- 
se.   Chiamato    a    Roma   da   Bcnc- 


IMP 

dello  XIV  nel  174^  ebbe  luogo 
tra  i  chierici  di  camera  colla  pre- 
sidenza degli  archivi  ,  e  dell'  anno- 
na ;  e  nel  174?  fi»  promosso  alla 
carica  di  governatore  di  Roma. 
Benedetto  XIV  a*  26  novembre 
1753  lo  creò  cardinale  prete  di  s. 
Clemente,  e  venne  ascritto  alle 
congregazioni  della  consulla ,  del 
buon  governo,  della  disciplina,  ed 
«il tre.  Largo  e  munifico  verso  i 
miserabili,  non  lasciò  giammai  di 
sovvenire  chiunque  ebbe  a  lui  ri- 
corso. Fondò  sei  cappellanie  nella 
chiesa  di  s.  Giovanni  de'genovesi  in 
Roma,  della  quale  parlammo  al 
voi.  XXV III,  p.  274  del  Diziona- 
riOf  coir  obbligo  d'istruire  i  fedeli 
nelle  feste  nei  misteri  della  catto- 
lica religione  e  nei  cristiani  dove- 
ri. Finalmente  dopo  essersi  trovato 
ai  comizi  per  Clemente  XIII,  con 
quella  pietà  come  visse  pervenne 
alla  meta  de'suoi  giorni  in  Roma 
a'  i3  ottobre  i7(>4>  *"  ^^^"^  d'anni 
ottanta  circa,  e  fu  sepolto  nel  suo 
titolo  di  s.  Cecilia  a  cui  era  passato, 
sotto  una  lapide  adorna ,  in  cui 
vedesi  scolpito  distinto  elogio,  fatto 
per  ordine  di  sua  nipote  Marzia 
Imperiali    Centurioni. 

IMPERIO  o  IMPERO.  K  Im- 
peratore. 

IMPROPERI.  Versetti  che  sì 
cantano  dalla  Chiesa  nella  mattina 
del  venerdì  santo,  mentre  si  fa  la 
solenne  adorazione  della  croce.  Si 
sogliono  cantare  con  voce  sommes- 
sa e  flebile,  e  tenerissimo  commo- 
vente canto ,  siccome  rimproveri 
paterni  ed  affettuosi,  che  fece  Dio 
agli  ebrei  per  l'enorme  sconoscen- 
za con  cui  corrisposero  ai  sommi 
benefizi  da  lui  loro  comparliti  ; 
essi  però  convengono  anche  a  quei 
cristiani,  che  rinnovando  nelle  pre- 
varicazioni le  ingialitudini  d'israe» 


IMP 

le,  mal  corrisposero  alle  divine  be- 
neficenze. Il  (lotto  d.  Alessandro 
Mazzinelli  nell'  Uffizio  della  setti' 
mana  santa,  parlando  dell'adora- 
zione delia  croce  nel  venerdì  san- 
to, dice  che  in  tempo  che  si  fa  la 
medesima  si  cantano  gT  improperi, 
con  queste  belle  riflessioni.  JNfon  si 
videro  giammai  dalla  parte  di  Dio 
benefizi  più.  eccelsi  e  miracoli  più 
segnalati  ;  e  dalla  parte  degli  uo- 
mini ingratitudine  più  iniqua,  pre- 
varicazioni più  enormi,  che  nel  po- 
polo d' Israele  ;  sicché  potè  loro  a 
giusta  ragione  rimproverarsi,  che 
gente  di  dura  cervice  e  di  cuore 
protervo  aveva  sempre  resistito  al- 
lo Spirito  Santo.  Ma  il  sommo  del- 
la loro  ingratitudine  e  della  loro 
iniquità  comparve  nella  morte  da- 
ta a  Gesù  Cristo.  Venne  il  tanta 
da  loro  aspettato  Messia;  ma  la 
perfìdia  giunse  a  tanto,  che  i  figli 
micidiali  ed  ingrati,  invece  di  lie- 
tamente accoglierlo,  recarono  a  mor- 
te quello,  che  dai  loro  padri  era 
slato  chiesto  con  tante  istanze,  a- 
spettato  con  tanto  desiderio.  Nel 
giorno  in  cui  commisero  sì  orrido 
sacrilego  deicidio  se  ne  fa  loro  allo 
rimprovero;  e  con  modi  tanto  te- 
neri ed  affettuosi  si  fa  un  bel  con- 
fronto de'  benefizi  che  hanno  ri- 
cevuti ,  e  dell'  ingratitudine  colla 
quale  hanno  corrisposto.  Ciò  che 
l'Altissimo  ha  fatto  per  Israele  non 
è  stato  che  un'immagine  ed  un'om- 
bra di  ciò  che  ha  fatto  per  noi  ; 
ed  Israele  non  solo  ne'  suoi  privi- 
legi e  favori,  ma  ancora  nelle  sue 
prevaricazioni,  ci  rappresenta  le  in- 
gratitudini nostre;  onde  que'  rim- 
proveri a  noii  come  ad  essi  con- 
vengono. E  qualche  cosa  di  più 
orribile  il  peccato,  che  non  sono  le 
spine,  i  chiodi,  il  fiele  e  l'aceto; 
e  dopo  aver  conosciuto  ed  adora- 


ING  i5i 

to  il  Cristo  del  Signore,  dopo  a- 
verne  confessato  la  gloria  del  suo 
nome,  dopo  eh'  ei  vive  e  regna,  è 
più  orribile  affliggere  il  suo  cuore, 
insultare  alla  sua  potenza  :  chi  pec- 
ca crocifigge  di  nuovo  Gesù  Cristo. 
Nel  medesimo  tempo  dell'adorazio- 
ne della  croce,  ed  al  fine  di  cia- 
scun improperio  si  canta  in  greco 
e  in  latino  il  Trisagro  angelico 
(F'edi).  Fu  esso  dapprima  inserito 
nella  liturgia  per  essere  cantato  in 
onore  della  ss.  Trinità,  ed  oggi 
cantandosi  alternativamente  cogli 
improperi  in  tempo  che  si  adora 
la  croce  con  Gesù  crocefisso,  si  ve- 
de che  in  esso  la  Chiesa  ha  la  mi- 
ra al  Redentore,  ed  a  lui  si  rife- 
risce, quanto  è  uno  nella  Trinità, 
che  vestito  di  nostra  carne  fu  po- 
sto in  croce,  e  ad  esso  ricorriamo 
per  implorare  misericordia.  Nel 
Menologio  romano  del  Piazza  a  p. 
i85  della  parte  seconda  si  legge, 
che  nella  imperiai  città  di  Costan- 
tinopoli, nel  giorno  di  venerdì  san- 
to si  predicava  fuori  della  città 
nella  campagna,  in  memoria  della 
passione  di  Cristo ,  che  sostenne 
gl'improperi  della  città  di  Geru- 
salenime  [Vedi).  A  quest'  artico- 
lo ^abbiamo  descritto  la  stanza  o 
cappella  chiamata  degl'  Imprope- 
ri ,  e  posta  nella  basilica  del 
santo  Sepolcro,  poco  distante  dal 
luogo  ove  fu  trovata  la  croce 
del  Redentore  al  tempo  di  Costan- 
tino. 

INCAPPUCCIATI.  Eretici  del 
secolo  XIV,  discepoli  di  Wiclefo, 
cosi  chiamati  perchè  non  si  sco- 
privano mai  davanti  al  santissi- 
mo Sagramento,  ma  tenevano  sem- 
pre coperta  la  testa  col  berretto 
o  cappuccio  che  usavasi  allora. 
Quanto  a  quest'  abito  o  coper- 
tura   del  capo   sobo  a    vedersi  gli 


ìS-à  INC  INC 

articoli  Cappuccio,   e    Francescano  rantichità  di    tal    voce,    Navicella 

OBDitE.  (yedi)  o  navetta    chiamasi    poi    il 

INCARICATO  DI  AFFARI,    Cura  piccolo  vaso  d'argento  od  altro  me- 
Cgens.  Ministro  diplomatico  incom-.  tallo,  fatto    a    foggia  di    nave,  nel 
benzato  di  rappresentare  il  suo  so-  quale  si  tiene  1*  incenso,   con   Cuc- 
Viano  presso  una  corte  sovrana,  e  chiaro  (Fedi)  per   pone    l'incenso 
trattarne   gli    affari.  ^e\V  Excerpta  nel     turibolo     per    l'   Incensazione 
ti  Lexico    epigraphico  Morcelliano,  (Vedi).  Aggiunge  il  Maci  i,  che  l'iu- 
incaricalo  degli  affari  del  re  presso  censiere    o     turibolo     viene    anche 
la  santa  Sede,    si    dice    in  latino  :  chiamato  Pyxis  dall'  Ordine  roma- 
Cura  agens   ad  negolia    urbis   re-  no,    il  quale  prescrive  :    Pyxidem , 
già.    Al    presente    in    Roma    sono  qua  thus  habetur  in  manu  ferens, 
incaricati  di  affari  presso    la  santa  dove    viene    denominato     custos    o 
3ede  e  fanno  parte  del    corpo  di-  princeps    ecclesiae  chi    porgeva    la 
plomatico,  l'incaricato  d'affari  del-  navetta  al  Papa,  perchè  questo  mi- 
la repubblica  del  Messico,  V  incari-  nistero  toccava  al  titolare  di  quel- 
cato  di  affari  dell'arciduca  duca  di  la    chiesa    ove    celebrava  il  Papa, 
Modena,  V  incaricato  d'affari  della  ciò  che  fu  poi  attribuito  al  cardi- 
riuova    Granata   nell'America    me-  «al  decano  o  a  quel    cardinal    ve- 
ridionale,  l'incaricato    d'affari    in-  scovo    suburbicario ,    che    ne  fa   le 
leriuo  del  re  di   Prussia,  e  l' inca-  veci    quando    il    Pontefice    celebra 
ricalo  di  affari  del  re  diWiirtem-  solennemente,  e  quando   non  cele- 
berg  che    per   sua  assenza    ha    un  bra  lo  fa  il  cardinal  primo    prete, 
incaricato  d'affari  Interino.  La  san-  Al  vocabolo  Incensoriuni  osserva  il 
ta    Sede    poi    attualmente    ha    tre     Macri  che  il   medesimo    nella  ero- 
prelati  incaricati    di  affari,  uno  al-  naca  Cassinese  non  può  significare 
1  Aja ,  l'altro   a  Firenze,     il    terzo     il  turibolo,  dal  quale  si  distingue, 
nella  Nuova  Granata    nell'America     perchè  facendosi    ivi    menzione    di 
meridionale.   /^.Diplomazia    o  Di-     alcuni  donativi  fatti  al    monistero , 
PLOMATicr,  e  Nunzi  apostolici.  dopo  di  aver    nominali    due    turi- 

INCENDIARIO  ed  INCENDIO,  boli,  si  legge  Incensoriuni  de  ar- 
V.  Pompieri  pontificii,  corpo  del-  genluni  unum  _,  sicché  significherà 
\e  guardie  per  gì'  incendii.  la  navicella  nella   quale    si    ripone 

INCENSAZIONE.   F.  Incenso.        V  incenso.   Gli  incensieri  sono  di  ar- 

INCENSIERE,  Tubibile  o  Tu-  gento  semplice  o  dorato,  di  rame 
BiBOLo,  T/mribulum,  Acerra.  Vaso  od  altro  metallo  inargentato  o  do- 
o  stromento  di  cui  si  fa  uso  nelle  rato,  rari  essendo  quelli  d'oro,  la- 
chiese  per  abbruciare  l'/«cc«,yo  (A^e-  vorati  e  cesellati  con  maggiore  o 
di)j  diffonderne  l'odoroso  e  grato  minore  arte  e  maestria.  Le  tre  ca- 
fumo,  ed  incensare  nelle  sacre  ce-  tenelle  ordinariamente  ognuna  lun- 
rimonie  e  divini  uffìzi.  Dice  il  Ma-  ga  quattro  palmi  romani,  sono  fer- 
cri  nella  Notizia  de'  vocaboli  eccl.  mate  ad  una  piastra  rotonda  la 
chiamarsi  acerra  la  navetta  da  quale  ha  un  anello ,  e  sostengono 
porvi  l'incenso  sul  fuoco  che  con-  propriamente  il  vaso  dell' incensie- 
tiene,  e  riporta  le  testimonianze  di  re  passando  per  tre  fori  o  altac- 
Tertulliano  advers.  gentil,  cap.  9,  caglie  praticate  in  tre  angoli  del 
e  dello  storico    Agati^  lib.  3,  suU     coperchio,  il  quale  a  mezzo  d'una 


i 


INC 

quarta  catenella  parimente  pen- 
dente dalla  piastra  con  suo  anello, 
si  alza  per  porre  nella  padellina 
di  ferro  del  vaso  il  fuoco,  e  su 
questo  r  incenso  :  il  coperchio  ha 
diversi  trafori  a  disegno  donde  esce 
fuori  il  fumo  dell'  incenso,  ed  or- 
dinariamente è  in  forma  di  cono, 
avendo  il  vaso  quella  di  tazza  o 
C(fppa  con  base  o  piede.  Gl'incen- 
sieri degli  ebrei  non  erano  pendenti 
da  lunghe  catene,  dappoiché  erano 
una  specie  di  bracieri  con  manico 
o  senza,  che  il  sommo  sacerdote 
poneva  sull'altare  de'  profumi,  o 
che  portava  nel  santuario.  L'apo- 
stolo ed  evangelista  s.  Giovanni 
parlando  nell'Apocalisse  degl'incen- 
sieri che  tenevano  i  quattro  ani- 
mali ed  i  ventiquattro  vecchi,  li 
chiama  semplicemente  pialli  o  cop- 
pe d'oro  ripieni  di  prolumi.  Sulle 
medaglie  di  Simone  Maccabeo  si 
vedono  incensieri  fumanti  simili  ad 
una  coppa,  o  ad  un  calice  col  suo 
piede. 

Gì'  incensieri    di  cui  servivansi   i 
primitivi  cristiani  erano  anche  bra- 
cieri senza  catene ,    ed    in    vece  di 
gittarli  in  alto  come  si   fa  presen- 
temente neir  incensazione    o  turifi- 
cazione, si  avvicinavano  fumanti  al 
naso,  e  ciascuno  ne    raccoglieva  il 
vapore  colla  mano  dicendo  queste 
parole  :    accendat    in  nobis    Domi- 
ìiiis  ìgneni  sui  amorisy  et  flaniniain 
aeiernae  charitatis.  Du  Vert,   Ceri- 
monie della  Chiesa    t.   IV  ,  p.  5i. 
L' Ordine    romano  dice,    che  dopo 
recitato  il  simbolo,  i   turiboli  por- 
tavansi  in  mezzo  agli  altari,  e  po- 
scia accostavansi  alle  narici,  e  per 
mezzo    delle    mani    il    fumo    nella 
bocca  trae  vasi.  Post  Credo ,  tliurihu- 
In  per  altana  portanlur^  et  poslea 
ad  nares  hominiwi  ferimtur,  et  per 
manus  fuinus  ad  os  Irahitur.  Au- 


INC  i53 

che  il  Garampi  neW  Illustr.  del  si- 
gillo della  Garfagnana  a  p.     ii6 
fa   menzione    dell'  incenso    dato    ad 
odorarsi    al    sacerdote,    riportando 
un  brano  dell'antico    ordine  clau- 
strale della  insigne  canonica  di    s. 
Giovanni  in  Monte  di  Bologna,  sui 
riti  e  costumi  di  quella  religiosa  co- 
munità nel  principio  del  secolo  Xlf, 
in  cui  si  prescriveva  che  il  sacerdote 
celebrante  dopo  di  avere  incensato 
l'altare  reddat  thuribuluin  diacono. 
Jlle  recipiens ,    osculala  nianu  sa- 
cerdolisj  del  et  incensum  odorare, 
et  humiliter  planctam   in   anteriori 
parte  deorsuni  trahat^  perchè    neU 
l'incensazione  dell'altare  doveva  es- 
sersi  troppo    aggruppata    al    petto. 
Cosi  pure  dopo    un'altra    incensa- 
zione   si    prescrive ,    che    diaconus 
praebeat  sacerdoti  incensum  odorati-^ 
duni,  et  extendat  solito  more  pla^ 
netani  deorsuni.  Il    Pouyard    nella 
Dissertazione  sul  bacio  de  piedi ^  a 
p.    Ili    parla    di    un    monumento 
del  547,  in  cui  un  suddiacono  tie- 
ne   colla    destra    un    incensiere  di 
argento  di  forma  rotonda  senza  co- 
perchio, ornato  con  tre  piedi    per 
poterlo  posare  in  terra,  e  con  sue 
caten  uccie. 

11  Severano  nelle  Memorie  sa- 
cre pag.  49^)  narrando  gli  splen^ 
didi  ornamenti  fatti  dall'  impe- 
ratore Costantino  il  Grande  nel 
battisteri o  lateranense,  dice  che  in 
mezzo  al  fonte  fece  porre  una  co- 
lonna di  porfido  con  un  vaso  o 
lampada  d'oro  di  cinquanta  libbre, 
dove  ardevano  i  giorni  della  Pa^ 
squa  duecento  libbre  di  balsamo. 
Tra  i  doni  poi  che  l'augusto  fece 
al  medesimo  battisterio,  si  novera 
un  profumiero  o  incensiere  d'oro 
di  dieci  libbre,  ornato  con  venti-^ 
quattro  gemme  preziose.  11  Torri- 
gio  injlie  Sacre  grotte  mùcane,  p. 


i54  INC 

469    e  seg.,   raccoula    die  antica- 
mente si  solevano  appendere  sopra 
il  corpo  di  s.  Pietro  alcuni  incen- 
sieri detti  lurìbula  apostolica,  che 
però  Anastasio   Bibliotecario,    par- 
lando di  s.  Leone  III  scrive:  unum 
thurìhulum  ex  auro  purissimo  misit 
super  corpus  e/us  (s.   Petri)  quod 
pensai    lib.  1.  Onde  Cencio  Came- 
rario che  fu  poi  Onorio  III  ci  di- 
ce   nel  suo  inss.  :  Hoc    auleni    est 
praentittenduniy  quod  D.  PP.  post 
quarlam  lectionem  vigiliae^  descen- 
dil  ad  arcani  altaris   b.    Petri,  et 
inde  extrahit  ihurìbuluni  cuni  can- 
dela,   quac    alia  festivitate   a    D. 
Papa  fuit  reposi  ta  ,  e  uni    carboni- 
bus  et  incenso,  et  poslmoduni  ihuri- 
buluni  cuni  candela  ibidem  remit- 
lit.  Più  a  lungo  ne    scrisse   Bene- 
detto canonico  di  s.  Pietro  nel  mss. 
dedicato  al  cardinale    Guidone    da 
Castello,  poi    Celestino  lì,    mentre 
parla  di  tal  cerimonia  solita  a  farsi 
all'altare  di  s.  Paolo  nella  sua  ba- 
silica, e  descritta  al  voi.  IX,  p.  78 
del   Dizionario:  la  medesima    ceri- 
monia si  usava  in  s.   Pietro.  Nella 
Descrizione  della  sacrosanta  basi- 
lica vaticana,    Roma    1828,    pag. 
95,  parlandosi  del    forame    o    Fé- 
neslrella  [Fedi)  dell'altare  del  san- 
to apostolo,  ove  si  calavano  i  bran- 
dei  e     le  chiavi     benedette    che  si 
dispensavano  a'fedeli,  si  dice  che  vi 
si  sospendeva  egualmente  un  incen- 
siere con  tubo  di  vetro ,  i  cui    a- 
vanzi  tanto  del    carbone    che    del- 
l'incenso,  ogni  anno  distribuivansi 
ai  pellegrini  nel  giorno  di  s.   Pie- 
tro, in  cui  quello  si  rinnovava.  Il  Se- 
verano  a  p.    io5  descrive  la    pro- 
cessione   e  le  incensazioni  che    so- 
leva fare  il  Papa  in  diversi  altari, 
quando  interveniva  nella  notte  pre- 
cedente la  festa  di  s.  Pietro  nella 
sua  basilica  al    mattutino.    Quindi 


INC 

il  Severano  a  p.  5i4  nel  descrive- 
re i  doni  fatti  da  Sergio  IH  alla 
basilica  lateranense  vi  novera  quat- 
tro turiboli  d'argento;  e  tra  quelli 
d'Innocenzo  II  vi  comprende  uà 
turibolo  di  argento  di  libbre  un- 
dici. 

Negli  antichi  riti  dei  solenni  pos- 
sessi de'  Pontefici    eravi    l' incontro 
del    clero    romano,  massime    delle 
scuole  palatine  de' chierici  romani, 
colle  croci  e  coi    turiboli    fumanti 
d'incenso;  inoltre  i  turiboli    veni- 
vano collocati  sugli  altari  che  ric- 
chi d'argenterie  si  erigevano    fuori 
di  tutte  le  chiese  per  dove    passa- 
va la  processione    e  solenne    pom- 
pa della  cavalcata;  co'quali  turiboli 
degli  altari  eziandio  s'incontravano  i 
Pontefici,  per  cui  avevano  tali  chie- 
se la  distribuzione  del    presbiterio, 
e  neir  Ordine  romano  XII  si  legge 
al  §  XVIII  de  Presbiterio  prò  ihu' 
ribulo  dato  quibus,  et  quoniodo  de- 
tur?  Nel  cerimoniale    di  Gregorio 
X,  in  Ordine  XIII,  n.  i  i,  p.  23 1, 
dicendosi  dell'incontro  che  facevasi 
al  Papa  eletto  fuori  di  Roma,    si 
legge.  »3   Si    D.    Papa    consecratur, 
vel    eligi  tur    extra    urbem ,    quum 
venerit  ad  Romani  ad  capellam  s. 
M.  Magdalenae  ad  radicem  Montis 
Mali  (  o  Mario  ) ,  descendit,  et  in- 
trat  cum  cardinalibus  ipsam  capel- 
lam, et  ibi    recej)it  pluviale,  et  mi- 
tram,  et  postea  equitat,  et    proce- 
di!; et  judaei  sibi  occorrunt    cum 
lege,  et  laudibus,  et  omnes    eccle- 
siae    urbis    ei      obvians    honorifice 
cum  processione,  et  vetiiunt  omnes 
clerici  induti  cum  crucibus,  et  ve- 
xillis,  et  thuribulario,  et  capsa  cum 
thure,  et  quaelibet  ecclesiam  occur- 
rit  ipsi  Papae  cum   thuribulo  ,    et 
ipsa  capsa  ;    et    ipse   D.    Papa    de 
thure  cum  cochleare  in    thuribulo 
ponit,  et  illi  Papam    cuna   eo    in- 


INC 

censant;  et  faciunt  ita  omnes  ec- 
clesiae,  et  sic  ducitur  per  porticum 
usque  ad  gradus  s.  Pelli  ubi  est 
processìo  parata  ".  Lo  stesso  si 
conferma  nell'Ordine  XIV,  n.  22, 
pag.  261.  »  Clerici  rem.  occorrunt 
eidem  induti  in  via  sacra,  ubicum- 
qiie  possunt,  cum  thuribulis  et  in- 
censo, et  dantur  prò  thuribulis  i3 
librae  et  dimidia  ".  Lo  stesso  vie- 
ne detto  nel  n.  4ij  pag-  269.  Il 
Catalani  ne  tratta  in  Caerem.  epis. 
toni.  I,  pag.  4^-  Questi  riti  dell'in- 
contro degl'  incensieri,  dopo  il  pos- 
sesso preso  da  Leone  X  nel  i5i3, 
non  ebbero  più  luogo. 

Il  Macri  iìi  iliuribuloriim  festi- 
vi tas  dice  eli'  era  una  certa  solen- 
nità celebrata  dal  clero  di  qualche 
chiesa  quando  riceveva  dal  Papa 
il  Presbiterio  [Vedi)  dopo  di  aver- 
lo incensato,  il  quale  presbiterio 
consisteva  in  alcune  monete.  Si  fa 
menzione  di  questa  cerimonia  in 
certe  scritture  conservate  nell'  ar- 
chivio di  s.  Angelo  in  Pescheria, 
chiesa  collegiata  di  Roma ,  nelle 
quali  si  parla  del  clero  della  chie- 
sa parrocchiale  di  s.  Patermuzio,  il 
quale  riceveva  il  presbiterio  di  sei 
denari  dal  Papa,  in  thurib  ilio  rum 
ftHivitate.  Della  chiesa  de'  ss.  Pa- 
termuzio e  Caprete  ne  parlammo 
al  voi.  XXI,  pag.  38  del  Diziona- 
rio. Il  medesimo  Macri  dice  che 
col  vocabolo  Canstrisiiis  fu  chia- 
mato un  ofiìciale  della  chiesa  co- 
stantinopolitana, il  quale  custodiva 
i  paramenti  sacri  del  patriarca,  e 
l'aiutava  nel  vestirsi  ,  portava  l'in- 
censiere ed  aspergeva  il  popolo  con 
l'acqua  benedetta.  Alcuni  pensano 
che  tal  nome  derivi  da  voce  greca 
che  significa  la  navetta  dell'incenso, 
o  da  voce  che  significhi  il  canestro 
dentro  il  quale  si  portavano  le  ve- 
sti   del    patriarca.    Questa    dignità 


INC  155 

era  pure  nella  chiesa  romana ,  e 
chi  r  esercitava  veniva  chiamato 
Vesiarìus,  Ministro  ecclesiastico  del- 
l' incensiere  e  della  navicella  è  l'ac- 
colito, il  quale  deve  portarlo  nelle 
sacre  funzioni,  e  custodire  tali  sa- 
cri arredi,  vegliando  che  i  carbo- 
ni siano  accesi.  Nella  cappella  pon- 
tificia sono  accoliti  i  cappellani  co- 
muni, e  per  l'assistenza  del  Papa, 
quando  celebra  alcuna  funzione,  i 
prelati  votanti  di  segnatura  di  giu- 
stizia, cui  incombe  portare  la  na- 
vicella e  r  incensiere,  e  per  le  a- 
naloghe  notizie  sull'uso  dell'incen- 
siere è  a  vedersi  T  articolo  Cap- 
pelle Pox\TiFiciE  e  quelli  delle  sa- 
cre funzioni.  Eugenio  de  Levis  fe- 
ce una  Dissertazione  degli  antichi 
turiboli^  della  forma  de*  turiboli^ 
ed  a  quale  uso  si  fossero  destinali 
questi  vasi  e  V  incenso  ?  Il  Macri 
dice  che  il  turibolo  significa  il 
corpo  di  Cristo,  l'incenso  la  di  lui 
divinità,  ed  il  fuoco  lo  Spirito  San- 
to, citando  Gem.  lib.  I,  cap.  12; 
ed  al  vocabolo  Thuribuluni  ag- 
giunge che  r  incensiere  si  chiamò 
ancora  Thyniiamateriwn  et  Sufflto- 
riunii  significando  il  verbo  thurifi,' 
co  incensare  o  dar    l' incenso. 

Rimarchevole  è  il  modo  singolare 
di  profi^  nare  con  incenso  il  celebre 
santuario  della  chiesa  cattedrale  di 
Compostella  [Fedi)  durante  il  giu- 
bileo dell'anno  santo,  ed  anche  nel- 
le festività  più  solenni  che  in  essa 
si  celebrano.  In  tale  chiesa  vi  è 
un  incensiere  di  smisurata  gran- 
dezza, nel  quale  si  pone  una  gran 
quantità  di  carbone  acceso,  con  cir- 
ca ottanta  libbre  d' incenso  ed  al- 
tri aromi  per  volta.  Questo  incen- 
siere viene  attaccato  ad  una  gran 
corda  di  canape  nella  sommità  del- 
la cupola,  ed  in  modo  che  l'in- 
censiere resta  distante   dalla    terra 


i56  INC 

palmi  ilìeci.  Due  uomini  inservien- 
ti della  chiesa  danno  con  forza 
movinienlo  all'incensiere,  giungen- 
do l'ondulazione  del  medesimo  dal- 
l'uno  all'altro  muro,  innalzandosi 
(ino  alla  volta  della  chiesa,  restan- 
do essa  in  breve  tempo  profuma- 
ta. Si  assicura  da  quelli  del  luo- 
go che  da  tempo  remotissimo  fu 
introdotto  questo  modo  di  profu- 
mare la  cattedrale,  col  fine  e  sco- 
po d'impedire  l'infezione  dell'atmo- 
sfera, che  per  l'innumerahile  con- 
corso continuo  di  forestieri  e  di- 
voti pellegrini  a  quel  giubileo,  ren- 
devasi  assai  pregiudizievole  alla  sa- 
nità. Forse  s\  grande  incensiere 
non  havyi  in  tutta  la  cristianità  , 
come  il  modo  di  usarlo  non  de- 
v'essere in  altro  luogo  praticato. 

INCENSO  ed  INCliNSAZlONE. 
Tlms,  inccnsum^  thiirificatio.  L'in- 
censo è  una  specie  di  gomma  o 
di  resina  aromatica  e  odorosa  che 
stilla  dall'albero  detto  dai  botanici 
Jiinipcrus  Lycia,  e  forse  da  qual- 
che altra  pianta  dei  lidi  meridio- 
nali del  mare  rosso.  Si  abbrucia- 
va ne'  sagrifizi ,  e  tuttora  si  ado- 
pera nelle  cerimonie  religiose.  Gli 
antichi  chiamarono  la  pianta  che 
produce  l'incenso  thurifera y  le  di 
cui  foglie  sono  simili  a  quelle  del 
pero.  Vi  si  tanno  delle  incisioni 
nei  giorni  canicolari  per  farne  sor- 
lire  la  resina  e  la  lagrima.  L'in- 
censo maschio  è  il  più  stimato; 
egli  è  rotondo ,  bianco ,  grasso  in- 
ternamente ,  e  si  accende  appena 
posto  sul  fuoco:  la  distinzione  del- 
l' incenso  maschio  viene  derisa  da 
Virey.  Si  chiamò  anche  olibano 
nella  bassa  latinità,  per  cui  quelle 
terre  la  cui  rendita  era  assegnata 
al  consumo  dell'iticenso  che  serviva 
alle  chiese  dalle  quali  queste  ter- 
re dipendevano,   presero   il    nome 


INC 

di  Olihanurn,  Olf-vano,  come  si  dis- 
se nel  voi.  XXVlll,  p.  200  del 
Dizionario.  L'erudito  p.  Menochio 
nel  tom.  I  ,  p.  2  5o  delle  Slnorcy 
tratta  al  cap.  XLVIll  :  Che  cosa 
nella  SrriUiira  sacra  significhi  que- 
sta parola  incenso,  e  che  cosa  sia,  e 
dove  nasca,  come  si  coltura  la  pianta 
che  la  produce  ec.  Vuoisi  che  nasca 
l'incenso  principalmente  nell'Egitto  e 
nell'Arabia, e  chequellodi  Saba  fos- 
se il  migliore.  Nel  salmo  71  leggia- 
mo :  Reges  arahuni,  et  Saba  dona 
adducent,  ec,  colle  quali  parole  pro- 
feticamente si  predisse  la  venuta  dei 
mogi  ad  adorare  Cristo,  e  i  doni 
che  offrirono  come  si  ha  dal  van- 
gelo, furono  oro,  incenso  e  mirra, 
e  r  incenso  come  frutto  del  paese 
loro  dal  quale  erano  venuti.  Fe- 
di Epifania.  Anticamente  era  me- 
no comune  perchè  costosissimo,  ed 
in  singoiar  pregio  :  quindi  si  fal- 
sificò, mescolandosi  il  vero  Oliba- 
no col  mastice  e  col  galipot,  spe- 
cie di  resina  eh'  esce  spontanea- 
mente dai  vecchi  pini  massime 
marittimi,  e  si  forma  in  lagrime 
al  pari  del  vero  incenso.  In  Ger- 
mania si  fa  gran  uso  di  tal  resi- 
na, ed  è  chiamata  incenso  di  Tu- 
ringia,  perchè  si  trae  dai  pini  di 
quella  provincia.  Si  è  anche  fatta 
distinzione  dell*  incenso  prodotto 
neir  Africa ,  da  quello  delle  Indie 
che  si  ricava  da  piante  teribinta- 
cee. 

La  parola  incenso  deriva  dal- 
l'esalarne  che  fa  il  vapore,  innal- 
zandosi al  cielo,  come  quello  ch'e- 
salava dalle  carni  della  vittima  ab- 
bruciata, nominata  da  ciò  incenso, 
cosa  abbruciata,  per  una  figura 
rettorica  che  fa  prendere  l'effetto 
per  la  causa  ,  il  fumo  che  sorte 
dalla  carne  abbruciata  per  la  me- 
desima carne  abbruciata.  Dice  il  p. 


INC 

Menocliio  :  la  parola  incenso  non 
sempre  significa  quel  sugo  o  lagri- 
ma condensata  ed  odorala  clie 
particolarmente  si  abbrucia  nelle 
chiese  in  onore  di  Dio,  ma  s'in- 
tende anco  a  significare  il  sagrifi- 
zio  dell'olocausto  che  si  faceva  da- 
gli ebrei  secondo  la  legge  di  Mosè, 
il  cui  rito  consisteva  che  l'anima- 
le sacrificato  ed  imposto  sopra  del- 
l'altare  con  il  fuoco  si  consumas- 
se, laonde  gli  sconvenisse  il  nome 
d'incenso  c\oè  abbruciato.  Così  nel 
cap.  XXIX  dell'Esodo  si  legge: 
Offtrens  totani  arietem  in  incensi/ ni 
super  altare;  e  nel  salmo  LXV: 
Holocausta  niedullata  afferam  tibij 
cum  incenso  arietem.  Anzi  non  so- 
lo l'olocausto,  ma  qualsivoglia  al- 
tro sacrificio  ed  ogni  oblazione,  che 
secondo  la  legge  antica  passava  per 
il  fuoco,  si  chiamava  incenso j  così 
nel  libro  de'JNumeri  cap.  XXVIII 
comandò  Dio,  che  oblationes  et  pa- 
nes ,  et  incenswn  odoris  suavi^sinii 
afferatur  per  tempora  sua.  Laonde 
incensuni  non  sempre  significa  thus, 
e  la  parola  incensa  ni  di  cesi  in  e- 
braico  ische  che  sonat  ignilioneni^ 
come  nota  il  Bon fieri o.  Nell'Esodo 
cap.  XXX,  V.  34  e  87,  Dio  pre- 
scrisse a  Mosè  il  modo  di  compor- 
re il  profumo  che  doveva  essere 
bruciato  nel  tabernacolo,  proiben- 
do però  agi'  israeliti  di  farne  di 
simili  per  loro  uso.  Quindi  le  un- 
zioni fatte  cogli  olii  profumati  di- 
vennero il  simbolo  di  consacrazio- 
ne :  le  parole  Unto^  Cristo,  Mes- 
sia, che  hanno  lo  stesso  senso,  in- 
dicarono una  persona  reverenda 
consacrata  e  cara  al  Signore.  Non 
si  offrivano  incensi  sugli  altari  de- 
gli olocausti,  ma  vi  si  abbrucia- 
vano delle  vittime,  come  un  odo- 
re gradito  al  Signore.  Nel  salmo 
CXL  si  dice  :  Dirìgalur  oratio  incu 


INC  i57 

sicut  incenswn  in  conspectu  tao;  e 
nel  capo  I  di  s.  Luca,  dove  si  parla 
di  s.  Zaccaria  padre  di  s.  Giovan- 
ni Battista,  Sorte  exìit  ut  poneret 
incensum  ingressas  in  lemplwn  Do- 
mini. V.  Incensiere.  Il  Ptinaldi  nel- 
r  Apparato  agli  annali  num.  74» 
osserva  che  nel  tempio  si  trovava- 
no pili  turiboli  o  sia  incensieri  d'o- 
ro, e  che  l'altare  posto  nel  primo 
tabernacolo  dentro  del  primo  velo 
detto  altare  thyniiamatis ,  da  s. 
Luca  si  chiamò  altare  incensi.  Tra 
gli  ebrei  essendo  l'incenso  in  mo- 
do particolare  consacrato  al  Signo- 
re ,  il  presentarlo  era  funzione 
propria  de'  sacerdoti,  i  quali  due 
volte  al  giorno,  la  mattina  e  la  se- 
ra, entravano  nel  santuario  per  ab- 
bruciarvi r  incenso. 

I  gentili  oiFrivano  incenso  ai  lo- 
ro idoli  per  onorarli  ,  e  tra  loro 
l'offrire  l'incenso  agl'idoli  era  lo 
stesso  che  sacrificare.  Arnobio  pe- 
rò nega  che  l'incenso  fosse  adope- 
rato dagli  antichissimi  pagani  nei 
sagrifizi,  massime  quelli  lontani  dal- 
l'Arabia Felice,  luogo  principale  ove 
nasce  questo  aroma.  Per  cui  il  Sar- 
nelli  dice  che  l'invenzione  dell'of- 
ferta dell'  incenso  a  Dio  devesi  a 
Mosè  ch'avea  praticato  nell'Arabia, 
o  allo  stesso  comando  di  Dio,  on- 
de al  dire  del  Sarnelli  fu  senti- 
mento comune  di  tutte  le  genti 
che  a  Dio  solo  l' incenso  si  offeris- 
se, quindi  disse  Ovidio  nelle  Me- 
tamorph.  lib.  1 4"'  Tempia  libi  sta- 
taani,  solvam  tibi  ihuris  honores. 
Che  l'incenso  poi  ancora  presso  gli 
antichi  gentili  fu  adoperato  nell'e- 
sequie de'  defunti,  lo  accenna  Vir- 
gilio nel  lib.  VI  MV  Eneide:  A- 
versi  tenuereni  facem,  congesta  ere- 
mantur  Thurea  dona.  I  greci  pe- 
rò e  gli  arabi,  e  quasi  tutti  gli 
antichi  popoli  conobbero  l'incenso, 


i58  INC 

e  ne  fecero  uso  nei  loro  sngrlfìzl,  e 
ne  profumarono  sovente  i  loro  tem- 
pli. Narra  Giovanni  Villani  che 
anticamente  si  sacrificava  agli  dei 
un  fumo  d'incenso,  che  si  appelha- 
"va  tiiscio,  forse  perchè  adoperato 
ne*  tempi  più  antichi  dagli  etru- 
schi. Dunque  sembra  vero  che  l'in- 
censo ha  goduto  in  tutte  l' età  il 
privilegio  di  servire  al  culto  della 
divinità.  Tuttavolta  s'introdusse  il 
costume  di  offrire  incenso  anche 
ai  principi  della  terra,  ai  ministri 
di  Dio,  ed  ai  grandi  dignitari,  per 
cerimonia  collegata  col  culto  divino; 
e  vuoisi  ch'abbia  avuto  incomincia- 
mento  cogli  imperatori  di  Costan- 
tinopoli. Dell'uso  superstizioso  del- 
l'incenso, adoperato  per  indovina- 
re, veggasi  Martino  del  Rio,  Disquis. 
magic,  lib.  4>  e.  2,  quaest.  2,  sect. 
I,  dove  parla  della  thurifumia, 
cioè  dell'  indovinare  per  via  del  fu- 
mo dell'incenso,  e  della  libanoman- 
zia,  citando  Dione  Cassio  1  4^>  Hi- 
storia  Augustae.  L'uso  dell'  incen- 
so è  antichissimo  anche  fra  i  cri- 
stiani, sebbene  alcuni  dicono  non 
potersi  provare  con  valide  testimo- 
nianze ch'essi  lo  abbiano  adopera- 
to nei  tre  primi  secoli.  Tertullia- 
no nel  cap.  ^1  del  suo  Apologeti' 
co  assicura  che  non  se  ne  faceva 
«so  al  suo  tempo  nella  Chiesa , 
dappoiché  rispondendo  al  rimpro- 
vero che  gl'idolatri  facevano  a' cri- 
stiani di  essere  inutili  al  commer- 
cio della  vita,  scrisse.  '»  Veramen- 
te noi  non  facciamo  acquisto  d'in- 
censo. Se  i  mercanti  d'  Arabia  se 
ne  lagnano,  i  sabei  sapranno  che 
noi  impieghiamo  una  maggior  quan- 
tità dei  loro  aromati  nel  seppelli- 
re i  cristiani,  che  voi  nel  profuma- 
re i  vostri  Dei  '*.  Però  si  dice  nel- 
la vita  di  s.  Solerò  Papa  del  lyS, 
che  vietò  alle  sacre   vergini   d' in- 


ING 

censare  nelle  chiese,  decreto  che 
vuoisi  rinnovalo  dal  Pontefice  s. 
Conificio  I  eletto  nel  4'^J  "^^  ^ 
critici  dubitano  di  tali  decreti.  ^. 
il  Rinaldi  all'anno  179,  num.  49- 
Tuttavolta  non  si  deve  tacere  che 
nel  libro,  De  consummatione  mun- 
di di  s.  Ippolito  vescovo  di  Porto, 
che  viveva  nei  primi  anni  del  ter- 
zo secolo,  pare  che  gli  odorosi  pro- 
fumi avessero  luogo  ne' sacri  tem- 
pli. Oltre  a  ciò  abbiamo  che  s. 
Efrem,  fiorito  nel  IV  secolo,  parla 
dell'incenso  come  di  un  rito  usa- 
to dai  cristiani,  nel  suo  testamento 
riportato  dall'Assemanni.  Forse  Ter- 
tulliano, nell'escludere  l'uso  del- 
l'incenso presso  i  cristiani,  fu  mos- 
so da  falsa  opinione,  perchè  non 
diffuso  a  suo  tempo  universalmente. 
Altri  stranamente  con  De  Vert  cre- 
dono che  r  incenso  non  sia  stato 
dapprima  introdotto  nella  Chiesa 
che  per  purificare  e  profumare  i 
luoghi  ove  si  celebrava  l'uffizio,  e 
le  cose  che  servivano  ad  esso:  que- 
sta fumicazione  o  suffumicazione 
degli  antichi  era  necessaria  nelle 
chiese  a  motivo  del  cattivo  odore 
inevitabile  dalla  gran  moltitudine 
del  popolo  che  vi  si  radunava  ,  e 
più  ancora  nei  sotterranei  e  cata- 
combe dove  i  primi  fedeli  teneva- 
no le  loro  riunioni,  e  celebravano 
i  santi  misteri.  A  tali  congetture 
si  oppose  fortemente  il  p.  Le-Brun 
nel  tom.  I,  pag.  i47,  Spiegazione 
della  messa,  in  cui  dimostra  che 
i  cattivi  odori  non  erano  affitto 
da  temersi  nelle  riunioni  de*  fedeli 
del  IV  secolo,  nel  quale  si  vnde 
già  l'uso  dell'  incenso  stabilito  dai 
canoni  apostolici,  e  dai  ss.  Efrem, 
Ambrogio  e  Giovanni  Crisostomo, 
e  dalle  liturgie  di  s.  Giacomo  e 
di  s.  Basilio.  Le  chiese  di  que'  tem- 
pi erano  spaziose  e    molto    ariose, 


INC 

ed  in  molte  la  soffitta  essendo  di 
legno  di  cedro  esso  spandeva  gra- 
to odore.  D'altronde  per  espellere 
i  cattivi  odori  non  sarebbe  stato 
necessario  che  il  Pontefice  stesso 
mettesse  V  incenso ,  lo  benedicesse 
e  facesse  tutta  la  cerimonia  del- 
l' incensare.  L' incenso  sarebbe  pure 
stato  inutile  nella  cerimonia  solen- 
ne della  consacrazione  del  santo 
crisma,  a  cui  i  greci  aggiunsero  da 
tempo  immemorabile  gli  odori  i 
più  squisiti  ch'essi  preparavano  sul 
fuoco  nella  chiesa  durante  i  tre 
giorni  che  precedevano  quella  ce- 
rimonia, ciò  che  non  toglieva  che 
il  Pontefice  non  incensasse  intorno 
all'aliare.  Sembra  quindi  che  l'in- 
censo non  sia  stato  introdotto  nel- 
la Chiesa  per  ragioni  fisiche,  o  al- 
meno che  se  queste  ragioni  hanno 
cagionato  quest'uso  in  alcuni  luo- 
ghi, ciò  non  fu  con  esclusione  del- 
le ragioni  mistiche  ;  ma  che  all'op- 
posto queste  ultime  ragioni  hanno 
acxjompagnato  le  prime,  ch'esse  sus- 
sistettero dopo  di  quelle,  ch'esse 
furono  più  universali,  ed  anco  u- 
niche  in  molli  luoghi. 

Le  ragioni  misteriose  e  spirituali 
sono  queste.  Si  offre  l' incenso  a 
Dio  per  rendergli  omaggio  come  a 
nostro  supremo  Signore,  per  atte- 
stargli che  siamo  sempre  pronti  a 
consumare  noi  stessi  per  la  sua  glo- 
ria, e  per  palesargli  la  brama  che 
nutriamo  che  le  nostre  preghiere 
s'innalzino  sino  all'eterno  suo  tro- 
no, come  un  dolce  profumo  ed  un 
incenso  di  grato  o<lore.  Altresì  l'in- 
censo denota  le  preghiere  de'  santi 
che  la  Scrittura  ci  rappresenta  co- 
me profumi  offerti  a  Dio.  S'incen- 
sa l'altare  per  pregare  Gesù  Cri- 
sto, figurato  nell'Apocalisse  coU'al- 
tare,  di  accogliere  le  nostre  pre- 
ghiere figurate  dall'  incenso.    Nella 


INC  15:9 

chiesa  greca  essendo  sempre  pre- 
sente il  diacono,  esso  sempre  in- 
censa l'altare  ;  ma  nella  chiesa  la- 
tina il  sacerdote.  Inoltre  i  greci 
neir  incensare  sempre  formano  col 
toribolo  la  croce.  Anticamente  però 
una  volta  l'anno  il  diacono  soleva 
nella  quarta  feria  della  terza  set- 
timana dell'avvento  incensare  l'al- 
tare nel  tempo  del  mattutino,  quan- 
do il  diacono  accompagnato  dal  sud- 
diacono ed  altri  accoliti  ascendeva 
processionalmente  in  pulpito  ossia 
ambone,  ove  cantava  il  vangelo  cor- 
rente: Missus  est  Angelus  Gabriel, 
con  r  omelia  seguente,  la  quale  fi- 
nita incensava  l'altare.  Questa  ceri- 
monia significava  l'annuncio  fatto 
alla  Vergine  dall'Angelo  il  cui  officio 
fa  il  diacono;  l'incensazione  poi 
dell'altare  denotava  la  venuta  dello 
Spirito  Santo  sopra  la  Vergine,  come 
spiega  il  Durando.  Nei  primi  secoli 
precedeva  l'incenso  quando  il  diacono 
dall'  altare  si  portava  al  detto  am- 
bone^ e  quando  da  questo  ritorna- 
va all'altare.  L'incenso  dovea  pur 
precedere  l'entrata  solenne  del  sa- 
cerdote nel  tempio,  per  la  celebra- 
zione del  sacrifizio.  Si  bruciava  in- 
oltre l'incenso  avanti  l'altare,  oon 
cui  profumasi  tutto  all'intorno,  pri- 
ma che  avesse  principio  la  sacra 
liturgia,  dappoiché  l'incensazione 
dell'oblata,  come  quella  del  clero 
e  del  popolo  si  devono  ritenere 
posteriori  ai  primi  tempi.  Però  già 
nel  IX  secolo  si  parla  dai  liturgici 
dell'incensazione  dell'oblata  come 
d'un  rito  introdotto  in  diversi  luo- 

S'incensano  le  croci  e  le  immagi- 
ni, e  gl'incensamenti  si  riferiscono 
agli  originali,  cioè  a  Gesù  Cristo 
ed  ai  santi,  ai  quali  noi  dirigiamo 
l'incenso  delle  nostre  preghiere.  S'in- 
censano i  libri  degli    evangeli    per 


i6o  INC 

attestare  con  tale  cerimonia  ester- 
na il  rispello  clic  abbinino  per  la 
parola  di  Dio,  e  il  buon  odore  che 
ne  viene  sparso,  come  disse  s.  Pao- 
lo, da  tutti  coloro  che  mettono  in 
pratica  la  parola  stessa.  Si  porla 
l' incenso  avanti  al  vangelo  per  de- 
notare la  soavità  dell'  odore  nato 
dalla  passione  di  Cristo  predicato 
nel  vangelo.  S'incensano  le  offer- 
te che  si  fanno  a  Dio  per  suppli- 
carlo di  riceverle  come  un  incenso 
di  grato  odore.  S'incensano  le  obla- 
te  per  significare  l'unzione  fatta  al 
capo  di  Cristo  prima  della  sua  pas- 
sione dalla  Maddalena,  come  notò 
Innocenzo  III.  S'incensano  i  fedeli 
per  avvertirli  di  elevarsi  a  Dio  col 
fervore  delle  loro  preghiere,  di  cpn- 
sumarsi  pel  suo  servigio  come  l'in- 
censo, e  di  spandere  dovunque  il 
buon  odore  di  Gesù  Cristo.  Tali 
incensazioni  si  fanno  anche  per  di- 
mostrare l'unione  ch'esiste  fra  Ge- 
sù Cristo  e  i  fedeli,  ed  è  perciò 
che  s'incensa  prima  l'altare  che 
rappresenta  Cristo  e  poi  i  fedeli 
che  sono  i  suoi  membri,  e  che  de- 
vono pregare  in  Gesù  Cristo,  per 
lui,  e  con  lui.  S'incensano  parti- 
colarmente i  vescovi,  i  preti,  i  re, 
i  principi,  le  principesse  e  le  altre 
persone  di  distinzione  per  rendere 
onore  al  loro  carattere  e  alla  loro 
dignità.  S'  incensano  le  reliquie  dei 
santi  per  attestare  che  il  buon  odo- 
re di  Gesù  Cristo  è  sparso  da  essi 
in  vita,  e  si  sparge  anche  dopo  la 
loro  morte.  Il  Sarnelli  nelle  Lett, 
eccl.  tom.  Vili,  lett.  XXVI,  Che 
il  celebrante  il  quale  incensa  il  ss. 
Sagraniento  esposto,  deve  genujlet- 
tere  sopra  il  primo  gradino  delfal- 
tare,  è  di  parere  che  nella  celebra- 
zione il  celebrante  debba  genuflet- 
tere  al  primo  e  sùperior  gradi- 
no dell'  altare  ,    perchè  più  spedi- 


INC 

tamenle  possa  fare  le  sue  funzioni; 
negli  altri  casi  debba  genuQettere 
ncll'  inlìmo  gradino.  Nelle  messe 
de'  morti,  e  quando  è  esposto  il  ss. 
Sagramento  non  si  bacia  l'  incen- 
siere uè  la  mano  del  sacerdote  nel 
ministrar  l' incensiere ,  come  dice 
il  Macri.  Anzi  avanti  il  ss.  Sagra- 
mento esposto  non  si  benedice  l'in- 
censo né  si  bacia  il  cucchiaio  né 
l'anello  dell'incensiere  ossia  som- 
mità dell'incensiere.  Nelle  messe 
de'  morti  all'elevazione  il  suddiaco- 
no incensa  l' ostia  e  il  calice  ;  in 
quelle  de'  vivi  ciò  fti  il  cerimonie- 
re. Ponendosi  poi  l'incenso  nel  to- 
ribolo  per  incensare  solamente  il 
ss,  Sagramento,  egualmente  non  si 
benedice;  ma  dovendosi  incensare 
anche  l'altare  con  occasione  di  mes- 
sa o  vespero  si  benedirà  l' incenso 
conforme  al  solito,  ancorché  sia 
esposto  il  Santissimo. 

S' incensano  i  corpi  dei  morti  e 
le  tombe  dei  fedeli  per  indicare 
che  la  memoria  dei  fedeli  che  muo- 
iono nel  seno  della  Chiesa  è  in 
buon  odore,  e  che  la  Chiesa  offre 
per  essi  ed  anche  per  quelli  che 
vivono  l'incenso  delle  sue  preghie- 
re. Nel  secolo  V  la  dama  Periste- 
ria  lasciò  la  propria  eredità  alla 
Chiesa,  ut  prò  ejus  anima  incen- 
swn  obluleritj  costume  sin  d'allora 
praticato  ne'funerali  de' defunti,  e 
solo  poi  censurato  dagli  eretici.  Il 
Rinaldi  all'an.  34,  num.  3o8,  dice 
che  ne'primi  tempi  del  cristianesi- 
mo solevansi  onorare  i  corpi  dei 
defunti  con  incenso  acceso,  ed  il 
tralasciar  questa  pratica  era  stima- 
to delitto  grande.  Il  Sarnelli  nel 
tom.  V  delle  Lett.  ecc/.,  lett.  XLVI, 
Perche  si  dia  Vincenso  a' morti  nel' 
le  loro  esequie^  primieramente  os- 
serva che  il  Durando  slimò  che  le 
incensazioni    ai    defunti    tolga  alle 


INC 

loro  anime  dei  peccati  veniali.  Che 
sì  legge  nel  Numeri  cap.  XVI, 
Ter.  4^»  ^^^  Aronne  postosi  in 
mezzo  tra  i  vivi  e  i  morti  offrì  a 
Dio  l'incenso  per  comando  di  Mo- 
sé  ispirato  da  Dio,  benché  solo  era 
lecito  offrirlo  nell'altare  detto  iby- 
miama.  Ora  essendo  verissimo  quan- 
to dice  s.  Tommaso,  che  noi  non 
facciamo  l'incensazione  come  ceri- 
monia della  legge  antica,  ma  per- 
chè così  ha  stabilito  la  Chiesa,  on- 
de non  l'adopriamo  nello  stesso 
modo  che  si  adoperava  allora.  In- 
censiamo, die*  egli,  il  Sagramento 
per  due  motivi:  uno,  ut  scilicet 
per  bomim  odoretn  depellatur  si 
quid  corporaliler  pravi  odoris  in 
loco  fuerit;  il  secondo  è  per  rap- 
presentare l'effetto  della  grazia, 
della  quale  Cristo  fu  ripieno,  co- 
me di  buon  odore,  secondo  la  Ge- 
nesi 27:  Ecce  odor  fila y  sicut  odor 
agri  pieni  j  e  perchè  da  Cristo  si 
deriva  a'  fedeli  questo  buon  odore 
per  mezzo  dell'ufficio  de'ministri , 
giusta  quello  eh' è  scritto  ad  Co- 
rinth.  2  :  Odorem  notitiae  suae 
spargit  per  nos  in  omni  loco  j  e 
perciò  incensato  per  ogni  parte 
l'altare,  s'incensano  tutti  gli  assi- 
stenti al  sacrifizio  per  ordine.  On- 
de Isichio,  Beda,  Radulfo  ed  altri 
dicono:  Thus  significat  virtutern  re- 
ligionis  ed  oralionisy  psalm.  CXL,  2: 
Dirigaiur  oratìo  mea  sicut  incensum 
in  cospectu  tuo.  linde  in  sacris 
adhibetur  thurificatio ,  ut  praesen- 
tes  moneantur  devotionis,  et  ora' 
tìonis  internae.  S' incensa  adunque 
il  morto  per  denotare  che  il  de- 
funto fedele  si  offrì  a  Dio  in  odo- 
re delle  buone  opere,  perchè  l'in- 
censazione significa:  opera  sancta 
fervore  charilatis  quasi  liquefactay 
et  fra  granii  a,  quae  in  ignem  ejus- 
dem  charitatis  adolentur  Beo,  ideO' 

VOL.    XXXIV. 


INC 


161 


que  odorem  emittunt  sunvissimum, 
Deoque  gratissimum.  Oltre  all'in- 
censazione si  aspergono  i  cadaveri 
coH'acqua  benedetta,  in  segno  del- 
la società  e  comunione  de*  sacra- 
menti che  i  defunti  ebbero  con  noi 
mentre  vissero  ;  onde  Dionisio  por- 
ta per  tradizione,  che  anticamente 
i  vivi  baciavano  i  morti  in  segno 
dell'unità  ch'ebbero  con  essi.  E 
Durando  dice,  che  si  ponno  pren- 
dere anche  in  ordine  a  Dio,  per 
haec  tali  a  Deo  in  defunctis  revc' 
rentiani  exhibemus,  quorum  mem- 
bra credimus  fuisse  tempia  Spiri- 
tus  Sancii.  Scioglie  qui  il  Gavanto 
un  dubbio,  ed  è  se  si  debba  be- 
nedire l'incenso,  col  quale  s'incen- 
sano i  morti?  E  la  ragione  di  du- 
bitare è  che  di  questa  benedizione 
non  si  parla  ne'messali  antichi,  né 
ne'  moderni  cerimoniali  de'  vesco- 
vi, e  rituale  de'parrochi  de' suoi 
tempi;  ma  solo  nel  messale  rico- 
nosciuto apertamente  si  comanda 
in  questo  luogo  e  con  queste  pa- 
role: benedicens  illud  more  solito. 
Risponde  adunque  doversi  ciò  fare 
per  tre  ragioni:  i."  per  l'autorità 
del  cerimoniale  del  Papa,  lib.  I, 
sect.  i5,  cap.  I,  dove  espressamen- 
te si  comanda  che  si  benedica 
l'incenso  per  incensare  i  defunti j 
con  aggiungere  le  parole:  Ab  ilio 
benedicaris ',  2."  perchè  al  dire  di 
Innocenzo  III,  De  myst.  missae^ 
lib.  2,  cap.  17,  l'incensazione  si 
fa  precisamente  per  scacciare  i  de- 
monii,  qual  ragione  porta  insieme 
la  benedizione  dell'incenso;  3."  si 
aspergono  i  defunti  non  coU'acqua 
semplice,  ma  coH'acqua  benedetta, 
dunque  debbonsi  incensare  coli' in- 
censo benedetto.  Oltre  a  ciò  si 
prescrive  la  benedizione  dell'  incen- 
so nelle  messe  da  morto,  e  nell'as- 
soluzione del  tumulo,  tanto  nel  Cc' 
1 1 


t€^  INC 

rimontale  de*  vescovi  fatto  slampa- 
i-e  da  Clemente  XI,  al  lib.  Il,  cap. 
XI,  come  nel  medesimo  Cerimo- 
niale corretto  da  Benedetto  XIV, 
al  lib.  II,  cap.  XI,  §  6  e   la. 

Del  significato  de'  cinque  gra- 
ni d'  incenso  che  s' infìggono  nel 
Cereo  pasquale  (Fedi),  è  detto 
a  queir  artìcolo.  Nei  primi  secoli 
della  Chiesa  fu  chiamato  thurifica- 
tus  quel  cristiano  il  quale  per  ti- 
more della  persecuzione  offriva  l'in- 
censo agli  idoli;  essi  erano  anche 
chiamati  thurificuli,  e  da  Tertullia- 
no sono  nominati  thurarii.  Molti 
furono  poi  i  gloriosi  confessori  di 
Cristo,  che  ricusando  offrire  incen- 
so agli  idoli  ricevettero  la  palma 
del  martirio  :  uno  di  questi  fu  s. 
Giovanni  prete,  decollato  nella  via 
Salaria  vecchia  avanti  la  statua  del 
Sole,  a  cui  con  generoso  rifiuto  ne- 
gò offrire  l'incenso,  detestando  pub- 
blicamente tale  sacrilego  culto.  Qua- 
lora un  cristiano  gettava  de'  grani 
d'incenso  sul  focolare  in  onore  degli 
dei,  era  ritenuto  per  apostata  di 
sua  religione.  Il  vescovo  s.  Ghe- 
rardo ordinò  che  nella  sua  chiesa 
\\  fosse  un  vaso  col  fuoco,  e  che 
sempre  giorno  e  notte  si  ponesse 
sopra  incenso,  o  altra  materia  odo- 
rosa, in  onore  della  Beata  Vergine; 
e  il  Papa  s.  Gregorio  I  mandò 
alPabbate  Secondino  aloe,  timiama, 
storace  e  balsamo  da  consumarsi 
in  onore  de'  ss.  martiri.  Simili  o- 
dori  volle  il  Pontefice  s.  Sergio  I 
che  si  bruciassero  avanti  il  sepoN 
ero  de'ss.  apostoli,  in  un  vaso  d'o- 
ro che  destinò  a  quest'uso.  Avver- 
te il  Macri  che  ponendosi  nell'in- 
censiere altra  sorte  di  aromati  o- 
doriferi ,  sempre  si  deve  mesco- 
lare r  incenso,  il  quale  dev'essere 
nella  maggior  parte,  citando  il  ce- 
lemoniale    de'  vescovi  lib.    I,  cap. 


INC 

23.  Aggiunge  che  in  ciò  si  manca 
notabilmente  in    alcune  chiese,  po- 
nendo nell'incensiere  storace,  o  al- 
tra sorte  d'odori,  non  consideran- 
do i  misteri   nascosti  sotto  l'incen- 
so, e  le  parole  pronunziate  dal  sa- 
certlote    nel    benedire     quanto  nel- 
r  incensare,  le  quali   noti  si  posso- 
no applicare    ad    altri    aromi.    Le 
cerimonie    e  le  preci  che  si  usano 
presentemente  nel  benedire  l'incen- 
so nella    chiesa    ambrosiana,  e  nel 
farsi   l'incensazione  durante  la   mes- 
sa, sono  quelle  che  praticare  si  so- 
gliono secondo  il  rito  romano,  l'ul- 
tima oraziione  eccettuata;  ma  duran- 
te l'incensazione  della  croce  dell'al- 
tare ,    l*  ostia    si  tiene  coperta  colla 
patena,  uffizio  essendo  del  diacono 
il  coprirla   e  lo  scoprirla.  E   altre- 
sì antica  cerimonia  della  chiesa  am- 
brosiana,   che  il    diacono    dopo  di 
avere    incensato    il    sacerdote,    giri 
dietro  ballare    preceduto  dagli  ac- 
coliti, profumandolo  con  l'incenso  ; 
ed    arrivato  al    corno  del    vangelo 
col  turibolo,  faccia  sulla  mensa  uu 
segno    di  croce,  da    lui  poscia  ba- 
ciala.   Ritiene    pure  la  chiesa  am- 
brosiana l'altra  cerimonia,  che  ter- 
minata dal    diacono    1*  incensazione 
nel  coro,  un  accolito  ai  cancelli  del 
presbiterio    dia  l'incenso  al  popolo. 
Altro  rito  della    chiesa  milanese  è 
quello  d'incensarsi  l'arcivescovo  sia 
nella    messa    che    ne'  vesperi    dalla 
prima  dignità    glnocchione:  se  pe- 
rò ne'  vesperi    cade    l' incensazione 
durante  il     Magnificat ^  gli    si    dà 
l'incenso  dal   ministro  in  piedi.  An- 
che   il    sommo    Pontefice    quando 
si    trova    a    sedere    nella    cattedra 
viene  incensato  dal  cardinale  assi- 
stente inginocchiato,  per  denotare 
la  riverenza   verso    la    prima  sede, 
ma  quando  si  trova  in  piedi  viene 
incensato    dal  medesimo    cardinale 


INC 

in  piedi,  come  si  legge  nel  Macri 
polizia  dtvocah.  eccl.  Altre  spie- 
gazioni suir  incensazione  che  sì  fa 
in  ginocchio  al  Papa,  ed  all'arci- 
vescovo di  Milano,  le  riportammo 
al  voi.  Vili,  pagina  249  del  Di- 
zionario. 

Il  medesimo  Macri  dice  che  do- 
po il  vangelo  non  s'incensa  il  su- 
periore, ancorché  baci  il  libro,  men- 
tre non  è  vestito  con  paramenti 
sacri.  Che  il  cardinal  titolare  nel- 
la propria  chiesa  mentre  assiste  al- 
la messa  cantata  bacia  il  libro  del 
vangelo,  ma  nel  medesimo  tempo 
è  incensato  il  vescovo  celebrante. 
Perciò  soggiunge,  che  la  regola  ge- 
nerale si  è,  che  dopo  il  vangelo, 
ed  al  principio  della  messa  mai  si 
incensa  il  superiore,  se  non  è  ve- 
stito in  abiti  sacri,  ma  solamente 
nell'offertorio,  e  questo  si  osserva 
in  cappella  pontificia  con  il  Papa, 
il  quale  sempre  assiste  paralo  con 
piviale  e  mitra.  Nel  cerimoniale 
corretto  sotto  Innocenzo  X,  lib.  T, 
cap.  23  ,  si  dichiara  assai  manife- 
stamente la  pratica  di  questo  rito 
colle  parole .  Nullus  vero  ncque 
legatiis,  neqiie  cardinalìs^  ncque  e- 
piscopus,  si  non  sint  mitrati,  in- 
censantur  in  missae,  nisì  semel,  sci- 
liret  post  ohlatae.  Noteremo  che 
ciò  ha  luogo  se  il  cardinale  nel  suo 
titolo,  ed  il  vescovo  nella  sua  dio- 
cesi assistono  colla  cappa,  non  pe- 
rò se  assistono  con  mitra  o  pivia- 
le. Nelle  cappelle  pontifìcie  i  car- 
dinali sono  incensati  con  due  tiri 
presente  o  assente  il  Papa  ;  i  ve- 
scovi e  gli  altri  prelati  e  i  laici 
nobili  che  hanno  luogo  in  cappel- 
la, con  un  solo  tiro.  Sulle  incensa- 
zioni che  si  fanno  nelle  Cappelle 
pontijìcie  se  ne  tratta  ai  rispettivi 
luoghi  di  quell'articolo,  massime 
per  le  messe  c.vesperi  al  voi.  VIIT, 


INC  i63 

p.  249  e  2^5,  e  nel  pontificali 
al  voi.  IX,  p.  24  e  74  del  Diziona- 
rio. Fu  proposto  il  dubbio,  perchè 
i  cardinali  assente  il  Papa  nelle 
cappelle  papali  s' incensino  duplici 
ductUj  e  nelle  cardinalizie  triplici  ? 
Risposta.  Per  uno  stabilimento  fatto 
con  decreto,  e  riferito  da  monsi- 
gnor Febei  maestro  delle  cerimo- 
nie pontificie  nell'anno  1699,  col 
quale  si  prescrive,  che  nelle  fun- 
zioni, nelle  quali  vi  è  il  trono  del 
Papa,  i  cardmali  s'incensino  dupli- 
ci ductu,  e  triplici  quando  non  vi 
è  il  trono.  Monsignor  Dini,  altro 
maestro  delle  cerimonie  pontificie, 
riporta  questo  istesso  nel  suo  Ce- 
rimoniale pratico,  che  mss.  si  conser- 
va nell'archivio  de'cerimonieri  pon- 
tificii, nel  t.  I,  per  la  cappella  semi* 
papale  di  s.  Tommaso  d'  Aquino. 
L'uso  de'profumi  è  antico  come  il 
mondo,  ed  era  specialmente  neces- 
sario nelle  prime  età  nei  paesi  cal- 
di, e  presso  tutti  i  popoli  che  non 
conobbero  l'uso  de'pannilini,  di  che 
parlammo  pure  all'articolo  Bagni 
(Fedi).  Per  onorare  una  persona 
profumavasi  la  camera  dove  si  rice- 
veva ,  si  spandeva  olio  odorifero 
sulla  sua  testa,  si  profumavano  gli 
abiti  di  festa.  L'  astenersi  dagl'  in- 
censi e  dagli  olii  odoriferi  era  un 
segno  di  penitenza.  Tosto  che  i 
grati  odori  furono  un  segno  di  ri- 
spetto e  di  affezione  verso  gli  uo- 
mini^  si  conchiuse  che  si  doveano 
anco  adoperare  nel  culto  della  di- 
vinità. Giuseppe  Maria  Querci  nel 
1764  stampò  in  Róma  un  opusco- 
lo Sul  gusto  degli  antichi  romani 
per  gli  odori. 

Quanto  all'incenso  ed  all'incensa- 
zione, oltre  gli  articoli  Messa  so- 
lenne, Vesperi  ed  altri  ,  si  pos- 
sono consultare  i  seguenti  auto- 
ri. Chr.    Henr.  Rroemelnj    De   fhu- 


i64  INC 

m  usu  in  fimerihuSy  et  sacrìs  rc- 
liquìs  vetenim  chrìstianoruni^  1687, 
Georpf.  Henr.  MartiDÌ,  Dissertaiìo 
tic  thurÌ9  in  veterum  christìano- 
ntm  sacris  usUj  Lipsìae  17 52.  Let- 
tre de  31.  Dodwel  à  un  ami^  toii- 
chant  Vusage  de  Vencens  dans  le 
service  public  de  l'eglise,  nella  BibL 
anglaise  tom.  II,  part.  I,  art.  i. 
Ang.  Mar.  Feltri,  De  thuris  in 
veterum  christianorum  sacris  usu 
adversus  G.  Henr,  Martini,  Romae 
1765.  Essere  antico  il  rito  dell'in- 
censazione ne'  sacri  ministeri  lo 
prova  il  cardinal  Bona,  Rer.  liturg. 
lib.  I,  e.  25,  n.  9,  con  questo  passo 
di  s.  Ambrogio,  in  Exposit.  in  Lue. 
lib.  I,  n.  28  :  Atque  ulinani  nobis 
quoque  adolendbus  aitarla  ac  sa- 
crificìum  ferentibus  adsistat  Ange- 
lus! Dal  qual  luogo  i  detti  edito- 
ri raccolgono,  che  hanno  ricono- 
sciuto gli  antichi  padri  nella  Chie- 
sa esservi  un  vero  sacrifizio.  V.  il 
Barbosa,  Tractatus,  ec.  in  signifi- 
cata ihurificationis  in  missa  sole- 
mnis  ex  tempore;  ed  in  Thurìfica- 
tionis.  Il  p.  Menochio  nelle  Stuore 
tom.  II,  p.  212,  cap.  XXVIII,  Che 
le  donne  sono  escluse  dai  sacri  mi- 
nisteri delCaltare;  e  se  si  spiega 
un  luogo  di  Pietro  Damiani  d'u- 
na donna  che  incensava.  Giovanni 
Dalleo  che  negò  l'antichi  tà  presso 
ì  cristiani  del  rito  dell' incensazio- 
ne, e  lo  fece  derivare  da  gentile- 
sca superstizione,  fu  egregiamente 
confutato  da  diversi  liturgici. 

INCESTUOSI,  r.  Matrimonio. 

INCHINO  o  INCHINAZIONE. 
Segno  di  riverenza,  che  gli  uomi- 
ni fanno  piegando  solo  il  capo  o 
la  persona,  e  le  donne  piegando 
alcun  poco  le  ginocchia,  genuflcxio^ 
salutatio.  Inchinazione,  umiliazio- 
ne, inchinamento,  demissio.  Così 
ì\  Dizionario  della  lingua  italiana. 


INC 

Le  rubriche  prescrivono  differenti 
sorta  d'inchini  e   di    genuflessioni 
durante  la    messa    ed    il    servigio 
divino.    F'edi    Genuflessione    ed  i 
rispettivi  analoghi  articoli.    Il  Du- 
rando nel  lib.  4,    cap.  7,   n.  6  e 
7,  adduce  la  ragione    mistica    per 
cui    si    fanno    le    inchinazioni   dal 
sacerdote  tanto  nella  messa  quan- 
to nell'uffìzio.  M  Inclinationes  variae 
sunt,  nec  sine  mysterio:    vel  enim 
fiunt  in  gratiai-um  actionem  eorum, 
quae  Christus  fecit  ante  sui  immo- 
lationem,  vel  in  memoriam    quod 
Christus  se  inclinavit  ad  pedes  a- 
postolorum,  dura  eos  lavit,  vel  quia 
inclinato  capite  espiravi t  in  cruce, 
ubi  secundum  Ambrosiura    auctor 
gratiae   in   cruce    penderis,    officia 
dividebat  :  persecutionem  apostolis, 
pacem    discipulis,   corpus    judaeis, 
spiritum  Patri,  paranymphum  Vir- 
ginis,  paradisum  latroni,  infernum 
peccaloris  ".    L' inchinazione    è   di 
tre  sorta,  cioè  profonda,  media  ed 
infima.  La  profonda  si  fa  col  pie- 
gare profondamente  il  capo    e  gli 
omeri,  e  si  fa  dal  sacerdote    tulle 
le  volte,  nelle  quali  viene  prescrit- 
to dalle  rubriche  d'inchinarsi  pro- 
fondamente, come  sarebbe,  giunto 
che  sia  innanzi  Tal  tare    ove  dovrà 
celebrar  la  messa    (purché  non  si 
conservi  in  esso  il  ss.  Sacramento), 
e  mentre  dice  il  Confiteor,  il  Mun- 
da  cor  meum,    il    Te    igitur   eie- 
mentissime  Pater^   il   Supplices    te 
rogamus,    ec.    La    media   si   dice 
quella  che  si    fa    con  una    pìccola 
inchinazione  del  capo  e  degli  ome- 
ri^ e  si  fa  pure  anch'essa  tutte  le 
volte  che  nelle   rubriche  si    trova 
ordinato  d'inchinarsi  assolutamen- 
te, come  sarebbe  al  versetto  :  Deu,v 
tu  conversus,  fino  all'  Aufer  a  no- 
bis esclusivamente.  Del  pari  quan- 
do il  sacerdote   dice;    Oramus  te 


INC 

Domine  —  In  spiritus  hiimilitatis  — 
Suscìpe  sancta  Trinitas  — •  San^ 
ctiis  ' —  Agnus  Deiy  e  le  tre  ora- 
zioni che  si  dicono  prima  della 
comunione;  al  Domine  non  sitm 
dignusy  e  finalmente  al  Placeat 
libi  sancta  Trinitas.  L*  inchìnazione 
poi  infima  è  quella  che  si  fa  col 
piegare  il  capo,  e  questa  si  suol 
suddividere  in  tre  classi  :  in  ma* 
xima  minimarum^  in  media  mini- 
marum,  e  in  minima  minimarum. 
La  prima  consiste  in  una  profonda 
ìnchinazione  del  capo,  la  quale  at- 
trae  seco  anche  una  piccola  incur- 
vazione  degli  omeri;  la  seconda  si 
fa  con  una  notabile  ìnchinazione 
del  capo  soltanto;  la  terza  poi  è 
una  lieve  ìnchinazione  di  capo. 
La  prima  sì  fa  quando  sì  pronun- 
zia il  nome  di  Gesù,  e  a  tutte 
quelle  parole  alle  quali  viene  pre- 
scritto dalle  rubriche  d'inchinarsi, 
come  sarebbe  al  Gloria  Patri,  e 
nell'inno  angelico  all'  Adoramus 
te,  al  Gratias  agimus  tibi,  ec;  e 
nel  simbolo  alle  parole  Jesuni 
Chrislum,  e  Simul  adoratur.  Più: 
si  fa  tale  ìnchinazione  quando  si 
passa  innanzi  alla  croce  dell'altare, 
e  nell'accostarsi  e  retrocedere  da 
essa.  La  seconda  poi  si  fa  quando 
proferiamo  il  nome  di  Maria.  La 
terza  finalmente  quando  pronun- 
ziamo i  nomi  dei  santi  e  del  Pa- 
pa vivente.  Cosi  il  Bauidry  par.  3, 
cap.  5,  n.  4^  ed  altri  riferiti  dal 
Colti  nel  suo  Dizionario  par.  I, 
tit.  Inclinatio. 

INCM ARO,  arcivescovo  di  Reims. 
Nacque  da  famiglia  illustre  di  Fran- 
cia ;  fu  lungo  tempo  alla  corte 
dell'imperatore  Lodovico  I,  e  gli 
restò  sempre  fedele.  Abbracciò  la 
riforma  che  Ilduìno  stabiTi  nel  mo- 
nistero  di  s.  Dionigi  l'anno  829; 
fu   eletto  vescovo   di   Reims   nei* 


INC  i65 

1*  845^,     governò    la   chiesa    circa 
trent'anni,  e  mori  neir882.  Ebbe 
gran  parte  in    tutti  gli    affari    che 
si  trattai'ono  in  quel    tempo   nella 
Chiesa  gallicana,  fra  i  quali  ve  ne 
furono  importantissimi,    ed  in  essi 
palesò  molto  spirito,  somma    vigi- 
lanza e  fermezza.    Venne  accusato 
di  essersi  lasciato   trasportar  trop- 
po neifalfare   di  Gotescalco   ed  io^ 
quello  dì  suo  nipote   Incmaro   ve- 
scovo di  Laon,  il  quale  fu  deposto 
ed  accecato,  e  le  sue  opere  trovan- 
si  nelle  edizioni  di  quelle  dello  zìo. 
Incmaro  dì  Reims  lasciò    moltissi- 
me opere   su    diverse    materie    di 
domma    e  di  disciplina,  che    furo- 
no pubblicate    dal    p.  Sirmond    a 
Parigi  nel   i645   in    due    volumi; 
il  p.  Cellot  ne  diede  un  terzo  vo- 
lume nel  1 658,  col  compendio  del- 
la vita  dello  zio    e  del  nipote,  ed 
un  epilogo  delle  loro  contestazioni. 
Questo  prelato  aveva  lo  spirito  vì- 
vo, sottile,  penetrante,  vasto  e  ca- 
pace dì  maneggiare  gli  affari  i  piì^ 
difficili.  Fu  l'anima  di  quasi  tutti 
i  concilii  ai  quali  assistette,  e  pochi 
furono  gli  affari  dello  stato  e  della 
Chiesa  in    cui    non   fu  consultato. 
A  lui  si  ricorse  quando  sì  volle  ri- 
formare   un    giovine  principe   per 
renderlo  degno  del  trono;  ed  i  ve- 
scovi non  conobbero    persona    più 
degna  per  capacità  di  lui,  per  in- 
segnar loro  i  doveri  del  vescovato. 
Fu  dotto   teologo   ed    abile   cano- 
nista ;  il  suo    stile  viene  qualifica- 
to   per    prolisso    ed    oscuro   nelle 
opere   dommatiche,   più    chiaro   e 
più  conciso   nelle  sue    lettere.    Si 
aggiunge  che  la  maggior  parte  dei 
suoi  scritti  avevano  molta  autorità, 
ed  è  notabile   in    essi    la  maniera 
con    cui    Incmaro    seppe    citare  a 
suo  vantaggio  la  Scrittura,  i  conci- 
lii, ed  i  padri,  quantunque  noa  bq 


i66  IWD 

colpisse  sempre  bene  il  vero  sigoi- 
ficato. 

INCORRUTTIBIU  o  INCOR- 
RUFTICOLI.  Setta  derivata  dagli 
lìretici  eutichiani,  i  quali  sosteoe- 
\ano  che  iielia  incarnazione  la 
natura  utnaaa  di  Gesù  Cristo  er^ 
iitata  assorbita  dalla  natura  divina, 
e  che  per  conseguenia  queste  due 
nature  eraqo  confuse  io  una  sola. 
Comparvero  questi  settari  nell'anno 
535,  e  furono  chiamati  dai  greci 
Jfiardoccti ,  dalla  parola  aphta- 
ros  incorruttibile,  e  da  dokeo  io 
credo,  io  immagino.  Dicendo  che 
^1  corpo  di  Gesù  Cristo  era  incor- 
Vultibile,  essi  intendevano  che  dal 
inoment-o  in  cui  fu  formato  nel 
seno  materno,  egli  non  fu  suscet- 
tibile d'alcun  cambiamento,  ne  di 
alcuna  alterazione ,  e  neppure  di 
passioni  naturali  ed  innocenti,  co- 
me la  fame,  la  sete;  di  modo  che, 
al  dir  di  loro ,  dopo  la  sua 
morte  egli  mangiava  senza  aN 
cun  bisogno  ,  come  dopo  la  sua 
risurreziope.  Ne  seguiva  dal  loro 
prrore  che  il  corpo  di  Gesii  Cri- 
pto fpsse  impassibile  od  incapa- 
ce di  dolore,  e  che  questo  Salva- 
tore divino  non  avesse  realmente 
patito  per  noi.  Siccome  questa  con- 
seguenza derivavÉ^  assai  natural- 
mente dall'opinione  degli  eutichia- 
pi,  con  ragione  fu  condannata  nel 
45 1  dal  concilio  generale  di  Cal- 
cedonia. 

IJXDEMOiNlATI ,    F,    EifEBcu- 

MENI. 

INDICE,  Index.  Era  una  tavQ- 
letta,  con  la  quale  in  vece  di  cam- 
pana si  davano  1  segni  nei  moni- 
steri,  per  chiamare  i  monaci  alle 
orazioni  o  ad  altro  esercizio  mo- 
nastico, y.  Macri,  Notizia  de  v.o- 
cab,  tccL^  verbo  Index.  Si. dice 
endice  quella  tavola  che  si  mette  io 


INO 

fine  d'un  libro.  Il  Dizionario  della 
lìngua  italiana  dice  che  Indice  si 
dice  anche  al  repertorio  de*  libri , 
detto  altrimenti  tavola,  registro, 
sommario;  index,  elenclius,  sylla* 
bus.  Il  ^Io^eta  nella  sua  3Ienagìa- 
na  tom.  IV,  pag.  276,  è  vero  chis 
riferisce  il  famoso  delto  del  Cuja- 
cio,  cjui  libris  sine  repertorio  nescit 
uti,  nescit  nti;  ma  siccome  tutti 
non  sono  paragonabili  alia  prodi- 
giosa memoria  e  gran  dottrina  dei 
Cujacio  (  che  molti  andarono  ap« 
positamente  a  Bourges  per  cono- 
scerlo, come  si  veniva  a  Roma  per 
vedere  Tito  Livio),  cosi,  è  sempre 
desiderabile  che  ogni  libro  sia  prov- 
visto dell'  indice,  pel  sommo  van- 
taggio che  se  ne  ricava ,  facilitan- 
do le  ricerche  e  dimostrando  a  col- 
po d*  occhio  le  cose  p'iìi  degne  di 
osservazione.  F.  Letterato  e  Libro- 
INDICE  de'  libri  proibiti.  Cata- 
logo o  registro  de'  libri  proibiti. 
Gii  antichi,  massime  i  greci  ed  i 
romani,  proibirono  la  lettura  dei 
libri,  e  talvolta  li  fecero  bruciare  ; 
anche  i  primi  imperatori  cristiani 
dannarono  alle  fiamme  i  cattivi  li- 
bri, come  dicemmo  all'articolo  Li- 
bro, con  altre  analoghe  erudizioni. 
Per  negare  alla  Chiesa  l'autorità  di 
proibire  l'uso  di  certi  libri,  bisogna 
poter  asserire  che  un  pastore  uqo 
ha  diritto  di  allontanare  dai  p£^scoli 
velenosi  la  greggia  che  gli  è  slat^ 
affidata.  Dalle  parole  dette  da  Gesì^ 
Cristo  a  s.  Pietro  :  Pasci  i  miei  a- 
gnelli  e  le  mie  pecore;  conferma  i 
tuoi  fratelli;  dalle  altre  dette  agU 
apostoli  uniti  al  loro  capo:  Ammae- 
strate tutte  le  genti;  e  da  quelle  che 
si  leggono  negli  Alti  apostolici  :  Loi 
Spirito  Santo  ha  posto  i  vescoi^i  a 
reggere  la  chiesa  di  DiOy  siccome 
in  ogni  tempo,  e  da  tutti  i  catto- 
lici si  è  dedotta  l'autorità   che   I4 


IND 

Chiesa  rappresentante  ha  ricevuto 
da  Dio  di  giudicare  delle  cose  ap« 
parteueuti  alla  fede  e  alia  morale, 
così  in  lei  si  è  riconosciuta  quella 
ancora  di  condannare  e  proibire 
que'  libri  che  tendono  ad  offendere 
e  depravare  l'una  e  Taltra.  La  Chie- 
*a  ha  esercitata  questa  autorità  fin 
dalla  sua  nascita.  1  fedeli  di  Efeso 
mossi  dalla  predicazione  di  s.  Pao- 
lo, abbruciarono  pubblicamente  lutti 
i  libri  reputali  cattivi,  Alti  apost. 
XIX,  19.  Nei  canoni  apostolici,  can. 
59,  si  trova  una  deliberazione  cir- 
ca la  proibizione  di  certi  libri.  Poi 
percorrendo  le  storie  ecclesiastiche, 
dal  concilio  Niceno  sino  a'  nostri 
giorni  si  vede  continuato  l'esercizio 
di  tale  autorità,  come  si  nolo  ai 
rispettivi  luoghi.  Sarebbe  poi  cosa 
stranissima  l'ammettere  che  qualun- 
que laica  potestà  possa  e  debba , 
come  può  e  deve  di  fatto,  proibire 
nei  suoi  stati  i  libri  che  disturba- 
no la  pace,  che  corrompono  la  mo- 
rale de'  cittadini,  che  insegnano  ed 
eccilaiio  il  disprezzo  della  legittima 
autorità,  e  negar  poi  alla  Chiesa 
questo  stesso  potere  riguardo  a  tutta 
la  cristianità  in  tutlociò  che  concer- 
ne la  fede,  la  morale,  ed  il  buon 
ordine  nel  corpo  de'  fedeli,  de'  quali 
è  costituita  da  Dio  madre  e  mae- 
stra. E  un  fatto  incontrastabile  che 
la  Chiesa  non  pronunzia  la  condan- 
na de'  libri  per  timore  che  possino 
essi  procurare  la  sua  distruzione. 
Tutti  i  libri  che  sono  venuti  alla 
luce  contro  di  lei  dal  primo  suo 
nascere  fino  ai  nostri  giorni,  lungi 
dalfalterare  od  abbattere  le  sue  dot- 
trine, non  hanno  fallo  che  rendere 
piii  luminosa  e  più  palese  la  veri- 
tà. Sicura  che  le  podestà  delle  te- 
nebre non  prevarranno  mai  contro 
di  lei ,  sfida  coraggiosa  i  suoi  ne- 
mici, e  resta  sempre  vincitrice    dei 


IND  167 

loro  fierissìmi  attacchi.  La  proibi- 
zione adunque  dei  libri  si  fa  dalla 
Chiesa  per  impedire  il  gran  male 
che  potrebbero  recare  a  coloro  che 
li  leggessero.  Quelli  che  sono,  o  una 
\olta  furono  miscredenti  e  scostu- 
mati, quasi  tutti  bisogna  che  per 
la  verità  confessino,  che  la  incre- 
dulità e  la  scostumatezza,  come  l'ec- 
citamento a  seguirla  liberamente, 
ebbe  principio  o  incremento  o  dalla 
lettura  di  perversi  libri,  o  dal  col- 
loquio con  quelli  che  già  gli  ave- 
vano letti  ;  la  storia  n'  è  piena  di 
tali  esempi.  È  falso  che  la  proibi- 
zione de'  libri  tolga  agli  studiosi  la 
comodità  d' istruirsi;  primo,  perchè 
non  vi  è  opera  proibita,  così  su- 
blime per  erudizione,  per  stile,  per 
pensieri,  di  cui  dello  stesso  genere 
altra  non  trovisi  o  eguale  di  me- 
rito o  forse  anche  maggiore;  secon- 
do, perchè  pel  vero  fine  d'istruirsi, 
con  certe  condizioni  in  niente  gra- 
vose, la  santa  Sede  accorda  licenza 
di  leggere  i  libri  proibiti;  onde  gli 
uomini  dediti  alla  scienza  non  han- 
no che  da  mostrare  il  rispetto  loro 
all'autorità,  col  domandarla,  espo- 
nendo i  motivi  ragionevoh  per  cui 
la  desiderano. 

Avvi  in  Roma  la  Congregazio' 
ne  dell'  Indice  [Fedi),  la  quale  ac- 
curatamente esamina  i  libri ,  e 
mette  in  un  indice  o  catalogo  tutti 
quelli  di  cui  ne  proibisce  la  riten- 
zione e  lettura,  o  li  condanna  se- 
condo gli  errori  che  contengono, 
con  maggiore  o  minore  rigore,  spet- 
tando anco  alla  Congregazione  del 
santo  qffìzio  ossia  delt Inquisizione 
(Fedi)  la  proibizione  de'  libri  e  lo- 
ro condanna,  approvandone  i  de- 
creti lo  stesso  sommo  Pontefice.  Il 
dottissimo  monsignor  Pier  Luigi 
Galletti,  come  deputato  dal  p.  mae- 
stro dei  sacro  palazzo  (del  quale 
/ 


i6d  IND 

è  principale  prerogativa  la  censu- 
ra e  revisione  d' ogni  stampa  in 
Koma,  e  perciò  ha  sempre  luogo 
tra  i  consultori  delle  due  nomi- 
Date  congregazioni)  alla  revisio- 
ne della  celebre  Storia  polemica 
^lle  proibizioni  de*  libri,  di  Fran- 
cesco Antonio  Zaccaria,  stampata 
in  Roma  nel  1777,  e  dedicata  a 
Pio  VI,  dichiara  nel  suo  voto:  Non 
esservi  nessuno  che  sappia  negare 
alla  Chiesa  la  podestà  di  vietare 
ai  fedeli  la  lettura  de'  libri  con* 
trari  alla  religione  ed  alla  morale 
cristiana,  altrimenti  sarebbe  lo  stes- 
so che  negarle  quella  divina  pode- 
stà, che  Dio  ha  conceduto  ai  pa- 
stori della  medesima,  e  specialmen- 
te al  romano  Pontefice  capo  di 
tutti  i  pastori,  di  guardare  il  greg- 
ge loro  commesso,  da'  lupi  rapaci 
^  dalle  insidie  de'  ladroni,  che  non 
entrando  per  la  porta ,  s' introdu- 
cono e  si  nascondono  neli^ovile  pey 
perdere  ed  uccidere  le  pecorelle. 
Quanto  poi  la  santa  Sede  vada 
circospetta  prima  di  pronunziare  il 
suo  giudizio  sulle  opere  che  chia- 
marono la  sua  vigilante  e  provvi- 
da attenzione,  non  solo  il  Zaccaria 
lo  dimostrò  nell'opera  citata,  ma 
eziandio  nell'altra  non  meno  cele- 
bre intitolata  AntiFebronio  a  pag. 
XXXVII  e  in  altri  luoghi;  cosi 
può  consultarsi  sulla  diligenza  che 
yi  pone  la  congregazione  dell'  in- 
dice per  implorarne  il  giudizio  pon- 
tificio il  Giornale  ecclesiastico  di 
Roma,  novembre  e  dicembre  1787, 
ed  il  Supplemento  del  1790,  p.  4^5 
e  seg. 

E  già  noto,  e  l'indicammo,  quanto 
la  Chiesa  fino  dal  tempo  degli  aposto- 
li sia  stata  sempre  cautelata  in  mate- 
|"ia  di  libri;  quanto  in  tutti  i  secoli 
susseguenti  abbiano  operato  i  concilii 
generali   e  particolari,  secondo  le 


IND 

diveise  emergenze,  per  le  nuove  e- 
resie,  e  per  i  libri  perniciosi  che 
si  divulgavano  di  tempo  in  tempo; 
e  finalmente  quanto  1'  ultimo  con- 
cilio di  Trento  tra  i  più  grandi 
affari  della  religione ,  inerendo  al 
concilio  lateranense  V,  si  occupò 
dell'indice  de'  libri  degni  di  proi- 
bizione, vietandone  la  lettura  per  i 
molti  esempi  che  si  avevano  della 
prevaricazione  di  uomini  anche  dot- 
ti, che  rimanevano  afiascinati  dal 
bagliore  delle  false  dottrine,  e  se- 
dotti dal  trovare  nelle  medesime 
un  appoggio  alle  loro  passioni.  Ed 
affinchè  il  provvedimento  fosse  sta- 
bile fissò  ancora  le  massime  da  ser- 
vire di  norma  nel  tratto  successi- 
vo su  quest'importantissimo  og- 
getto, pome  si  vede  nelle  regole 
premesse  all'  indice  per  comando 
dello  stesso  sagrosanto  concilio,  sia 
per  il  divieto  de*  libri  perniciosi, 
sia  per  la  permissione  di  legger- 
li. Quindi  è  che  la  santa  Sede  ha 
sempre  insistito  ed  insiste  per  la 
esatta  osservanza  di  queste  regole; 
e  perciò  che  riguarda  le  permissio- 
ni da  concedersi  in  proposito  Cle- 
mente XI  comandò  alle  due  con- 
gregazioni del  santo  offizio  e  dell'in- 
dice quanto  segue: 

I.**  Licentìae  legendi  ac  retinen- 
di  omnes  et  quoscumque  libros  nul- 
latenus  concedantur. 

2."  Ut  cum  debita  cìrcumspectio- 
ne  et  cautela,  ut  par  est,  in  re  adeo 
gravi  procedatur  licentiae,  non  con- 
cedantur nisi  praevia  attestatione 
in  scriptis  exhibenda  super  matu- 
ra aetate,  doctrina,  et  probitate 
oratorum,  nec  non  super  verità  te 
expositorum  in  preci  bus,  quodque  il- 
lis  librorum  prohibitorum  lectio  nul- 
lum  fidei  pietatis  sanaeque  doclrinae 
damnum  attestantis  judicio  allatura 
sii.  Quae  quidem  attestatio  quoad 


IND 

religiosos  fieri  debeat  a  generali  , 
aut  procuratore  generali  suorutn 
ordinum  respective,  quoad  saecula- 
res  vero  ab  episcopo,  aut  vicario 
generali. 

3.**  Actu  studenlibus,  seu  qui 
nondum  suorum  studiorum  cursum 
expleverint,  lectio  librorum  prohi- 
bitorum  numquam  permitlaturj  nec 
juvenibus,  praesertim  eoruni  libro- 
rum,  qui  immunda  seu  obscoena  ex 
professo  tractant,  narrant,  aut  do- 
cent. 

4-"  Exprimere  debeant  oratores 
in  precibus  quod  lectione  librorura 
prohibitoruin  quos  petunt  indi- 
geant,  causamque  indigentiae  ad 
dignoscendum  an  sufficiens  ea  cau- 
sa censenda  sit.  Pro  causa  vero 
sufficienti  minime  habeatur,  quod 
ea  indigent  ad  majorera  sui  eru- 
ditionem,  sed  indigentiae  causa  es- 
se debet ,  vei  ad  effectum  confu- 
tandi,  vel  quod  munere  aliquo  fun- 
guntur  ratione  cujus  vere  petitis  li- 
bris  opus  habent.  Nec  lune  licen- 
tia  conceda  tur  nisi  prò  fibris  ad 
idem  munus  spectantibus ,  praevia 
attestatione  de  qua  superius  dictum 
est. 

In  questi  ordini  il  prelodato 
Pontefice  richiama  i  decreti  di  Ur- 
bano Vili,  il  quale  sull'esempio 
dei  Pontefici  predecessori  Paolo  IV, 
Pio  IV,  s.  Pio  V,  Sisto  V,  Clemen- 
te VIII,  e  Gregorio  XV,  seriamen- 
te si  occupò  di  questa  materia. 
Tra  i  nominati  Pontefici  in  modo 
speciale  Paolo  IV,  Pio  IV,  e  Gre- 
gorio XV  rivocarono  espressa- 
mente le  licenze  fino  allora  con- 
cesse. Il  primo  colle  costituzioni 
Quia  in  funerum^  e  l'altra  Apo- 
stolicae  Sedis  provideiitia  ;  il  se- 
condo con  suo  breve  Cum  prò  mu- 
nere, ed  il  terzo  parimenti  con  suo 
breve   AposLolatui   officiuni,   Que- 


IND  169 

st*  ultimo  poi  revoca  ancora  le  fa- 
coltà che  fossero  state  concesse  ad 
altri  tribunali  di  accordare  queste 
licenze,  riservandole  a  se  medesimo 
e  suoi  successori  per  mezzo  della 
sagra  congregazione  del  santo  of- 
ficio, adducendo  per  ragione:  Cuni 
librorum  prohibitorum  lectio  ma- 
gno esse  sincerae  fidei  cultoribus 
detrimento  noscalur.  Questa  facol- 
tà poi  fu  restituita  alla  sacra  con- 
gregazione dell'  indice. 

La  Chiesa  dunque  fino  dai  prin- 
cipii  del  secolo  XVI,  cioè  dall'e- 
poca in  cui  per  mezzo  della  stam- 
pa venne  facilitata  la  moltiplica- 
zione de'  libri,  ed  in  cui  si  spiegò 
la  sfrenatezza  di  pensare  e  di  scri- 
vere ,  si  vide  nella  necessità  di 
raddoppiare  sia  per  mezzo  de'  con- 
cilii,  o  per  la  suprema  autorità 
de'  sommi  Pontefici  le  sue  più  ac- 
curate diligenze,  onde  mantenere 
intatta  la  purità  della  fede  e  del- 
le massime  morali,  ed  ovviare  a 
quella  depravazione  che  andava 
prendendo  il  più  gran  piede.  Que- 
sta sfrenatezza  manifestatasi  poi 
in  maggiore  estensione  nel  seco- 
lo decorso,  eccitò  lo  zelo  de' som- 
mi Pontefici  Benedetto  XIV,  Cle- 
mente XIII,  e  Pio  VI,  ad  incul- 
care con  ripetute  encicliche  esor- 
tatorie a'  supremi  pastori  delle 
chiese,  la  più  esatta  vigilanza  so- 
pra i  libri.  Il  Pontefice  Pio  VII 
poi,  oltre  avere  imitato  lo  zelo  dei 
suoi  predecessori,  nell'anno  1819 
rivocare  voleva  tutte  le  licenze  fi- 
no allora  concesse,  e  non  si  arre- 
stò dal  prendere  questa  misura  che 
sul  riflesso  della  gran  perturbazio- 
ne che  avrebbe  prodotto.  Lo  stes- 
so forse  avrebbe  fatto  il  regnante 
Pontefice  se  non  fosse  stato  ritenuto 
dal  medesimo  riflesso.  Ma  già  le 
sue  lelaati  brame  soqo  state  più 


17©  IND 

"Volte    bastantemente    notificate    a 
tutto  r  orbe  ciistiaao< 

E  veramente  è  troppo  manifesto 
che  la  sfrenatezza  in  questo  gene- 
re, che  nei  passali  secoli  poteva 
dirsi  incipiente,  ora  sia  giunta  al- 
l'ultimo eccesso,  vedendosi  che  la 
bibliomania  sia  di  stampare  o  di 
leggere  ha  invaso  furiosamente  ogni 
genere  di  persone,  che  senza  capi- 
tali scienlilìci,  senza  cognizioni  e 
senza  talenti,  e  quello  che  è  peg- 
gio animate  in  gran  parte  da  fal- 
si principii,  e  da  uno  spirito  d'or- 
goglio e  di  rivolta  contro  ogni 
autorità  ecclesiastica  e  civile ,  scri- 
vono e  leggono  sopra  ogni  sorte 
di  materie  le  più  venerande  e  in- 
teressanti la  spirituale  salvezza  del- 
le anime,  il  buon  ordine  e  la  quiete 
de  popoli.  A  qual  grado  giunga  que- 
sta mania  di  leggere  si  vede  nella 
segreteria  dell'indice,  alla  quale  di- 
luviano per  cosi  dire  le  petizioni, 
quantunque  probabilmente  il  nu- 
mero de'  petizionari  non  formi  la 
centesima  parte  di  quelli  che  leg- 
gono senza  alcuna  licenza.  Sì  dice 
che  chi  chiede  ha  coscienza.  Sia 
■vero.  Ma  poiché  queste  licenze  per 
la  massima  parte  vengono  ricerca- 
te non  per  vero  bisogno,  non  per 
utile  studio,  non  per  libri  scienti- 
fici, ma  per  leggerezza,  curiosità,  e 
per  leggere  i  libri  inetti  e  perni- 
ciosi del  giorno ,  non  si  sa  se  la 
buona  coscienza  si  manterrà;  sep- 
pure non  si  corre  anzi  il  pericolo 
del  contrario.  Oltre  di  che  colle 
licenze  viene  ampliato  lo  smercio 
di  questa  sorte  dei  libri.  Infatti  gli 
stampatori  e  i  librari  non  voglio- 
no quasi  altro  che  di  questi ,  per- 
chè l'avidità  comune  dei  medesi- 
mi li  tiene  in  caro  prezzo,  e  for- 
ma il  loro  maggiore  interesse.  Fi- 
ualmente^   ciò    posto  da    parte,    e 


IND 

dato  ancora  che  i  muniti  della  li- 
cenza non  riportassero  alcun  dan- 
no dulia  lettura  di  questi  libri , 
rimangono  però  alla  loro  morte  a 
discrezione  degli  eredi,  o  chi  sa  di 
quali  persone.  La  Chiesa  ha  prov- 
veduto a  questo  caso  disponendo 
nella  Regola  X  dell*  Indice  che 
gli  credi  dì  libri  ,  o  gli  esecu- 
tori testante/ilari  ne  presentino  la 
nota  all'  autorità  ecclesiastica^  e 
non  ne  dispongano  per  alcun  tito- 
lo  senza  la  dovuta  permissione. 
L'  osservanza  di  questa  regola  sce- 
merebbe una  difficoltà  per  la  con- 
cessione di  queste  licenze.  Ma  dov'è 
che  si  osservi? Tali  riflessi  producono 
una  perplessità  angustiosa  in  queste 
concessioni.  E  se  malgrado  una  pra- 
tica mitigazione  degli  ordini  di 
Clemente  XI  di  sopra  riferiti ,  e 
malgrado  l' imponenza  di  un  tri- 
bunale pontificio  conviene  alla  con- 
gregazione dell'  indice  sempre  lot- 
tare colle  insistenze  indiscrete,  col- 
le pretensioni  irragionevoli ,  e  con 
impegni  potenti ,  allorquando  la 
coscienza  non  permette  di  conce- 
dercj  quanto  più  ciò  seguirebbe  nei 
tribunali  minori,  se  avessero  sopra 
di  ciò  una  libera  facoltà?  Dal  che 
ne  segue,  che  questa  riserva  radi- 
cata nelle  disposizioni  del  concilio 
di  Trento,  serva  non  solo  a  mi- 
norare per  le  persone  immeritevoli 
la  facilità  di  ottenere  la  licenza , 
ma  giovi  ancora  alla  quiete  e  tran- 
quillità dei  vescovi  e  loro  curie. 

Neil'  adunanza  generale  della  sa- 
cra congregazione  dell'  indice,  te- 
nuta il  d'i  12  giugno  1827,  furo- 
no prese  in  considerazione  dai  car- 
dinali che  la  componevano  le  pe- 
tizioni di  diversi  ordinari,  i  quali 
imploravano  dalla  santa  Sede  la 
facoltà  di  poter  concedere  ai  loro 
diocesani   la   licenza   di   leggere  i 


IND 

libri  di  vietala  lezione  che  nella 
loro  saviezza  giudicassero  necessa- 
Via  ed  opportuna  a  vantaggio  dei 
postulanti  senza  pericolo  di  loro 
spirituale  detrimento.  La  sacra  con- 
gregazione avendo  maturamente  con- 
sidera te  le  circostanze  de' tempi  im- 
pose al  segretario  di  esporre  al  Pon- 
tefice il  voto  favorevole  per  qualche 
sorta  di  concessione  su  questo  pro- 
posito. Avendo  qqindi  il  segretario 
medesimo  fatta  una  espressa  e  mi- 
nuta relazione  a  sua  Santità,  e 
venendo  benignamente  accettalo  il 
voto  favorevole  della  sacra  congre- 
gazione, derogando  in  questa  par- 
te la  Santità  sua  colla  pienezza 
della  suprema  sua  autorità  alle  co- 
stituzioni apostoliche,  e  specialmen- 
te al  breve  Apostolatus  qffìciuni,  si 
degnò  concedere  le  seguenti  facoltà. 

I.**  Di  permettere  agli  ecclesia- 
stici suoi  diocesani,  o  esteri  anco- 
ra, dimoranti  nella  sua  diocesi  per 
ragione  di  studi,  la  lettura  de' li- 
bri appartenenti  alla  teologia  dom- 
matica,  morale,  scolastica,  all'eru- 
dizione della  sacra  Scrittura  e  della 
storia  ecclesiastica,  ed  al  gius  ca- 
nonico, non  però  in  genere,  ma 
con  individuazione  ed  espressa  nu- 
merazione de'  libri  permessi,  esclu- 
si quelli  che  eoo  professo  trattano 
contro  qualche  domma  cattolico. 

2.°  Di  permettere  ai  legali  in- 
dividualmente come  sopra,  la  let- 
tura de' libri  appartenenti  a  que- 
sta facoltà. 

3."  Di  permettere  nell'  istesso 
modo  ai  medici,  chirurgi,  farma- 
cisti e  altri  professori  dell'arte  sa- 
lutare la  lettura  de*  libri,  de  re 
medica,  physica,  chirurgica,  aiia- 
tomica  et  chymica. 

4.°  Di  permettere  agli  studenti 
di  lingue  orieatali  V  uso  de'  lessici 
proibiti. 


IND  171 

Queste  facoltà  che  il  Papa  nella 
maggior  fiducia  della  dottrina,  pietà 
e  saviezza  degli  ordinari,  si  degna 
graziosamente  concedere  esclusiva- 
mente ad  altri  libri  di  qualunque 
sorta  e  materia,  è  accordala  colle 
seguenti  condizioni. 

i."   Che  durino  ad  triennium. 

1°  Che  sieno  sempre  concesse 
con  espressa  menzione  dell'autori- 
tà apostolica. 

3."  Che  sieno  concesse  gratuita- 
mente, onde  i  postulanti  a  occa- 
sione di  queste  licenze  non  paghi- 
no, e  non  sia  ricevuta  cosa  alcuna 
ancorché  spontaneamente  offerita 
per  qualunque  titolo  sia  alla  can- 
celleria, sia  per  la  scrittura,  sia  per 
il  sigillo,  sia  per  gli  attestati,  o 
sia  per  la  ricognizione  dei  requi- 
siti e  degli  attestati  medesimi,  e 
ciò  sotto  pena  della  nullità  della 
licenza,  che  come  tale  espressamente 
la  dichiarò  il  Pontefice,  onde  si  ve- 
rifichi in  tutto  il  rigore  del  ter- 
mine che  la  licenza  è  concessa  gr^t/w. 

Tale  è  la  pratica  delle  congre* 
gazioni  del  santo  ofiBzio  e  dell'in' 
dice,  quantunque  alcuni  per  tirare 
di  più  dai  loro  corrispondenti  fac- 
ciano calunniosamente  credere  di 
avere  pagato,  o  di  doversi  pagare 
alla  segreteria  dell'indice.  Per  le 
dette  concessioni  poi  si  trova  la 
norma  facile  e  sicura  nelle  re- 
gole compilate  per  ordine  del 
sacro  concilio  di  Trento,  e  pre- 
messe per  ordine  del  medesimo 
concilio  all'Indice  de' libri  proibiti, 
come  ancora  nelle  osservazioni  e 
istruzioni  dei  Pontefici  Clemente 
Vili  e  Alessandro  VII.  Da  queste 
si  vede  quali  libri  possano  permet- 
tersi o  vietarsi  quando  ancora  noa 
sieno  stati  riportati  individualmen- 
te nell'indice  stesso,  e  quindi  il 
medesimo  Papa  che  regna   col  ci« 


«7»  INO 

tato  breve  desidera  che  sìeno  ben 
ponderate  queste  regole,  e  che  se- 
condo esse  i  vescovi  procedano  nel 
governo  delle  loro  diocesi.  Sopra 
di  ciò  merita  specialmente  di  es- 
sere osservato  ciò  eh*  è  prescrit- 
to nella  Regola  X  :  Libertini  sit 
tpiscopis  aut  inquisìloribus  gene- 
ralibus,  secunduni  facullatem^  guani 
habentj  eos  etiani  libros,  qui  his 
regulis  perniitti  videntur,  prohibe- 
/Te,  sì  hoc  ìa  suis  regnis,  aut  prò- 
vinciiSy  vel  dioecesibus  expedire  JU" 
dica  verini. 

Oltre  quanto  su  quest'argomen- 
to dicemmo  ai  citati  articoli  delle 
Congregazioni  dell' Indice^  e  dell'In- 
quisizione,  daremo  un  cenno  della 
lodata  opera  del  Zaccaria,  il  quale 
si  può  dire  ha  esaurito  il  gravissimo 
argomento.  Egli  lo  divide  in  due 
Jibri.  H  primo  libro  in  sette  epo- 
che: tratta  nella  prima  quanto  av- 
Tenne  dall'anno  5i  di  Cristo  all'aa- 
no  496,  e  dell' abbruciamento  di  li- 
bri vani  e  superstiziosi  fatto  in 
Efeso  alla  predicazione  e  miracoli 
di  s.  Paolo  ;  nella  seconda  dal  49^ 
all' 866,  parla  del  decreto  del  Papa 
s.  Gelasio  I  ;  nella  terza  dall'  866  al 
1827,  producete  risposte  del  Pon- 
tefice s.  Nicolò  I  ai  bulgari;  nella 
quarta  dal  1 82731  i5oi,  discorre  del- 
la decretale  di  Papa  Giovanni  XXII 
contro  i  libri  e  gli  errori  di  Mar- 
sigli  padovano  e  di  Giovanni  Gian- 
duno;  nella  quinta  dal  i5oi  al  i562, 
riporta  i  decreti  di  Alessandro  VI 
intorno  le  stampe;  nella  sesta  dal 
1 562  al  1 664,  dice  quanto  accadde  e 
dell'indice  del  concilio  di  Trento  ;  nel- 
la settima  discorre  dell'indice  di  Ales- 
sandro VII.  Il  secondo  libro  contiene 
tre  dissertazioni  e  l'appendice.  Gli 
argomenti  della  prima  dissertazione 
sono  sulla  necessità  di  proibire  i 
libri    cullivi.   Si    espongono   vaile 


IND 

sorta  di  libri,  sui  quali  cadono  prin- 
cipalmente le  proibizioni.  Da  tre 
diritti  inviolabili  della  religione  si 
prova  la  necessità  di  proibire  i  li- 
bri cattivi.  Nuovo  argomento  della 
necessità  di  proibire  i  libri  cattivi, 
il  danno  spirituale  che  recano  ai 
leggitori.  Alcuni  esempi  che  con- 
fermano il  danno  de'libri  cattivi,  e 
quindi  la  necessità  di  proibirli.  Nuo- 
va prova  de 'danni  che  vengono  dai 
libri  cattivi  presa  dal  comune  sen- 
timento de'padri  e  dalla  pratica  dei 
novelli  convertiti  lodata  da' medesi- 
mi padri.  La  necessità  di  proibire 
i  libri  cattivi  giustificata  dalla  pra- 
tica degli  ebrei,  e  delle  stesse  na- 
zioni idolatre.  Le  nostre  proibizio- 
ni de'  libri  sono  autorizzate  dalla 
pratica  degli  eretici  antichi  e  mo- 
derni. Si  risponde  alle  ragioni  che 
i  protestanti  e  i  moderni  filosofi 
oppongono  alle  proibizioni  de'libri. 
Gli  argomenti  della  seconda  disser- 
tazione sono.  Della  podestà  a  cui 
appartiene  la  proibizione  de'libri. 
Mostrasi  che  all'  utile  e  necessaria 
proibizione  de'libri  si  domanda  una 
podestà  di  costringimento  anche  in 
coscienza,  checché  in  contrario  i  pro- 
testanti si  dicano.  La  censura  dottri- 
nale de'libri  può  appartenere  a  mol- 
ti; ma  la  condanna  con  podestà  di  ve- 
ro costringimento,  almeno  per  quel- 
li che  alla  religione  hanno  riguardo, 
è  privativa  della  sola  Chiesa.  Si  re- 
cano le  ragioni  de'moderni  politi- 
ci contro  la  podestà  ecclesiastica 
delle  proibizioni,  e  con  rifiutarle 
si  mostra  anche  più  l'insussistenza 
del  loro  sistema.  La  podestà  che 
ha  la  Chiesa  di  proibire  i  libri  al- 
la religion,e  dannosi,  benché  sia  in 
qualche  modo  comune  a  tutti  i 
vescovi,  ed  ai  conci lii  anche  non 
generali,  tuttavia  principalmente  ri- 
siede nel   romano  Poatefice.   Vari 


IND 

atti  della  ecclesiastica  podestà  in 
materia  di  libri,  e  diversa  discipli- 
na  Dell'esercitarli.  Gli  argomenti 
della  terza  disertazione  sono.  Dei 
pretesi  abusi  delle  proibizioni  ro- 
mane. Degli  abusi  generali  che  si 
rimproverano  alle  proibizioni  ro- 
mane. Se  le  massime  regolatrici 
delle  proibizioni  romane  sieno  ri- 
prensibili ?  La  qualità  de'  censori 
romani  rend'ella  le  proibizioni  dei 
libri  meno  rispettabili  ?  Altro  pre- 
teso abuso  delle  proibizioni  roma- 
ne, farne  autori  i  Papi,  quando 
sono  di  tult*  altri.  Del  preteso  di- 
spotismo dì  Roma  nelle  condanne 
de'libri.  Esami  di  certi  abusi  spe- 
ciali che  si  attribuiscono  alle  proi- 
bizioni romane.  Primo  abuso,  la 
lezione  delle  Bibbie  volgari  proibi- 
ta. Altro  preteso  abuso,  torre  ai 
fedeli  i  messali,  uffizi,  rituali,  ed 
altri  tali  libri  volgari.  Terzo  preteso 
abuso  di  Roma ,  proibire  i  libri 
contro  l'ecclesiastica  libertà  per  in- 
vadere i  diritti  de*  sovrani  e  dei 
vescovi.  Neil*  Appendice  poi  sono 
discussi  questi  argomenti.  Si  ri- 
sponde a  cinque  questioni  da  Ar- 
naldo proposte  al  signor  Steyaert 
sulle  proibizioni  romane  de*  libri. 
Si  premette  la  notizia  del  libro  in 
cui  si  propongono  tali  questioni. 
Si  risponde  alle  questioni. 

Si  legge  nella  vita  di  Giulio  IH 
del  Novaes,  che  quel  Pontefice  ai 
22  aprile  i55o  pubblicò  una  co- 
stituzione riportata  da  Alfonso  de 
CastrOj  De  just,  haeres.  punit.  lib. 
YIII,  cap.  17,  colla  quale  rivocò 
a  tutte  le  persone,  tranne  gl'inqui- 
sitori della  fede,  la  facoltà  che  po- 
tessero avere  ottenuta  dai  Papi  suoi 
predecessori,  per  leggere  o  ritenere 
libri  de'Iuterani,  o  di  qualsivoglia 
altri  eretici,  essendo  egli  perciò  il 
primo  romano  Pontefice  che  abbia 


IND  173 

fatta  la  prima  generale  proibizione 
de'libri  eretici,  poiché  prima  di  lui 
nessuna  pontificia  legge  si  trova, 
la  quale  generalmente  proibisca  la 
lettura  di  libri  simili,  sebbene  spes- 
so ritrovansi  i  particolari  libri  de- 
gli eretici  o  di  particolari  eresie. 
Di  ciò  e  del  diritto  e  modo  di 
proibire  i  libri  cattivi  scrisse  an- 
cora accuratamente  il  p.  Jacopo 
Gretsero  gesuita.  Opere  t.  Ili,  p. 
17.  Della  congregazione  cardinali- 
zia dell'  indice  ne  tratta  ancora  il 
p.  Hunoldo  Plettemberg,  Notida 
congrega tionuni  cap.  XXII.  Il  p. 
Giuseppe  Catalani  nel  1751  pub- 
blicò in  Roma  :  De  secretano  sa- 
crae  congregati onis  indicis  libri 
duo,  in  quorum  primo  de  ejusdent 
originem,  praerogativis^  ac  muniis 
agilur  ;  in  altero  eorum  series 
continetur,  qui  eo  munere  ad  hanc 
usque  diem  donati  fuere.  Nei  Dia- 
ri  di  Roma  del  secolo  decorso  si 
leggono  diversi  esempli  di  libri  con- 
dannati alle  fiamme,  e  bruciati 
per  mano  del  boia  sopra  un  palco 
eretto  sulla  piazza  della  Minerva, 
come  nel  numero  2197  dell'an- 
no  1731. 

INDICOLO,  Jndiculus.  Biglietto 
o  viglietto ,  notificazione,  con  cui 
sì  citavano  alcuni  alla  corte.  Indi- 
culus  regis  ad  episcopuniy  Marculf. 
Yìh.  Formular,  cap.  6.  Sì  raccoglie 
più  chiaramente  il  significato  dal- 
le seguenti  parole,  che  il  medesi- 
mo autore  riporta  nel  lib.  3,  cap. 
38  :  Si  consacramenta les  homines 
cum  ipso  venire  renuerinty  jussio- 
ne  dominica,  aut  indiculo,  aut  si- 
gillo ad  palatiuni  venire  cogantur. 
Fu  così  denominato  per  essere  un 
contrassegno  della  volontà  del  pa- 
drone, al  dire  del  Macri,  Notizia 
de'voc.  eccl.  Gì'  indicoli,  secondo  il 
Durando  nel  suo  Glossario,  erano 


174  IND 

una  nollficniìone  in  forma  di  let- 
tere di  comando,  dn  coi  non  dif- 
ferivano i  preceUi  se  non  perchè 
erano  questi  sigillati,  e  gì' indicoli 
soltanto  sottoscritti.  Il  Mabillon, 
De  re  lìiplom.^  un'altra  distinzio- 
ne tra  ambedue  assegna,  avendo 
secondo  lui  il  precello  riguardato 
l'avvenire,  e  l'indicolo  il  presente; 
ed  osserva  pure  col  Baluzio  essere 
sialo  qualche  volta  preso  l'indico* 
lo  per  editto  o  per  dichiarazione 
di  un  principe.  Tuttavolla  non  una 
specie  di  lettere,  ma  più  propria- 
mente negl'  indicoli  si  dovrebbe 
riconoscere  come  un  genere  che  di- 
verse specie  ne  compiese.  E  in  fat- 
ti sotto  il  nome  d'indicoli  nel  Diur- 
no de  roninni  Pontefici  (f'edì)^  è 
registrata  la  professione  di  fede  che 
i  Papi  dopo  la  loro  elezione  al 
pontilicato  indirizzavano  a  s.  Pie- 
tro, al  clero  ed  al  popolo  romano, 
come  quella  pure  che  gli  eletti  ve- 
scovi mandavano  al  Papa  accom- 
pagnala da  promesse,  e  conferma- 
ta con  giuramento  e  con  impre- 
cazioni contro  loro  slessi  se  tenta- 
to avessero  di  violarle.  Tale  è  V in- 
diculnm  episcopi  de  Longobardin. 
Questa  specie  d'indicoli  fu  della 
qualche  volta  cauzione  che  i  Pon- 
tefici ed  i  metropolitani  esiger  do- 
vevano da  quelli  ch'essere  doveva- 
no da  loro  consacrati  vescovi,  nel- 
l'occasione specialmente  di  nuove 
controversie  dommatiche  nella  Chie- 
sa insorte.  Non  solo  indicolo  si 
dissero  le  lettere  di  avviso,  ma  le 
citazioni  intimate  dai  principi,  i  lo- 
ro precetti^  i  loro  commonitorii, 
come  anche  le  loro  patenti.  Indi- 
coli  furono  egualmente  chiamate 
le  semplici  lettere  di  complimento 
che  l'uno  all'altro  si  mandavano 
1  principi,  od  anche  le  credenziali 
che    consegnavano   ai    loro    amba- 


IND 

sciatori.  La  stessa  denominazione 
sortirono  qualche  volta  le  preci  per 
qualsivoglia  titolo  al  soviano  pre- 
sentate ,  le  lettere  di  felicitazione 
che  tra  loro  mandavansi  i  vescovi, 
i  ricorsi  indirizzati  ai  magistrali  o 
ad  altri  superiori,  le  relazioni  di 
qualche  fallo,  ed  altro  simile  let- 
tere delle  qtiali  si  leggono  le  for- 
mole  presso  il  citato  Marculfo.  In- 
dicoli pur  si  dissero  certi  registri 
necrologici  ch'erano  nelle  chiese. 

INDlli  OCCIDENTALI,  India- 
rum  occi denta lium  patrìarchaliis. 
Titolo  del  prelato  o  cardinale  pa- 
triarca delle  Indie  occidentali,  di- 
gnità onorificenlissima  sebbene  me- 
ra e  semplice  in  se  stessa,  ma  tale 
siccome  unita  alle  cospicue  quali- 
fiche ed  ufiizi  di  cappellano  mag- 
giore della  regia  cappella  del  re 
di  Spagna,  suo  vicario  generale  dei 
regi  eserciti,  non  che  elemosiniere, 
con  privilegi  e  prerogative.  Que- 
sto titolo  fu  stal3Ìlilo  dalla  santa 
Seàe  ad  istanza  de*  re  di  Spagna 
come  sovrani  delle  Indie  occiden- 
tali [f^edi);  e  ad  essi  ne  concesse 
la  nomina  e  presentazione,  per  cui 
deve  il  nominato,  prima  di  essere 
approvato  dal  Papa  ,  soggiacere  al 
processo,  ad  onta  che  l'avesse  già 
esaurito  se  vescovo  di  qualche  chiesa. 
Il  processo  si  fa  dal  prelato  nimzio 
di  Spagna  sulle  qiralità  del  sogget- 
to prescelto  e  sopra  i  privilegi  e 
prerogative  del  patriarcato  titolare. 
Deve  inoltre  l'eletto  patriarca  e- 
mettere  il  giuramento  prescritto  ai 
vescovi  da  Sisto  V  e  Benedetto 
XIV,  quindi  ha  luogo  la  preconiz- 
zazione,  che  ne  fa  il  Pontefice  in 
concistoro  al  sacro  collegio,  prece- 
duta dalla  dispensa  della  Propositio 
stampala.  Suole  il  re  di  Spagna 
nominare  patriarca  un  vescovo,  un 
cardinale,  od  anche  un  prete.  Tal- 


IND 

Tolta  il  cardinale  o  il  vescovo  pa- 
triarca ritiene  con  indulto  aposto- 
lico la  chiesa  arcivescovile  o  ve- 
scovile di  giurisdizione  o  iti  parti' 
biiSj  tale  alila  da  queste  si  dimet- 
te, non  essendone  necessaria  la  ri- 
tenzione ;  si  suole  bensì  promovere 
ad  una  chiesa  arcivescovile  in  par- 
tìbus  quello  che  non  era  fregiato 
dei  carattere  episcopale.  L'  unica 
e  giusta  ragione  per  la  quale  il 
patriarca  delle  Indie  occidentali  de- 
v'  essere  promosso  ad  una  chiesa 
arcivescovile  titolare,  si  è  perchè  ta- 
le patriarca  è  un  mero  titolo  infe- 
riore air  arcivescovo  e  vescovo  ti- 
tolare ;  giacché  gli  arcivescovi  e 
vescovi  litolari  sono  veri  arcivesco- 
vi e  vescovi  delle  chiese  esistenti 
nelle  parti  degl'  infedeli ,  e  come 
tali  devono  essere  consacrati  e  por- 
tarsi alle  loro  chiese ,  se  non  che 
vengono  esentati  dall'indulto  che 
concede  ad  essi  il  sommo  Pontefice 
neir  atto  della  loro  promozione. 
Questo  patriarca  però  in  vigore  del 
patriarcato  delie  Indie  occidentali 
non  può  prenderne  la  consacra- 
zione, ne  domandare  il  pallio,  ne 
esercitare  atto  alcuno  pontificale, 
ne  giurisdizionale  spirituale  o  tem- 
porale,  e  neppure  portarsi  nelle 
parli  delle  Indie  occidentali,  senza 
espressa  licenza  della  santa  Sede , 
come  il  tutto  chiaramente  risulla 
dall'atto  concistoriale  della  prov- 
vista di  tal  patriarcato.  Ciò  pre- 
messo, questo  patriarcato  delle  In- 
die occidentali  non  è  dignità  né 
arcivescovile  ne  vescovile ,  essendo 
isenza  residenza,  senza  chiesa,  sen- 
za suffraganei  ,  senza  clero ,  senza 
popolo,  e  senza  giurisdizione,  rna 
solamente  una  dignità  ,  la  quale 
gode  soltanto  V  onore  e  preceden- 
za di  dignità,  conforme  si  espriVne 
neirallo  concistoriale,  e  nella  Pro- 


IISD  175 

positìo  stampala,  in  cui  è  pur  det- 
to friicliis  minime  repcriuntur  trt- 
xati  in  libris  camerae ,  quia  nul- 
li sunt. 

Dal  narrato  resta  provato  che 
il  patriarca  delle  Indie  occidentali 
come  tale  non  può  essere  con- 
sacralo né  esercitare  atto  alcuno 
pontificale  né  giurisdizionale,  e  pe- 
rò quando  a  tal  patriarcato  deve 
promoversi  un  semplice  sacerdote 
é  necessario  che  il  medesimo  ven- 
ga provveduto  di  una  chiesa  arci- 
vescovile inpartìbus  infìdelìiim^  ac- 
ciocché possa  essere  consacrato  per 
esercitare  i  pontificali  non  come 
patriarca,  ma  come  pro-cappellano 
maggiore  della  regia  cappella  del 
re  di  Spagna ,  in  que'  luoghi  e 
sudditi  destinatigli  ed  assegnatigli 
dal  re  e  dai  Pontefici.  Il  promosso 
poi  a  questo  patriarcato,  se  vescovo 
di  qualche  chiesa,  non  ha  bisogno 
di  esser  né  traslatato  né  promosso 
ad  una  chiesa  arcivescovile  in  par- 
tibus  per  essere  consacrato  e  per 
avere  l'autorità  di  esercitare  gli 
atti  de'  pontificali  ne'  luoghi  asse- 
gnati alla  giurisdizione  del  cappel- 
lano maggiore,  avendo  egli  di  già 
ricevuto  l'  episcopale  consacrazione, 
dacché  con  essa  viene  ad  avere 
tutta  r  autorità  e  facoltà  di  eser- 
citare gli  alti  tutti  pastorali  e  pon- 
tificali in  ogni  città  e  luogo,  sem- 
pre de  licentìa  proprii  ordinarli^  e 
molto  più  in  que'  luoghi  e  sudditi 
a  lui  soggetti  come  pro-cappellano 
maggiore.  Questo  patriarca,  benché 
decorato  di  altro  titolo  vescovile,  si 
sottoscrive  negli  atti  :  Patriarcha 
Indìaram  Occidentalium,  come  che 
titolo  più  specioso  e  superiore  a 
quello  di  arcivescovo  e  di  vesco- 
vo ,  e  come  patriarca  precede  ai 
medesimi,  e  come  patriarca  ha  il 
primo    luogo    nella    creazione    dei 


176  IND 

novelli  cardinali  se  egli  viene  esal- 
tato alla  sacra  porpora.  Il  patriar- 
ca  delle  Indie  occidentali  fa  sem- 
pre la  sua  residenza  in  Madrid 
capitale  della  Spagna,  presso  la  fa- 
miglia reale,  e  funge  1*  esercizio  di 
parroco  del  regio  palazzo,  e  della 
famiglia  reale  e  di  tutte  le  cure 
del  patrimonio  regio,  eccettuate 
come  sono  dalla  giurisdizione  or- 
dinarla del  diocesano;  di  detti  luo- 
ghi è  pure  giudice  ecclesiastico.  Per 
le  parrocchie  situate  nel  patrimo- 
nio del  re,  il  patriarca  sostituisce 
altrettanti  sottocurati,  per  l'assi- 
stenza de'  fedeli  ;  ha  il  suo  sinodo 
per  l'esame  de' ministri  necessari, 
ed  esercita  giurisdizione  esclusiva 
e  indipendente  in  forza  di  conces- 
sioni della  Sede  apostolica.  Come 
vicario  generale  castrense  di  lutto 
l'esercito  che  milita  sotto  le  ban- 
diere del  re,  il  patriarca  egual- 
mente gode  particolare  giurisdizio- 
ne indipendente  affatto  da  quella 
de'  vescovi ,  in  tutti  i  dominii  del 
re  di  Spagna,  dentro  e  fuori  della 
penisola.  11  patriarca  delle  Indie 
occidentali  in  Maris  Oceani  non 
ha  veruna  giurisdizione  sopra  le 
chiese  e  diocesi  del  di  lui  titolo. 
Le  sue  rendile  consistevano  nelle 
pensioni  colle  quali  erano  gravate 
le  sedi  vescovili  dell*  America,  pel 
quale  motivo  dopo  la  proclamata 
indipendenza  delle  repubbliche  a- 
mericane  mancarono  le  pensioni, 
laonde  per  dotare  questo  patriarca 
ì  re  di  Spagna  lo  nominano  a 
qualche  provvista  ecclesiastica  nel- 
le cattedrali  spagnuole. 

Dal  documento  tratto  dall'ar- 
chivio Vaticano  ex  minut.  Brevium 
Clem.  PP.  FU,  lib.  28,  n.  182, 
e  che  qui  appresso  riportiamo,  si 
rileva  che  Leone  X  conferì  il  ti- 
tolo di  patriarca  dell'  Indie  occiden- 


IND 

tali ,  vacato  dalla  sua  primiera  e- 
rezione,  ad  Antonio  di  Roxas  già 
arcivescovo  di  Granata,  ed  allora 
vescovo  di  Palencia,  e  che  Cle- 
mente VII  lo  conferì  a  Stefano 
Gabrieli  vescovo  di  Jaen.  >•  Cle- 
mens  PP.  VII  Steflìno  Gabrieli 
episcopo  Giennen.  Licet  alias  fel. 
re.  Leo  PP.  X  predecessor  noster 
b.  m.  Antonium  archiepiscopum 
Granatensem  a  vinculo,  quo  eccle- 
siae  Granatensi  tenebatur,  absol- 
verit ,  seu  nos  absolverimus,  eum- 
que  ad  ecclesiam  Palenlin  tunc  cer- 
to modo  vacantem  transtulerit,  seu 

transtulerimus et    ne  ipse 

Antonìus  ad  ecclesiam  cathedralem 
translatus  digniori  titulo  carerei, 
ad  supplicationem  regis  calholici 
in  insulis  Indiarum  patriarchalem 
ecclesiam  erexeril,  seu  erexerimus, 
et  illi,  ab  illius  primaeva  erectione 
vacanti,  de  persona  dicli  Antonii 
providerit,  seu  nos  providerimus  : 
lamen  nec  Antonius  ipse  literas 
super  erectione  et  provisione  pa- 
triarchalis  ecclesiae  expedivit,  nec 
ipsa  ecclesia  hactenus  constructa  et 
dotata  fuil  .  .  .  sicut  praefatus  An- 
tonìus sine  literaruoi  expeditione 
patriarcham  Indiarum  se  denomina- 
vit,  et  patriarchae  nomen  habuit ... 
ita  et  tu  .  .  "  Il  qui  nominato  Ste- 
fano Gabriele  Merini  Clemente 
VII  stesso  nel  i533  lo  creò  car- 
dinale. Nel  1^72  s.  Pio  V  unì 
la  dignità  di  patriarca  dell'  Indie 
occidentali  al  cappellanato  mag- 
giore della  reale  corte  di  Spagna, 
ma  senza  giurisdizione  alcuna  sul- 
le chiese  dell'  Indie.  Il  cappella- 
no maggiore  aveva  una  pensio- 
ne di  ottomila  ducati  sugli  spo- 
gli delle  chiese  del  Messico  e  del 
Perù,  come  consta  dalle  analo- 
ghe patenti  dall'anno  i6o3  all'anno 
1617.' 


IND 

Il    primo    Pontefice   che    accor- 
dò   facoltà  e    giurisdizioni     al    pa- 
triarca   delle    Indie    pei    suoi    ufii- 
zi,    fu    Innocenzo  X    a' 26  settem- 
bre   del    i644>  p6i'    supplica    fatta 
da  Filippo  IV  re  di  Spagna.  Cle- 
mente Xil    con    breve    de' 4    f<^t)* 
braio    17  36    concesse    al    patriarca 
prò  tempore  et  ad  septennium,  co- 
me vicario  generale  de'  reali    eser- 
citi, le    facoltà   che  prima    godeva 
il  cappellano  maggiore  arcivescovo 
di  Compostella,    già   vicario    gene- 
rale de'medesimi  eserciti.  Altrettan- 
to concesse  e  confermò    Benedetto 
XIV  a' "i  giugno    1741    colla   qua- 
lifica di  cappellano  maggiore.  Cle- 
mente XIII  col  breve   Quoniam  in 
exercitibus,  de' io  marzo  1762,  pro- 
rogò   ad    altro    septennìiim    le    fa- 
coltà e  privilegi  che   pure  ampliò. 
Lo  stesso  Clemente  XIII   spedì  un 
altro  breve  a'  i4  u)arzo  1764,  nel 
quale  dichiarò  e  spiegò  diversi  dub- 
bi   sulle  facoltà  in  questione.    Pio 
VI  agli  8  aprile     1777    emanò    il 
breve  :   Charissime  in  Christo  fili , 
colla  decla ratio  prò  rege  catholico, 
quoad  loca  et  personas  comprelien- 
sas    in    territorio    parochiatis    ejus 
regiae  cappellae.    In    tal    modo    a 
questo  patriarca  cappellano  o   pro- 
cappellano regio  ad  istanza  del  re 
Carlo  III  concesse  e   distintamente 
assegnò  territorio,  giurisdizione,  li- 
bero   esercizio     di     cura    d'anime, 
l'uso  de'ponlificali,    e    di    tutti  gli 
altri  pastorali  uffizii    indipendente- 
mente da  qualunque  ordinario,  in 
tutti   i  luoghi  descritti  ne'  brevi  a- 
postolici ,    con    facoltà    vescovile    o 
quasi  vescovile  e  giurisdizione.  Que- 
ste   facoltà    i    successori     Pontefici 
le  prorogarono  e  confermarono  ad 
septenniiini  al  patriarca  delle  Indie, 
come  vicario  generale  de'  regi  eser- 
citi,   e    sono:     i.  Esercitare    tutti 

YOL.    XXXIV. 


IND  177 

gli    uffizi    parrocchiali  ,    per    sé   o 
per  i  suoi  curati,  che  pi  il  propria- 
mente sono  economi  o  delegali  del 
patriarca;    e    conferire    la    cresima 
e  le  sacre  ordinazioni  a  tutti  i  suoi 
sudditi,    allorché    sia    fregiato    del 
carattere   vescovile.     1.  L'assolvere 
i   medesimi   dall'eresia,    apostasia   e 
scisma,  non  che  da  qualunque  sia- 
si altro  crimine,  per  quanto  grave 
fosse,  ed  alla  santa  Sede  riservato. 
3.    Ritenere  e  leggere  fuori    d'Ita- 
lia i    libri    proibiti    di    qualunque 
specie,  non  però  di    concedere    ad 
altri  questa  facoltà,    ed    eccettuate 
le  opere  di  Carlo  de  Moulin ,    Ni- 
colò Macchiavelli ,  ed    i  libri    sul- 
l'astrologia giudiziaria.     4-  ^^'^'^  '^ 
messa  un'ora  prima    dell'aurora    e 
dopo    il    mezzogiorno,  ed    in  caso 
necessario    celebrare  due    volte    al 
giorno,  o    in  luoghi    sotterranei,  o 
in  mezzo  alle  campagne;   l'uso  del- 
l'altare portatile,  ancorché  la  pietra 
della  mensa  non  cuopra  le  reliquie 
de' santi;  e  senza  pericolo  di  scan- 
dalo od     irriverenza    celebrare    ia 
presenza  di  eretici    e    scomunicati, 
i  quali  sono  esclusi    dal  servire  la 
messa.    5.   Concedere    T  indulgenza 
plenaria  a  tutti   i  suoi  sudditi   nel 
punto  di    morte;   lo  stesso  ai   con- 
vertiti dall'eresia;  e  nelle  feste    di 
Natale,  Pasqua,  ed  Assunzione  della 
Beata  Vergine.    A   quelli    poi    che 
nelle    domeniche    assisteranno    alla 
spiegazione  del  vangelo,  dieci  anni 
ed  altrettante  quarantene    d'indul- 
genza. 6.  Dire  la   messa  di  requiem 
tutti   i  lunedì  non  occupati  coll'of- 
fìzio  di  nove  lezioni,  che  in  tal  ca- 
so dovrà  rimettersi  ad   altro  gior- 
no della  settimana,  e  la   messa  ap- 
plicata per  l'anima    di  alcuno    dei 
suoi  sudditi,    come    fosse    detta  ia 
altare  privilegiato.   7.    Di    portare 
la  comunione  agi'  infermi    occulta- 
12 


178  IND 

mente    e  senza    lumi,    allorché    vi 
fosse  pericolo  d'irriverenza,    e  cu- 
stodir nello  stesso  modo  il  ss.  Sa- 
gramento.  8.  Permettere   l'uso    di 
vesti  ed  abiti  secolari  a  tutti  i  suoi 
sacerdoti  ancorché  regolari,    allor- 
ché vi  sia  qualche  pericolo    dimo- 
rando   tra    nemici    della   religione 
cattolica.  9.  Benedire  i  paramenti 
e  vasi  sacri,  necessari    soltanto  al- 
l'uso delle  sue  chiese,    io.    Ricon- 
ciliare le  chiese,  cappelle,  oratorii, 
cimiteri,  ne'paesi  ove  dimora    l'e- 
sercito,   allorché    non    sia    facile 
l'accesso  o  ricorso    al   proprio   ve- 
scovo.   II.    Esercitare    gli    atti    di 
giurisdizione  ecclesiastica    nel    foro 
esterno  con    tutti    i    suoi    sudditi 
ed    impiegati     nell'esercito,     come 
vero  ordinario    e   giudice    di    essi. 
12.  Concedere  agli  stessi  l'uso  del- 
la   carne   e    latticini    ne' giorni    di 
quaresima,   eccettuati    i    venerdì  e 
sabbati  e  la  settimana  santa,  allor- 
ché non    si    trovino    nelle    attuali 
fatiche  di  campagne  militari^  e    di- 
spensarli dal  digiuno.    i3.  Dispen- 
sare, commutare  ed  assolvere   dal- 
le censure,  irregolarità,  voti  e  giu- 
ramenti nel  modo  che  fanno  i  ve- 
scovi,   secondo    le    concessioni   dei 
sacri    canoni,    e    del    concilio    di 
Trento.    Deve   poi    avvertirsi    che 
questo  patriarca  non  ha  l'uso  del- 
le insegue    e  vesti  proprie  dei  pa- 
triarchi, ma    bensì  quello    come  i 
"Vescovi.  Riporteremo  qui  appresso, 
oltre    i    nominati    da    Leone    X  e 
Clemente  VH,  il  novero  di  alcuni 
patriarchi    delle    Indie    occidentali, 
che  nelle  annuali  iS'oLìzìe  di  Roma 
per  ordine  di  gerarchia  de'patriar- 
chi    sono  registrati    nel    sesto    pa- 
triarcato, cioè  dopo  quello  di  Ve- 
nezia, e    prima  di    quello    di  Lis- 
bona. 

Antonio  Manriquez   Gusman  da 


IND 

Clemente  X  fatto  arcivescovo  di  Ti- 
ro in  partibus  nel  1670  a*  i5  di- 
cembre, ed  a*  22  patriarca. 

Antonio  de  Benavides  Bazon  da 
Innocenzo  XI  fatto  arcivescovo  di 
Tiro  nel  1679  a'  io  aprile,  ed  agli 
8   maggio  patriarca. 

Pietro  Portocarrero  y  Gusman 
da  Innocenzo  XII  fatto  arcivesco- 
vo di  Tiro  nel  1691  a'  27  agosto, 
ed  a*  2  o  novembre  patriarca ,  e 
per  ambedue  le  provviste  furono 
fatti  due  processi. 

Carlo  Borgia  y  Centellas  da  Cle- 
mente XI  a' 20  luglio  1705  nomi- 
nato arcivescovo  di  Trebi sonda  in 
partibus^  a'3  ottobre  1708  patriar- 
ca, e  cardinale  nel  1720:  per  le 
due  prime  promozioni  si  fecero  due 
processi. 

Alvaro  de  Mendoza  da  Clemen- 
te XII  a' 20  gennaio  1784  sub 
unica  propositione  fatto  arcivesco- 
vo di  Farsaglia  in  partibus,  e  pa- 
triarca, creato  cardinale  da  Bene- 
detto XIV  nel   1747. 

Bonaventura  de  Cordova  Spino- 
la de  la  Cerda  da  Clemente  XIII 
fatto  patriarca  nel  1761  a' 6  apri- 
le, e  cardinale  a*  23  novembre. 

Francesco  Saverio  Delgado  arci- 
vescovo di  Siviglia,  da  Pio  VI  nel 
1778  a'  3o  marzo  fatto  patriarca, 
e  cardinale  il  primo  giugno. 

Antonio  de  Sentmanat  y  Cartel- 
la, già  vescovo  d'Avila,  da  Pio  VI 
fatto  patriarca  a' 25  giugno  1784, 
e  cardinale  nel   1789. 

Giuseppe  de  Arce  arcivescovo  di 
Saragozza  ed  inquisitore  generale, 
da  Pio  VII  a'  26  agosto  1806  fu 
fatto  patriarca. 

Francesco  Antonio  Cebrian  y-Val- 
da,  traslato  dal  vescovato  di  Ori- 
huela  da  Pio  VII,  che  a' io  lu- 
glio 18 15  lo  fece  patriarca,  indi 
a' 23  settembre   18 16  cardinale. 


IJND 

Antonio  Alluè,  già  vescovo  di 
Girona,  fatto  patriarca  da  Pio  VII 
agli  8  gennaio  1821.  Ancora  non 
gli  fu  dato  successore. 

INDIE  OCCIDENTALI.  Vasto 
arcipelago  dell' America  settentrio- 
nale, fra  il  golfo  del  Messico  ed  il 
mare  dei  Caraibi,  diviso  in  grandi 
e  piccole,  Antille,  che  si  estende 
dalla  costa  della  Florida  fino  a 
quella  di  Terra  Ferma.  Allorché  i 
portoghesi  riuscirono  a  penetrare 
nell'India  dall'oriente,  gli  spagnuoli 
guidati  da  Cristoforo  Colombo,  in- 
trapresero pure  di  penetrarvi  dal- 
l'occidente. Nel  1492  essi  appro- 
darono ad  una  di  quelle  isole  che 
si  trovano  nel  golfo  del  Messico , 
allora  chiamate  Indie  occidentali 
per  distinguerle  dall'Indie  propria- 
mente dette,  e  che  si  chiamarono 
Indie  orientali  (T^edi).  Col  nome 
d'Indie  orientali  si  comprende  d'or- 
dinario quella  vasta  regione  asiati- 
ca che  si  divide  in  due  parti,  al 
di  qua  e  al  di  là  del  Gange,  e  cia- 
scuna termina  con  una  grande  pe- 
nisola, cioè  le  due  grandi  contrade 
dell'  Indostan  e  dell'  Indo  -  China  , 
i  cui  abitanti  sono  detti  indostani 
ed  indiani ,  nel  sud  dell'  Asia  ;  ed 
una  gran  parte  delle  isole  del  nord- 
est dell'  Oceanica,  come  Sumatra, 
Java,  Borneo,  Celebe,  le  Molucche 
e  le  Filippine.  L' arcipelago  delle 
Antille,  chiamato  pure  delle  Indie 
occidentali,  il  più  considerabile  dell'o- 
ceano Atlantico,  è  situato  fra  i  due 
continenti  dell'  America.  Le  Antil- 
le formano  una  catena  semicirco- 
lare che  partendo  dalla  riva  della 
Florida,  nell'  America  settentriona- 
le, va  a  terminare  al  golfo  del 
Messico  nell'America  meridionale. 
Si  può  attribuire ,  come  lo  fece 
qualche  scrittore,  l'origine  del  no- 
me   di    Antille    alla    posizione    dì 


IND  179 

queste  isole  innanzi  al  nuovo 
continente,  pei  navigatori  che  ven- 
gono dall'Europa.  Si  chiamò  que- 
sto arcipelago  Indie  occidentali, 
perchè  all'epoca  della  sua  scoperta 
fu  preso  per  una  prolungazione 
delle  isole  indiane  orientali  le  più 
avanzate.  Gì'  inglesi  conservarono 
una  tal  denominazione,  chiamando- 
lo PVest  ladies.  Gli  spagnuoli  le 
divisero  in  isole  del  Vento,  e  isole 
sotto  Vento;  ed  i  francesi  e  gl'in- 
glesi adottarono  una  tal  divisione, 
con  differenti  modifica/ioni.  Alcuni 
comprendono  l'arcipelago  delle  Lu- 
cale nel  numero  delle  Antille.  Le 
Antille  appartengono  a  diverse  po- 
tenze europee,  come  la  Francia, 
r  Inghilterra,  la  Spagna,  l'Olanda, 
la  Danimarca  e  la  Svezia ,  oltre 
gli  stati  indipendenti.  Chiamasi  In- 
diana uno  degli  Stati  Uniti  dell'A- 
merica settentrionale  presso  l'Ohio, 
ov'è  la  sede  vescovile  di  Vincen- 
nes.  Sotto  poi  il  nome  d' indiani 
si  conoscono  gli  aborigeni  o  primi 
abitatori  dell'America.  Questa  par- 
te del  mondo  essendo  da  principio 
considerata  come  le  Indie  asiati- 
che o  orientali,  fu  poscia,  ricono- 
sciuto r  errore  ,  disegnata  sotto  il 
nome  d*  Indie  occidentali,  ed  i  suoi 
abitanti  sotto  quello  d'indiani.  So- 
no essi  sparsi  tra  1'  una  estremità 
e  l'altra  dell'America,  e  si  divi- 
dono in  molte  nazioni ,  suddivise 
in   popolazioni,  tribù,  ec. 

Al  precedente  articolo  abbiamo 
parlalo  del  patriarca  delle  Indie 
occidentali ,  Indiariuni  occidenla- 
liuni  palriarchatus  in  maris  Ocea» 
ni,  semplice  titolo  di  dignità  senza 
chiesa  e  suffraganei  in  queste  re- 
gioni, ove  sono  diversi  arcivesco- 
vati e  vescovati,  alcuni  detti  nelle 
Indie  occidentali,  altri  nelle  Indie 
occidentali  di  Portogallo  perchè  nei 


i8o  IND 

.dominii  dell'imperatore  de!  Brasi- 
le, impero  prima  unito  al  Porto- 
gallo, e  governato  da  un  principe 
di  quella  stirpe  reale.  Sì  conserva 
ancora  nella  Spagna  il  titolo  di 
patriarca  delle  Indie  occidentali  per- 
chè il  re  conserva  diverse  provin- 
cia neir  Asia,  nell'  Africa  e  nell*  A- 
merica  che  tra  noi  si  chiamano  col 
nome  d'Indie;  ed  altresì  perchè  il 
re  di  Spagna  non  ha  finora  rico- 
nosciuta come  legittima  la  separa- 
zione dei  diversi  governi  di  Ame- 
rica. Le  chiese  dell'  Indie  occiden- 
tali arcivescovili  e  vescovili  in  Iii- 
diisy  in  Indiis  occidenlalibus,  sono 
Antequara,  Antiochia,  Aret{uipa,  A- 
"Vana  o  s.  Cristoforo,  Releui  de  Para, 
Benezuela  o  Garaccas,  Caceres,  Carta- 
gine, Cumayagua,  Cuenca,  Ciisco,  s. 
Domingo,  s.  Giacomo  del  Chili,  s. 
Giaconio  de  Cuba  ,  Guadalaxara , 
Guamagna  o  Ayacucho,  Guatimala, 
Jucatan  o  Merida,  Linares,  s.  Lo- 
dovico di  Maragnano,  Maynas,  Me- 
choacan,  Merida  ,  Messico  ,  Nica- 
rauga ,  Olinda  e  Fernambuco,  s. 
Paolo,  Paraguai,  Popayan ,  Por- 
torico, Quito ,  Sonora,  Tlascala, 
ec.  ec.  Alcune  delle  nominate  se- 
di non  portano  più  la  qualifica,  nelle 
Indie  occidentali.  I  sovrani  di  Spa- 
gna tuttora  portano  il  titolo  di  re 
delle  Indie,  Indiaruni  rex ,  come 
già  sovrani  di  gran  parte  dell'  A- 
merica,  che  non  solo  si  chiamò  nuo- 
vo mondo,  ma  rispetto  a  noi  Indie 
occidentali.  Isabella  1  la  cattolica 
regina  di  Castiglia  e  di  Leone,  fu 
la  prima  ad  assumere  il  titolo  di 
regina  delle  Indie  occidentali,  per- 
chè forni  a  Cristoforo  Colombo  la 
flottiglia  per  scuoprire  l'America  o 
Nuovo  Mondo,  e  perchè  le  conqui- 
ste si  fecero  a  vantaggio  del  suo 
regno,  sebbene  maritata  a  Ferdi- 
nando V  re  d'Aragona  o  di   Spa- 


IND 

gna.  II  p.  Menochio  tratta  nelle 
sue  Stuore  tom.  I,  pag.  ^5i^  cap. 
XXV,  Se  neW  Indie  occidentali^ 
avanti  che  dal  Colombo  fossero 
scoperte,  sia  stato  predicato  Ve- 
vangelo  di  Cristo.  Argomento  che 
toccamo  all'articolo  America  ed  al- 
trove. 

INDIE  ORTENTALL  Sotto  que- 
sta denominazione  viene  significato 
il  vasto  e  ricco  paese  dell'Asia  meri- 
dionale, che  ha  per  confine  al  nord 
le  montagne  di  Himalaya,  le  qua- 
li lo  separano  dal  Thibet  e  dalla 
Bucarla,  avente  all'est  l'impero  ci- 
nese, all'ovest  l'impero  persiano, 
ed  al  sud  il  mare.  Altri  definiscono 
le  Indie  orientali  quelle  due  vaste 
contrade,  che  tanto  si  estendono  al 
sud  dell'Asia,  alla  dritta  e  sinistra 
del  Gange,  e  che  terminano  in  due 
grdndi  penisole  ;  l' orientale  prese 
il  nome  d' Indo-Cina,  l^occidentale 
Indostan.  Siccome  il  celebre  navi- 
gatore e  scuopritore  dell'America 
Cristoforo  Colombo,  nel  giungere 
per  la  prima  volta  alle  isole  Lu- 
cale ed  Antille  di  detta  nuova  re- 
gione, credette  aver  trovato  un  nuo- 
vo passaggio  per  giungere  alle  In- 
die, quella  regione  adottò  allora 
questo  medesimo  nome,  e  gli  abi- 
tanti si  dissero  indiani,  dovendo 
quindi  le  antiche  Indie  chiamarsi 
orientali^  mentre  occidentali  si  dis- 
sero le  americane,  secondo  la  loro 
naturale  posizione.  Cinque  ampie 
contrade  si  comprendono  nell'  In- 
dostan ,  o  paese  degl'Indii  o  In- 
dous,  secondo  la  divisione  del  mag- 
giore Rennel  generalmente  ricevu- 
ta. I.  La  regione  del  Gange  o 
r  Indostan  gangetico.  2.  La  regio- 
ne dell'Indo  o  Indostan  sindetico. 
3.  L' Indostan  centrale.  4-  L'Iq- 
dostati  meridionale.  5.  L' India  e- 
steriore  o    la  Indo-China.    Sembra 


IND 

die  al  fiume  Indo,  e  gli  abitanti 
cliiamati  Indù,  e  la  regione  deb- 
bano il  loro  nome.  Fu  detta  an- 
ticamente Bharatkand,  cioè  regno 
della  dinastia  di  Bharata;  Med- 
hiania  o  Paese  del  rnezzoj  Diam- 
biiDuyp  o  Penìsola  dell'  albero 
della  {'ila,  e  ne' posteriori  tempi 
Mogol  da'  principi  discendenti  di 
Gengis  che  vi  dominarono.  La 
grande  catena  montuosa  dell*  alti- 
piano centrale  d'Asia  forma  le 
graudi  diramazioni  delle  montagne 
in  questo  suolo.  Gli  indiani  nella 
loro  storia  e  mitologia  le  com- 
prendono tutte  sotto  il  nome  ge- 
nerico di  MeiUj  o  Siimeru,  o  Kai- 
lassaen,  che  può  riguardarsi  quale 
indico  Olimpo  patria  d'uomini  e 
di  numi.  La  diramazione  di  Hiuia- 
laya  si  estende  fra  V  Indostan  sin- 
detico ed  il  Thibet  occidentale,  e 
separa  il  bacino  dell'Indo  da  quel- 
lo del  Gange.  L'altra  diramazione 
di  Kantal  o  Sevolick  dal  sud  vol- 
ge all'est,  ed  altra  staccandosi  dal 
Kantal  separa  il  Gange  dal  Bra- 
Djaputre  ,  si  denomina  Rentaissè 
dai  tibetani,  e  fu  dagli  antichi  co- 
nosciuta come  una  delle  tre  più 
elevate  sommità  del  Meru.  All'o- 
vest cinge  ie  Indie  la  diramazione 
del  Belui-,  che  segue  il  corso  del- 
l'Indo nascente,  e  .si  congiunge  coi 
monti  Rindukos,  che  sono  al  nord- 
est la  barriera  naturale  delle  In- 
die. In  fine  la  lunga  catena  delle 
Gatte  giunge  fino  all'  estremità  del 
capo  Comorin  nell' Indostan  meri- 
dionale, e  di  là  continua  il  suo 
sistema  nella  vasta  Oceanica.  Quat- 
tro montuose  diramazioni  inoltre 
intersecano  le  contrade  dell'Indo- 
China  fino  all'estremità  meridiona- 
le asiatica.  Non  può  preteimettersi 
la  misteriosa  montagna  di  Nysa,  il 
di  cui  nome  va  congiunto  a  quel- 


IND  i8i 

lo  di  Meru  in  Plinio  e  Strabone. 
Questo  nome  appropriato  a  tutte 
le  città  e  monti  consacrati  a  Bacco 
in  tutto  il  resto  dell'Asia  e  nella 
Grecia,  potrebbe  riconoscere  nella 
Nysa  indiana  un  tipo  primitivo,  e 
v'ha  qualche  accreditato  scrittore 
che  ne  ha  fatto  la  congettura. 

I  maestosi  fiumi  che  percorro- 
no le  terre  indiane  sono  l'Indo,  il 
Gange,  il  Bramaputre,  il  Nerbud- 
dah,  e  l' Irraouaddy.  Il  clima  è 
notabilmente  vario,  dacché  il  pae- 
se è  per  la  maggior  parte  sotto  la 
zona  torrida,  ma  limitrofo  alle  più 
elevate  cime  coronate  di  ghiacci  ; 
lo  stesso  accade  nelle  sue  produ* 
zioui  naturali.  Rupi  di  sabbia,  mon- 
ti di  duro  macigno,  deserti  are- 
nosi da  un  lato,  e  dall'altro  bellis- 
sime praterie,  ricche  messi  ripro- 
dotte due  volte  ogni  anno,  fiori 
olezzanti,  e  copiose  frutta  danno 
all'India  talora  il  più  orrido  e  talo- 
ra il  più  giocondo  aspetto.  Quindi 
tutti  i  cereali,  specialmente  il  riso, 
cibo  ordinario  del  frugale  abitato- 
re ,  droghe  d'ogni  specie,  legni  me- 
dicinali, il  betel  gradito  a  quei  po- 
poli, cannamele,  boschi  di  bambù, 
indaco  che  cresce  spontaneo  nelle 
campagne,  tutte  le  utilissime  spe- 
cie di  palme  oltre  il  cocco  ,  sono 
i  principali  prodotti  delle  Indie. 
Non  minore  è  la  dovizia  del  regimo 
minerale.  I  fiuuìi  auriferi  indicaiio 
l'abbondanza  dell'oro  che  nelle  sue 
viscere  la  terra  nasconde.  Miniere 
di  rame,  di  ferro,  di  piombo,  di 
slagno,  di  zinco,  di  mercurio,  di 
antimonio  si  trovano  in  diverse 
parti.  Ivi  pure  sono  i  più  perfetti 
e  più  grandi  diamanti  che  si  co- 
noscano, le  più  nitide  perle,  e  tut- 
te le  altre  gemme  di  cui  ve  n'  è 
dovizia.  Oltre  altri  naturali  pro- 
dotti vi  sono  quelli  dell'industria, 


i8i  IND 

massime  in  ottimi  tessuti  di  coto* 
ne,  ed  in  copiosi  lavori  di  metallo 
e  di  avorio.  Gli  animali  forse  non 
sono  in  altra  parte  del  globo  sì  nu- 
merosi e  sì  vari.  Gl'inglesi  occupano 
il  primo  posto  nel  novero  dei  domi- 
natori di  questa  regione;  essi  si- 
gnoreggiano in  tutto  r  Indostan  sia 
col  nerbo  delle  armi,  sia  colle  ar- 
ti della  politica.  Alcuni  calcolano 
a  più  di  cinquanta  milioni  d' abi- 
tanti la  popolazione  degli  stati  ad 
essi  direttamente  sommessi,  altri  a 
settantadue  milioni;  e  se  si  uni- 
scono a  quel  numero  i  paesi  tri- 
butari, vi  rimane  appena  il  quar- 
to in  tutta  la  regione  nell'indipen- 
denza, ed  anche  meno  se  merita- 
no credenza  quelli  che  dicono  a- 
scendere  a  centoventitre  milioni  gli 
individui  soggetti  agi'  inglesi  com- 
presi i  tributari;  questa  porzione 
libera  dell'  Indoslan  è  abitala  dai 
seik  o  seichi,  e  dai  maratti.  La 
Francia  e  il  Portogallo  hanno  pu- 
re neirindostan  dei  possedimenti. 
Sì  dice  Indostan  inglese  l' immen- 
sa estensione  di  paese  di  cui  gli 
inglesi  si  sono  successivamente  im- 
padroniti neirit)dia,  così  Indostan 
francese,  Indostan  danese,  Indostan 
portoghese,  ec,  si  denominò  il  ter- 
ritorio e  possedimenti  appartenenti 
a  ciascuna  nazione.  Sì  disse  Indo- 
stan danese  il  territorio  che  yi 
possedeva  la  Danimarca,  come  la 
pitta  e  dipendenza  di  Tranquebar 
(B  Serampour,  che  la  stessa  Dani- 
marca cedette  all'Inghilterra  per 
trattato  seguito  nel  i844-  Anche 
i  Paesi-Bassi  possedettero  un  ter- 
vitorio  nell'  Indie,  ma  al  presente 
non  vi  hanno  più  alcun  dominio. 
Quanto  all'Indostan  inglese,  ed  alla 
sovranità  dei  paesi  conquistati  da- 
gl'inglesi, o  che  furono  loro  ceduti, 
non  appartiene  affatto,  propriamen- 


IND 

te  parlando,  al  governo  inglese,  ma 
bensì  ad  una  società  di  commer- 
cianti conosciuta  sotto  il  nome  di 
Compagnia  delle  Indie  orientali^ 
che  fu  fondata  con  una  carta  del- 
la regina  Elisabetta  nel  iSgi,  car- 
ta che  fu  rinnovata  circa  sedici 
volte  da  una  tale  epoca  :  la  penul- 
tima volta  fu  nel  i8i3  per  venti- 
nove anni,  e  l'ultima  fu  nel  1842 
per  nove  anni,  per  cui  termina  nel 
i85i.  Il  privilegio  della  compagnia 
non  fu  sempre  esclusivo:  nel  1784 
essa  fece  creare  dal  parlamento  il 
banco  dell'Indie;  un  governatore 
generale  dei  possedimenti  inglesi 
nell'Indie  fu  nominato  nel  i8o4,  e 
nel  18 13  la  compagnia  restò  socie- 
tà incorporata  per  l'  India  di  cui 
amministra  la  sovranità.  Londra  è 
la  sede  della  compagnia,  donde  si 
spediscono  per  l'Indostan  gli  ordini 
superiori.  Non  si  può  esattamente 
determinare  la  popolazione  dell'in- 
tera India,  e  per  approssimazione 
forse  saranno  centoventi  o  cento- 
trentadue  milioni  di  abitanti,  com- 
presa l'isola  di  Ceylan,  e  lo  stabi- 
limento inglese  di  Bencuien  nell'i- 
sola di  Sumatra.  La  popolazione 
cattolica  poi  dell' Indostan  non  su- 
pera ottocentomila  individui,  com- 
presa quella  dell'isola  di  Ceylan, 
della  quale  come  delle  isole  prin- 
cipali del  mare  dell'Indie  o  oceano 
indiano  pure  parleremo.  Va  avver- 
tito che  l'isola  di  Ceylan  appartie- 
ne propriamente  al  governo  inglese, 
non  alla   compagnia. 

Gl'indiani  riconoscono  un  Essere 
supremo  fornito  di  tutti  i  divini  at- 
tributi sotto  il  nome  di  Parabrahma  ; 
ma  yi  aggiungono  un  novero  infini- 
to di  differenti  dei  e  dee,  i  quali  pe- 
rò non  sono  che  ministri  subalter- 
ni del  primo,  o  emanazioni  e  por- 
zioni della  divinità  che  sotto  varie 


IND 

forme  si  riprodussero.  I  tre  princi- 
pali sono  Brahma  o  Brama,  Vislma  o 
Vishnu,  e  Sciva  o  Schiva.  Al  primo 
dicesi  delegata  la  facoltà  di  creare, 
al   secondo    quella    di    conservare, 
al    terzo    quella    di    distruggere   o 
"variare  le  forme.    Inoltre  significa- 
no il    primo  la    terra,    il    secondo 
l'acqua ,  il  terzo    il    sole    o  fuoco, 
come  dicemmo  all'articolo  Bramini. 
Sono  poi  insieme  compresi  sotto  il 
nome  di  Trimurti.  Il  culto  di  Brah- 
ma  è    la  base  dell'indiana  mitolo- 
gia, feconda  di  vive  e  bizzarre  im- 
maginazioni. Comunque  le  stranis- 
sime metamorfosi  di  che  è  ripiena 
vogliano  intendersi  allegoricamente, 
giusta  il  parere  de^più  sensati,  pu- 
re nulla  può    immaginarsi    di  più 
goffo,  ridicolo  ed  indecente.  Vedam 
o  Veda  si  chiama  il  loro  libro  sa- 
cro, ed  Exur  Vedam  il  suo   com- 
mentario,   ambedue    compilati    in 
lingua  sanscritta,    e    posseduti    dai 
bramini,  specie  di    sacerdoti    deri- 
vati dagli  antichi    bracmani  e    gi- 
mnosofisti  dell'  India.   Devesi  nota- 
re   che  vi  sono  quattro  Vedam  o 
libri  sacri  degl'indiani:    i.  Rey    o 
Risch-Veda;     2.    Jagiur-Veda  ;    3. 
Sciama  o  Sama-Veda  ;     4*  Atarva- 
na-Veda.  II  libro  detto   Exur  non 
è  antico.    Ai     superstiziosi    dommi 
sono  collegate  le   istituzioni    civili, 
che  dalle  religiose  in  tutto  dipen- 
dono;   quindi    superstiziosi    sono  i 
riti    de' matrimoni ,    dei   conviti    e 
dei  funerali.  L'eccesso  a  cui  porta- 
no   le    loro    fanatiche     mortifica- 
zioni, i    suicidii,    i    magici    presti- 
gi non     sono  paragonabili    ad     al- 
cun altro  mostruoso  parto    dell'  u- 
mana  fantasia    delirante.    La    col- 
tura inglese  non  giunge  ancora  ad 
estirpare  il  barbaro  costume  delle 
spose  di  correre   liete   a    bruciarsi 
nel  rogo  dell'estinto  consorte.    Del 


IND  i83 

resto  è  commendevole  la  sobrietà  de- 
gl'indiani che  pervenne  ad  astener- 
si da  ogni  cibo  animale  e  da  ogni 
bevanda  spiritosa.  Non  si  deve  pe- 
rò tacere,  che  l'uso  di  bere  il  vi- 
no, anche   con  eccesso,    benché  in 
segreto,  comincia  ora  ad  introdur- 
si fra  gl'indiani,  ed    anche    tra  le 
caste  più  nobili.    La    poligamia    è 
fra  loro    permessa,   sebbene    rara- 
mente seguita,  e  quelli  che  ne  fan- 
no uso,  fra  le  spose  distinguono  la 
principale.  Fra    i    maomettani  poi 
la  poligamia  è  più  comune.  Sono  di- 
visi in  caste,  vale  a  dire   ordini  o 
ceti  di  più  ranghi,  ne  i  men  puri 
ai  più  distinti  si   mescono.  L' edu- 
cazione   de'fanciulli     è    affidata    ai 
bramini;  rau  le  donzelle  rimango- 
no presso  i  loro  parenti  fino  all'età 
d'anni  dodici,  ch'è  quella   del  loro 
sollecito  sviluppamento  e  fecondità. 
I  lineamenti  non  differiscono  gran 
fatta  da    quelli    degli     europei,  né 
meno    belle   sono    le    loro  donne. 
L'avarizia,  il   mancar  alle   promes- 
se, la  lentezza  nel  risolvere,  ed  una 
raffinata  lussuria  sono    i    vizi  pre- 
dominanti delle  popolazioni  india- 
ne. L'astronomia,  la  medicina,  l'ar- 
chitettura sono  le  scienze  predilet- 
te, come  mirabile  é  la  loro  pron- 
tezza nella  scienza  del  calcolo   che 
eseguiscono  sempre  a  memoria  senza 
l'aiuto  dello  scritto.  Gl'indiani  furo- 
no gl'ingegnosi  inventori  delle  cifre 
numeriche,  passate    quindi  agli   a- 
rabi,  e  da  questi  in  tutto  il  mondo 
con  tanta    utilità   propagate.    Sono 
gl'indiani  monotoni  e    freddi  nella 
musica,  agili  nella  danza,  ed  arti- 
ficiosissimi nella  mimica.  La  musi- 
ca degl'indiani  assomiglia  moltissi- 
mo a  quella  delle  nazioni    del    le- 
vante, ed  anche  a  quella  dei  con- 
tadini italiani,    in  sostanza   sembra 
essere  la  musica  antica  de' primi  pò- 


i84  IND 

poli.  Parlano  differenti  idiomi,  che 
hanno  però  pih  o  meno  relazione 
col  sanscritto,  l'antica  lingua  di  que- 
sta regione  nella  quale  sono  com- 
posti i  suddetti  libri  Vedam ,  e 
colle  lingue  delle  circostanti  popo- 
lazioni. I  monumenti  e  i  libri  del 
paese  attestano  che  V  inciviliuiento 
e  la  letteratura  eransi  in  altri  tem- 
pi innalzati  a  sommo  splendore.  Il 
dotto  monsignor  Nicola  Wiseman, 
ora  vescovo  Mellipotamo,  nella  con- 
ferenza settima  sulla  storia  primi- 
tiva, quanto  alla  connessione  che 
lianiio  le  scienze  colla  religione  ri- 
velata, pubblicata  nel  tom.  VI,  p. 
3  degli  Annali  delle  scienze  reli- 
giose ^  trattò  delle  idee  esagerate 
dall'antichità  degli  indiani;  della 
loro  astronomia;  del  tentativo  di 
Bailly  per  provarne  la  straordina- 
ria antichità;  della  confutazione 
fattane  da  Delambre  e  Montucla  ; 
delle  ricerche  di  Davis  e  Bentley; 
delle  opinioni  di  Schaubach,  La- 
place, ed  altri;  della  cronologia  in- 
diana e  delle  investigazioni  di  sir 
G.Jones,  Wilfort,  ed  Hamilton;  e 
dei  tentativi  di  Heeren  per  fissare 
il  principio  della  storia  indiana,  co- 
me pure, delle  scopeite  del  colon- 
nello Tod  sull'origine  degl'indiani 
primitivi. 

Gli  indostani  o  indiani  si  dico- 
no figli  di  Brama,  loro  primo  le- 
gislatore, e  da  esso  vogliono  trarre 
la  loro  origine.  Esso  fu  il  loro  pri- 
mo uomo,  li  civilizzò,  diede  loro 
una  religione  e  delle  leggi,  e  li  di- 
vise in  caste  alle  quali  assegnò  di- 
verse occupazioni  che  tutte  si  ri- 
feriscono a  principii  di  religione.  So- 
no tante  le  differenti  caste,  tribti, 
ordini  o  ceti  ne'  quali  trovansi  di- 
visi gl'indiani,  che  sembra  indispen- 
sabile darne  almeno  qui  un  cenno 
sulle  principali,  onde  dare  un'  idea 


IND 

del  sistema  civile  con  che  questi  po- 
poli sono  organizzati.  Queste  caste 
sono  in  numero  di  quattro  prin- 
cipali, che  si  suddividono  in  ottan- 
taquattro classi ,  al  dire  di  molti  ; 
siccome  è  diUlcile  fissare  precisa- 
mente il  numero  delle  suddivisio- 
ni delle  caste,  non  si  può  stabilir- 
ne il  novero,  ed  è  meglio  ritenere 
ch'esse  sono  in  gran  numero.  La 
prima  casta  è  la  sacerdotale  che 
componesi  di  tutti  bramini,  ammi- 
nistratori di  tutti  gli  oggetti  del 
culto,  e  depositari  dei  libri  sa- 
cri, e  perciò  letterati.  Sono  suddi- 
visi in  ordine  gerarchico  di  mag- 
gior o  minor  dignità,  né  giammai 
né  col  convitto,  né  coi  matrimoni 
fra  loro  si  confondono.  Il  ministe- 
ro spirituale  poi  non  li  esclude  dal- 
le cariche  diplomatiche;  anzi  at- 
tendono, ove  lor  piaccia,  alle  armi, 
al  commercio,  all'  agricoltura.  Li 
distingue  dalle  altre  tribù  un  pic- 
colo cordone,  composto  di  venti- 
sette piccoli  fili  di  cotone,  che  scen- 
de dalla  spalla  sinistra  al  petto  ed 
al  dorso,  e  chiamasi  nella  lingua 
sanscritta  Jahgniapavitra.  Non  pon- 
no  mai  starne  senza,  e  se  il  perdono 
o  rompono  si  astengono  da  ogni 
sorta  di  cibo,  finché  altro  non  ne 
abbiano  surrogato.  I  biragi  o  mo- 
naci di  Matra  nella  provincia  di 
Agra,  abbandonati  ad  ogni  sorta 
di  folli  stravaganze ,  e  gli  austeri 
eremiti  di  AUahabad  sono  compresi 
in  questa  classe.  Va  avvertito  che 
tutti  i  sacerdoti  indkml  non  sono 
bramini,  essendo  la  casta  di  que- 
sti altrettanto  civile  che  religiosa, 
La  seconda  casta  è  la  militare,  e 
dicesi  gsiattria  o  rajapiUra,  quasi 
regia  progenie.  Dividesi  in  due  or- 
dini che  dal  sole  e  dalla  luna  si 
fanno  discendere,  e  ad  essa  è  or- 
dinariamente   affidato    il    comando 


IND 

ed  il  governo.  I  rajapnti  sono  fieri 
e  bellicosi,  ma  rare  volte  disgiun- 
gono il  valore  da  una  barbara  am- 
bizione. Poco  successo  hanno  in  es- 
si prodotto  le  istanze  degl'  ingle- 
si per  far  loro  abbandonare  la 
crudele  costumanza  di  uccider  le 
figliuole,  quando  temono  di  non 
poter  procurare  ad  esse  convenevo- 
le accasamento.  Le  donne  sono 
gelosamente  custodite  dall'età  di  sei 
anni  fino  al  matrimonio,  e  le  noz- 
ze con  persone  di  bassa  sfera  pri- 
vano i  figli  delle  qualità  eredita- 
rie. Nell'Adjemir  o  Agemira  com- 
prendonsi  i  loro  stati  ereditari.  La 
terza  casta  è  dei  vaisela,  e  contie- 
ne gli  agricoltori  e  pastori  possi- 
denti, i  banchieri,  mercanti,  ed  al- 
tre persone  addette  alla  negoziazio- 
ne. La  quarta  casta  dei  isciulri,  o 
meglio  sudras  o  choiilres,  racchiu- 
de tutti  gli  artefici,  è  suddividesi 
in  moltissime  altre,  giusta  i  diver- 
si mestieri.  Fra  i  più  vili  ordini 
eziandio  di  questa  classe  è  tolta  o- 
gni  comunicazione  per  disuguaglian- 
za di  merito,  a  ciascuno  è  insiut»- 
to  di  esercitare  l'arte  fissata  per  la 
sua  casta,  e  quella  passa  dall'  una 
in  altra  generazione  con  rare  e  li- 
mitate eccezioni,  ciò  che  nelle  gior- 
naliere faccende  produce  incomo- 
dissimo inceppamento. 

Fra  i  popoli  malabarici  havvi 
la  casta  de'  nairìy  con  cui  è  distin- 
ta la  nobiltà  ereditaria,  che  pro- 
viene dai  tscìiUri  o  artigiani,  po- 
chi trovandosi  fra  que'  principi  che 
possano  vantare  la  discendenza  dei 
rajaputi  o  guerrieri.  Il  loro  carat- 
tere è  freddo  al  pari  di  quello  de- 
gli altri  indiani,  ma  non  vi  è  clas- 
se in  cui  più  si  dispieghi  l'  orgo- 
glio, la  vendetta,  ed  il  dispotismo 
colle  caste  inferiori.  Le  donne,  che 
sono  dotate  di  una  speciale    avve- 


IND  i85 

nenza,  hanno  ciascuna   il  suo  spo-^ 
so,  ma  sono    impunemente    scevre 
da  ogni   riservatezza  cogli  individui 
di  casta  eguale.   Con  altrettanto  fu- 
rore però  la   gelosia    si    manifesta, 
ove  discopransi  illecite  tresche   co- 
gli   europei ,    o    cogli    individui  di 
caste    inferiori ,    tranne    quella  dei 
bramini   che  ai  nairi  sola  sovrasta, 
e  cui  tutto  è  concesso.   Sì  distingue 
la  stretta  loro   unione  per  riparare 
le  comuni   offese,    e  forma  essa  lo 
spirito  della  casta.  Le  donne  sono, 
come  si   vede  da  per  tutto  dove  il 
cristianesimo  non  è  la  religione  do- 
minante,  pressoché  in   uno  stato  di 
disprezzo  civile.   In  certe  parti  del- 
l' Indostan    quelle    delle   caste    più 
nobili  tengono  a  glande  onore    di 
quasi   mai    uscire     dalla    casa    loro. 
Le    mogli    dei    bramini    più    facil- 
mente sono  in    illecito   commercio, 
che  quelle  delle    altre  caste  nobili. 
Sì  dice  che  i  mariti  se  ne    appro- 
fittano molto  per  ottenere  dagl'in- 
glesi gl'impieghi    del  governo.  Ma 
il  matrimonio  fra  queste  donne    e 
gli   europei   è    affatto    inusitato.    Il 
rajah   appartiene  alla  classe    mede- 
sima dei  nairi,    ma    d'uopo  ha    di 
essere  investito  del   favore  dei  bra- 
mini. Per  una  conseguenza  del  li- 
bertinaggio la  successione  al  regno 
appartiene     al    nipote    primogenito 
della  sorella  del  regnante,  la  quale, 
dev'  essere     maritata    alla    speciale 
tribù  dei  calarei.  I  propri    figli  si 
chiamano  tarnbi^  sono  trattati  con 
distinzione  ,  ma  raramente    è  dato 
loro  di  aspirare  a  posti  importan- 
ti.  La    casta    malabarica    àe  cegoi, 
detti  anche  lìar ,  è  annoverata  fra 
le  basse  ed  impure,  se  si  confronti 
coi    bramini    e  nairi;    si    riconosce 
però  superiore  alle  vili   e    sordide. 
La  coltura   dei  boschi    di    cocco   è 
specialmente  attribuita  ai  cegoi,  ma 


i86  IND 

non  ricusano  dì  prestarsi  ad  ogni 
altro  servigio  :  leggiadre  e  civili  so- 
no le  femmine,  ed  a  queste  la  co- 
municazione con  gli  europei  non  è 
punto  interdetta.  Vi  sono  pure  i 
mapiile^  arabi  d*  origine,  che  cer- 
carono nei  passali  secoli  di  miglio- 
rare, emigrando  dal  paese  nativo, 
la  loro  condizione.  Nella  costa  dei 
Coromandcl  sono  chiamati  lapì',  e 
tì  si  trovano  in  maggior  nnmero. 
Antica  inimicizia  li  separa  dai  nairi, 
ed  ha  sovente  scoppiato  con  devasta- 
zioni, stragi  ed  orrori.  Questa  divisio- 
ne d*  animi  fra  popoli,  caste  e  tii- 
bù  ha  molto  contribuito  all'ingradi- 
mento  della  potenza  inglese  nelle 
regioni  indiane.  Tra  i  mapule  tro- 
vansi  dei  cristiani  venuti  di  Soria, 
che  seguono  il  rito  siriaco,  e  di- 
stinguonsi  col  nome  di  mapule  na- 
zareni. Sono  pure  cristiani  nella 
maggior  parte  i  mistizì  o  topai  o 
topasy  che  nati  da  un'indiana  con- 
servano con  orgoglio  il  nome  del 
loro  genitore  europeo,  ma  vivono 
ordinariamente  nell'  ozio  e  nella 
mollezza,  tranne  i  pochi  addetti 
alle  arti  ed  al  commercio.  I  misti- 
zi  o  topas  sono  sistematicamente 
disprezzati  dagl'inglesi,  i  quali  te- 
mono che  più  tardi  si  possano  ri- 
vollare  contro  la  madre  patria;  sono 
egualmente  disprezzati  dagl'  indiani 
perchè  per  lo  più  sono  nati  di  donne 
della  casta  dei  parias.  La  casta  più 
infelice  è  quella  dei  paria  o  pa- 
rias, perchè  diversi  di  loro  soffro- 
no dura  schiavitù ,  e  s'impiegano 
ne'  più  abbietti  ufiizi  :  vivono  dis- 
giunti dalla  società  tra  le  risaie, 
in  piccole  e  misere  capanne.  Il 
loro  disprezzo  giunge  a  tal  ripro- 
vevole segno,  che  al  passaggio  di  un 
cego,  d'un  nario,  d'  un  bramino  deb- 
bono sortire  dalla  via  in  cui  si  tro- 
vano, e  ritirarsi  in  proporzionata  di- 


IND 

stanza.  Tuttavoltu  ì  parìa  non  sono 
schiavi,  ne  miserabili  tutti  come  si 
crede  generalmente.  Bisogna  di- 
stinguere la  maggior  parte  di  loro 
con  certi  schiavi,  molto  più  disprez- 
zati ancora,  che  si  trovano  in  cer- 
ta parte  dell'  hidostan.  Tra  i  paria 
vi  sono  diverse  suddivisioni  più  o 
meno  disprezzate  l' una  dall'  altra. 
I  calzolari  sono  stimati  più  igno- 
bili ancora  che  i  paria  ;  ma  gli 
ultimi  di  tutti  sono  quelli  che  si 
impiegano  nella  pulizìa  delle  latrine. 
I  ntadi  o  pdeia  sono  ancor  più 
miseri,  essendo  ad  essi  barbaramen- 
te interdetto  l' ingresso  nella  città, 
laonde  menano  per  boschi  la  loro 
vita  errante  e  fuggiasca.  I  parsi 
o  guebrì  nel  numero  di  circa  venti- 
mila fuggirono  di  Persia  al  furore 
di  Abubecher  primo  califfo  nd  VII 
secolo.  Da  Ormus  passarono  al  Gu- 
zurate  e  furono  dagli  indiani  ac- 
colti con  benevolenza  a  sola  con- 
dizione che  non  uccidessero  ne  si 
cibassero  di  animali  bovini,  ciò  che 
hanno  sempre  mantenuto.  Hanno 
in  venerazione  il  gallo  che  annun- 
zia il  giorno ,  e  conservano  nei 
tempio  il  fuoco  sacro  che  recaro- 
no dalla  patria  :  sono  sobri,  cari- 
tatevoli, attivi ,  fedeli  e  rispettosi. 
Adottano  i  costumi  europei,  pro- 
fittano del  commercio  e  frequen- 
tano le  società  inglesi  :  la  loro  re- 
ligione, al  pari  di  quella  di  Brahma, 
non  ammette  proseliti.  Si  trovano 
pure  in  questo  paese  gli  afghani, 
che  sono  dispersi  e  vivono  sotto 
un  governo  feudale,  da  ultimo  in 
guerra  cogl*  inglesi.  Vi  è  pure  la 
setta  indiana  debaniani,  ì  quali  si 
astengono  da  ogni  cibo  animale, 
sono  dediti  al  commercio,  e  per- 
corrono tutte  le  contrade  dell'Asia. 
Nel  regno  o  provincia  di  Cochin 
vi  sono  ebrei^  divisi  in  ebrei  bioìi' 


IND 

clil  che  vantano  remota  antlcliltà, 
forse  dall' Vili  secolo,  ed  ia  ebrei 
neri  che  sono  schiavi  del  Malabar 
comprali  ed  associati  al  giudaismo. 
Le  due  classi  vivono  sejjarate,  e  Ta- 
-vidità  loro  pel  guadagno  le  priva 
di  considerazione.  Finalmente  è  da 
notarsi,  che  la  gerarchia  delle  ca- 
ste è  collegata  alle  idee  religiose, 
essendo  punto  dell' indiana  creden- 
za, che  dal  capo  o  dal  volto  di 
Brahma  abbiano  i  brami  sortita 
l'origine,  dalle  braccia  i  rajaputi, 
dal  ventre  e  dall'anca  i  vaiscia,  e 
dal  piede  i  tsciutri.  Quindi  non  è 
a  meravigliarsi  se  ostacoli  insor- 
inontabili  si  oppongono  alla  di- 
struzione di  sì  inveterati  pregiu- 
dizi. 

Cenni  sforici  de^principali  avveni- 
menti dell'  Indie  sino  alla  ca- 
duta dell'  impero  del  Gran  Mo- 
gol, non  compreso  lo  stabilimen- 
to degli  europei  in  queste  con- 
trade. 

L' istoria  dell'  Indie  non  racchiu- 
de nella  sua  antichità  che  favole 
le  pili  assurde.  Tra  le  prime  im- 
prese militari  eseguite  nell'Indie, 
cominciando  da  Ercole,  debbono 
annoverarsi  quelle  che  si  raccon- 
tano di  Ercole  e  di  Bacco,  il  pri- 
mo si  dice  fu  costretto  levar  l'as- 
sedio della  rocca  Aorna  su  l' In- 
do, il  secondo  che  fondò  la  città 
di  IVica.  In  appresso  viene  la  spe- 
dizione di  Sesostri  che  con  seicen- 
tomila uomini  ,  ventiquattromila 
cavalieri,  e  ventisettemila  carri  tra- 
versò l'Asia,  e  tutta  intera  la  con- 
quistò sino  alle  rive  del  Gange. 
Molti  pensano  che  si  deve  fissare 
l'origine  dei  bramini  nell'Indostan 
all'epoca  della  spedizione  di  Seso- 
stri sino   alle    rive    del    Gange,,  o 


IND  187 

come    si    legge    nell'antica    storia, 
sino  al  mare  orientale.  Questi  bra- 
mini sarebbero,  secondo  tale  senti- 
mento, confermato  da  molte  osser- 
vazioni    locali,     gli    stessi    egiziani 
conquistatori     e    civilizzatori     del- 
l' Indostan.  Più  tardi  Dario    figlio 
d' Istaspe  re    dì  Persia    con    consi- 
derabile esercito  fece  delle  conqui- 
ste che  non     si  estesero    al   di    là 
dell'Indo.    Un  secolo  e    mezzo  do- 
po il  tentativo   di  Dario,    Alessan- 
dro il  Grande    con  trentamila  uo- 
mini partì  dalla  Macedonia,    scon- 
fisse i    persiani  al    passo  del    Gra- 
nico,  percorse   vincitore  diverse  re- 
gioni, sconfisse  Dario  ad  Isso  e  ad 
Arbella,  e  successivamente  essendo 
entrato  in  Persia  si  portò  a  Susa, 
a  Persepoli    e    ad  Ecbatana.    Indi 
inseguendo  Bosso    uccisore    di    Da- 
rio, varcò    l'Osso,    s'impadronì  di 
Maracanda,  oggi   Samarcanda,  fer- 
mandosi a  Bulca  città  primaria  del- 
la Battriana.   Indi  Alessandro  s' in- 
noltrò  verso  r  India,  superò  i  mon- 
li  Paropamiri,  prese  la  città  di  Ni- 
ca     ed     assaltò     la    rocca    Aorna  ; 
passò  l'Indo,    fece   costruire    sopra 
questo  fiume  delle   navi,  attaccò  e 
sconfisse  Poro  sulle  rive  dell' Idas- 
pe,  e  fabbricò  la  città    di  Bucefa- 
lia  in  memoria  del  suo  cavallo  che 
avea    perduto.  Dipoi    l'eroe  mace- 
done traversò  il  Pojab   situato  fra 
dnque  grandi  fiumi,  ma  ripassato 
r  Idaspe    ricevette    un  rinforzo    di 
trentaseimila  greci,  con  nuove  armi 
e  una    flotta    di    duemila    navi    di 
varie    grandezze.    Allora    accompa- 
gnato   da    più     di     centoventimila 
combattenti,    di    cui  un    terzo  era 
trasportato  dalla  flotta,  ed  il  resto 
camminava  sulle  sponde  dell'  Idas- 
pe, entrò  nell'Indo,  e  discesone  sot- 
tomise    tutti     que'  popoli.     Giunto 
nove  mesi  dopo  alla  città    di  lala 


i88  IND 

vi  sbarcò  la  più  gran  pnrta  delle 
«Me  truppe,  e  ripresa  la  strada  di 
Babilonia  rieiUrò  in  questa  città 
quando  aveva  trentadue  anni.  Se- 
leuco  Nicatore  tino  de'suoi  duci  e 
successori,  essendosi  reso  padrone 
di  tulla  l'alta  Asia,  formò  il  pro- 
getto di  portarsi  nell'India  col  dop- 
pio scopo  di  stabilirvi  la  sua  au- 
torità, e  di  sottomettere  Sandra- 
calo  o  Sandrocotto  sovrano  dei 
parsis,  nazione  potente  sulle  spon- 
de del  Gnnge;  egli  penetrò  molto 
pili  lungi  dell'  intrepido  Alessandro 
suo  signore,  ma  fu  costretto  ritor- 
nar ne*  suoi  slati  per  opporsi  ad 
Antigono  che  ne  minacciava  l'in- 
irasione.  Antioco  il  Grande  re  di 
Siria  circa  centosettantanove  anni 
dopo  la  spedizione  di  Seleuco,  en- 
trò neir  Indie,  e  conchiuse  un  trat- 
tato di  pace  con  Soppagazeno,  so- 
prano della  regione.  Le  Indie  fu- 
rono poco  conosciute  dagli  antichi 
prima  delle  conquiste  di  Alessan- 
dro e  di  Seleuco,  il  quale  stabili 
delle  relazioni  con  Sandrocotto,  in- 
diano intraprendente  che  avea  se- 
guito Alessandro. 

Sandrocotto  pervenne  a  render- 
si padrone  di  Palibothra  o  Patna 
di  cui  fece  la  sede  di  uno  stato 
possente,  essendo  tal  città  la  ca- 
pitale dei  parsis  o  prasii  vicini 
dei  gangaridoe  che  occupavano  le 
bocche  del  Gange.  Si  apprende  da 
Plinio  che  nel  paese  di  Goudjera- 
te  e  nel  Conca n  vi  erano  due  re 
possentissimi,  uno  de' quali  fu  po- 
scia conosciuto  dagli  arabi  sotto  il 
nome  di  Balhara.  Inoltre  Plinio 
al  sud  del  Rrisna  situa  la  Regio 
Pandionis,  che  si  estendeva  sino  al 
capo  Comorin.  Quanto  alla  costa 
orientale,  fu  essa  poco  conosciuta 
dagli  antichi.  Dopo  il  regno  di 
Sandrocotto  quasi  non  fu  fatta  più 


IND 

parola  dell*  India  negli  autori  gre- 
ci e  latini;  si  sa  vagamente  che 
Arsace  re  dei  parti  vi  penetrò  e 
divenne  possessore  di  tulli  i  paesi 
in  cui  Poro  avea  regnato;  che  i 
battriani  dopo  aver  scosso  il  giogo 
dei  Seleucidi,  fecero  più  con([uiste 
nelle  Indie,  che  non  fece  lo  slesso 
Alessandro.  Menandro  loro  quarto 
re  portò  le  sue  armi  al  di  là  del 
monte  Imaus  ;  ed  Eucradite,  uno 
de'  successori  di  Menandro,  dicesi 
che  s'  impadronì  di  mille  città  nel- 
l'India. Circa  due  secoli  prima 
dell'era  cristiana  i  parti  e  gli  sci- 
ti invasero  tutta  l'India  settentrio- 
nale, che  Tolomeo  indicò  sotto  il 
nome  d'Indo-Scizia.  Verso  il  648 
i  cinesi  portarono  la  guerra  nelle 
contrade  vicino  al  Gange.  Al  prin- 
cipio del  secolo  seguente  i  setta- 
tori di  Maometto  si  aprirono  la 
strada  nell'India,  assoggettarono 
quasi  tutto  il  Multan,  e  si  stabili- 
rono neir  India  settentrionale.  Uno 
dei  governatori  delle  provincie  con- 
qiiistate,  Makrand  kan,  divenuto  pa- 
drone indipendente  di  Ghiznih , 
fu  il  primo  conquistatore  dell'  In- 
dia nei  tempi  moderni,  e  il  fon- 
datore della  dinastia  mussulmana 
dei  ghiztjevidei,  ghazanidi  o  gha- 
zenidi,  la  quale  sussistette  dal  797 
sino  alla  metà  del  secolo  XII  ;  si 
narra,  che  spingesse  le  sue  conqui- 
ste sino  a  Goa.  L'  ultimo  principe 
di  questa  dinastia,  che  avea  regna- 
to in  un  impero  di  cui  Cabul,  il 
Candahar  ed  il  Korassan  forma- 
vano il  nodo,  fu  deposto  nel  i  iSz 
da  Rassim-Gauri ,  fondatore  della 
dinastia  de'gauridi,  che  prese  il 
nome  dal  paese  di  Gaur,  e  risie- 
dette a  Labore;  i  gauridi  sog- 
giogarono il  Kanara  ed  il  regno 
di  Bisnagor,  il  Multan,  il  Dehly  e 
sino    a  Benares.    Verso    il     12 15 


IND 

l'impero  tle*gauricli  fu  diviso,  e  Kou- 
tab,  ch'ebbe  di  sua  porzione  le 
conquiste  dell'India,  fondò  la  di- 
nastia dei  patani  o  afgani,  e  fece 
Dehiy  la  sede  del  suo  impero.  Il 
regno  degli  imperatori  patani  fu 
turbato  dalle  successive  invasioni 
di  Genghiz  kan  e  di  Tamerlano  ; 
furono  rimpiazzati  nel  i4i3  dalla 
famiglia  di  Ghizer,  e  questa  lo  fu 
nel  i4^o  da  Bellali-Lodi.  Tamei*- 
lano  alla  testa  di  un  esercito  di 
tartari  era  partito  dalla  Poidiana 
verso  il  i36o,  si  era  impadronito 
di  Bulca  e  di  Candabar,  e  dopo 
aver  soggiogato  tutta  l'antica  Per- 
sia si  aprì  il  passaggio  delle  In- 
die, traversando  il  Pojab  s' impa- 
dronì di  DehIy,  e  dopo  altre  con- 
quiste neir  Asia  e  nell'Africa,  ri- 
passato l'Eufrate  e  il  Tigri,  si  sta- 
bili a  Samarcanda:  egli  si  dispo- 
neva alla  conquista  della  Cina 
quando   morì. 

Il  piccolo  figlio  di  Bellali-Lodi, 
chiamato  Ibraim-Lodi,  fu  sconfitto 
nel  1025  da  Baber  che  divenne  il 
fondatore  della  dinastia  mogola. 
Akbai"  suo  nipote  convalidò  ed  e- 
stese  la  sua  potenza  in  tutta  la 
parte  settentrionale  dell' Indostan  , 
ed  assoggettò  il  Bengala  ove  re- 
gnava il  radjah  Sali  Dowes.  Que- 
sta porzione  era  stata  soggetta  a 
numerose  rivoluzioni,  e  formò  al- 
ternativamente un  regno  e  degli 
stali  separati.  La  sua  storia  è  fram- 
mischiata di  favole  nei  primi  tem- 
pi, e  non  incomincia  verosimilmen- 
te per  noi  che  al  XIII  secolo.  Ver- 
so il  fine  del  XIV,  Tamerlano,, 
come  dicemmo,  per  essersi  impa- 
dronito di  questa  contrada,  i  tor- 
bidi che  seguirono  questa  invasio- 
ne le  procurarono  in  parte  la  sua 
indipendenza.  Spesso  fu  governata 
dai  sovrani  indiani,  ed  altre  volte 


IND  189 

dai  governatori  maomettani  sog- 
getti all'  imperatore  di  DehIy.  Ak- 
bar  conquistò  pure  il  Cabul ,  e 
s'impadronì  del  Cachemire,  ma 
fallì  ne'  suoi  tentativi  sul  Dekhan. 
Divise  il  suo  impero  in  sedici  su- 
babis  o  governi,  suddivisi  in  par- 
ganahas  o  provincie,  amministrate 
da  nabab  soggetti  ai  sidiabi ,  ma 
però  dipendenti  direttamente  dalla 
corte.  Fu  questo  il  più  compito 
principe  dell'  Indostan,  e  morì  nel 
i6o5  dopo  aver  veduto  perire  per 
vita  disordinata  il  suo  secondo  fi- 
glio, che  amava  molto,  ed  essere 
stato  costretto  di  combattere  il  ri- 
belle suo  figlio  maggiore.  Questi 
gli  successe  sotto  il  nome  di  Dje- 
hanghir  ;  indi  Sah-Djehan  figlio 
di  quest'ultimo  si  ribellò  pure,  e 
vide  i  suoi  tre  figli  agire  verso  di 
esso  nel  modo  istesso.  Aureng  zeyb, 
uno  di  tali  figli,  dopo  aver  fatto 
trucidare  i  due  suoi  fratelli,  ed  av- 
velenare il  padre,  montò  sul  trono 
e  procacciò  all'impero  mogolo  il 
più  alto  grado  di  potenza  e  di  ce- 
lebrità; pel  zelo  dell'  islamismo  per- 
seguitò gì'  indiani  che  si  ribellaro- 
no molte  volte,  ma  furono  sempre 
vinti.  Non  fu  lo  stesso  dei  marat- 
ti  che  abitavano  le  montagne  del- 
le Gatte:  questi  pòpoli  bellicosi  si 
congiunsero  a  molti  principi  in- 
diani stanchi  del  giogo  loro  im- 
posto, diedero  il  comando  al  va- 
lente Siouadgi,  e  conquistarono  uno 
de'  più  possenti  stati  dell'  India; 
essi  avrebbero  senza  dubbio  fatto 
crollare  il  tiono  di  Aurengzeyb, 
se  la  morte  non  avesse  sorpreso  il 
loro  capo  nel  i68o,  in  mezzo  ai 
suoi  vasti  progetti  di  vendetta.  E- 
glino  però  continuarono  la  guerra, 
e  r  in^peratore  fu  forzato  trattare 
con  loro,  abbandonando  ad  essi  in 
tributo    il    quarto    delle    provincie 


igo  IND 

del  Deklian  che  avea  conquistale. 
I  figli  di  Aureng-zeyb  si  ribella- 
rono altresì  contro  di  lui,  ma  fu- 
rono sempre  vinti,  e  dopo  la  mor- 
te di  questo  principe  V  Indoslan 
divenne  preda  dell'anarchia  e  del- 
la rivolta,  e  l'impero  mogolo  non 
fece  che  sempre  più  decadere. 

11  maggiore  de' suoi  figliuoli  A- 
zem-sah  s' impadronì  della  corona, 
ma  suo  fratello  avendogliela  dispu- 
tata, accadde  una  sanguinosa  bat- 
taglia presso  di  Agrah  ,  in  cui  A- 
zem-sah  fu  sconfitto  ed  ucciso  ; 
suo  fratello  salì  sul  trono  sotto  il 
nome  di  Sah-Allem,  e  morì  nel 
17 13  dopo  un  regno  di  sei  anni. 
I  suoi  figli  governatori  di  provin- 
cie,  si  trovarono  ciascuno  dopo  la 
sua  morte  alla  lesta  di  una  pos- 
sente armata,  e  si  disputarono  quin- 
di l'impero;  tre  perirono  a  diver- 
se epoche,  ed  il  maggiore  divenne 
imperatore  sotto  il  nome  di  Dje- 
hander-sah.  Esso  disgustò  gli  om- 
rahi,  e  due  fratelli  della  tribù  dei 
Seidi,  di  cui  portavano  il  nome,  si 
posero  alla  testa  di  una  cospirazio- 
ne che  condusse  al  trono  Ferokhsir, 
nipote  di  Djehandersah,  al  quale 
il  nuovo  sovrano  fece  troncare  la 
testa.  Pervenuto  all'  impero  questo 
principe  risolse  di  liberarsi  dal  do- 
minio dei  Seidi,  il  cui  potere  era 
divenuto  grandissimo;  avvedutisene 
questi  s' impadronirono  della  sua 
persona,  gli  fecero  cavar  gli  occhi  e 
Io  strozzarono  a'  24  febbraio  17  19; 
elevaronoquindi  alla  dignità  di  gran 
mogol  Raffoeil-Derdjaat,  che  fecero 
avvelenare  tre  mesi  dopo,  e  pro- 
clamarono in  suo  luogo  il  fratello 
maggiore,  che  prese  il  nome  di 
Sah-Djehan.  I  principali  omrahi , 
gelosi  del  potere  dei  Seidi,  si  ribel- 
larono, ma  furono  battuti,  e  Sah- 
Djehaa  moiì  naturalnieote  verso  il 


fine  del  17 19.  I  Seidi  ascosero  la 
sua  morte  per  molti  giorni,  e  pro- 
clamarono Mohammed  sah ,  secon- 
do figlio  di  Sah-Allem;  questo  prin- 
cipe, stanco  del  dominio  de*  due 
fratelli,  eccitò  egli  stesso  i  princi- 
pali omrahi  alla  sommossa,  e  sotto 
pretesto  di  marciare  contro  di  essi, 
radunò  un'armata,  fece  assassinare 
uno  de'  fratelli,  che  lo  accompa- 
gnava per  non  perderlo  di  vista, 
e  marciò  contro  1'  altro  che  vinse 
e  fece  prigione.  Possessore  dell'au- 
torità si  abbandonò  al  suo  genio 
pei  piaceri,  trascurando  il  governo 
dell'  impero  ;  il  disordine  e  la  con- 
fusione regnarono;  i  maratti  ven- 
nero sino  alle  porte  di  Dehly,  e 
non  si  potè  sbarazzarsene  che  per 
un  trattato  loro  vantaggioso.  Nadir- 
sah  o  Thamas-Roulikan  re  di  Per- 
sia, profittando  dei  torbidi  dell'  ira- 
pero,  s'avviò  alla  volta  di  Ispahan, 
alla  testa  di  ottantamila  uomini, 
sottomise  la  città  e  territorio  di 
Candahar,  dopo  un  assedio  di  die- 
ciotto mesi;  traversando  in  appres- 
so l'Indo,  dopo  aver  trattato  cogli 
afgani,  camminò  sopra  Gabal  piazza 
frontiera  dell'  Indostan,  si  rese  pa- 
drone di  Labore,  una  delle  dieciot- 
to città  fondate  da  Alessandro,  ri» 
portò  vittoria  completa  sopra  1'  e- 
sercito  del  gran  Mogol,  s'impadro- 
nì per  astuzia  della  persona  del- 
l'imperatore,  prese  e  saccheggiò 
Dehly  ,  il  cui  bottino  ascese  a  tre 
miliardi  ottocento  milioni  di  fran- 
chi, il  giorno  II  marzo  1789,  e 
non  si  ritirò  se  non  che  dopo  a- 
versi  fatto  cedere  cinque  provincie 
sul  Sind  o  Indo.  Mohammed  lan- 
guì ancora  qualche  anno,  e  perde 
successivamente  quasi  tutte  le  pro- 
vincie del  suo  impero.  Nizam-al- 
Mouluck  eresse  nel  Dekhan  una 
sovranità  ereditaria;  i   maratti  di- 


IND 

vennero  sì  possenti,  che  convenne 
abbandonar  loro  in  tributo  il  quar- 
to delle  rendite  delle  provincie  che 
avevano  percorse  colle  armi  alla 
mano,  ed  i  rohillachi,  tribù  che  a- 
bitava  le  montagne  tra  1*  India  e 
la  Persia,  fondarono  uno  stato  li- 
bero sulle  rive  del  Gange  a  qua- 
ranta leghe  da  Dehiy. 

Mohammed-sah  mori  nel  174? 
e  lasciò  la  corona  a  suo  figlio  Ah- 
med-sah,  il  quale  non  la  godette 
che  sei  anni,  e  vide  durante  questo 
tempo  l'impero  totalmente  smem- 
brato e  disciolto.  Due  anni  dopo 
il  suo  avvenimento  al  trono  i  ro- 
hillahi  sconfissero  l'ultima  armata 
imperiale  ;  i  djati  invasero  la  pro- 
vincia d'Agra,  e  vi  si  stabilirono  ; 
Seisdar-Djong  s'impadronì  di  Aou- 
de  ;  il  Bengala  rimase  in  potere 
del  suo  viceré  Aliverdy;  Allah-abad 
fu  il  dominio  di  Mohammed-kuli, 
ed  ì  maratti,  divenuti  sempre  più 
potenti,  aggiunsero  ai  loro  possessi 
una  gran  parte  del  Goudjerate , 
dell' Oiiza  e  del  Berar.  La  dinastia 
di  Tamerlano  fu  ridotta  a  non 
avere  più  che  DehIy  ed  il  suo 
territorio,  e  questa  città  istessa 
decadette  successivamente;  però  la 
persona  ed  il  nome  deiriniperatore 
erano  l'oggetto  del  rispetto  e  della 
deferenza  degli  usurpatori;  essi  cer- 
cavano di  legittimare  le  loro  inva- 
sioni con  pretese  concessioni  di  que- 
sto principe,  concessioni  ch'estor- 
sero impadronendosi  della  sua  per- 
sona e  facendo  passare  i  loro  alti 
per  suoi.  La  moneta  deli'lndostan 
fu  sempre  battuta  col  conio-  del- 
l' imperatore  mogolo,  quantunque 
più  non  avesse  ne  impero,  ne  pro- 
vincie, ne  potere.  Nel  lySS  l'im- 
peratore Ahmed  fu  deposto  dal  suo 
visir  Ghazi,  che  in  apparenza  pose 
sul    trono    Alieiugher,     nipote    di 


IND  191 

Sah-Allem.  Questo  nuovo  sovrano, 
volendo  disfarsi  del  visir  che  lo 
opprimeva,  invitò  Abdallah ,  che 
regnava  sulle  provincie  indiane  ce- 
dute a  Nadir-sah,  per  venirlo  a 
ristabilire  nei  diritti  della  sovrani- 
tà; questi  percorse  sei  volte  l' In- 
dostan ,  saccheggiò  e  commise  in 
Dehly  i  più  orribili  eccessi.  I  ma- 
ratti  risolsero  allora  di  scacciare 
Abdallah,  e  di  rendersi  padroni 
dell'  Indoslan;  una  sanguinosa  bat- 
taglia avvenne  nelle  pianure  di 
Karnal  e  di  Pampos  ;  sessantamila 
uomini  rimasero  sul  campo ,  ed  i 
maratti  avendo  perduto  le  provin- 
cie settentrionali,  la  loro  potenza 
incominciò  a  declinare.  Abdallah 
godette  in  Dehly  un  potere  senza 
limiti,  ed  invitato  avendo  Sah-Al- 
lem figlit)  di  Allemgher,  deposto 
ed  assassinato  da  Ghazi ,  a  venir 
a  prender  il  possesso,  pel  suo  ri- 
fiuto proclamò  Djehan-Buglat  fi- 
glio di  lui,  che  teneva  già  in  suo 
potere;  ma  Abdallah  essendo  stalo 
costretto  di  abbandonar  Dehly  ai 
Seiki,  Sah-Allem  si  pose  fra  le  ma- 
ni dei  maratti  che  lo  ristabilirono 
a  Dehly.  Infine  l'ultimo  imperato- 
re mogolo  fu  pensionato  dagT  in- 
glesi che  s'impadronirono  di  Dehly  e 
di  Agra.  Nel  tracciar  la  storia  del- 
l'India sino  alla  caduta  dell'impero 
del  gran  Mogol,  non  si  parlò  dello 
stabilimento  degli  europei  in  queste 
contrade ,  non  ostante  essi ,  come 
andiamo  ad  accennare ,  sino  dal 
XVI  secolo  esercitarono  la  loro 
influenza  nelle  rivoluzioni  deli'ln- 
dostan ,  e  successivamente  fecero 
delle  conquiste. 

Brevi  notìzie  sulla  scoperta  fatta 
dai  portoghesi  del  passaggio  al- 
le Indie  orientali,  e  loro  con- 
quislej   suW  ifi/luenza    esercitata 


19^  IISD 

ddgU  altri  europei  nelV  ìndie,  e 
delle  guerre  e  conquiste  da  exsi 
fatte  in  queste  regioni,  massime 
dagV  inglesi. 

Le  ricchezze  indiane,  giunte  in 
Eui'opa  col  mezzo  della  Persia  e 
dell'Arabia,  avevano  impegnato  di- 
verse nazioni  a  cercare  d'impadro- 
nirsi del  commercio  di  questa  con- 
trada, ch'era  tutto  intero,  verso  la 
fìWQ  del  XV  secolo,  fra  le  mani 
dei  veneziani  e  dei  genovesi  :  Mar- 
co Polo,  gloria  dei  primi  pel  suo 
ritorno  dalla  Cina,  visitato  avea  nel 
XI 11  secolo  le  isole  NicobaredAn- 
daman,  le  coste  dell'India  e  della 
Persia.  Da  lungo  tempo  i  porto- 
ghesi esploravano  le  coste  d'Africa, 
indi  sotto  la  guida  del  principe 
Enrico,  figlio  primogenito  di  Gio- 
vanni I  re  di  Portogallo,  scuopri- 
rono  nel  i4i8  Madera,  come  pure 
parecchie  altre  isole  sulla  costa  oc- 
cidentale d'Africa,  e  formarono  al- 
cuni piccoli  stabilimenti  nella  Gui- 
nea. Nel  regno  di  Giovanni  II  e 
nel  i486  Bartolomeo  Diaz  giunse 
all'estremità  sud  di  questo  conti- 
nente, la  cui  punta  egli  chiamò  Ca- 
po di  Buona  Speranza;  la  costa 
orientale  dell'Africa  fu  conosciuta, 
divenne  palese  la  comunicazione  fra 
r  Atlantico  e  l'Oceano  indiano; 
mentre  essendo  succeduto  sul  trono 
portoghese  a  Giovanni  II  suo  pa- 
dre, il  re  Emmanuele  il  Grande, 
commise  all'ammiraglio  Vasco  di 
Gama  di  trovare  un  passaggio  per 
mare  alle  Indie  orientali,  colle  quali 
non  si  aveva  commercio  che  per 
l'Egitto  o  la  Persia.  Essendosi  in- 
coraggiata la  navigazione,  Cristoforo 
Colombo  era  approdato  a  Guana- 
hani,  una  delle  isole  Lucaie,  in  A- 
merica,  e  cinque  anni  dopo  Ame- 
lico Vespucci  nel    i497    scopri    il 


IND 

Brasile  in  questa  stessa  parte  del 
mondo.  Vasco  di  Gama  avendo  oltre- 
passato il  Capo  di  Buona  Speran- 
za nel  «498  scoperse  la  costa  di 
Mozambico,  e  la  città  di  Melindo 
sulle  coste  di  Zanguebar  in  Africa; 
indi  pel  mare  delle  Indie  ossia  O- 
ceano  indiano  Vasco  di  Gama  giun- 
gendo con  una  flotta  a  Calicut , 
sulla  costa  del  Malabar,  apri  l'  In- 
dia all'  Europa  per  la  strada  del- 
l' oceano,  il  quale  fu  poscia  attra- 
versato da  una  quantità  di  navi- 
gatori. A  tal  epoca  Calicut  e  Cam- 
bnja  aveano  acquistato  una  grande 
importanza  per  l'abitudine  contrat- 
ta dai  mercanti  di  Persia  e  d'Ara- 
bia di  portarvisi  venendo  da  Ma- 
scate  e  da  Ormus.  I  portoghesi 
essendo  perciò  in  possesso  di  tutto 
il  commercio  degli  stati  del  /amo- 
rino o  re  di  Calicut,  videro  con 
pena  gli  altri  europei  strappar  loro 
questo  commercio,  onde  questi  ul- 
timi ispirarono  al  monarca  indiano  dei 
timori  sui  progetti  de'portoghesi;  tut- 
tavia la  spedizione  di  Gama  non  fu 
per  vero  dire  che  un  riconoscinien- 
to.  L'ammiraglio  portoghese  Alvares 
Cabrai  comparve  poscia  sulla  costa 
del  Malabar  con  una  flotta  nume- 
rosa, fu  accolto  dal  re  di  Cochin, 
e  ben  tosto  i  portoghesi  eressero 
dei  forti,  ed  incominciaiono  una 
guerra  attiva  contro  la  maggior 
parte  dei  principi  indiani.  Almeida 
in  due  battaglie  navali  rovinò  la 
marina  del  zamorino,  battè  i  mus- 
sulmani, e  costrusse  un  forte  nelle 
isole  Laquedive,  onde  intercettare 
i  navigli  mori  che  vi  si  radunava- 
no affine  di  evitare  le  flotte  fd  i 
corsari  portoghesi.  Nel  1^07  Al- 
meida fu  il  primo  viceré  di  que- 
ste contrade;  ed  ebbe  in  successore 
Alfonso  Albuquerque  eli' erasi  reso 
celebre  per  la  sua  prudenza  e   per 


IND 

le  sue  imprese,  il  quale  avendo 
preso  il  governo  delle  conquiste 
portoghesi  nell'Indie,  nel  i5io  s'im- 
padronì di  Goa,  la  fortificò  in  mo- 
do di  porla  al  coperto  d' ogni  in- 
sulto, e  ne  fece  la  capitale  e  la 
sede  del  governo  portoghese  nel- 
l'Indie, per  cui  divenne  una  delle 
piti  floride  città  della  penisola  oc- 
cidentale dell'  India.  Albuquerque 
s' impadronì  pure  di  Malacca,  vi  fece 
un  immenso  bottino,  vi  eresse  una 
cittadella,  e  forzò  i  principi  india- 
ni a  ricercare  la  sua  alleanza;  ma 
non  riputandosi  del  tutto  tranquil- 
lo fino  a  che  gli  arabi  avevano  la 
città  d'Ormus,  la  prese  ed  inviò 
ostaggi  a  Goa  responsabili  di  fe- 
deltà. 

Sotto    il    governo    di    Acunha  i 
portoghesi  si  resero   padroni    della 
città  e  fortezza  di  Diu,    e  sotto    il 
comando  di  don  Costantino  di  Bra- 
ganza    spinsero  al  piti    alto    punto 
la  loro  potenza  e    prosperità.    Pa- 
droni  di   tutta  la  costa  occidentale 
della   penisola,  dalle  bocche  dell'In- 
do sino  al  capo  Comorin,  nel    i5i8 
e  dopo  aver  scoperto  l' isola    delle 
Specierie ,    edificarono    la    città  di 
IVagapatuam,  sulla  costa    di  Coro- 
mandel  ;    nel     1 545    fondarono    s. 
Tommaso ,    e    non  ebbero   mai  se 
non  che  questi  due  punti  sulla  co- 
sta orientale,  ma  le  loro  flotte  in- 
crociavano   di   continuo    nel    golfo 
di  Bengala.  I  portoghesi  eccitarono 
il  malcontento  dei  naturali  del  pae- 
se per  la  durezza  di  alcuni  gover- 
natori, lo  stabilimento  dell'inquisi- 
zione, e  l'ostinazione  in  cui    persi- 
stettero a  voler  cacciare  dall'India 
gli  arabi  ed  i  mussulmani  loro  ri- 
vali. La  estensione  de'  loro  possessi 
nuoceva    alla    loro    sicurezza,  e  le 
ricchezze  acquistate  gli  avevano  a.s- 
sai  ammolliti;    ma    ciò    che  portò 
voi.  xxxiv. 


IND  193 

a  loro  un  colpo  fatale   fu    la   riu- 
nione del  Portogallo  alla    Spagna. 
Sino  allora  erano  stati    i    soli  pa- 
droni dell'oceano  indiano  ;  nessuno 
poteva  navigarvi  senza    un    passa- 
porto   portoghese ,    e    gli    olandesi 
trasportavano  da  Lisbona  in  tutto 
il    restante    dell'  Europa    le    merci 
tratte  dall'Indie;  ma  questi  ultimi 
essendosi    ribellati    contro    Filippo 
Il   re  di  Spagna,  che  sino  dal  i58o 
lo    era    pure    del    Portogallo,  esso 
fece  chiudere  loro  i  porti  del  suo 
dominio.   Gli  olandesi  risolsero  al- 
lora d'andare  eglino  stessi  a  ricer- 
care le  preziose  merci    dell'  India , 
e  Cornelio   Houtmann  condusse  in 
questa  contrada  una  flotta  olande- 
se che  aiutò  in  molti  luoghi  i  na- 
turali a    ribellarsi  contro   i    porto- 
ghesi. Gli  olandesi  divisero  da  prin- 
cipio il   commercio    con    quelli ,    e 
finirono  poscia  col  privarneh ,   ma 
si    attaccarono   principalmente    alle 
isole    che    producono    le    specierie. 
Bentosto  gl'inglesi  vollero  pure  di- 
videre i    benefizi    che   si    traevano 
dall'Indie,  e  nel   1577  Drake  ebbe 
la  gloria  di  dare  alla  sua  nazione 
degli  schiarimenti    certi  sulla  stra- 
da e  sul  commercio  dell'Asia  ;  nel 
i582    il    capitano    Stephens    andò 
all'Indie  pel  Capo    di  Buona    Spe- 
ranza, e  cinque  anni  dopo  Caven- 
dish  ed  altri  navigatori,  i  più  abili 
negozianti  di  Londra  formarono  una 
compagnia,  che   ottenne    dalla    re- 
gina Elisabetta  nel    1591    un    pri- 
vilegio esclusivo  pel  commercio  del- 
l' India  sotto  il  titolo    di    Compa- 
gnia dei  mercatanti  di  Londra  com- 
mercianti alle  Indie  orientali.  Fu- 
rono eretti  in    corpo,    domandaro- 
no ventiquattro  direttori,  e  per  pri- 
mo governatore    Tommaso    Smith 
aldermanno  di  Londra  ;  formarono 
un  fondo  di  settecentomilà  lire  stev- 
i3 


194  IND 

line,  ed  equipaggiarono  una  flotta 
di  quattro  vascelli  che  misero  {iIIm 
\ela  il  i3  febbraio  1601.  L'arma- 
mento si  ancorò  nella  rada  di  A- 
chem  ;  ri  re  di  questo  paese  accor- 
dò agi'  inglesi  una  intera  libertà 
per  le  loro  persone,  beni  e  com- 
mercio, e  la  flotta  ritornò  in  Eu- 
ropa con  preziose  derrate.  Un'al- 
tra spedizione  ebbe  pur  luogo ,  e 
questa  si  conciliò  la  benevolenza 
dei  re  di  Bantam,  Tomaie  e  Ti- 
dor,  e  percorse  le  Molucche;  que- 
sta compagnia  non  ebbe  da  prin- 
cipio che  dei  sopraincaricati,  i  quali 
qualche  anno  dopo  lasciarono  de- 
gli agenti  onde  vendere  i  carichi  e 
t'ormare  i  loro  ritorni.  Ben  presto 
si  sentì  la  necessità  di  avere  degli 
stabilimenti,  e  furono  formati  non 
colla  forza  aperta,  ma  col  consen- 
so  delle  nazioni  indigene.  Per  al- 
tro senza  forze  e  senza  asilo ,  non 
traendo  i  loro  mezzi  che  dalla  stes- 
sa Inghilterra,  si  avvidero  che  lo- 
ro conveniva,  ad  esempio  dei  por- 
toghesi ed  olandesi,  crearsi  una  po- 
tenza navale ,  e  degli  stabilimenti 
fìssi  :  ottennero  quindi  dalla  corte 
di  Dehiy  la  permissione  di  stabi- 
lire fondachi  a  Surate,  Gamba ja  e 
Ahemed-abad.  Parecchie  spedizioni 
comparvero  nel  golfo  arabico,  a 
Java,  alle  Molucche,  al  Giappone, 
e  sulle  coste  dell'  Indostan  ;  e  ben- 
ché la  compagnia  non  fosse  mini- 
mamente protetta  dal  governo  di 
Giacomo  1,  essa  vi  supph  colla  sua 
perseveranza  ed  attività. 

Gli  olandesi  non  videro  senza 
gelosia  r  andamento  che  prendeva 
il  commercio  britannico,  e  l'ocea- 
no indiano  diveime  il  teatro  dei 
più  sanguinosi  combattimenti  tra  i 
due  popoli  rivali.  I  portoghesi  vol- 
lero pure  opporsi  all'  ingresso  di 
una    flotta    inglese    a    Surate,  ma 


IND 

furono  completamente  battuti.  Sir 
Tommaso  Roti,  inviato  in  un'am- 
basciata solenne  a  DehIy,  guada- 
gnò la  confidenza  di  Djehanghyr 
figlio  di  Akbar,  ed  ottenne  molti 
privilegi  considerabili  in  favore  del- 
la compagnia.  Nel  161 3  gl'inglesi 
aiutarono  Sah-Abbas  ad  impadro- 
nirsi di  Ormus,  che  distrussero  in- 
teramente; vi  fondarono  la  città 
di  Bender-Abassi,  all'ingresso  del 
golfo  Persico ,  ed  ottennero  l' e- 
senzione  dei  dazi  pei  loro  navigli, 
e  la  metà  delle  rendite  delle  do- 
gane, a  condizione  che  avrebbero 
nel  golfo  dei  vascelli  per  difesa  del 
commercio  marittimo  della  Persia 
contro  i  portoghesi.  Gli  olandesi 
perseguitarono  senza  riposo  gì'  in- 
glesi in  tutti  i  mercati,  e  mostran- 
dosi accaniti  per  nuocer  loro,  pro- 
fittarono sì  abilmente  de'  torbidi 
che  agitavano  1'  Inghilterra ,  che 
alla  morte  di  Carlo  I  nel  1649  il 
commercio  della  compagnia  trovossi 
intieramente  annientato  in  oriente. 
Cromvvel  protettore  d'Inghilterra 
seppe  valutare  le  forze  di  questo 
regao,  e  dichiarò  la  guerra  all'O- 
landa; il  trattato  del  i654  che  vi 
pose  un  fine,  fu  dettato  dal  pro- 
tettore e  rese  la  vita  al  commer- 
cio dell'Indie.  Carlo  II  salito  nel 
1660  al  trono,  accordò  nuovi  pri- 
vilegi alla  compagnia;  essa  fu  in- 
vestita dell'autorità  civile  e  milita- 
re, del  diritto  di  far  la  pace  e  la 
guerra  coi  principi  indiani.  Nel 
1670  questo  sovrano  diede  alla 
compagnia  Bombay,  dote  della  sua 
sposa  Caterina  di  Portogallo;  era 
questo  per  essa  un  punto  importan- 
tissimo pel  suo  porto,  che  le  per- 
metteva di  racconciare  i  suoi  va- 
scelli, ma  nel  tempo  stesso  Carlo 
II  vendette  ad  alcuni  particolari  il 
diritto  di  commerciare  colle  Indie, 


I 


IND 

e  permise  alla  compagnia  di  attac- 
carli. Si  videro  allora  i  negozianti 
di  una  nazione  slessa  farsi  una 
guerra  spieiata,  e  gli  olandesi  ap- 
profitlandone ,  scacciare  ignominio- 
samente  gì'  inglesi  da  Bantam.  Una 
spedizione  formata  per  vendicarsi 
di  un  insulto  si  grande  fu  sventata 
dalla  corruzione  della  corte  di  Car- 
lo II.  Vi  ebbe  un  deficit  nella 
cassa  della  compagnia,  e  il  diretto- 
re di  Bombay  Giovanni  Child,  al 
quale  serviva  ogni  mezzo  onde  riem- 
pire un  tal  vuoto,  non  temette  di 
impadronirsi  dei  vascelli  dei  sudditi 
del  Gran  Mogol,  ed  anche  di  u- 
na  floUa  carica  di  viveri  per  una 
delle  armate  di  questo  principe. 
Aureng-zeyb  fece  assediare  Bom- 
bay :  Cliild  tanto  vile  quanto  era 
sialo  arrogante,  chiese  grazia,  ed  i 
suoi  ambascialori  ammessi  all'  u- 
dienza  del  sultano  colie  mani  lega- 
te ed  il  viso  nella  polvere,  otten- 
t»ero  non  senza  pena,  dopo  di  a- 
ver  promesso  una  compensazione, 
che  si  degnasse  di  accordare  la 
pace  agl'inglesi.  Inoltre  sotto  Gia- 
como II  la  compagnia  dell'  Indie 
ottenne  nuove  concessioni,  ma  la 
rivoluzione  politica  che  sopravven- 
ne in  Inghilterra,  minacciò  d'an- 
nientarla. All'avvenimento  di  Gu- 
glielmo III  di  Nassau  al  trono  al- 
zossi  un  grido  generale  conlro  il 
monopolio  di  questa  compagnia , 
ed  il  parlamento  accordò  ai  sud- 
diti inglesi  il  diritto  di  fare  il  com- 
mercio insienie  o  separatamente; 
formossi  una  nuova  società  san- 
zionata dal  parlamento,  e  l'antica 
compagnia  ottenne  la  permissione 
di  continuare  gli  armamenti  sino 
al  termine  della  sua  caria.  Queste 
due  società  cercarono  reciprocamente 
di  distruggersi  per  ogni  mezzo , 
ma  alfine    meglio  compiendendo  i 


IND  195 

loro  interessi  si  riunirono  nel  1702 
sotto  il  titolo  di  Compagnia  unita 
dei  mercanli  d' Inghilterra^  pel  com- 
mercio delle  Indie  orientali.  Da  ta- 
le epoca  questa  compagnia  non  ha 
fatto  che  aumentare  i  suoi  posses- 
si, ed  accrescere  il  suo  commercio. 
Nel  1640  gl'inglesi  si  stabiliro- 
no nel  Bengala  ,  ma  senza  potervi 
erigere  fortezze;  nel  1680  il  subah 
accordò  al  loro  agente  una  guar- 
dia di  trenta  uomini  ;  essi  furono 
cacciati  non  molto  tempo  dopo , 
ma  vi  ritornarono  nel  1 698,  e  fon- 
darono il  forte  Williams  a  Cal- 
cutta. Nel  1717  la  compagnia  ot- 
tenne da  Hosan-Alì ,  imperatore 
mogolo,  la  concessione  di  tre  vil- 
laggi presso  Madras,  la  giurisdizio- 
ne civile  de' suoi  fondachi,  e  la  e- 
senzione  di  visita  per  ogni  sorla 
delle  sue  merci  ;  fu  anche  dichia- 
rata sovrana  di  trentasette  villag- 
gi, che  aveva  acquistati  nelle  vi- 
cinanze di  Calcutta,  ed  ebbe  il  di- 
ritto di  esercitarvi  la  giurisdizione 
civile  e  criminale.  Da  quest'epoca 
incominciarono  in  questa  contrada 
le  guerre  fra  gì'  inglesi  ed  i  fran- 
cesi. Erano  di  già  scorsi  quasi  due 
secoli,  che  questi  ultimi  incoraggia- 
ti da  Francesco  I  avevano  tentato 
di  commerciare  coll'India;  ma  bat- 
tuto da  una  tempesta  il  loro  de- 
bole armamento,  non  potè  oltre- 
passare il  Capo  di  Buona  Speranza. 
La  compagnia  dell'Indie  orientali 
stabilita  da  Enrico  IV  nel  1601 
fu  un  poco  meno  disgraziata;  que- 
sta compagnia  però  è  diversa  da 
quella  che  ripete  la  sua  origine 
dalla  necessità  in  cui  si  trovarono 
le  missioni  del  secolo  XVII  di  af- 
francarsi dalle  pretensioni  del  Por- 
togallo. Il  gran  Colbert  fu  quello 
che  la  stabifi  colTautorità  di  Lui- 
gi XIV,  sulle  memorie  date  prima 


196  IND 

di  tutti  (Hai  benemerito  missionario 
e  vescovo  di  quell'epoca,  monsignor 
Francesco    Pallu  vicario  apostolico 
e    amministratore     generale     delle 
missioni  della  Cina,  primo  vescovo 
della    congregazione    delle    missioni 
estere.  Sotto    la    detta    compagnia 
però   sino  alla  metà  del  XVJI  se- 
colo,   epoca   della    fondazione  dello 
stabilimento  di    Pondichery,    i  di- 
versi   tentativi    dei    francesi  furono 
infruttuosi;    spogliati    del    possesso 
di  questa  piazza   nel     1698  la    ri- 
cuperarono colla    pace  di    Riswick 
dagli  olandesi,    che  la    restituirono 
Joro    meglio    fortificata.    Martin    e 
Dumas,    i    due    primi    governatori 
di  questa  colonia,  la  fecero   fiorire; 
dopo  di  essi  Dupleix,  il  quale  fece 
pure    di    Chandernagor    uno    dei 
principali  mercati  di  Bengala.  Ver- 
-so  il   1744    '^  guerra    scoppiò  fra 
Ja    Francia    e   l'Inghilterra,  prima 
in  Europa,  e   subito  dopo  nell'In- 
dia .    La    Bourdonnaye    fondatore 
dell'isola   di    Francia    armò   a   sue 
spese  sei    vascelli,    e  prese    Madras 
nel   1746;  Dupleix  recò  anch' egli 
molto  danno  agl'inglesi,  ma  questi 
due  uomini  di  merito,  in  luogo  di 
intendersela    contro    il    nemico  co- 
mune, si  pregiudicarono  tacitamen- 
te, e  gl'inglesi  seppero    approfitta- 
re di  tale  dissensione.  La  presa  di 
Madras,  la  vittoria  navale  riportata 
da  La  Bourdonnaye,  e  la  gloriosa 
difesa  di  Pondichery,  fatta  da  Du- 
pleix contro  gl'inglesi,  avevano  dato 
ai  popoli  deU'Indostan  un'alta  idea 
del  carattere  e  del  valore  dei  fran- 
cesi. Dupleix  si  affrettò  di  profittarne 
onde  dare  alla  Francia  solidi  vantag- 
gi nell'Asia,  e  per  questo  volle  dis- 
porre della  subabia  del  Duan ,  va- 
cante per  la  morte  di  Nizam-el-Mu- 
luck,  e  della  nababia  del  Karnatico, 
ov'era  situata  la  città  di  Pondiche- 


IND 

ry.  La  eredità  di  questi  due  prin- 
cipi cagionò  una  guerra  fra  i   prin- 
cipi indiani;  e  le  compagnie  inglese 
e  francese  entrarono   come  ausilia- 
rie   in    queste  contestazioni;    allora 
comparve  nelle  armate  inglesi  quel 
Clives,  semplice  provveditore    delle 
truppe,  che    i  suoi  talenti  naturali 
per    la    guerra   portarono  alla  più 
elevata  fortuna,  e  che  fece  pel  suo 
coraggio    e  per  le  sue    buone  dis- 
posizioni     pendere    la     bilancia    a 
favore    degl'  inglesi  del    Karnatico. 
Da    un   altro  lato    Bussy    generale 
francese     ebbe     gran    vittoria    nel 
Dekhan    e  fece  il    suo   ingresso  ad 
Aureng-abad.    Le    relazioni    che 
giunsero  in   Europa  sulla  brillante 
situazione    degli    affari  francesi  nel- 
l'Indie, eccitarono  al  più  alto  gra- 
do   la    gelosia   del    governo  inglese 
che    minacciò   la   Francia    di    una 
guerra   in  Europa,  se  non  arrestas- 
se   di     concerto   con    esso    le  osti- 
lità nell'India.   Il  trattato  fu  sotto- 
scritto il    2     ottobre   1754,    e   di- 
chiarava che  i    due  governi  gode- 
rebbero   quietamente   e  senza  con- 
testazioni i  loro    possedimenti   nel- 
l'India, e  che  in  avvenire  nessuna 
delle  due   compagnie    non    s' inter- 
porrebbe nelle    guerre  e  nelle  dif- 
ferenze dei  principi  del  paese.  Du- 
pleix   fu   richiamato ,    e  sacrificato 
al  risentimento  degl'inglesi. 

Frattanto  il  subab  del  Bengala 
dichiarò  la  guerra  agi'  inglesi,  pre- 
se Calcutta  ed  il  forte  Williams;  ed 
i  francesi  di  Chandernagor,  in  for- 
za della  convenzione,  rifiutarono 
di  assisterlo.  Clives,  eh'  era  allora 
in  Inghilterra,  s'imbarcò  alla  testa 
di  nuove  truppe,  arrivò  all'  Indie, 
battè  il  subab,  prese  le  piazze  ap- 
partenenti agi'  inglesi,  e  lo  sforzò 
ad  una  pace  assai  vantaggiosa  al- 
la compagnia  inglese.  Era  già  sta- 


IND 

lo  convenuto  che  anche  in  caso  di 
guerra  fra  la    Francia    e  l' Inghil- 
terra le  due    compagnie    conserve- 
rebbero la  neutralità,  ma  ad  onta 
di  tale  accordo,    allorché  gringlesi 
ebbero  sforzato  il  subab  alla  pace, 
istrutti  di  una  rottura   fra  la  Fran- 
cia e  r  Inghilterra,  marciarono  so- 
pra Chandernagor,  se  ne  impadro- 
nirono, e  ne  distrussero  le  fortifi- 
cazioni. Clives  risolse  allora  di  dis- 
farsi del  subab,    e    a  tale    oggetto 
s'intese    con  Myr-Djeffer- Aly-kaa 
principale  ministro  di  quel  sovrano, 
al  quale  dichiarò  la  guerra,  e  che 
alfine     fu    battuto    e  scannato   da 
uno  de'  figli   del  suo    ministro  che 
montò    subito    sul    trono.     Bussy 
manteneva  la  gloria  delle  armi  fran- 
cesi nel  Dekhan,    allorché  il  gene- 
ral Lally    fu  inviato  nell'Indie,  ed 
appena    giuntovi    s'  impadronì    del 
forte  SanDavid  che   diede  ai  fran- 
cesi ricche    provincie  ;    ma   la    sua 
gelosia  contro  Bussy  fece  richiama- 
re questo  uffiziale    che  manteneva 
nella  alleanza   della  Francia  il  su- 
bab del    Dekhan.   Appena  ritirato- 
si questo  principe  indiano,  perden- 
do   l'appoggio  dei   francesi,  si  get- 
tò nelle    braccia    dei  loro    nemici. 
Lally    attaccò  Madras,  e  fu  obbli- 
gato   di    levarne    V  assedio    e    riti- 
rarsi nella  città  di    Pondichery  che 
fu  distrutta  ;  e  ritornato  in  Fran- 
cia  venne  a  perdere  la  testa  sopra 
un    patibolo.    La    pace    del     lyGS 
arrestò    la  effusione    del  sangue  in 
questo  paese;    ma    servì  pur  anco 
all'accrescimento    in  esso  della  po- 
tenza   inglese.    L'impero    del    gran 
Mogol  era  allora    in  decadenza;  il 
debole  sovrano    non  aveva  più  al- 
cun  potere  sui  suoi  sudditi,  allor- 
ché i   principi   del  nord  dell' Indo- 
stan  si    riunirono  contro  gl'inglesi. 
Clives  Uasse  ancora    la  coinpaguia 


IND  197 

inglese  dalla  sfavorevole  posizione 
nella  quale  trovavasi,  con  due  vit- 
torie riportale  sulle  truppe  indiane 
riunite.  L' imperatore  Sah  -  Alleai 
scacciato  da  Dehly  sua  capitale, 
implorò  soccorso  dagl'inglesi  che  ve 
Io  fecero  rientrare  ottenendo  per 
tal  servigio  l'assoluta  sovranità  del 
Bengala.  Ben  presto  un  piti  terri- 
bile nemico  sorse  nella  penisola  oc- 
cidentale dell'  India  e  minacciò  la 
potenza  inglese.  Hayder-Ah,  uomo 
di  bassa  origine,  s'impadronì  della 
sovranità,  fece  alleanza  co'maratti, 
e  marciò  contro  gì'  inglesi.  Ebbe 
da  prima  qualche  vantaggio  ,  e 
quantunque  i  maratli  lo  abbando- 
nassero, marciò  sopra  Madras.  Il 
generale  Wood  finì  col  batterlo, 
ma  per  altro  era  ancora  formida- 
bile allorché  gl'inglesi  a  forza  dì 
sacrifizi  fecero  con  esso  la  pace  nel 
1769.  I  maratli  sollecitati  dagl'in- 
glesi saccheggiarono  il  Misore,  ma 
furono  respinti;  il  mogol  Sah-Al- 
lem  si  mise  sotto  la  loro  prote- 
zione, e  pervenne  a  rientrare  a 
Dehly.  Gl'inglesi  riguardando  que- 
sto passo  come  una  infrazione  del 
trattato  precedentemente  fatto  con 
essi,  s'impadronirono  di  Allah-abad, 
ed  acquistarono  bentosto  Benares. 
Allorché  nel  1770  una  fame  or- 
ribile, occasionata  da  una  estrema 
siccità,  venne  a  desolar  il  paese,  ì 
naturali  morivano  a  migliaia ,  ed 
allora  si  accusò  la  compagnia  in- 
glese di  aver  comprato  tutto  il  ri- 
so, e  con  tal  mezzo  di  aver  au- 
mentate le  sue  ricchezze  a  spese 
della  vita  di  quegl'  infelici.  Lord 
Clives  accusato,  ne  fu  assolto,  ma 
divorato  dal  rammarico  si  uccise. 
Hayder-Aly,  i  maratli  ed  il  nizam 
si  riunirono  ancora  contro  gì'  in- 
glesi, la  cui  posizione  divenne  cri- 
tica per  la  rinnovazione  della  gue^j 


1^8  IND 

ra  colla  Francia.   Pondichery  ed  il 
Karnatico  furono    presi  e  saccheg- 
giati dal  sovrano  del  Misoie  e  da- 
gl'  inglesi  j    che    si    ritirarono  dopo 
essere  slati  battuti  molte  volte;  e 
Hayder-Aly  s'impadronì  d'Arcate. 
Gì'  inglesi  marciarono    in    *)ccorso 
di  Madras,  e  si  resero  padroni  dei 
possedimenti  olandesi,    allorché    il 
baili  di  SufFren  battè  più  volte  le 
loro  flotte.  Fortunatamente  per  essi 
pervennero  a  staccare  i  maratti   ed 
il  nizam  dalla  coalizione ,   e    mol- 
to più  fortunatamente  ancora  furo- 
no liberali  colla  morte    di   Hayder- 
Aly.  Tippu-Saèb,  figlio  di  Hayder, 
fu  proclamato  sovrano  del  Misere, 
ed  il  marchese  di  Bussy,  dopo  aver 
guadagnato  la  battaglia  di  Goude- 
lour,  si  appressava    a    raggiungere 
il   nuovo  sovrano,  allorché  la  pace 
del    1783   lo  costrinse  all'inazione, 
e  produsse    quella  che    la    compa- 
gnia fece  con  Tippu-Saeb.    Questa 
guerra,  che  minacciati  aveva  i  pos- 
sedimenti inglesi  di    una    generale 
e  prossima  distruzione,    rassodò  al 
contrario  più  che  mai  il    dominio 
dell'  Inghilterra   nella  penisola    oc- 
cidentale dell'  Indie.   La  compagnia 
delle  Indie  orientali  non  era   stata 
mai   veramente  tanto  possente,   ma 
essa  più  non  era  che  un  istrumento 
di  grandezza  e  di  prosperità  fra  le 
mani  del   governo  britannico.  Ave- 
va ottenuto  nel    1780    la    proroga 
della  sua  carta  per    dieci    anni ,  a 
condizione  di  pagare  al  governo  una 
somma  di  quatlrocentomila  lire  ster- 
line,   ed    al    pubblico  i   tre    quarti 
del  soprappiù  degli  utili  netti  della 
rendita  de'  suoi  doni i ni i,  dopo  aver 
prelevato  tutte  le  sue  spese,    e    ri- 
partito l'otto  per  cento  ai  suoi  azio- 
nisti ;    erasi    impegnata    inoltre    di 
somministrare  le  spese  di   vestito  e 
mantenimento  delle  truppe  britau^ 


liVD 

niohe  che  sarebbero  inviate  nell'In- 
doslan,  contando  dal  giorno  del  lo- 
ro imbarco  per  questa  contrada  si- 
no a  quello  del  loro  sbarco  in  In- 
ghilterra ;  infine  erasi  incaricata  di 
tulle  le  spese  e  dei  viveri  necessari 
alle  forze  navali  che  sarebbero  im- 
piegate, dietro   sua    domanda,    per 
la  difesa  de'  suoi  stabilimenti    nel- 
r  India,  ad  eccezione  di  un  quarto 
che    sarebbe    riguardato   come    un 
debito  nazionale    verso    la    compa- 
gnia, e  bilanciato  nel  conto  dei  be- 
nefizi di  ciascun  anno.  La  pace  so- 
la poteva  rimarginare  le  piaghe  che 
una  guerra  lunga   e  spesso  disastro- 
sa fatto  aveva  alla  potenza  inglese 
tanto  in  Europa  che  nell'lndostan. 
Questa  pace  fu  fatta ,    e  fu  anche 
svantaggiosa  alla  Francia  che  tras- 
curò i  suoi  stabilimenti   nell'India. 
Tippu-Saeb  però  era   sempre  l'ini- 
mico degl'  inglesi,  e  non  attendeva 
che  il  momento  di  piombar  sopra 
di  essi  utilmente;  inviò   degli  am- 
basciatori al   re  di   Francia,  che  li 
ricevette  il  3  agosto  1788;  ma  tale 
ambasciata  non  ebbe  alcun  effetto. 
La  Francia  era    allora   alla  vigilia 
d'una  crisi,  che  non  le  permetteva  in 
alcun  modo  di  occuparsi  delle  con- 
trade d'India.  Bentosto   scoppiò  la 
rivoluzione  francese,    e    si    evacuò 
Pondichery    nel   1789;    fu    questo 
un  errore  che  seco  trascinò  la  ro- 
vina degli  stabilimenti  francesi,  e  di- 
venne   una    delle    cause    principali 
del  prodigioso  ingrandimento    del- 
l'Inghilterra. Tippu  trovavasi    ap- 
punto   per    tal    motivo    esposto   ai 
colpi    degl'  inglesi ,    che    facilmente 
potevano    entrare    nel     Misore    o 
Mayssour. 

Nel  1792  la  guerra  ricominciò 
fra  il  sultano  e  gl'inglesi.  Cornwa- 
lis  attraversò  le  Gatte  con  infiniti 
stenti,  e  venne  a  piantare  l'assedio 


I 


IND 

dinanzi  Baiigalore  ;  questa  città  fu 
presa,  e  gì'  inglesi  si  avvicinarono 
allora  a  Seringapafam,  capitale  de! 
Misore,  ma  la  stagione  delle  piog- 
gie  li  sforzò  a  ritirarsi.  L'assedio 
fu  però  ripreso  nuovamente;  ma 
Tippu  chiese  la  pace,  e  la  olten- 
ne-col  sacrifizio  di  un  terzo  de'  suoi 
dorainii,  e  di  seltantacinque  milio- 
ni di  franchi  che  fu  obbligato  a 
pagare  per  le  spese  della  guerra.  I 
francesi  più  non  avevano  nell'India 
die  un  mediocre  territorio,  senza 
mezzi  di  difesa  e  senza  soldati  ; 
luilladimeno  potevano  ancora  in- 
cutere qualche  timore  negl'inglesi. 
Uno  fra  quelli  nominato  Raimondo, 
uomo  di  talento,  era  pervenuto 
alla  corte  del  nizam  ad  un  alto  gra- 
do di  possanza,  e  comandava  un 
corpo  di  venticinque  mila  uomini 
disciplinati  all'europea,  e  comanda- 
ti da  ufflzlali  francesi.  Vedendo  do- 
po la  presa  di  Pondichery,  fatta  da- 
gl'inglesi nel  1793,  aumentarsi  di 
giorno  in  giorno  la  loro  influenza, 
cercò  tutti  i  mezzi  possibili  di  su- 
scitar loro  de'nemici,  e  la  prepon- 
deranza del  partito  francese  alla 
corte  del  nizam  divenne  per  gl'in- 
glesi un  motivo  continuo  di  gelosia 
e  d'inquietudine,  alloichè  la  mor- 
te venne  a  liberarli  di  questo  ac- 
canito nemico;  il  suo  partito  cad- 
de con  esso,  ed  il  subab  fu  tutto 
ad  un  tratto  nella  dipendenza  in- 
glese, e  preparò  l'  invasione  degli 
stati  di  Tippu.  Nel  1799  due  ar- 
mate inglesi  sortirono  da  Madras 
e  da  Bombay  onde  penetrare  nel 
Misore.  Il  sultano  si  affrettò  di  a- 
dunar  delle  guarnigioni  nelle  sue 
piazze  principali,  e  si  mise  alla  te- 
sta di  un'armata  di  sessanta  mi  la 
uomini  ;  ma  perdute  due  battaglie 
successivamente ,  venne  a  rinchiu- 
dersi in  Seringapatam  sua  capitale; 


IND  199 

fu  essa  assediata  e  presa  a'4  mag- 
gio 1799,  ed  il  corpo  del  sultano 
trovossi  sotto  una  catasta  di  mor- 
ti. Gl'inglesi  s'impadronirono  in  ta- 
le incontro  di  somme  immense 
d'argento,  di  gioie,  e  d'artiglieria 
in  questa  città.  La  rivoluzione  del 
Dekham,  la  espulsione  dei  francesi 
dagli  stati  del  subab,  la  evacuazio- 
ne impolitica  di  Pondichery  ed  il 
tradimento  di  Myr-Saeid,  visir  di 
Tippu,  furono  altrettante  cagioni 
della  sconfitta  di  questo  sultano. 
Gl'inglesi  divennero  allora  padroni 
di  quasi  tutto  l'Indostan,  e  non 
hanno  pili  a  temere  che  i  maratti 
nel  centro,  ed  i  seiki  al  nord.  Dal- 
la loro  riunione  può  dipendere 
forse  l'annientamento  della  poten- 
za inglese  nelle  Indie,  ed  è  perciò 
che  i  governatori  si  danno  la  cura 
di  mantenere  le  discordie  fra  i 
capi  di  queste  due  popolazioni. 
Quanto  a  Pondichery,  Chanderna- 
gor,  ed  altri  possedimenti  francesi, 
de'quali  erasi  impadronita  la  Gran 
Bretagna  durante  le  sue  guerre 
con  la  repubblica  od  impero  fran- 
cese, essi  furono  restituiti  nel  1 8 1 4- 
Gli  olandesi  cedettero  nel  1822 
agl'inglesi  ciò  che  avevano  nell'In- 
dostan  in  cambio  di  Benculen 
nell'isola  di  Sumatra,  e  qualche 
altro  stabilimento  britannico  nell'i^ 
sole  della  Sonda. 

Chiamasi  finalmente  Indoslan 
inglese  la  immensa  estensione  di 
paese,  di  cui  gl'inglesi  si  sono  suc- 
cessivamente impadroniti  nell'India, 
e  la  popolazione  dell'  Indostan  in- 
glese si  fa  ascendere  a  settantadue 
milioni  d'individui,  cosi  divisi.  Quat- 
tjo  milioni  protestanti,  trenta  mi- 
lioni indostani  ,  quattro  milioni 
maomettani ,  e  trentaquattro  mi- 
lioni idolatri.  Questa  popolazione 
fti    già    accresciuta    cogli    abitanti 


aoo  IN'D 

del    paese   ceduto    alla    compagnia 
dall'impero  Birmano.  I  sovrani  tri- 
butari o  alleati    soggetti  alla  com- 
pagnia, comandano  a  cinquantotto 
milioni  d'indiani.  Altri  fanno  ascen- 
dere la  popolazione  di  queste  con- 
trade a  centotrenladue    milioni,  dei 
quali    centoventitre    come     sudditi 
-o  come    tributati  ubbidiscono  alla 
compagnia    inglese,    che  ha  diviso 
tutto  il  paese    nelle  tre  presidenze 
di   Calcutta,  di  Madras,  e  di  Bom- 
bay.   La    lingua    inglese    ha  preso 
una    grande     preponderanza    sulle 
tante  che  vi  sono  in  uso,  ed  è  ri- 
guardato   come  un   onore    ed  una 
necessità  l'apprenderla.  L' Indosfan 
danese   comprendeva  le  città  e  di- 
pendenze di    Serampour   nel    Ben- 
gala, e    di    Trinquebar  sulla  costa 
del  Karnatico:  il  capoluogo  di  que- 
sti possessi  appartenne  ai  danesi  si- 
no dal     1616.    Dicemmo   di  sopra 
quanto  la   Danimarca  cedette    nel 
1 844    all'  Inghilterra.    L*  Indostan 
francese  comprende  gli  stabilimenti 
sulla    costa    di   Coromandel,    Pon- 
dichery  ,    e    i    distretti     di    Ville- 
nour    e  di    Bahour  ;    Karikal    ed 
i      quattro     distretti     che     stanno 
in    vicinanza  ;  sulla    costa     d'  Ori- 
xa,  Yanaon,  e  le  così   dette  aldée 
che  ne  dipendono,  la  loggia  o  fat- 
toria di  Masulipatam  ;    sulla    costa 
di  Malabar,  Mahè  e  il  suo  territo- 
rio, e  la  loggia  di  Calicut;   nel  Ben- 
gala, Chandernagor  e  il  suo  terri- 
torio,   la    residenza    di  Gorretty  e 
molte  loggie  e  fattorie,  oltre  la  log- 
gia di  Surate.  Ascendendone  gli  a- 
bitanli,  comprese  le  fattorie  di  Ma- 
scate  e  di  Moka,  a  circa    centono- 
vantamila individui  governati  da  un 
governatore  generale    degli    stabili- 
menti francesi  nell'  Indie    residente 
a    Pondichery.    L*  Indostaii   porlo- 
ghese  poi    comprende   il   territorio 


IND 
di  Goa,  Daman  e  Diu,  che  forma 
tultociò  che  rimane  ai  portoghesi 
dei  loro  brillanti  possessi  nell'Indie, 
governato  da  un  viceré  residente 
a  Goa,  il  quale  esercita  la  sua  giu- 
risdizione su  quanto  possiede  il  Por- 
togallo in  Timor  ed  in  Macao. 

Le  narrate  vicende  rendono  il  pae- 
se abitato,  oltre  gl'indigeni,  dai  mi- 
stizi   o  meticci  che  traggono  origi- 
ne dalle  indiane    e    dagli  europei , 
dai  mori  e  dai  mussulmani   che  vi 
trasmigrarono,  e  dai  persi  che  nel- 
le guerre  civili  di  Persia  vi  ebbero 
asilo  ospitale.  Neirultima    e  recen- 
te guerra  del  Kabul  gl'inglesi  furo- 
no costretti  ad  abbandonare  intie- 
ramente la  provincia,  dove  al  pre- 
sente non  si  trova  più  alcun  di  lo- 
ro. Questa  disfalla  fece  molto  sen- 
so neirindoslan.  Molli  autori  scris- 
sero la  storia  delle  Indie  orientali, 
fra*   quali    nomineremo  ;    il   gesui- 
ta padre  Daniele  Bartoli,  che  nella 
Istoria  della  compagnia  di  Gesti, 
descrisse  i  progressi    della    medesi- 
ma nell'India  ed  in    altre  contra- 
de dell'Asia,  e  le  notizie  di  queste 
assai  interessanti:  ci  diede  pure  la 
Storia  delle    missioni    del    Mogoly 
Roma   1662;  Lopes,  Istoria   delle 
Indie  orientali  tradotta    da   Ullao^ 
Venezia    i568;  p.  Gio.  Pietro  Maf- 
fei  gesuita,  Historìariim  Indiar  uni 
libri  XVI,  Firenze   i588:    ivi  nel 
1589  fu  pubblicata  dal  Giunti,  tra- 
dotta in  italiano  da  F.  Serdonati. 
Il    Gavazzi    ci   diede:    Descrizione 
dei  tre  regni   Congo,  Matamha  ed 
Angola  y    Bologna     1687.     Abbia- 
mo ancora  del  padre  Maffei,    Let- 
tere   scritte   dalle  Indie,    stampate 
ad  Anversa.  F.  Vincenzo  da  s.  Ca- 
terina, Fiag^io  alle  Indie  orientali, 
Venezia    i683.  Schouten,    Foyage 
aux  Indes  orientales,    Amsterdam 
1707.  Niecamp,  Histoire  de  la  niis- 


IND 

Sion  (lanoise  dans  les  Indes  orien- 
laleSj  Genève    174^-    f^i^^gìo   alle 
Indie  orientali  umiliato  alla  San- 
tità di  N.  S.  Papa  Pio  FI  Pont. 
Max.  da  fr.  Paolino  da  s.    Bar- 
tolomeo carmelitano  scalzo^  Roma 
1796.  Importante  è  l'opera  di  M.r 
Penin,  missionario  della  congrega- 
zione delle  missioni  estere,  che  por- 
ta per  titolo  :   P^oyage  dans  f  In- 
dostan^  Paris   1807,  Le    Norma nt. 
Si    può  consultare    con    moltissimo 
vantaggio  per  la  conoscenza  dei  co- 
slumi  indiani  il  libro  di  M.r  l'ab- 
bate   J.   A.  Dubois  sacerdote  della 
congregazione  delle  missioni  estere, 
missionario  per  uno  spazio  di  tren- 
t'anni   e  più    nell*  Indostan    e    nel 
Rfeissour  ,    ed    intitolato     Moeurs, 
inslitutions    et  cérénwnies  des  pcu- 
ples    de    tlnde,    Paris  imprimérie 
royale    1825.   Abbiamo    ancora    la 
Storia  universale  dell' Indostan  dal 
1 5oo  fino  al  1 8 1 9,  di  Leopoldo  Se- 
bastiani,   Roma    i83i.  Ripamonti, 
Storia    delle  Indie  orientali^   Roma 
1828.    Robertson,    Ricerche    stori- 
che   sull'India    antica    coi  supplì' 
menti   di    G.    D.    Romagnosi,    Fi- 
renze  i83d.    Degli   antichi    india- 
ni,  loro    principi ,    sofisti ,    gimno- 
sofìsti,  loro  massime,  e  loro    Tria- 
de n^  parla    ancora    il    Martinetti 
nel    tomo    I    della    sua   Collezione 
classica,  ossia  tesoro  delle  antichi- 
tà.   Della    pretesa    origine   indiana 
del  cristianesimo,  eruditamente    se 
ne  tratta    nel    voi.  II,  p.  3o2  ;    e 
VI,  pag.    125  e  seg.    degli  Annali 
delle  scienze  religiose  compilati  da 
monsignor  De  Luca.  Nel  voi.   VII 
poi,  p.    117,  si  discorre   dell'origi- 
ne giudaica  degl'  indiani  dell'Ame- 
rica settentrionale,  e  si  Fa  menzio- 
ne dei  giudei  negri    del  Malabar  , 
i  quali    sono    appellati    Ben-Israel, 
ovvero  israeliti    e  non   giudei;   ed 


IND 


20C 


a  p.    119  del  culto  protestante  al- 
l' Indie. 

Notizie  ecclesiastiche  delle  Indie 
e  sue  isole ,  delle  sue  missioni  3 
sedi  vescovili  e  vicariati  apo- 
stolici. 

Il  p.  Le  Quien  nelT  Oriens  chri- 
stianus  tom.   II,  p.    1278    e    seg. 
riporta  le  seguenti  notizie  ecclesia- 
stiche sull'Indie,  che  chiama  XIV 
provincia    della    diocesi    de'  Caldei 
(  J^edi).  La  tradizione    e    le  testi- 
monianze degli  antichi  scrittori  in- 
segnano che  r  apostolo  s.  Tomma- 
so predicò  il    vangelo    nelle    Indie 
orientali,  ed  ivi  fondò  molte  chie- 
se. Il  dottore    s.    Girolamo    lo  as- 
serisce espressamente  nel  suo  cata- 
logo degli    scrittori    ecclesiastici  ;  e 
Sofronio  che    tradusse    quell'  opera 
in  greco,  ne  conferma    l'  opinione. 
Dice  egli  in  fatti,  che  s.    Tomma- 
so dopo  di  aver  predicato    il  van- 
gelo ai  medi ,  ai    persiani ,  ai  car- 
mani ,  agi'  ircani ,  ai  battri ,  ed  ai 
magi,  mori  a  Calamina  nell'  India. 
Veramente  ignorasi  quale  sia  stata 
la  città  di  Calamina  che  i  moder- 
ni   prendono    per    Meliapor ,    ma 
Gregorio  Bar-Ebreo  che  fece  gran- 
di ricerche  intorno    agli  affari    ec- 
clesiastici di  oriente ,  asserì    positi- 
vamente, che  s.  Tommaso  aposto- 
lo fu  martirizzato  a  Calamina.  In- 
oltre aggiunge    s.  Giovanni   Criso- 
stomo, che  detto  santo  andò    fino 
in  Etiopia,  che  percorse  cioè  tut- 
te le  regioni   dell'  Asia,  non  molto 
lontane  dalle  Indie,  le    quali  sono 
contigue  alia  Persia.   Il    suo  corpo 
fu  trasportato  dall'  India  ad  Edes- 
sa  nel  IV  secolo ,   e    nel    seguente 
gli  venne    tributato    un    culto    so- 
lenne. I  popoli  del  Malabar  soste- 
nevano che    s.    Tommaso   li    avea 


k 


90»  IND 

Ktruiti  nel    vangelo    e    che    aveva 
egli  ricevuto  la  palma    del    marti- 
rio in  quella  contrada,    secondo  il 
racconto   del    veneto    Marco    Polo 
Jib.  3,  cap.   ^4,  ed  è  ciò  che  tut- 
ti i  cristiani  dell'  India  credevano, 
quando  i    portoghesi    approdarono 
alle    loro    spiagge.    Cosma    Indico- 
Pleusta,  che  vivea  al  tempo  dell'im- 
peratore Giustiniano,  nel  lib.  3,  p. 
178,  narra  che  a  Calliana,  celebre 
porto  d'India,  eravi  nella  sua  epo- 
ca la  consuetudine  di    ordinare  un 
vescovo  in  Persia,  vale  a  dire  che 
il    metropolitano    di    Persia    od    il 
cattolico    di  Seleucia,  ne  ordinava • 
no  uno  per  quella    città  ;    e    par- 
lando   dell'isola    Ceylan,    creduta 
l'antica  Taprobana,  vicino  alla  co- 
sta del  Malabar,  dice  eh' eravi  una 
chiesa  per  quelli   i  quali    venivano 
di  Persia,  più  un    sacerdote    ordi- 
nalo in  Persia,  mandatovi  con  un 
diacono ,    e    con    tutto   ciò  eh'  era 
necessario  pel  servizio    divino  :  per 
lo    che  pare,  che    Mar  Tommaso, 
com'  essi  lo  chiamano,  e  che  dicono 
cananeo,  fosse  stato  in  quella  regio- 
ne avanti    la  fine  del  IX  secolo,  e 
che  vi  avesse  fondata  la  chiesa  di 
Malabar.    Alcuni    pretendono     che 
sieno    stati    gli     eretici    Nestoriani 
(Fedi)  i  quali   vi  abbiano    portato 
pei  primi  il  nome  di  Gesù  Cristo, 
e  che  quella  chiesa  sia  stata    sog- 
f;eltata  bentosto  al  cattolico  di  Se- 
leucia. Che  è  comune  opinione  dei 
cristiani,  che   l'apostolo    s.    Tom- 
maso predicasse  la   fede   dapprima  . 
neir  India  ,  e  che  di  là    si    recasse 
nella   C/'/m,  lo    dicemmo    ancora  a 
queir  articolo. 

Il  p.  Luigi  Guzman  gesuita,  ci 
diede  un  compendio  di  tutto  quel- 
lo che  raccontarono  i  portoghesi 
intorno  al  viaggio  di  Mar  Tommaso 
nell'India,  nella  Storia  delle   spe- 


IND 

dizioni  dell'  Indi ay  di  questo  leno^ 
re.   «  Vi   sono    molli    cristiani    ncl- 
r  India^  il  di  cui  numero  è  di  cen- 
tocinquantamila   e    più  :    sono  essi 
sparsi  in  diversi  regni,  ed-  obbedi- 
scono a  diversi  re  idolatri  o  mao- 
mettani :  hanno  essi  il    loro    arci- 
vescovo ,  i  loro  vescovi    ed    i    loro 
sacerdoti,  che  vengono    loro    man- 
dati di   Siria,  e  che  vengono  desi- 
gnati  dal    patriarca    di    Babilonia, 
ovvero  d'Alessandria.  Siccome   poi 
i   vescovi  non  possono    sempre    vi- 
sitare quelle  remote  contrade,  op- 
pure vi    giungono    talvolta    troppo 
tardi,  così    perchè    non    manchino 
mai    di  sacerdoti,  vengono  loro  or- 
dinati  sacerdoti    de'  fanciulli ,  colla 
condizione    che    non    assumeranno 
le  funzioni  del    loro    ministero ,  se 
non  quando  saranno    giunti  all'e- 
tà competente.   11  motivo  per  eui  i 
vescovi  ed  i  sacerdoti  di    Siria  es- 
sendo una  volta  entrati  nell'India, 
vi   furono  si  stimati  e    tanto    ono- 
rati, è  che  un  mercante    di  Siria, 
chiamato  Mar  Tommaso,  uomo  ric- 
co e  potente,  e  perciò   considerato 
assaissimo  dai    re    di    Carangor    e 
di  Colon,  in  grazia    del    nome    di 
Tommaso  eh'  egli     portava     trasse 
seco    tutti    i    cristiani    del  paese,  i 
quali  dicevansi  cristiani  di  s.  Tom- 
maso. Divenuto  in  tal  maniera  lo- 
ro capo  ne  ottenne   pure    la   con- 
fidenza, di  modo  che  fu  a  lui  fa- 
cilissimo di   persuaderli  di    non  ri» 
ce  vere  altri  vescovi  ed  altri   sacer- 
doti, fuori  di  quelli  che  sarebbergli 
mandati    di    Siria.    Aggiungasi    al- 
tresì, eh'  egli  diceva  loro,  che  par- 
lavano essi  la  medesima  lingua  di 
cui  erasi  servito  Nostro  Signore,  e 
colla  quale  s.  Tommaso    li    aveva 
istruiti    nella    sua    religione.    Con 
questo    mezzo    i    vescovi    di    Siria 
essendo  entrati  nel    regno    di    Ca- 


IND 

ranger,  di  Colon  e  di  Cocliin,  per- 
corsero   tutti    i    paesi    circonvicini 
tino  alla    China  ".    Alcune    nozioni 
sui  cristiani    di    s.    Tommaso    nel- 
r  Indie  le  riportammo    al    volume 
XVIII ,    pag.   2o5  del   Dizionario. 
Sulla    narrazione    del    p.    Guzman 
va    osservato    che    dicendo    che    il 
patriarca    d'  Alessandria     mandava 
de' sacerdoti  nell'India,  sembra  che 
abbia     ignorato     che     i     patriarchi 
melchiti     o    giacobiti     abborrivano 
i  nestoriani,  e  che  i  malabaresi  ot- 
tennero dal  patriarca  copto  d'Ales- 
sandria un   metropolitano,   affinchè 
il  cristianesimo  non  si   perdesse  in- 
teramente fra  di   loro.   I  regni  del- 
l'India ,    ne' quali    la    religione    di 
Gesù    Cristo    vi    fu    stabilita    dopo 
l'epoca    di    Mar  Tommaso,  furono 
Damper ,   Cortale ,    Malea    distante 
venticinque  leghe  da   Madura,  Tu- 
rubuli,    Maota,    Batimena,    Porca , 
Travancor ,  Pimenta,  Tetan  ,  Para 
ed  altri.   I  primi  metropolitani  del- 
l' India    dopo    che    ivi    venne  pro- 
clamata la    religione    cristiana  non 
si  conoscono  ;   quelli  di  cui  si  han- 
no notizie  furono  due  caldei    chia- 
mati Xabio  o  Xabro,  e  Proud,  am- 
bedue distinti  per  la  loro    santità, 
e  la  di  cui  memoria  fu  sempre  so- 
lenne nel   Malabar  ;    fiorirono    essi 
nel  declinar    del    IX    secolo;    ven- 
nero   pur    chiamati    Mar-Xabio    e 
Mar-Proud.   Gli   altri  patriarchi  ri- 
portati dal  p.  Le  Quien,  sono:  Gio- 
vanni I,  che  sedette  in  Cranganor, 
ed  ordinò  due    vescovi  suffraganei, 
uno  per  l'isola  Socotra,  l'altro  per 
la  Cina  o  Cataio.  Giovanni  II  che 
nel    II22  si  recò  a    Costantinopoli 
a  prendere  il  pallio,  indi  coi  lega- 
ti pontifìcii  si    recò    in    Roma    da 
Calisto  II.  Nel     i5oo    viveva    Mar 
Giacomo  metropolita  del  Malabar; 
Giovanni  HI  gli   successe.    Giusep- 


IND  2o3 

pe  1  metropolita  del  Malabar,  ve- 
scovo di  Cranganor ,  morì  in  Co- 
chino  nel  i544-  A  Junab  succes- 
sero Giuseppe  li  metropolita  del- 
l' India,  Giuseppe  III,  Abramo,  Si- 
meone, indi  nuovamente  Giusep- 
pe III  a'  tempi  di  Sisto  V.  Verso 
il  1600  abbiamo  Francesco  I,  in- 
di Girolamo,  Stefano,  Francesco  II, 
Aitallaha,  Giuseppe  amministratore; 
sotto  Alessandro  VII,  Alessandro, 
poscia  Gabriele,  e  Tommaso  del 
1714. 

Il  Rinaldi  all'anno  i85,  num.  i, 
dice  che  da  Panteno  filosofo  fu 
ritrovato  nell'  India  il  vangelo  di 
s.  Matteo,  e  eh'  egli  predicò  la  fe- 
de agi'  indiani ,  che  1'  aveano  ri- 
chiesto a  mezzo  di  ambasciatori  al 
vescovo  d' Alessandria.  Panteno  è 
lodato  assai  da  Eusebio,  da  Cle- 
mente Alessandrino  e  da  altri  ;  ed 
essendosi  segnalato  in  dottrina  e 
in  santità  se  ne  fa  annua  memoria 
nel  martirologio  a'  7  luglio.  Al- 
l'anno  44)  >ium.  33  dice  che  s. 
Tommaso  apostolo  penetrò  nell'In- 
dia, per  cui  Teodoreto,  De  ver.  e- 
vang.  lib.  9,  e.  8,  dice  che  da  lui 
ricevettero  la  fede  di  Cristo  i  par- 
ti, i  persi,  i  medi,  i  bracmani,  gli 
indiani  ed  altri  de'  paesi  circonvi- 
cini. Anche  l'altro  apostolo  s.  Bar- 
tolomeo penetrò  nell'  India  citerio- 
re, come  si  ha  da  Orig.  in  Gen. 
lib.  3 ,  ed  in  Socrate  lib.  i  , 
cap.  i5,  ed  altri,  come  Pante- 
no nominato,  il  quale  trovò  nel- 
r  India  ancor  viva  la  memoria  del- 
la predicazione  di  s.  Bartolomeo  ; 
anzi  tornando  in  Alessandria ,  vi 
portò  r  evangelo  di  s.  Matteo,  tra- 
scritto dallo  stesso  s.  Bartolomeo, 
prima  che  colà  ne  andasse.  11  me- 
desimo Rinaldi  all'anno  327,  num. 
8  e  9,  racconta  che  sotto  s.  Ata- 
nasio   vescovo    d'  Alessandria    T  e- 


ao4  IND 

vangelo  penetrò  nell*  India  median- 
te s.  Fnirnenzio  di  Tiro,  il  quale 
ritornalo  in  Alessandria  ed  aven- 
do pregato  s.  Atanasio  di  mandare 
un  vescovo  a  reggere  la  novella 
cristianità,  il  patriarca  lo  consacrò 
t  mandò  lui  medesimo  nelF  Indie. 
Va  però  avvertito  die  avendo  s. 
Frumenzio  sparso  il  lume  del  van- 
f-elo  nell'  Abissinia  ed  in  Etiopia, 
queste  regioni  da  alcuni  furonochia- 
mate  Indie  orientali,  per  cui  la 
(Illesa  di  s.  Stefano  de  Mori  (  Fe- 
dì) in  Roma  degli  etiopi ,  abissini 
e.  copti  tu  delta  degl'  indiani ,  dei 
frati  indiani  come  sono  anche  chia- 
mati ne'  ruoli  del  palazzo  aposto- 
lico, cosi  l'ospedale  ed  ospizio  con- 
tiguo Tu  chiamato  degl'  indiani  :  gii 
Hntichi  indicavano  gli  orientali  col 
nome  di  etiopi  e  d' indiani,  per  cui 
ì  greci  moderni  presso  Niceforo, 
Jlist.  lib.  2,  e.  40)  fecero  s.  Toni- 
maso  eziandio  apostolo  degl'  india- 
ni ed  etiopi.  Se  vogliamo  credere 
agi'  indiani  moderni  ed  ai  porto- 
ghesi, s.  Tommaso  annunziò  Gesù 
Cristo  ai  bracmani  ed  agi'  indiani 
al  di  là  della  grand'  isola  di  Ta- 
probana,  che  gli  uni  prendono  per 
Ceylan,  e  gli  altri  per  Sumatra; 
ed  aggiungono  ch'egli  sofferse  il 
martirio  a  Meliapor  o  s.  Tomma- 
so, sulla  costa  di  Coromaodel,  nella 
penisola  di  qua  dal  Gange.  Ancor 
il  JBergier  conviene  che  il  cristia- 
nesimo di  buon'ora  sia  stato  in- 
trodotto nell'Indie  anche  al  tempo 
degli  apostoli ,  e  che  i  nestoriani 
nel  V  secolo  spedirono  missionari 
nella  parte  occidentale  dell'Indie, 
eh'  è  la  più  vicina  alla  Persia,  os- 
sia alla  costa  di  Malabar  ,  fecero 
adottare  i  loro  errori ,  indi  si  sta- 
bilì il  maomettanismo  ;  ma  che  i 
missionari  portoghesi  ed  altri  ot- 
teuueix>  di   ricondurre    alici  Chiesa 


IND 

romana  la  maggior  parte  de*  nesto- 
riani del    Malabar. 

Quanto  più  le  flotte  portoghesi 
giunte  nell'Indie,  al  mudo  detto  su- 
periormente, formavano  colonie  ed 
innalzavano  forti  nel  secolo  XV, 
tanto  più  la  pietà  de'  sovrani  del 
Portogallo  pensava  a  seminarvi  la 
fede  ed  a  convertire  gli  eretici.  In 
mezzo  a  popoli  idolatri  innumera- 
bili per  la  moltitudine,  infiniti  per 
i  luoghi,  barbari  per  la  crudeltà,  si 
vide  innalzata  per  adorarsi  la  cro- 
ce, e  si  formarono  quelle  cristiani- 
tà, che  si  conservano  ancora,  ad 
aumentar  le  quali  ebbero  tanta  par- 
te i  gesuiti,  e  s.  Francesco  Save- 
rio che  ne  meritò  il  titolo  di  apo- 
stolo. I  romani  Pontefici,  che  ve- 
devano per  mezzo  delle  conqui- 
ste portoghesi  facile  il  mezzo  di 
propagarvi  la  cattolica  religione,  non 
esitarono  di  accondiscendere  alle 
istanze  de'  re  portoghesi  di  man- 
dare missionari  nell'Indie,  di  fon- 
darvi vescovati,  e  di  darne  ad  essi 
le  nomine.  Si  distinsero  con  diver- 
se concessioni  JNicolò  V,  Calisto  ili, 
e  Sisto  IV,  non  che  Leone  X  ed 
Adriano  VI.  Fatta  alleanza  i  por- 
toghesi col  re  di  Calicut,  questi  ab- 
bracciò poscia  il  cristianesimo.  Il 
Rinaldi  racconta  all'anno  i522,  n. 
89,  che  mentre  nelle  Indie  si  pro- 
pagava la  purità  della  legge  evan- 
gelica ,  e  seguivano  conversioni  e 
fàbbricavansi  chiese,  si  ritrovarono 
le  reliquie  di  s.  Tommaso  in  cer- 
to tempio  con  alcune  lettere  scol- 
pite in  una  lapide  di  marmo,  le 
quali  testificavano  essere  stato  edi- 
ficato il  tempio  medesimo  dal  san- 
to apostolo,  ed  avergli  il  re  Saga- 
no  applicate  le  decime  delle  merci. 
Il  primo  vescovato  eretto  in  si  re- 
motissima parte  d'oriente  fu  quello 
di  Goa  per  opera  di  Paolo  IH  nei 


i534,  ^^  cui  diocesi  cominciava  dal 
Capo  di  Buona  Speranza  fino  alle 
frontiere  della  Cina,  ed  i  portoghe- 
si, come  già  dicemmo,  ne  avevano 
fatto  la  capitale  de*  loro  possedi- 
menti nell'Indie.  I  primi  missiona- 
ri o  cappellani  che  seguirono  i  por- 
toghesi neir  Indie  furono  minori 
francescani,  dipendenti  da  un  capo 
col  carattere  di  vicario  apostolico. 
Un  officiale  dell'  armata  portoghe- 
se Antonio  Calvan,  siccome  pieno 
di  zelo,  fondò  un  seminario  nell'i- 
sole Molucche,  il  quale  servì  di 
modello  a  quello  che  poi  fu  eretto 
a  Goa  nel  i54o.  In  quest'epoca 
gli  antichi  cristiani  di  s.  Tomma- 
so o  di  Maiabar  che  vivevano  nelle 
indiane  regioni,  erano  quasi  tutti 
nestoriani;  obbedivano  al  patriarca 
de'  caldei  ossia  di  Babilonia,  e  ce- 
lebravano la  loro  liturgia  in  siria- 
co. I  villaggi  ch'essi  abitavano  era- 
no circa  centoquaranta,  con  cento- 
ventisette  chiese.  Vincenzo  Gouvea 
francescano  che  andò  nell'Indie  con 
Giovanni  Albuquerque  primo  ve- 
scovo di  Goa,  ebbe  parecchie  con- 
ferenze con  essi,  e  ne  fece  rientra- 
re alcuni  nella  comunione  della 
Chiesa  cattolica;  gli  altri  rimasero 
ostinatamente  attaccati  ai  loro  er- 
rori. 

Venuto  in  cognizione  Giovanni 
III  re  di  Portogallo  dei  grandi  e- 
sempi  di  virtù  e  del  bene  che  fa- 
cevano in  Roma  i  discepoli  di  s. 
Ignazio,  i  quali  essendo  caritatevoli, 
zelanti  ed  avidi  di  patimenti,  per- 
chè altro  non  si  proponevano  che 
la  gloria  di  Dio,  li  reputò  atti  a 
piantar  la  fede  nelle  Indie  orien- 
tali. Quindi  commise  al  suo  am- 
basciatore Pietro  Mascaregnas  di 
ottenergli  sei  di  questi  uomini  apo- 
stolici che  chiamavansi  gesuiti,  ma 
s.  Ignazio  non  potè  accordarne  che 


INb  2oT 

due,  Simone  Rodriguez  portoghe- 
se, e  Francesco  Saverio  di  Navar- 
*ra,  i  quali  partirono  il  primo  da 
se  ,  il  secondo  in  compagnia  del- 
l'ambasciatore, colla  benedizione  di 
Paolo  111.  Giunti  in  Lisbona  i  due 
gesuiti  incominciarono  ad  operare 
tanto  di  bene,  che  il  re  voleva  ri- 
tenerli in  vantaggio  del  suo  regno, 
per  cui  il  solo  Saverio  partì  per 
l' Indie.  Prima  della  partenza  il  re 
gli  consegnò  quattro  brevi  di  Pao- 
lo III  ;  coi  due  primi  lo  fece  nun- 
zio apostolico,  e  gli  concesse  am- 
pie facoltà  ;  nel  terzo  raccoman- 
davalo  a  David  re  di  Etiopia,  e  nel 
quarto  agli  altri  principi  dell'orien- 
te. Saverio  imbarcossi  senza  alcun 
servo  a'7  aprile  i54i,  in  compa- 
gnia del  p.  Paolo  da  Camerino,  del 
p.  Francesco  Mansi  Ila  portoghese,  e 
di  Martino  Alfonso  di  Susa  o  Sousa 
nominato  viceré  delle  Indie.  Dopo 
cinque  mesi  di  navigazione  la  flot- 
ta portoghese  passò  il  Capo  di  Buo- 
na Speranza,  e  approdò  circa  la 
fine  di  agosto  a  Mozambico,  sulla 
costa  orientale  dell'Africa,  dove  fu 
costretta  a  passare  l' inverno.  Nel 
marzo  154^  si  rientrò  in  mare,  e 
la  flotta  andò  a  dar  fondo  all'isola 
di  Socotora  ov'erano  alcune  tracce 
del  cristianesimo ,  ma  sfigurato  , 
giungendo  a  Goa  a' 6  maggio.  Sa- 
verio prima  di  esercitare  alcuna 
funzione  si  recò  dal  vescovo  Albu- 
querque, gli  presentò  i  brevi  pon- 
tificii, ed  implorò  la  sua  benedizio- 
ne. Il  prelato  maravigliato  delia 
sua  umiltà  baciò  rispettosamente  i 
brevi  del  sommo  Pontefice,  e  gli 
promise  aiutarlo  colla  sua  autorità 
vescovile.  Lo  stato  in  cui  vide  la 
religione  nel  paese  dov'era  manda- 
to gli  fece  spargere  delle  lagrime, 
e  r  infiammò  di  zelo.  I  porlogliesi 
abbandonati  alle  più  ingiuste  pas- 


aoG  IND 

sìoni,  i  sacramenti  universalmente 
trascurali  ;  in  tutte  l' Indie  cranvi 
quattro  predicatori,  ne  maggior  nu- 
mero di  preti  fuori  di  Goa.  Essen- 
do la  scandalosa  vita  de'  cristiani 
assai  grande  ostacolo  alla  conver- 
sione de'  gentili  ed  infedeli,  Save- 
rio cominciò  la  sua  missione  dai 
primi ,  e  gii  riuscì  riformar  la  città 
di  Goa.  A  forza  di  fatica  recò  in 
lingua  malabarese  le  principali  ora- 
zioni, i  comandamenti  di  Dio,  e 
tutto  il  catechismo,  ed  incominciò 
col  popolo  detto  paravas  le  sue  a- 
postoliclie  fatiche,  e  pel  lungo  bat- 
tezzare non  polca  quasi  più  alzar 
le  braccia,  dappoiché  i  malati  che 
si  facevano  battezzare,  invocando 
con  fede  il  nome  di  Gesù  ricupe- 
ravano la  salute;  lo  zelo  e  la  san- 
tità di  lui  lo  resero  venerabile  ai 
bracmani  medesimi,  che  però  si 
opposero  ai  progressi  del  vangelo 
per  interesse. 

11  santo  per  virtù  divina  risu- 
scitò quattro  morti,  oltre  un  infinito 
numero  di  altri  miracoli,  ed  aggiun- 
geva ad  incredibili  fatiche  le  più 
grandi  austerità  della  penitenza.  Sì 
procurò  dei  cooperatori  si  europei 
che  indiani,  che  distribuì  in  diver- 
si luoghi,  altri  ne  portò  seco  nel 
regno  di  Travancor,  ove  colle  pro- 
prie mani  in  un  mese  battezzò  die- 
cimila idolatri:  alcuna  volta  in  un 
giorno  battezzò  gli  abitanti  di  un 
intero  villaggio,  e  Dio  gli  comuni- 
cò il  dono  della  cognizione  delle 
lingue,  parlandole  senza  averle  mai 
imparate.  I  lacci  che  gli  furono 
tesi  per  torgli  la  vita,  Dio  li  rese 
inutili,  e  conservò  colui  ch'era  lo 
strumento  delle  sue  misericordie, 
e  col  mezzo  del  quale-  risuscitò  al- 
tri morti,  ed  operò  prodigiosi  por- 
tenti. Il  regno  di  Travancor  in 
pochi   mesi  divenne  cristiano,  ed  il 


INO 

re  diede  al  Saverio  il  nome  di 
{^ran  padre.  La  riputazione  del  san- 
to si  sparse  in  tulle  le  Indie,  on- 
de gli  idolatri  di  tutte  le  parti  lo 
pregavano  di  portarsi  ad  istruirli 
e  battezzarli.  Saverio  fece  un  viag- 
gio a  Cochin  per  conferire  col  vi- 
cario generale  delle  Indie  circa  i 
mezzi  di  rimediare  ai  disordini  dei 
portoghesi,  i  quali  erano  grande 
ostacolo  alla  conversione  degl*  ido- 
latri, e  lo  indusse  a  recarsi  in  Por- 
togallo per  informarne  il  re,  acciò 
impiegasse  opportuni  mezzi  per  re- 
primere gli  scandali.  Visitò  l'isola 
di  Manar  e  Maliapor  per  venerare 
le  reliquie  di  s.  Tommaso,  indi 
passò  all'  isola  di  Macassar,  a  quel- 
la d'Amboina,  alle  Molucche ,  a 
Ternate,  all'isola  di  Mora  ed  al- 
tre. Poscia  andò  a  Malacca  ed  al- 
l' isola  di  Ceylan  dove  guadagnò 
gran  numero  d' infedeli,  compresi 
due  re,  e  più  tardi  quello  di  Can- 
dè.  Fu  pure  a  Cochin  ,  a  Mana- 
par,  e  nel  i549  ^"^ò  con  immen- 
so frutto  a  predicar  il  vangelo  nel 
Giappone  (Predi'),  ove  di  nuovo  fu 
favorito  da  Dio  del  dono  delle  lin- 
gue, ritornando  nell'India  nel  i55i. 
Vi  trovò  che  i  missionari  da  lui 
mandali  aveano  portato  il  lume 
della  fede  fra  diversi  popoli  :  il  p. 
Gasparo  Barzea  avea  convertito  l'i- 
sola e  la  città  di  Ormuz;  il  cri- 
stianesimo era  floridissimo  sulla  co- 
sta  della  Pescaria ,  ed  avea  fatto 
grandi  progressi  a  Cochin,  a  Cou- 
lan,  a  Bazain,  a  Meliapor,  alle  Mo- 
lucche, nelle  isole  del  More,  ec.  11 
le  di  Tanor,  i  cui  stati  erano  sul- 
la costa  del  Malabar,  avea  ricevu- 
to il  battesimo,  come  pure  il  re  di 
Trichenamalo,  uno  de'  sovrani  di 
Ceylan.  Indi  mandò  nuovi  predi- 
catori in  tutte  le  missioni  della  pe- 
nisola al  di  qua  del  Gange,  e  por- 


IND 

tatosi  a  Goa  partì  per  la  Cina  nel 
i552,  ciò  che  impedì  Alvarez  di 
Atayda  governatore  di  Malacca. 
Tuttavolla  s'imbarcò  per  l'isola  di 
Sariciaiio,  ma  ivi  il  Signore  Io  chia- 
mò a  sé  a'  2  dicembre  di  detto  an- 
no, nell'età  di  quarantasei  anni, 
avendone  passati  dieci  e  mezzo  nelle 
Indie  :  il  suo  corpo  fu  portato  a  Goa 
(Vedi)  ed  in  questa  occasione  Dio 
per  glorificare  il  suo  servo  operò 
moltissime  guarigioni  miracolose. 
Tavernier  parlando  del  santo  lo 
paragona  a  s.  Paolo,  e  gli  dà  il  ti- 
tolo di  vero  apostolo  delle  Indie  ; 
ed  il  re  Giovanni  V  di  Portogal- 
lo ottenne  da  Benedetto  XIV  do- 
versi onorare  come  patrono  e  pro- 
tettore di  tutte  le  contrade  delle 
Indie  orientali.  Il  Gioberti,  Del 
primato  degli  italiani  t.  I,  p.  44? 
dell'  edizione  che  porta  la  data  di 
Brusselles  i844»  fa  il  paragone  di 
Napoleone  e  di  s.  Francesco  Sa- 
verio, nei  loro  successi  e  vasti  con- 
cepimenti, e  si  dichiara  in  favore 
del  secondo,  colla  forza  d'incontra- 
stabili argomenti. 

Dicemmo  che  la  giurisdizione  del- 
la diocesi  di  Goa  incominciava  dal 
Capo  di  Buona  Speranza  fino  alle 
frontiere  della  Cina ,  quindi  basta 
conoscere  la  superficie  dell'  Africa 
australe,  dell'  Arabia  ,  e  dell'  Indie 
e  Indo- Cina  per  ispaventarsi  della 
vastità  di  questa  giurisdizione,  ciò 
che  indusse  Paolo  IV  ad  istanza 
di  Sebastiano  re  di  Portogallo,  me- 
diante la  bolla  Elsi  sanata  de'  4 
febbraio  iSSy,  ad  innalzar  la  chie- 
sa di  Goa  alla  dignità  arcivescovi- 
le e  metropolitana  di  tutte  le  In- 
die :  allora  restò  per  sua  arcidio- 
cesi  tutta  la  costa  di  Mozambico, 
l'isola  di  Goa  ed  altri  luoghi  adia- 
centi. Inoltre  Paolo  IV  nello  stesso 
giorno  4  febbraio   iSSj  colie    let« 


IND  207 

tere  apostoliche  Pro  excellenll  eres- 
se le  sedi  vescovili  di  Cocci  no  e  di 
Malacca,  dichiarandole  suffiaganee 
di  Goa,  laonde  tutti  i  regni  delle 
due  penisole  furono  assegnati  ai 
due  vescovati  istituiti,  la  cui  no- 
mina dentro  Tanno  fu  concessa  al 
re  di  Portogallo,  per  diritto  di  fon- 
dazione e  di  dotazione.  Gregorio 
XIII  qual  magnanimo  benefattore 
degli  orientali  nel  iSyg  lo  fu  spe- 
cialmente verso  Giovanni  re  dell'i- 
sola di  Ceylan.  Essendosi  il  re  fatto 
cristiano'  con  più  di  ventimila  suoi 
sudditi,  fu  privato  del  regno  da 
Maduni  suo  zio  gentile,  e  costretto 
a  vivere  miseramente  nella  piccola 
città  di  Colombo  divenuta  domi- 
nio de'  portoghesi.  Implorò  indar- 
no più  volte  l'aiuto  del  re  di  Por- 
togallo per  ricuperare  il  regno,  on- 
de risolvette  ricorrere  a  Gregorio 
XIII.  Questi  dopo  averlo  consolato 
con  un  breve  apostolico,  si  adope- 
rò in  modo  col  re  Enrico  che  ot- 
tenne l'ordine  al  viceré  di  Goa  per 
rimetterlo  in  possesso  del  suo  stato; 
ma  la  malignità  de'  ministri  regi 
in  India  ,  ed  i  tumulti  del  Porto- 
gallo nella  vacanza  del  trono  im- 
pedirono l'effetto  delle  paterne  in- 
tercessioni del  Pontefice.  Ebbe  pe- 
rò questi  la  consolazione  di  riceve- 
re lettere  obbedienziali  dall'arcive- 
scovo di  Angamale,  che  i  gesuiti 
avevano  convertito  dagli  errori  ne- 
storiani  :  gli  rispose  Gregorio  XIII 
con  particolare  amorevolezza,  e  col 
dono  di  reliquie.  Le  due  chiese  di 
Malacca  e  Goccino,  erette  per  coa- 
diuvare l'arcivescovo  di  Goa  uel- 
r  immensa  arcidiocesi ,  erano  tut- 
tavolta  sì  vaste  eh'  era  impossibi- 
le amministrarsi  ciascuna  da  un  so- 
lo pastore,  giacché  il  solo  vescova- 
to di  Goccino  oltre  l' isola  di  Cey- 
lan si  stende"  *  dal  promontorio  di 


2o8  IND 

Comoi'ino  fino  ni  regni  di  Ava  e 
Pegìi.  Per  alleviare  pertanto  si  gra- 
ve peso  a  questi  tre  ordinnri,  Cle- 
mente Vili  a'4  agosto  1600,  col- 
le lettere  apostoliche  In  supremo^ 
eresse  l'arcivescovato  di  Angamale, 
che  Paolo  V  trasferì  poi  a  Cran- 
ganor  nel  Malahar,  mediante  la  co- 
stituzione Alias  poslquam,  emana- 
la a'  6  febbraio  1616.  Un  quarto 
vescovato  nell'  Indostan  eresse  lo 
stesso  Paolo  V  colla  bolla  de'  9 
gennaio  1606,  in  Meliapor  o  s. 
Thomè,  che  dismembrato  dalla  se- 
de di  Goccino  con  territorio  che 
cominciava  dal  Coromandel  fino  al 
Pegù,  fu  costituito  per  diocesi.  Am- 
bedue le  sedi  Angamale  e  Melia- 
por vennero  fondate  ad  istanza  di 
Filippo  III  re  di  Spagna,  come  re 
di  Portogallo,  che  per  avere  sta- 
bilita ad  esse  la  dotazione  gli  fu 
riservata  la  nomina  di  ognuna. 

Come  succede  a  tutte  le  umane 
cose,  cosi  avvenne  ai  quattro  ve- 
scovati dell'India.  Diminuita  la  for- 
za fìsica  e  morale  dei  portoghesi 
nell'Indie,  passali  quegli  stabilimen- 
ti sotto  il  dominio  di  principi  a- 
cattolici,  non  poteva  non  sentirne 
grave  danno  la  religione:  vigilanti 
però  i  sommi  Pontefici  non  tarda- 
rono a  rientrare  sulla  nomina  dei 
vescovati  ne'  loro  diritti.  Urbano 
Vili  fu  il  primo  a  retrocedere  dal- 
le concessioni,  seguito  dagli  altri 
Papi,  a  mano  a  mano  che  i  mo- 
narchi portoghesi  perdevano  il  do- 
minio temporale  delle  quattro  dio- 
cesi, o  si  raffreddava  la  loro  pietà. 
Alessandro  VII  coi  cardinali  della 
congregazione  di  propaganda  fide 
nel  i655  istituì  una  particolare 
congregazione  per  trattare  esclusi- 
vamente tutti  gli  affari  delle  Indie 
orientali  e  della  Cina,  come  nar- 
j'ammo  al  voi.  XVI,  p.    246    del 


IND 

Dizionario j  mentre  nel  voi.  XIII, 
p.  i63  e  164,  si  parlò  delle  pre- 
tensioni della  corona  di  Portogallo 
pel  diritto  di  padronato  che  vole- 
va esercitare  sulle  chiese  delle  re- 
gioni cinesi,  fondando  le  sue  ra- 
gioni sopra  diverse  bolle  de'Poiitefi- 
ci,  per  le  quali  credeva  il  re  che 
fosse  appoggiato  a  sé  il  governo 
spirituale  di  quelle  parti,  e  però 
non  potersi  dalla  santa  Sede  pro- 
vedere ne  con  vescovi,  né  con  mis- 
sionari alla  salute  di  quelle  anime, 
senza  che  violati  rimanessero  i  suoi 
regi  diritti  .  Alessandro  VII  per 
sfuggire  ogni  contrasto  col  Porto- 
gallo, stimò  bene  di  non  dare  ve- 
scovi alla  Cina,  ma  tre  vicari  apo- 
stolici con  titolo  e  carattere  di 
vescovi  in  partibus^  con  dar  loro 
in  compagnia  altri  buoni  ecclesia- 
stici ;  conforme  poi  seguitarono  a 
fare  Clemente  IX,  Clemente  X  ed 
Innocenzo  XT.  Nondimeno  il  re  ne 
fece  querele  e  più  le  rinnovò  nel 
pontificato  d' Innocenzo  XII ,  vo- 
lendo sostenere  vigorosamente  le 
sue  ragioni.  Il  Papa  rispose  con 
un  breve  ragionalo,  protestando  di 
non  intendere  di  pregiudicare  la 
sua  autorità  reale,  di  non  potere 
abbandonare  in  quelle  missioni  le 
parti  del  suo  apostolico  ministero, 
e  che  qualunque  privilegio  conce- 
duto alla  corona  portoghese  non 
poteva  mai  legare  le  mani  al  som- 
mo Pontefice,  il  quale  per  quella 
autorità  che  ricevette  da  Cristo  può 
fare  tutte  le  provvisioni  che  giudica 
necessarie  pel  servigio  delle  anime. 
E  perchè  il  predecessore  Alessan- 
dro Vili,  in  riflesso  che  il  vescovo 
di  Macao,  patronato  del  re  di  Por- 
togallo, non  poteva  pascere  l'im- 
menso gregge  cinese,  avea  per- 
ciò eretto  le  sedi  di  Nankino  e 
Pekino,  ed  essendo  state  a    queste 


IND 

assegnale  vaste  provincia,  Innocen- 
zo XII  conoscendo  l'inconveniente 
che  ne  proveniva  non  potendo  i 
vescovi  arrivare  ad  accorrere  ai  bi- 
éogni  de'  fedeli  loro  soggetti ,  pru- 
dentemente in  vece  di  erigere  altri 
vescovati  o  d' istituire  dei  sufFra- 
ganei ,  nominò  alcuni  vicari  apo- 
stolici col  titolo  di  vescovi  in  par- 
tibus.  Lo  stesso  temperamento  cre- 
dè la  congregazione  di  propaganda 
fidti  potersi  praticare  nel  Tonkino 
col  dichiararlo  indipendente  dal 
vescovo  di  Macao ,  che  lo  preten- 
deva senza  ragione  compreso  nella 
sua  diocesi;  e  negli  altri  due  regni 
ancora  della  Cocincina  e  di  Siam, 
non  ostante  le  pretensioni  dei  ve- 
scovi di  Malacca  e  di  Macao ,  i 
quali  non  vi  avevano  giusto  titolo, 
ne  mai  esercitata  considerabile  giu- 
risdizione; e  per  togliere  in  pro- 
gresso ogni  litigio  furono  ai  mede- 
simi vicari  dati  altri  vescovi  in 
coadiutori,  onde  succederli  se  fos- 
sero mancati.  Allora  i  portoghesi 
sul  fondamento  che  Alessandro  Vili 
aveva  concesso  la  nomina  de*  ve- 
scovati di  Naukino  e  Pekino,  spar-> 
sero  pubblicamente  che  la  cura 
dell'  oriente  era  stata  lasciata  dalla 
santa  Sede  alla  corona  di  Porto- 
gallo, e  che  la  congregazione  di 
propaganda  non  avea  più  che  fa- 
re in  quelle  parti.  Con  tali  vani 
supposti  in  Cocincina  e  nel  Siam 
si  recarono  vicari  in  nome  dell'ar- 
civescovo di  Goa,  supplendo  le  ve- 
ci del  vescovo  di  Malacca  la  cui 
sede  era  vacante;  e  quindi  disto- 
gliendo essi  gran  parte  di  quei  cri- 
stiani dall' obbedire  ai  vicari,  e  sco- 
municando i  vicari  medesimi ,  ris^ 
vegliarono  un  terribilissimo  scisma 
in  quelle  nuove  cristianità.  A  ri- 
mediare sì  gravi  attentati  Lmo- 
cenzo  XII  a' 6  agosto  1696  diresse 

VOI.     XXXIY. 


IND  209 

un  breve  all' arcivescovo  di  Goa 
ed  ai  vescovi  di  Macao  e  di  Ma- 
lacca, comandando  loro  che  non  si 
ingerissero  per  l' avvenire  nel  go- 
verno spirituale  de'  regni  di  Siam, 
Cocincina,  Sciampa,  Cambogia  ed 
altri  regni  e  provincie  assegnate  ai 
vicari  apostolici,  ne  che  in  futuro 
impedissero  sotto  qualunque  prete- 
sto r  esercizio  di  giurisdizione  ai 
vicari  apostolici  e  loro  operai,  con- 
tro il  breve  di  Clemente  X.  Ma 
perchè  avrebbe  poco  o  nulla  po- 
tuto operare  la  santa  Sede  nella 
Cina  per  la  concessione  fatta  da 
Alessandro  Vili  al  re  di  Porto- 
gallo, il  Papa  fece  scrivere  al  nun- 
zio di  Lisbona  monsignor  Cornaro 
poi  cardinale,  che  per  conservare 
tanti  milioni  di  anime  che  si  per- 
devano nelle  Indie  orientali  avea 
risoluto  smembrare  dalle  diocesi  di 
Nankino  e  Pekino  le  altre  nuove 
Provincie,  e  destinare  a  ciascuna  di 
esse  un  vicario  apostolico ,  anche 
per  ovviare  alle  dissensioni  rinno- 
vate nei  regni  del  Tonkino  affatto 
indipendente  dalla  diocesi  di  Macao. 
Questo  incarico  fu  dato  al  nunzio 
colle  istruzioni  le  più  prudenziali, 
benché  pel  servigio  divino  ed  il 
bene  delle  anime  non  devesi  ave- 
re umani  riguardi,  senza  toccare  la 
fastidiosa  controversia  del  patronato 
universale  di  queste  parti  tanto  sos- 
tenuto dai  regi  ministri;  avendo 
voluto  il  Pontefice  che  si  proce- 
desse con  limedio  provvisionale com- 
palibile  colla  suprema  autorità  del- 
la Sede  apostolica  collo  stesso  pa- 
tronato, senza  pregiudizio  delle  ra- 
gioni di  alcuno,  e  da  durare  fin- 
ché non  si  prendesse  altro  più  sta- 
bile provvedimento;  essendo  la  mis- 
sione dei  vicari  apostolici  un  diritta 
universale  della  Sede  apostolica  per 
tutto  il  mondo,  praticato  da   tanti 

i4 


.aio  IND 

Papi ,    e    nelle    Indie    oi  ienlall  da 
molti    anni.    Quindi    fu    nominato 
visitatore  generale  di   tutte  le  mis- 
sioni assegnate    e   da  assegnarsi  ai 
-vicari  apostolici  nella    Cina,  .  il  sa- 
cerdote Biagio  Terzi  di  Lauria,  au- 
tore della    Siria    sacra,    che   però 
non  vi  si  recò.  Come  ancora  furo- 
no nominati  i  vicari  apostolici  col- 
le   solite    facoltà    già    concesse    da 
Alessandro  VII,  Clemente  IX,  Cle- 
mente X,  ed  Innocenzo  XI  ;  e  nel 
Tonkino  fu  assegnato  in  luogo  del 
defunto  vescovo    d'  Ascalona  ,    uno 
dei  due   vicari    apostolici    mandati 
in  quel  regno,  il  p.  Raimondo  Liz- 
zoli  milanese  domenicano,  e  venne 
nominato  coadiutore  di   monsignor 
Giacomo  vescovo  Aurense  altro  vi- 
cario apostolico,  Edelmondo  Belot 
sacerdote  francese.  Indi  con  decreto 
de' 1 5  ottobre  1696   Innocenzo  XII 
fece  la  dismembrazione  delie    pro- 
Tincie  del  regno    della    Cina    dalle 
diocesi  di  Pekino  e  Nankino,    con 
ordine  di  sottoporle    alla    cura  ed 
amministrazione  de'vicari  apostolici, 
finche  la   santa    Sede  non  provve- 
desse ai  loro   bisogni    coli'  erezione 
di   nuovi     vescovati.     I     missionari 
spediti  ricevettero  dagli  inglesi    ri- 
levanti servigi,  mentre  gli  olandesi 
gli  usarono  molte  avanie  per  esse- 
re essi  i   maggiori  nemici    che   al- 
lora avea  la  religione  cattolica  nel- 
le Indie.  Il  Portogallo    emanò    or- 
dini rigorosi    contro    i    missionari, 
ma  per  essere  deboli  le  sue  forze, 
ed  essendo  aperti  i  porti  della  Ci- 
na agli  stranieri,   non  ebbero  con- 
seguenze. 

Frattanto  ebbe  luogo  la  fa- 
mosa disputa  sulla  tolleranza  o 
proscrizione  de'rili  malabarici.  Al- 
cuni missionari  erano  d'avviso  che 
si  potessero  tollerare  per  condi- 
scendere a  certi  gentili  della  costa 


IND 

del  Malabar;  come  ancora  per  me- 
glio insinuarsi  nell'  animo    de'  cou- 
vertendi,  e  sormontare  più  agevol- 
mente le  dillìcoltà  che   s' incontra- 
vano, si  adattavano  gli  operai  evan- 
gelici a  soffrire,  e  persino  a  prati- 
care le  costumanze  del    paese ,    le 
quali  comunque  bizzarre  non  si  op- 
ponessero direttamente   alle  massi- 
me   religiose:    gli    uni    sostenendo 
che  i  contrastati  usi  e  riti    fossero 
meramente  civili  e  perciò  praticati 
quasi  nel  corso  di  un  secolo;  dagli 
altri   venivano  qualificati    per    reli- 
giosi e    perciò    idolatrici    e    super- 
stiziosi. Questi  riti  consistevano  nel- 
rommellere  alcune  cerimonie    nel 
battesimo;   nel  differire   l'ammini- 
strazione di  questo  sacramento    ai 
fanciulli  ;  nel    lasciare    alle    donne 
un'immagine  che  rappresentava  un 
idolo;    nel  rifiutarsi  dal    recare    il 
santo  Viatico  ai  parins,  la  cui  casta 
come  di  sopra  si  è  detto  era  dal- 
le altre  abbominata,  onde  appun- 
to non  disgustar  queste;  nel    per- 
mettere ai    musici    cristiani    di    e- 
sercitare    la     loro    arte    nei     tem- 
pli degli  idoli,  o  il  giorno  delle  lo» 
ro  feste;  nel  proibire  alle  donne  di 
ricevere  i  sacramenti  allorché  pro- 
vassero certe  infermità,  ec.  Inoltre 
scorgendo  il  p.  Roberto    de' Nobili 
gesuita  che  gl'indigeni  aveano  in  or- 
rore gli  europei,  i  quali  per  dispregio 
chiamavano  pranguis^  e  che  ciò  no- 
tabilmente impediva  la  propagazio- 
ne  della  fede,  credette    bene   farsi 
riputare  membro  della  rispettata  ca- 
sta de'  bramini  del  nord,  chiaman- 
dosi sanias  ossia  penitente.  Ne  imi- 
tò per  conseguenza  l'abito,  gii  usi, 
i  modi,  e  rivaleggiò  nelle  austerità 
coi  sanias    indiani  ;    laonde   i    suoi 
compagni  animati  da  non  minor  zelo, 
con  successo  ne  imitarono  l'esempio, 
come  dicemmo  al  voi.  XXX,  p.  162 


IND 

del  Dizionario^  parlando  delle  mis- 
sioni de'gesuiti.  Ma  dopo  le  accen- 
nate rimostranze  e  questioni,nel  pon- 
tificato di  Clemente  XI  monsignor 
di  Tournon  poi  cardinale  condan- 
nò e  proibì  sifFati  usi  e  riti,  ciò 
che  approvò  il  Papa  e  confermarono 
Benedetto  XIII,  Clemente  XII  e 
Benedetto  XIV;  questi  però  permise 
il  destinare  dei  sacerdoti  ai  parias 
soli,  ed  altri  alla  nobiltà.  Ma  di 
queste  controversie  malabariche,  co- 
me delle  cinesi,  ne  trattammo  ezian- 
dio al  voi.  XI II,  p.  164  e  seg.  del 
Dizionario. 

Nel   1703  nel  pontificato  del  me- 
desimo Clemente  XI    la    congrega- 
zione di  propaganda  Jide  istituì   la 
missione  de'cappuccini  dell'Indostan 
detta  del  Thibet  perchè  si  ebbe  per 
oggetto  la  propagazione  del  cattoli- 
cismo  in  questo  regno.  I  cappuccini  vi 
penetrarono  nel  1707,  indi  Clemen- 
te XII  nel    173*2    spedì   molti  mis- 
sionari cappuccini  nel  Thibet.  Il  De 
Fresnoy  nel  suo   Metodo   per  istu- 
diare  la  geografia^  tom.  Ili,  p.  52, 
narra  che  nella  Tartaria  cinese  evvi 
il  regno  di    Tanguet,  la  cui    parte 
5»ettentrionale  è  il  regno  di  Thibet^ 
paese  governato  dal  gran  Lama  o 
sommo    sacerdote    d*  una   religione 
particolare,  che  non  è  né  cristiana, 
né  maomettana,  sebbene    ammetta 
l'unità  colla  trinità  di  Dio,  con  qual- 
che altra  ombra   del  cristianesimo. 
Quindi    trovandosi  gli    abitanti    di 
questa    regione  in    tanta    ignoranza 
della    cattolica    religione,    il    re    di 
Batgao   e   quello  di  Battià,  ambe- 
due del  Thibet,   spedirono  al  Papa 
Benedetto  XIV  il  p.  Vito  da  Re- 
canati  cappuccino  per  ottenere  una 
missione  di  cappuccini.  Il  santo  Pa- 
dre col  tenore  delle  due  costituzio- 
ni DilectOj  e  Litlerae  del  174'^)  t^'lie 
si  leggono  nel   tomo  primo  del  suo 


bollano,  soddisfece  alle  istanze  dei 
due  principi,    raccomandandogli  in 
pari  tempo  la  protezione  della  fede 
cattolica  ne'loro  stati,  siccome  utilis- 
sima alla  pace  ed  all'incremento  dei 
medesimi.  L'autorità  del  Pontefice 
e  la  saggia  condotta  de'cappuccini 
conciliarono  non   solo  la   confidenza 
di  que'  popoli,   ma  quella  pure  del 
Tipa  viceré  del  gran  Lama  nel  tem- 
porale, in  maniera  che  ad  essi  fu  ac- 
cordata la  permissione   di   predica- 
re  e  propagare  liberamente  il  van- 
gelo   in   tutta  l'estensione  del  Thi- 
bet.   Però    nel    174?    i   cappuccini 
del  Thibet  furono  esclusi  dalla  mis- 
sione, per  cui  si  situarono  nei  paesi  di 
qua  dal  Gange.  Nella  summentovata 
opera  sul  Viaggio  alle  Indie  orientali 
di  fr.  Paolino  da  s.  Bartolomeo  car- 
melitano scalzo,  autore  di  altre  ope- 
re riguardanti  le  lingue,   i  costumi, 
i    monumenti  e   la    religione   delle 
medesime  Indie,  ed  interessanti  non 
meno   ai    missionari    nell'  esercizio 
dell'apostolico  ministero,  che  agli  a- 
manti    della  storia  indiana,  si  leg- 
gono   dotte   relazioni    della     lingua 
malabarica    e  samscrdamica,  nuovi 
lumi    per  conoscere  la   teogonia   di 
queste  genti,    l'antica   origine  degli 
usi,  e  le  varie  allusioni  de' ri  ti  sacri 
e  civili  che  da  esse  costumansi.  Inol- 
tre vi  sono  notizie  appartenenti  alla 
storia  naturale,    politica    e  religio- 
sa, e  la  geografia  di  sì  vaste  regioni* 
riferisce  le  visite  fatte  al  re  di  Tra- 
vancor,  il  rispetto  dimostrato  da  que- 
sto re  gentile  al  Pontefice  romano^ 
e  la  distinzione   con  cui  trattava  i 
missionari  apostolici  che  riguardava 
quali  delegati  pontificii.   E  riporta- 
ta la  risposta  al  breve  di  Clemente 
XIV  che   il  re    fece   a   Pio  VI  in 
lingua    portoghese,    sottoscritta    di 
propria  mano,  ed  all'uso   orientale 
posta    dentro  una  borsa.  Si  ri  feri* 


ali  IND 

scono  gli  stati  delle  cliiese  d'allora, 
i  quali  consistevano:  che  nel  legno 
di  Madurè  eranvi  circa  dieciottó- 
mila  cristiani,  de' quali  se  ne  conta- 
vano ventimila  nel  Carnate,  e  dieci- 
mila  in  Tanjaur;  che  i  missionari 
danesi  in  Tranquebar  non  contava- 
no più  di  mille  cristiani  luterani,  e 
questi  abbandonavano  facilmente  la 
riforma  luterana  per  emigrare;  che 
gl'indiani  amavano  le  immagini  dei 
santi,  le  processioni,  i  riti  e  le  ceri- 
monie della  Chiesa,  e  siccome  queste 
cose  mancavano  tra'  protestanti,  i 
cristiani  nativi  non  si  curavano  di 
una  religione  tanto  nuda.  Qui  note- 
remo, che  i  discendenti  degli  antichi 
cristiani  del  Malabarsieguono  il  rito 
Siro  colle  riforme  però  del  concilio 
di  Odiamper,  per  lo  che  il  loro  rito 
è  diverso  da  quello  de' siri  d'oriente. 
L'altra  porzione  dei  cattolici  che 
deve  la  sua  origine  all'entrata  dei 
portoghesi  nell'Indie  segue  il  rito 
latino.  Gli  scismatici  siriani  del  Ma- 
labar  sono  nestoriani  ed  eutichia- 
ni,  la  maggior  parte  ignorantissimi. 
Della  liturgia  siriaca  e  di  quella 
de' nestoriani  ne  parliamo  all'arti- 
colo Liturgia. 

Parlando  lo  stesso  p.  Paolino  del- 
la popolazione  e  costumi  del  Ma- 
layala,  riporta  che  monsignor  Fio- 
renzo di  Gesù  carmelitano  scalzo, 
Tescovo  Ariopolitano  e  vicario  apo- 
stolico del  Malabar,  nel  177  i  con- 
tò novantaquattromila  seicento  cri- 
stiani di  san  Tommaso  cattolici,  i 
quali  avevano  sessantaquattro  chie- 
se del  rito  siro-caldaico.  A  questo 
numero  dovevansi  aggiungere  set- 
tantacinque chiese  latine  de' pesca- 
tori Mucua  e  dei  parava  alla  co- 
sta di  Travancor,  e  venti  chiese  pa- 
rimenti di  rito  latino,  che  si  ritro- 
vavano da  Porracada  sino  al  mon- 
te d'iili:   tutte  queste   chiese  con- 


IND 

tavano  più  di  centomila  cristiani  di 
rito  latino.  Tratta  similmente  del 
numero  di  tutti  i  cristiani  delle  In- 
die orientali,  confutando  Robertson 
inglese  presbiteriano,  il  quale  nelle 
sue  Ricerche  istoriche  sulla  conoscen* 
za  che  gli  antichi  ebbero  dell'  In- 
dia orientale^  pretende  asserire  che 
non  vi  erano  neil'  India  dodicimila 
cristiani.  Descrive  ancora  il  p.  Pao- 
lino i  vari  riti  e  costumi  delle  chiese 
del  Malabar,  la  penitenza  pubbli- 
ca,, le  agape  che  si  celebravano  tal- 
volta da  cinque  a  settemila  uomi- 
ni, donne  e  fanciulli,  radunati  in. 
sieme  e  con  divozione  e  scambie- 
vole pace  cristiana;  eia  cura  che 
si  prendevano  i  parrochi  e  gli  eco- 
nomi delle  chiese  di  maritare  le 
povere  zitelle  coi  denari  della  co- 
munità o  della  chiesa,  o  delle  mul- 
te pecuniarie  che  s' imponevano  ai 
ricchi.  Racconta  poi  che  avendo  egli 
ottenuto  la  facoltà  di  cresimare  da 
Clemente XIV,  nel  1780  enei  1781 
cresimò  in  diverse  chiese  del  Ma- 
labar più  di  ventimila  persone,  e 
vide  portar  in  chiesa  perfino  gl'in- 
fermi sopra  i  loro  letti  per  essere 
cresimati.  Descrive  le  occupazioni  di 
un  missionario  del  Malabar,  il  qua- 
le doveva  istruire  i  fanciulli,  pre- 
dicare, confessare,  visitare  le  chie- 
se, assolvere  nel  foro  esterno  dal- 
le censure,  osservare  se  i  preti  da  lui 
dipendenti  mantenevano  il  decoro 
della  vita  ecclesiastica,  se  ammini- 
stravano rettamente  i  sacramenti;  se 
gli  economi  delle  chiese  erano  fe- 
deli nell'amministrazione  delle  ren- 
dite ecclesiastiche;  se  vi  erano  don- 
ne di  mala  vita,  se  alcuna  interveni- 
va alle  feste  e  processioni  de' gentili, 
e  se  si  frequentavano  i  sacramenti. 
Questi  missionari  costituivano  un  tri- 
bunale pei  cristiani,  ed  erano  giu- 
dici delle  differenze   che  nascevano;; 


IND 

le  cause  matrimoniali    e  dotali,  le 
inimicizie  personali  delle  Famiglie,  la 
vita  de'cliierici  e  tutl'aitro  che  non 
era  furto  civile    o  pubblico,  od  effu- 
sione di    sangue  nelle  liti,   era  ri- 
ferito al  tribunale  del  vescovo    e  del 
missionario.   Si  racconta  altresì,  che 
a  mantenere  e    dilatare    la   religio- 
ne cattolica  in  questi  vastissimi  pae- 
si giovò    moltissimo   il  seminario  di 
Virampatuam   fondato    dal   celebre 
missionario  Malhon  delle    missioni 
estere  di  Parigi,  ed  approvalo    da 
Pio    vi    con  breve  de'  io   maggio 
179^,  ed  in  cui  si  educavano  per 
servigio  delle  missioni  alcuni  cinesi, 
cocinoinesi  ,    tonquinesi    e    siamesi. 
Si  deve  avvertile  che  tal  seminario 
non  fu  fondato  da  Mathon,  ma  tras- 
portato là  da  Siam  dove  lo  avevano 
stabilito  i  primi  vicari  apostolici  del- 
la congregazione  delle  missioni  este- 
re. Non   vi  SI  trovava  allora  alcun 
scolare  indiano,   poiché  i   missiona- 
ri di  delta  congregazione  non  ave- 
vano ancora  giurisdizione  sul  paese, 
non  avendo  essi  in  mira  come  i  pre- 
senti di   formare  un  clero   indigeno. 
Questo  collegio  per  le  grandi  spe- 
se che  richiedeva,  e  per  le  malattie 
frequenti  cui  soggiacevano  gli  alunni, 
fu   Iraslatato  da  Virampatuam   nel- 
l'isola di  Pulo-Pinang  vicino  alla  pe- 
nisola malese  dove  oggi  assai  fiorisce. 
Finalmente  il  p.  Paolino  parla  disle- 
samente intorno  agli  dei  ed  alla  reli- 
gione degl'indiani:  fa  vedere  ch'essi" 
non  sono  né  materialisti  ne  manichei, 
come  pretesero  Paolo  Jablonski,  il 
danese  Ziegenbalek,  Bayle,  il   gior- 
nalista di  Pisa  ed  altri.   Mostra  che 
ammettono  un  ente  supremo  esisten- 
te da  sé,  come  si   rileva  dalle  voci 
stesse  colle  quali  si  servono  per  no- 
minare   Iddio,    le  quali   in    lingua 
samscrda  significano  Ente  sapitiuis- 
sinio,  Essenza  da  sc^  P^erità,  cosa 


IND  2i3 

\^era  per  se  medesima,  supremo  Si- 
gnore, Per  compire  la  storia  della 
religione  dell'India,  e  per  illustrarla 
con  monumenti  certi  e  sicuri,  il 
p.  Paolino  presenta  nella  sua  opera 
i  segni  geroglifici  ne' quali  consi- 
ste una  buona  parte  della  religio- 
ne e  superstizione  degl'  indiani  , 
poiché  portandoli  essi  dipinti  sul- 
la fronte  e  sul  petto,  professano 
per  mezzo  de' medesimi  la  loro  di- 
vozione verso  certi  dei,  o  la  setta 
di  religione  cui  sono  addetti. 

Pio  VII  e  Leone  Xil    come  Pio 
Vili  a    mezzo  della    congregazione 
di   propaganda  fide  non  mancaro- 
no esercitare  il  loro  pontificio  zelo 
a   vantaggio  dei    cattolici  delle  In- 
die.  Ma  la  divina  provvidenza  avea 
riservato  al  regnante  Pontefice  Gre- 
gorio   XVI  il  potere  in   parte  isti- 
tuire, ed   in  parte  consolidare  in  di- 
versi  tempi   i  vicariati  apostolici  di 
Ava    e  Pegìi,  di  Bombay  ossia  Mo- 
gol, di  Calcutta,  di  Ceylan,  di   Ma- 
dras,  di  Pondicheiy,  di  Maduré,  di 
Sardhanà,diThibet,di  Verapoli  ossia 
delMalabar,  e  da  ultimo  di  Palna  o 
Patanà  nel  vicariato  che  faceva  par- 
te di  quello  del  medesimo  Thibet. 
Devesi  notare  che  i  vicariati  di  Ava 
e  Pegù,  Bombay,  Pondichery,  Thi- 
bet   e  Verapoli  sono    piti  o  meno 
di  antica  erezione.  Sulle  quali  isti- 
tuzioni   il    Papa    emanò  le    lettere 
apostoliche  Latissimi  terranini  tra- 
ctus^  a' 18  aprile   i834;  Ex  debito 
pastoralis,  ai5  aprile  i834;  Coni- 
missi    Nohis,  a'4  agosto  i835;  Ex 
munere  pastoralis,    a' 2  3   dicembre 
i836;   ed  il  celebre   breve  Multa 
praeclara  Romani  Pontifices,  a' 24 
aprile  i838.  11  Papa  con  quest'ulti- 
mo breve  provvedendo  con  apostoli- 
co zelo  alla  salute  spirituale  de 'po- 
poli indiani,  provvisoriamente  sot- 
trasse dalla  giurisdizione  metropoli- 


%ti  IND 

fica  dell'arcivescovo  di  Goa  i  luo- 
ghi appartenenti  alle  diocesi  e  sedi 
■vescovili  di  Goccino,  di  Malacca^  di 
Meliapor  e  di  Cranganor,  ed  in  vece 
l'alBdò  ai  vicari  apostolici  da  lui 
medesimo  nominati  con  carattere  ve- 
scovile, pei  vicariati  apostolici  da  lui 
fondati,  restando  perciò  vacanti  le 
dette  quattro  sedi  vescovili.  Abbia- 
mo  detto  di  sopra  che  l' Indostan 
o  Indie  orientali  ossia  Asia  meri- 
dionale si  divide  nelle  cinque  regioni 
àdVIndo  o  Indostan  sindeticoj  del- 
V Indostan  centrale;  del  Gange  o 
Indostan  gangetico;  òqW  Indostan 
meridionale  j  e  A^W  India  esteriore 
o  Indo-China.  Nel  parlare  quindi  del- 
le medesime  cinque  regioni  breve- 
mente a' rispettivi  luoghi  accenne- 
remo le  principali  notizie  riguardan- 
ti i  vicari  apostolici,  e  loro  vica- 
riati. Chi  bramasse  il  dettaglio  del- 
le notizie  ecclesiastiche  delie  mis- 
sioni dell'Indie  degli  ultimi  tempi 
può  consultare  V  opera  iutitoluta: 
Lettere  edificanti^  e  gli  Annales  de 
la  propagation  de  la  foi,  i  quali 
«i  hanno  pure  in  lingua  italiana  ; 
non  che  le  Lettres  à  AI.  l'éwéque 
de  Langres  sur  la  congrégation  des 
missions  étrangéreSf  par  J.  F.  O. 
Luquet  préire,  Paris  1842.  Molte 
e  preziose  notizie  sono  principalmen- 
te nel  Bullarium  Pontificiitm  sacrae 
congregalionis  de  propaganda  fide, 
Romae  iSSg,  typis  collegii  Urba- 
ni. In  questa  celebre  tipografìa  si 
trovano  tra  gli  altri  i  seguenti  libri 
Stampati:  Alphabeta  Indica;  Al' 
phabeta  Barmanum;  Alphabeta  Bar- 
manorumj  Alphabeta  Brammhani- 
ciunj  Alphabeta  GrandonicoMala- 
laricitnij  Alphabeliuii  Tibetanumj 
Catechismus  Annamitici  sive  Tunki- 
nenses  j  Bellarniinus  Avenses  sive 
Barmanici  ;  Catechismus  prò  Bar- 
ìnanis  j     Grammatica  Indosianaj 


IND 

Malahariciy  Grammatica  Samscre- 
damicay  De  anticpiitate  linguae  Zen* 
dicae^  Examen  codicum  indicorum. 
Musei  Borgianiy  Systema  Brah- 
manicum^  Yacarana  linguae^  Com- 
pendiaria legis  explicatio. 

Indostan  sindetico  o  contrade 
dell'  Indo.  Oltre  il  paese  di  Cache- 
rayr,  Kabul  e  Kandahar,  che  vi  è 
geograficamente  compreso,  appartie- 
ne all'Afganistan,  o  sia  Persia  orien- 
tale, ed  ivi  trovansi  le  vaste  proviu- 
cie  di  Seihy  Pendjab  oLahore^Mul' 
tan,  Delhi  o  Dehlf,  Agemira,  e  Sin- 
dy.  La  provincia  di  Seik,  popolo 
deirindostan  sindetico,  non  differisce 
dagli  altri  indiani  che  per  le  opi- 
nioni religiose,  e  per  la  forma  re- 
pubblicana del  governo;  professa  il 
deismo,  con  qualche  pratica  delle 
antiche  credenze.  Capitale  della  con- 
federazione è  la  gran  città  di  Am- 
retser,  di  floridissimo  commercio, 
celebre  per  lo  stagno  sacro  de*  suoi 
dintorni  cinto  di  pietre,  di  belli  edi» 
fizi  con  un  tempio.  Pendjab  o  La- 
horcy  paese  di  cinque  fiumi,  e  rag- 
guardevole provincia,  governata  da 
piccoli  capi  seik,  che  colle  continue 
guerre  civili  pregiudicano  alla  sua 
fertilità  e  commercio,  che  sarebbe 
il  più  ricco  luogo  di  tutte  le  Indie: 
corrisponde  al  paese  ove  anticamen- 
te regnò  il  famoso  Poro.  Labore  pur 
chiamasi  la  capitale,  che  lo  fu  di 
tutte  le  conquiste  mussulmane  del- 
l'Indostan:  presso  la  riva  orientale 
è  la  reggia  ove  risiedeva  l' antico 
sovrano  ;  molto  è  decaduta  dal  suo 
prisco  splendore.  Molti  scismatici  gre- 
ci ed  armeni  stanziano  nel  regno 
e  nella  capitale  ove  hanno  magnifica 
chiesa,  sepolti  però  nella  maggiore 
ignoranza.  Multan  è  il  luogo  della 
dimora  degli  antichi  malli,  noli  ai 
tempi  di  Alessandro  ;  il  governo  è 
nelle   mani  d'  un   nabab  tributano 


IND 

dei  seik  e  degli  afgani,  al  regno 
tle'quali  si  unì.  Multali  chiamasi  il 
capoluogo,  circondata  di  alta  mu- 
raglia e  fiancheggiata  di  torri,  con 
cittadella  ed  un  tempio.  Delhi  o 
Dehly  è  rinomata  per  la  fertilità  del 
territorio  e  dolcezza  del  clima ,  ma 
essendo  stala  per  settant'anni  il  tea- 
tro delle  più  sanguinose  guerre,  la 
popolazione  è  oltremodo  diminuita. 
La  città  poi  di  Delhi  grande  e  bella 
sul  Jumma,  già  capitale  dell'impero 
del  gran  Mogol,  fu  edificata  in  prin- 
cipio del  XVI  secolo  sulle  rovine 
dell'antica  Delhi,  dallo  ShahJean 
padre  d'Aurengzeb  :  nulla  eguaglia- 
va la  magnificenza  de'suoi  palazzi, 
delle  moschee,  dei  giardini,  delle 
piazze  pubbliche,  degli  acquedotti  ; 
ma  lo  Shah-Nadir  avendola  inva- 
sa nel  1739,  passo  a  fil  di  spada 
duecentomila  abitanti ,  e  fece  un 
immenso  bottino  valutato  trecento 
milioni  di  scudi.  Anche  Abdallah 
re  di  Candahar  vi  fece  in  seguito 
orrida  strage ,  per  cui  si  trova 
sotto  il  dominio  inglese  senza  lu- 
stro. Ragguardevole  città  di  Dehly 
presso  gli  seiki  è  Sirdhanà  o 
Sardhana,  o  meglio  Sirdanach  o 
Sirhind,  capitale  del  principato,  i- 
sola  e  distretto  del  suo  nome.  Fu 
edificata  o  piuttosto  restaurata  da 
Firuz  III  imperatore  di  Dehly  nei 
1357.  Era  fortificata  e  fu  fioren- 
te e  celebre  per  le  sue  moschee  e 
pei  giardini  superbi,  ma  in  oggi 
ha  molto  perduto  de'  suoi  antichi 
pregi.  JNe  fu  ultima  sovrana  la 
principessa  o  regina  Giovanna  Be- 
gum-Sombie  da  Sirdanach,  bene- 
merita della  missione  di  Sirdanach, 
come  meglio  diremo  qui  appresso 
parlando  del  vicarialo  apostolico 
eretto  a  sua  istanza.  Essa  si  fece 
battezzare  nell'età  di  quarant'anni, 
ex  morì  nonagenaria  anni  addietro. 


IND  2i5 

Nella  medesima  città  fece  costruire 
una  splendida  chiesa,  e  fece  altre 
lodevoli  opere.  GÌ*  inglesi  occupa- 
rono il  suo  regno  o  principato, 
ma  sinché  visse  gli  lasciarono  in 
parte  la  sovranità.  Nelle  pianure 
che  stendonsi  tra  Sirdanach  e  Deh- 
ly si  sono  date  di  grandi  batta- 
glie, nei  tempi  antichi  e  nei  mo- 
derni. 11  territorio  di  Sirdanach 
è  in  generale  sterile  e  sabbionic- 
cio. Jgeriiira  o  Adjemir  racchiude 
vari  piccoli  distretti  governati  dai 
rajah  o  soggetti  o  alleati  degl*  in- 
glesi. N'è  capoluogo  Adjemir  o  A- 
gemira,  vasta  città  che  i  maomet- 
tani chiamano  Daralkierj  racchiu- 
de molti  vaghi  edilìzi  ,  fra*  quali 
un  palazzo  di  marmo  bianco  con 
bel  giardino;  nelle  vicine  montagne 
havvi  un  sacro  stagno,  cui  accorro- 
no molti  pellegrini.  Sindy,  vasta 
provincia  che  ha  molta  analogia 
coir  Egitto,  abitata  da  ventiquattro 
tribù,  è  governata  da  tre  emiri 
della  stessa  famiglia,  i  quali  sono 
maomettani ,  e  pagffno  in  tributo 
al  re  di  Cabul  un  milione  l'anno. 
Si  suddivide  nei  tre  grandi  distret- 
ti di  Sewistan,  di  Nazirpur  e  di 
Tatta  :  quest'ultimo  è  il  Della  for- 
mato alle  foci  dell'Indo  ove  dimo- 
rano i  tscingani,  tribù  ch'è  lo  sti. 
pile  di  quei  vagabondi  dediti  alla 
divinazione,  i  quali  sul  cominciar 
del  XV  secolo  fuggendo  la  loro 
patria  da  Tamerlano  devastata  , 
sotto  il  nome  di  boemi,  di  gispi , 
di  zingari  e  di  zingeini  si  diffuse- 
ro nelle  contrade  europee.  L'intera 
provincia  si  considera  oggi  politica- 
mente far  parte  dell' Afganistan. 
Hyderabad  città  capitale  della  pro- 
vincia di  Sindy,  e  residenza  degli 
emiri  o  principi  mussulmani,  è  sul- 
le sponde  del  fiume  Fulali,  con 
forte  cittadella.  Dell' Jfganistan  co^ 


I 


ai6  IND 

ine  di  Cab  ni  e  Kandahar  ec.  ne 
tratteremo  meglio  all'articolo  Per- 
sia (Fedi). 

Notizie  sul   vicariato  apostolico 
di  Sirdanach    o  Sardhanà. 

Questo  vicariato  apostolico  for- 
mato sullo  smembramento  di  quel- 
lo di  Agra  ora  Thibet,  di  cui  par- 
leremo, fu  eretto  dal  Papa  regnan- 
te Gregorio  XVI  a'  12  settembre 
1834,  ad  istanza  della  principessa 
Giovanna  Begum-Sombre  di  Sir- 
danach, e  la  sua  giurisdizione  ab- 
bracciava tutto  il  dominio  sovrano 
della  principessa  medesima.  Sirda- 
nach capitale  era  la  residenza  del 
vicario  apostolico ,  e  ne  fu  fatto 
tale  dal  Pontefice  monsignor  Giu- 
lio Cesare  da  Caravaggio  cappucci- 
no, non  che  vescovo  in  partibus 
di  Àmatunta  nello  stesso  anno 
1834.  Alla  morte  della  principes- 
sa il  vicariato  si  può  dire  che  re- 
stasse estinto,  dappoiché  il  vicario 
vitornò  in  Italia  nel  i836,  e  vive 
in  patria  nel  convento  del  suo  or- 
dine. Allora  Sirdanach  ed  i  luoghi 
del  vicariato  ritornarono  a  dipen- 
dere come  prima  dal  vicariato  a- 
postolico  del  Thibet  o  Agra.  La 
principessa  vi  fece  a  sue  spese  fab- 
bricare una  bella  chiesa  alla  qua- 
le dicesi  assegnasse  per  rendita  il 
capitale  di  centomila  rupie.  In 
Sirdanach,  oltre  un  collegio  ed  una 
casa,  vi  è  un  seminario  fondato  e- 
gualmente  dalla  principessa  Gio- 
vanna, cui  assegnò  per  dote  cento 
mila  rupie  ;  inoltre  stabilì  cin- 
quantamila rupie  pei  poveri  di  Sir- 
danach, e  dodicimila  per  sostenta- 
niento  della  sua  privata  cappel- 
la. Alla  sua  morte  la  principessa 
lasciò  dei  fondi  a  beneficio  della 
missione,  designando  esecutori  testa- 


mentari  il  magistrato  di  IVIeerat, 
luogo  in  cui  essa  avea  fatto  fabbri- 
care una  chiesa,  il  principe  colon- 
nello Davide  Dyce  nipote  di  sua 
altezza,  ed  il  vicario  apostolico  prò- 
temporCy  il  quale  però  secondo  il 
testamento  resta  escluso  dall'ammi- 
nistrazione dei  beni  del  seminario,  di 
cui  dall'Irlanda  attendevansi  i  mae- 
stri. Ma  il  principe  Davide  fece 
togliere  dal  testamento  il  nome  del 
vicario  apostolico  come  esecutore 
testamentario  ,  e  recandosi  a  Cal- 
cutta altro  ne  fece  stipulare.  Ora 
passiamo  a  riportare  altre  notizia 
sulla  lodata  benefica,  pia  e  muni- 
fica principessa. 

In  data  de*  11  gennaio  i834 
da  Sirdanach  la  principessa  Gio- 
vanna scrisse  una  lettera  al  Pon- 
tefice Gregorio  XVI  coll'obblazio- 
ne  d'una  somma  di  denaro,  notir 
fìcandogli  che  gli  spediva  un  qua- 
dro e  delle  stampe  della  chiesa  da 
lei  fatta  edificare.  Ecco  diversi  a- 
naloghi  articoli  della  lettera,  tra- 
dotti dall'inglese.  »  Prendo  altresì 
questa  opportunità  per  inoltrare  a 
vostra  Santità  un  gran  quadro  e- 
seguito  in  questo  paese  da  un  na- 
tivo (la  quale  cosa  scusa  tutti  gli 
errori  che  vi  fossero  in  prospetti- 
va), ma  le  somiglianze  sono  mera- 
vigliosamente colpite.  Rappresenta 
la  consacrazione  della  mia  nuova 
chiesa  totalmente  fabbricata  da  me 
nella  mia  principale  presidenza,  e 
che  ho  dedicato  alla  B.  Vergine 
Maria  ;  ed  il  foglio  di  spiegazione 
che  l'accompagna  indicherà  a  vostra 
Santità  le  differenti  persone  che  vi 
sono  rappresentate.  Nella  stessa  oc- 
casione mando  a  vostra  Santità 
cinque  stampe  litografiche  della 
mia  chiesa,  della  quale  mi  vanto 
di  ripetere  ciò  che  si  dice,  che  seviza 
eccezione  è  la  pili  bella  dell'Indie. 


IND 

Il  gran  quadro,  essendo  macchino- 
so, probabilmente  non  potrà  giunge- 
re insieme  alla  lettera  a  vostra  San- 
tità ".  Spiegazione  del  quadro  a 
olio.  M  Davanti  all'altare  sta  il  ve- 
scovo Pezzoni  colla  mitra  in  capo, 
stende  le  mani  per  ricevere  i  do- 
ni offerti  per  la  nuova  chiesa. 
Ha  alla  destra  il  p.  Adeodato  da 
Perugia,  ed  alla  sinistra  il  p.  Gaeta- 
no da  Taormina  mio  cappellano 
domestico  defunto.  Tra  il  vescovo 
ed  i  due  reverendi  padri  vi  sono 
tre  chierichetti  colle  candele.  Ac- 
canto al  reverendo  padre  Gaetano 
vi  è  il  mio  nipote  David-Ochten- 
longe-Dyce;  incontro  a  lui  vi  sono 
io  stessa,  in  atto  di  presentare  un 
calice  al  vescovo;  vicino  a  me  vi 
è  il  residente  britannico  della  mia 
corte,  M.r  Francesco  Hawkins  al 
servizio  civile  di  Bengala;  dietro  a 
me  vi  è  il  suo  segretario  M.r  C. 
E.  Frevelgan  ;  vicino  al  residente 
vi  è  un  olìiziale  de'lancieri,  accan- 
to a  lui  un  altro  ufllziale,  ed  alla 
sinistra  l'architetto  della  mia  chiesa, 
capitano  al  mio  servizio". 

Il  quadro  e  le  stampe  arriva- 
rono in  R.oma  ottimamente.  11 
Pontefice  in  segno  di  gradimento, 
fece  dorare  la  cornice  del  quadro 
qh'  è  di  fico  d' India  egregiamente 
intagliata,  e  sulla  parte  superiore 
della  cornice  medesima,  in  un  ton- 
do di  legno  con  fondo  azzurro  ed 
ornati  dorati,  fece  porre  ad  oro 
questa  iscrizione:  Pictura  cimi  Co- 
ronide indianae  arlis  monwnentum 
effìgiem  exhibens  Joannae  Bcguni 
Sombre  doniinae  Sirdanah  in  prae- 
sidatu  Bengalensì  inter  sacra  sol- 
lenmict  dedicatìonis  templi  sua  im- 
pensa extrucli,  et  honori  niagnae 
Dei  Genitricis  dicali  calicem  offe- 
reiilisj  cjuam  ipsa  in  obsequii  et 
devoUonis    siiae   signuni     Gregorio 


IND  217 

XVI  P.  M.  muneri  misil  anno 
MDCCCXXXIF.  Indi  il  medesimo 
Pontefice  per  distinzione  fece  colloca- 
re il  quadro  nell'anticamera  segreta 
dell'appartamento  pontificio  del  pa- 
lazzo Quirinale,ed  in  una  di  quelle  sue 
intime  camere,  con  cornici  di  legno 
dorato,  fece  disporre  le  suddette  cin- 
que stampe  litografiche.  11  Papa 
corrispose  alla  principessa  con  pa- 
terna riconoscente  lettera,  ne  lodò 
la  religiosa  munificenza  ed  edifi- 
cante zelo,  e  gli  mandò  in  dono 
un  bellissimo  reliquiario  d'argento 
in  parte  dorato,  formato  di  vari 
eleganti  ornati,  nel  centro  de'quali 
vi  erano  due  angeli  in  figura  inte- 
ra in  alto  rilievo,  aventi  nelle  ma- 
ni uno  la  palma,  l'altro  il  giglio, 
oltre  Tarma  del  Pontefice.  In  una 
umetta  in  forma  di  sarcofago  fu- 
rono disposte  dodici  teche  con  al- 
trettante reliquie  de'seguenti  santi: 
Giovanni,  Francesco  Saverio,  Gre- 
gorio I,  Benedetto,  Romualdo,  Mau- 
ro, Placido,  Pier  Damiani,  Tom- 
maso, Pietro,  Paolo,  e  quella  del- 
la B.  Vergine.  Inoltre  regalò  alla 
principessa  oltre  diversi  divoziona- 
li  un  ricco  paramento  sacro  in  ter- 
zo, ricamato  in  oro.  Come  pure 
mandò  il  Papa  alla  principessa 
un  breve  apostolico  col  quale  di- 
chiarò cavaliere  dell'insigne  ordine 
equestre  di  Cristo  il  di  lei  nipote 
principe  Davide  con  l'analoga  in- 
segna cavalleresca.  La  croce  era 
d'oro  con  brillanti  e  rubini,  con 
corona  parimenti  di  brillanti,  e  suo 
crassard  o  placca  egualmente  in 
rubini  e  brillanti  sopra  un  campo 
in  argento  bianco  intagliato  a  pun- 
ta di  diamanti.  Venula  a  morte 
la  principessa  a'27  gennaio  i836 
lasciò  piena  di  venerazione  al  Pon- 
tefice il  suo  ritratto  in  miniatura 
somigliantissimo,  che  fece  collocare 


9t^  IND 

su  scatola  d'  oro,  e  contornare  di 
brillanti.  Il  suo  nipote  volle  egli 
stesso  umiliarlo  al  Papa,  ed  a  ta- 
le effetto  si  recò  in  Roma ,  per 
cui  si  legge  nel  numero  io5  del 
Viario  di  Roma  del  i838  ,  che 
il  principe  Davide  Sombre  nel 
giorno  23  dicembre,  accompagnato 
da  monsignor  Domenico  Bruti,  eb- 
be l'onore  di  essere  ammesso  al- 
l'udienza di  sua  Santità,  avendo  il 
cardinal  Mezzofanti,  conoscitore  del- 
la di  lui  lingua  nativa,  interpreta- 
ti ed  esposti  i  sentimenti  di  attac- 
camento e  divozione  che  nutre  ver- 
so il  capo  visibile  della  Chiesa.  La 
slessa  Santità  sua  corrispose  con 
particolari  tratti  di  benignità  e  di 
benevolenza. 

Inoltre  nel  numero  9  del  DiU' 
rio  di  Roma  del  1889  è  riporta- 
lo «  che  fra  l'opere  d' ogni  ma- 
niera, che  ultimamente  sono  state 
ordinate  agli  artisti  che  fioriscono 
in  questa  prima  sede  delle  arti  eu- 
ropee, e  che  andranno  in  parte 
anche  di  là  da'  monti  e  de'  ma- 
ri, avrà  singoiar  pregio  quella  del 
monumento  sepolcrale  di  sua  al- 
tezza la  principessa  Begum  Som- 
bre di  Sirdanach  nelle  Indie.  Es- 
so è  stato  commesso  dall'  alta  ri- 
conoscenza del  nipote  della  defun- 
ta signor  principe  colonnello  Dyce 
Sombre,  per  la  somma  di  quattro- 
mila luigi,  al  nostro  chiarissimo 
scultore  prof.  Adamo  Tadolini  con- 
sigliere dell'  insigne  pontificia  ac- 
cademia di  s.  Luca.  11  sarcofago 
si  comporrà  di  undici  statue  in 
marmo,  e  dovrà  essere  collocato 
a  Sirdanach,  nel  bel  tempio  fatto 
innalzare  con  disegno  d'un  archi- 
tetto italiano  da  quella  pia  prin- 
cipessa, sì  celebre  per  filiale  divo- 
zione verso  la  santa  Chiesa  catto- 
lica   e    r  augusto    suo    cdpo  ".    11 


IND 

principe  David  volendo  che  in  Ro- 
ma, centro  della  cristianità,  riceves- 
se la  principessa  Begum  sua  ava  i 
salutari  suffragi  della  Chiesa  nell'e- 
poca anniversaria  di  sua  morte,  nel 
numero  seguente  dello  stesso  Dia- 
rio si  legge  quanto  segue.  >»  Sa- 
bato 26  gennaio  1889  fu  cantata 
solenne  messa  di  requie  nella  ba- 
silica di  s.  Pietro  in  Vaticano,  con 
accompagnamento  di  musica  più 
scelto  e  copioso  del  consueto,  ed  al- 
la quale  si  compiacque  assistere 
queir  insigne  capitolo.  Lunedi  28 
ebbe  luogo  il  secondo  funebre  an- 
niversario nella  chiesa  di  s.  Carlo 
al  Corso,  ove  potè  ammirarsi  da 
tutti  la  più  splendida  e  ricercata 
magnificenza.  La  decorazione  del 
sacro  tempio  venne  affidata  all'  e- 
gregio  architetto  Raffaele  Folo,  il 
quide  non  degenere  figlio  del  ce- 
lebre incisore  di  questo  nome,  è 
mirabilmente  secondato  dal  genio 
tutelare  di  famiglia,  dal  genio  su- 
blime delle  arti  belle.  Una  simme- 
trica ed  elegante  disposizione,  del 
tutto  peregrina  ,  ammiravasi  nel 
ricco  addobbo  delle  pareti,  nella 
copiosa  illuminazione,  e  nella  rego- 
lare disposizione  de'  palchi  e  del- 
l'orchestra, la  quale  dal  valente  ar- 
tista erasi  fatta  situare  nell'abside, 
come  già  costumavasi  nell'  antica 
chiesa  ad  evitare  l'irriverenza  e 
la  soverchia  ed  incomoda  riunione 
all'ingresso.  Nel  centro  della  croce 
latina  sorgeva  maestoso  il  monu- 
mento, sovrapposto  ad  una  base 
quadrata  con  tre  gradini,  l'acchiu- 
sa da  quattro  sodi  che  sorregge- 
vano altrettanti  magnifici  candela- 
bri. Su  detta  base  elevavansi  pur 
anco  due  sodi,  il  primo  de'quali 
presentava  agli  angoli  quattro  pre- 
fiche piangenti  con  face  accesa, 
posate  sopra  mezze  colonne  scaaa*» 


IND  IND                   219 

late,  ed  ai  lati  vedevansi  espressi  in  soprannumerario  di  sua  Santità  cui 

basso  rilievo  vari  fatti  allusivi  alle  ne    venne    meritamente    affidalo    il 

religiose  gesta  di  quella  benedetta,  totale  incarico.  11  generoso  principe 

Nell'interno  del  sodo  superiore  ap-  di  Sonibre  desiderando  che  alle  ec- 

pariva   di  fronte  l'  urna    cineraria,  clesiasliche  preci  non  andassero  dis- 

su  cui  la  corona  riposta    in  serico  giunti  i    sinceri  e  fervidi     voti  dei 

origliere,  ed    ai    lati    leggevansi  a-  prediletti    figli    dell'Altissimo,    con 

naloghe    e    dotte    iscrizioni.    Il    si-  atto  di    straordinaria    liberalità  fe- 

mulacro    augusto    della   Religione,  ce     distribuire    copiose    elargizioni 

sopra    base    parimenti     ornata    di  pecuniarie  ai   poveri  di  questa  do- 

bassorilievi,  coronava  l'apice  di  que-  minante  ". 

sto  grandioso  monumento.  La  San-  Riporteremo  la  descrizione  del 
tità  di  nostro  Signore  si  è  degna-  nominato  mausoleo  .della  princi- 
ta  di  graziosamente  concorrere  al  pessa  Giovanna  Begum  Sombre, 
maggior  lustro  di  questo  funebre  scoltura  del  professore  Adamo  Ta- 
apparato,  ordinando  V  esposizione  dolini  bolognese.  Questo  mausoleo 
del  sopraddescritto  dipinto  fattole  u-  si  compone  di  undici  statue  fatte 
miliare  dalla  reale  principessa.  Que-  di  naturale,  e  di  tre  bassorilievi, 
sto  quadro,  artificiosamente  collo-  È  fatto  per  essere  addossato  a 
calo  dinanzi  al  pergamo  di  essa  muro,  e  mostra  in  conseguenza 
chiesa,  faceva  di  sé  bella  ed  edi-  tre  sole  facciate,  divise  a  tre  zone 
ficante  mostra.  La  solenne  messa  o  partizioni.  La  prima  consta  di 
di  requie  accompagnata  da  scelta  un  imbasamento  quadrato  posato 
musica  composta  dal  rinomato  mae-  sopra  uno  zoccolo  ben  rilevato,  e 
stro  Filippo  Moroni ,  fu  celebrata  sopra  due  gradi,  dove  sono  collo- 
da monsignor  Giovanni  Ignazio  cate  sei  di  dette  statue  in  costu- 
Cadolini  arcivescovo  di  Edessa  e  me  antico.  All'angolo  destro  di  esso 
segretario  della  congregazione  di  imbasamento  è  1'  Abbondanza  che 
propaganda  Jide;  ed  il  cardinal  ritta  ne'  piedi  mira  nobilmente  al 
Giuseppe  della  Porla  Rodiani  vi-  simulacro  della  defunta  principes- 
cario  generale  di  nostro  Signore  sa,  seduta  in  cima  del  monumento 
corppi  il  liturgico  rito  con  la  fu-  sopra  il  suo  sarcofago.  Dalla  si- 
nebre  assoluzione,  dopo  di  che  nistra  il  Genio  della  morte  (pure 
roonsig.  Nicola  Wiseman,  rettore  del  in  piedi)  alza  colla  mancina  un 
collegio  inglese,  espose  in  dotta  orologio  a  significare  che  l'ora  di 
orazione  l'  elogio  della  defunta,  lei  è  terminata,  mentre  spegne 
Il  complesso  di  tanta  edificante  colla  destra  una  face  :  giacenti  sui 
splendidezza  attirò  a  questa  sacra  detti  due  gradi  stanno  l'Amicizia 
cerimonia  un  immenso  concorso  e  l'Indigenza,  che  si  legano  nella 
di  popolo  e  di  ragguardevoli  per-  composizione  all'  Abbondanza  e  al 
sonaggi  SI  romani  che  esteri.  I  Genio  nominato.  Alla  duitta  sem- 
monsignori  Cioja,  Meli-Lupi-Sora-  pre  di  chi  guarda,  è  l'Amicizia  che 
gna,  Frattini,  Arnaldi  e  Durio  v'in-  tutta  ascosa  ne'propri  panni  pian- 
tervennero  come  deputati  della  chie-  gè  la  spenta  piincipessa  o  regina; 
sa  ;  e  la  più  esatta  regolarità  deve  oltre  che  per  un  serpe  che  le  si 
ripetersi  dallo  zelo  di  monsignor  avvolge  attorno  un  braccio,  ed  ab- 
Domenico  Bruti    cameriere  segreto  bocca  la    propria  coda,  può  anche 


2?.o  IND 

figurare  la  Eternità.  Dal  lato  op- 
po^lo  si  atteggia  l'Indigenza,  eh 'è 
rappresentata  in  un  vecchio  il  qua- 
le lìitlo  appoggio  del  bastone  si 
consuma  nel  dolore.  JVfel  fianco  de- 
aìvo  sopra  il  secondo  grado  (sul- 
r  indietro  accennalo  muro)  sorge 
in  piedi  la  Fortezza:  ha  in  mano 
Ja  clava,  e  calca  sotto  ai  piedi 
un  ruggente  leone.  Dall'altra  ban- 
da sullo  stesso  gradino  è  la  Cari- 
tà avente  in  braccio  un  suo  par- 
golo poppante,  ed  altro  di  mag- 
giore età  seduto  accanto  con  un 
pomo  in  mano.  I  tre  bassorilievi 
olle  tre  facciate  di  detto  imbasa- 
mento sono  allusivi  alle  gesta  più 
strepitose  dell'  estinta  regnante. 
Quello  di  fronte  ne  dà  il  trionfo 
di  lei,  quando  guadagnata  una 
biiltaglia  sopra  gì'  inglesi  rientra 
nella  capitale  del  suo  regno.  In 
questo  bassoiilievo  sono  cinquanta- 
due fìgiue,  sette  cavalli  ,  cinque 
cammelli,  due  bovi  trascinanti  un 
eannone,  e  cinque  elefanti.  Il  bas- 
sorilievo sul  fianco  destro  è  la  let- 
tura del  trattalo  con  cui  gl'ingle- 
si s'  impegnano  di  non  molestare 
r  isola  di  Sirhind  o  Sirdanach  , 
vita  naturale  della  principessa.:  vi 
sono  quarantaquattro  figure  parte 
in  piedi  e  parte  sedute,  che  for- 
mano in  giro  corona  alla  princi- 
pessa Giovanna  nelle  loro  conve- 
nienti attitudini.  Esprime  il  terzo 
sul  lato  sinistro  la  principessa  nel- 
l'atto di  presentare  al  vescovo  vi- 
cario apostolico  di  Sirdanach  un 
calice  per  la  consagrazione  della 
magnifica  chiesa  da  essa  fatta  colà 
edificare  al  nome  della  gran  Ma- 
dre di  Dio.  Sopra  il  primo  imba- 
samento se  ne  eleva  un  secondo 
pili  piccolo,  fatto  di  un  bordo  con 
plinto  sotto  quadrato  a  soste- 
gno di  altre  quattro  statue  in  pie- 


IND 

dì.  Le  due  suU'innanzi  sono  il  ni- 
pote della  principessa  vestilo  da 
colonnello  inglese,  ed  il  re  o  prin- 
cipe marito  di  lei  in  costume  orien- 
tale :  le  altre  due  suU'indietro  ri- 
traggono il  generale  che  lasciò  la 
vita  nella  battaglia,  che  la  regina 
in  persona  ebbe  indi  vinta  contro 
gì'  inglesi,  ed  un  vescovo  indiano. 
Le  inscrizioni  incise  nel  detto  ba- 
samento rotondo  sono  espresse  in 
tre  lingue,  indiana,  latina  ed  in- 
glese. Seguita  dopo  un  terzo  plin- 
to ottagono,  eh'  è  base  al  sarcofa- 
go detto  di  sopra,  simile  nelle 
forme  al  celebre  de'Scipioni.  Fini- 
sce l'opcia  la  statua  sedente  della 
regina  Giovanna  avente  nella  de- 
stra un  pipilo,  e  nella  sinistra  u- 
na  corona  di  rosario  per  segno  di 
pietà.  Tulio  il  mausoleo  è  di 
marmo  bianco,  tranne  l'urna  ch'è 
di  giallo:  è  alto  ventotto  palmi 
romani. 

Indostan  centrale.  Sono  in  que- 
sta regione  comprese  le  provincie 
di  Orìssa,  dei  Sicar  parte  del  re- 
gno di  Golconda,  Berar^  Dowla- 
tabad,  Candeìsh,  e  Guzurate.  Col- 
r  essersi  riempiti  i  porti ,  il  com- 
mercio vi  è  declinato:  i  pirati  sta- 
bìlitivisi  dalla  parte  meridionale, 
vi  si  mantennero  finche  nel  1786 
gl'inglesi  s'impadronirono  di  Ghe- 
riahj  il  più  forte  loro  stabilimento. 
Orissa,  provincia  ragguardevole  con 
paese  montuoso,  è  abitata  dai  sel- 
vaggi oureas  ignudi  ed  armati  di 
frecce  e  d'arco.  11  maggior  tratto 
di  questo  paese  è  occupato  dagli 
inglesi ,  ed  il  rimanente  paga  tri- 
buto ai  maratti  ed  al  nizam.  Cut- 
tack,  r  antica  Saringur,  capo  del- 
l' intera  provincia,  giace  in  un'iso- 
la del  Mahanuddy,  era  dapprima 
fortificata.  Trovasi  nel  suo  terri* 
torio  il  celebre  tempio  di   Jagger- 


IND  IND  22r 

na,  visitato  in  tutti  gii  anni  da  grande  fortezza,  forse  la  Tagra  o 
pifi  migliaia  di  fanatici  veneratori.  Deo^hìr  degli  antichi.  Vicine  sono 
L'idolo  consiste  in  una  gran  pie-  le  celebri  pagode  di  Ellore ,  che 
tra  nera  di  forma  piramidale  ir-  in  due  gallerie  sotterranee  alle  ra- 
regolare,  con  due  ricchi  diamanti  dici  d'una  rupe  presentano  il  Pan- 
per  rappresentare  gli  occhi,  e  col  teon  delle  divinità  indiane.  Can- 
naso  e  le  labbra  dipinte  di  colore  deish  con  fertilissimo  suolo  mal 
rosso  vivo.  Vi  si  fa  uso  di  con-  coltivato,  ha  Burarapur  per  capo- 
chiglie  in  luogo  di  moneta.  Sicnr  luogo  con  forte  castello.  Giizu- 
o  paese  de' circari ,  considerevole  rate,  ampia  piovincia  di  ferti- 
provincia  che  si  compone  delle  co-  le  territorio  :  la  popolazione  è 
ste  meridionali  d'  Orissa,  e  di  una  composta  d' indiani,  di  rajeputi,  di 
porzione  di  quelle  di  Golgonda  bramini,  di  maomettani,  e  di  par- 
smembrate  dagli  stati  del  nizam.  Fé-  si  cioè  persi,  tutti  divisi  in  più 
condato  da  molti  fiumi,  il  paese  è  sette.  II  mogollo  Egar  se  ne  im- 
fertilissimo ,  non  che  industrioso,  possesso  nel  i595;  dopo  la  morte 
Gli  olandesi  vi  hanno  qualche  fat-  di  Aurengzeb,  avvenuta  nel  1707, 
toria.  Masulipatanij  città  marittima  i  maratli  conquistarono  il  paese  che 
nel  distretto  di  Condapilly,  è  situata  ora  è  posseduto  parte  dagl'inglesi 
in  piccola  isola  ,  con  fortezza  im-  e  parte  dai  capi  indipendenti.  N'è 
portante:  i  mussulmani  la  conqiii-  capitale  Ahmedabad,  una  delle  più 
starono  nel  14B0,  indi  cadde  in  grandi  e  delle  più  forti  città  dei- 
potere  del  nizan  del  Decan  ,  che  1'  Indostan  centrale  :  ha  dodici  por- 
nel  1751  la  cede  ai  francesi,  i  te  fiancheggiate  da  torri;  il  caro- 
quali  dopo  averla  munita  di  for-  vanserraglio  al  sud  della  piazza 
lifìcazioni,  nel  1759  con  quasi  tut-  reale  forma  il  principale  suo  or- 
to il  resto  della  contrada  la  cedet-  namento.  Celeberrime  furono  un 
tero  agl'inglesi.  Berar,  che  gl'in-  tempo  le  sue  manifatture  di  broc- 
digeni  chiamano  Unniand-Shaltì :  cati,  tele  indiane,  velluti  ed  armi, 
gran  parte  di  essa  è  divisa  sotto  Appena  una  quarta  parte  è  abita- 
il  dominio  di  piccoli  rajah  o  prin-  ta,  e  le  sue  immense  rovine  ne 
cipi  indiani.  Nagpur  ,  capoluogo  attestano  la  passata  magnificenza, 
assai  popolato,  è  residenza  del  so-  Fu  presa  dagl'inglesi  nel  1780, 
vrano  detto  Bunsela.  Dowlatabad^  quindi  nel  1784  restituita  ai  ma- 
dopo  la  formazione  della  provin-  ratti,  poscia  gì'  inglesi  la  ripresero 
eia  d'Aurungabad  ne* suoi  dintorni,  nel  1819  insieme  a  tutti  i  posse- 
fatta  colle  conquiste  di  Aurengzeb  dimenti  del  Peshwa  maratto  di 
nel  secolo  XVII,  molto  ha  per-  Punah.  Altra  città  del  Guzurate  è 
duto  del  suo  splendore.  E  posse-  Cambaja,  porto  principale  della  pro- 
duta  nella  maggior  parte  dai  ma-  vincia,  occupata  dagli  inglesi  nel 
ratti,  ma  tributaria  degl'inglesi,  e  i8o3;  altra  è  Surate,  grande,  for- 
risguardasi  come  la  chiave  del  De-  te  e  ricca,  uno  de'  principali  em- 
can.  Maometto  III  nel  XV  secolo  pori  mercantili  dell'  Indie  orientali 
gì' impose  il  nome  che  porta,  di-  con  cittadella:  gli  indigeni  sono  i 
chiarandola  capitale  del  suo  regno,  baniani  ,  i  quali  si  guardano,  per 
Egualmente  Dowlatabad  chiamasi  superstizione,  di  mangiare,  uccidere 
il    capoluogo    della    provincia    con  o  far  male    agli    animali,  per    cui 


«33  IND 

gì' indiani  vi  avevano  ospedali  per 
gli  animali  malati  o  feriti.  Nel  i6r^ 
gl'inglesi    ivi    ottennero    dal    ginn 
Mogol  Jeangire  lo  stabilirvi  la  pri- 
ma fattoria:    in  quell'epoca    trae- 
▼asi  da  Surafe  i    più    preziosi  og- 
getti ,  come  diamanti  ,  perle ,   oro, 
muschio,  ambra  grigia,  droghe,  in- 
daco, nitro,  stolfe  di  seta    e    coto- 
ne. Vi  abitano  molti   parsi  adora- 
tori  del  fuoco  :  i    maratti    sovente 
saccheggiarono    la    città,    che    fino 
dal    1759  è  in  possesso  degl'ingle- 
si. Din    è    un*  isola    del    Guzurate 
con  buona  fortezza  e  comodo  por- 
to,   e    racchiudeva    il    tempio    più 
ricco  di  tutto  rindostan,    che    fu 
saccheggiato  nel    I025  dal  sultano 
Mahmoud  di  Gazna.    I    portoghesi 
s'impadronirono  dell'isola  nel  i535, 
indi  fu    devastata    dagli    arabi  nel 
1670.  Elefanta,  altra  isola  del  Gu- 
rurate,  con  diverse  sorgenti,  e  tem- 
pio sotterraneo  ornato  di  Ire  figure 
colossali.    Inoltre    nel    Guzurate    è 
l'isola  di  Bombay  che  significa  biiO' 
na  baia,  una  delle  tre    presidenze 
della  compagnia  inglese  nell'Indie. 
E  circondata  da    boschi   di    cocco , 
diligentemente  fortificala,  vanta  u- 
no  dei    migliori    porti    dell'  India , 
con  arsenale  ben  corredato,  e  can- 
tiere di  costruzione  ove  si  fabbri- 
cano ottimi   vascelli    di    linea.    No- 
tabili sono  le  sue    fabbriche   come 
il  suo  commercio.  1  portoghesi  nel 
1662  la  cedettero  agl'inglesi,  i  qua- 
li nella  città  del  suo  nome  vi  sta- 
bilirono una  delle    sedi  delle    loro 
autorità,  ed  una  coltissima    società 
letteraria  ;  cioè  l'isola  fu  data  in  do- 
te a^  Caterina  infanta  di  Portogal- 
lo ,  moglie  di    Carlo    li    re    d' In- 
ghilterra, che  la  cedette  alla  com- 
pagnia delle  Indie  nel  1668,  di  cui 
è  la  minore    delle    tre    presidenze. 
Le    sue    fortificazioni     la    rendono 


IND 
quasi  inespugnabile  dalla  parte  del 
mare,  essendo  meno  forti  quelle 
dalla  parte  di  terra.  Olfre  qualche 
bel  quartiere,  e  fra  gli  altri  quel- 
lo del  centro,  ove  si  rimarcano  in- 
torno ad  una  gran  piazza  vari 
edifizi  di  elegante  architettura,  co- 
me una  chiesa  anglicana,  il  palaz- 
zo del  governatore  ed  un  bazar  : 
vi  si  ammirano  pure  il  teatro,  e 
molti  templi  indostani.  Fra  i  suoi 
oggetti  commerciali  si  deve  men- 
tovare quello  del  cocco  e  delle 
pietre  preziose.  La  città  di  Bom- 
bay deve  la  sua  origine  ai  porto- 
ghesi, che  nel  1661  o  1662  Ifi 
cedettero  coli' isola  agli  inglesi.  Es- 
sendo stata  minacciata  nel  1673 
da  una  flotta  olandese  fu  maggior- 
mente fortificata,  e  nel  1686  vi  si 
trasferì  la  sede  del  governo  ch'e- 
ra a  Surate.  La  peste  la  desolò  nel 
1691  e  1702,  ed  un  incendio  la 
consumò  quasi  del  tutto  nel  i8o3. 
Fu  poscia  rifabbricata  sopra  un 
piano  migliore  a  spese  della  com- 
pagnia delle   Indie. 

Notìzie  del  vicariato  apostolico 
di   Bombay. 

Qui  si  trova  eretto  il  vicarialo 
apostolico:  come  il  governo  com- 
prende più  isole  e  molte  provincia 
della  penisola,  così  il  vicariato  sten- 
de la  sua  giurisdizione  sulle  vicine 
isole,  tranne  quella  di  Salsette,  che 
dipende  dal  superiore  ecclesiastico 
di  Calcutta,  e  su  molti  luoghi  del 
prossimo  continente,  e  comprende 
il  Decan  ,  il  Mogol  ,  Concan  e 
Golgonda.  La  popolazione  della 
presidenza  è  di  due  milioni  cin- 
quecentomila abitanti,  quella  del- 
l'isola di  Bombay  di  centocinquan- 
tamila .  I  cattolici  del  vicariato 
sono    trentamila ,    tutti  di  rito  la- 


IND 
lino;  quelli  di  Bombay  sono  quin- 
dicimila ,  dove  sono  tre  chiese 
parrocchiali,  una  ha  il  titolo  della 
Speranza^  altra  della  Salute  ;  vi 
sono  pure  alcune  cappelle.  Nella 
piccola  isola  di  Colabà  evvi  una 
gran  chiesa  fabbricata  dal  governo 
pei  soldati  irlandesi.  Surate  ha  una 
chiesa  parrocchiale;  Ponak  ha  due 
chiese,  una  Drabat.  Tra  i  cattolici 
non  si  comprendono  i  viaggiatori, 
ne  i  soldati  inglesi  o  irlandesi,  che 
presidiano  le  città.  Attualmente  n'è 
vicario  apostolico  monsignor  Luigi 
Maria  Fortini  carmelitano  scalzo, 
fatto  vescovo  di  Calamina  in  par- 
tibus  dal  Papa  Gregorio  XVI  agli 
8  agosto  1837;  il  quale  gli  die 
per  coadiutore  a' 7  giugno  1842 
monsignor  Gio.  Francesco  Whelan 
da  s.  Teresa  dell' istesso  ordine,,  col 
titolo  vescovile  in  partibits  di  Au- 
reliopoli.  Nel  vicariato  oltre  i  car- 
melitani scalzi  si  trovano  circa  ven- 
ti missionari,  i  quali  esercitano  l'uf- 
fizio di  parrochi,  di  vice-parrochi 
o  di  cappellani  :  il  parroco  ha  dal 
governo  scudi  quaranta  mensili. 
Nella  casa  del  vicario  apostolico  si 
trovano  raccolti  molti  giovani  a  gui- 
sa di  seminario.  Vi  è  la  casa  pegli 
orfani,  cinque  scuole  frequentate  da 
circa  centoquaranta  scolari.  I  fran- 
cescani vi  ebbero  un  convento  mol- 
to prima  che  giungesse  s.  Fran- 
cesco Saverio.  Colabà  ha  un  ospi- 
zio fabbricato  dagli  agostiniani  di 
Goa.  Gl'inglesi  ne  discacciarono  i 
gesuiti  e  francescani,  indi  nel  1718 
vi  chiamarono  i  carmelitani  scalzi 
cui  rimane  tuttora  la  missione,  ed 
i  vicari  apostolici  sono  stati  quasi 
sempre  di  quell'ordme.  11  gover- 
no somministra  ni  seminario  scudi 
settantacinque  mensili,  al  vicario  a- 
postolico  scudi  duecento  annui  ,  e 
sovviene    i    parrochi.     11    vicariato 


IND  2?.3 

possiede  beni  e  fondi  fruttiferi  : 
non  manca  di  fondazioni  e  legati 
pii  con  obblighi  di  messe,  special- 
mente in  Bombay.  In  questo  vi- 
cariato abbondano  protestanti  di 
tutte  le  sette;  hanno  essi  chiese 
e  ministri,  e  spargono  in  abbon- 
danza e  gratis  denari  e  libri  di  bib- 
bie. Nulladimeno  il  culto  cattolico 
è  libero  e  protetto  dagl'inglesi.  A. 
questo  vicariato  è  stata  estesa  la 
dichiarazione  benedettina  per  la  va- 
lidità de'  matrimoni  misti  come  in 
Olanda  ed  in  Inghilterra ,  e  ciò 
per  concessione  di  Pio  VI.  I  mis- 
sionari di  questo  vicariato  fanno  il 
viaggio  a  spese  della  congregazione 
di  propaganda  fide,  indi  si  man- 
tengono co'  sussidi  de'  fedeli,  e  col- 
le rendite  della  missione ,  le  quali 
pure  sono  soggette  a  propaganda. 
1  missionari  ottennero  da  Leone  XII 
la  facoltà  per  dieci  anni  di  cambiar 
l'abito  di   lana   in   quello  di   seta. 

Indostan  gangelico.  E  questa  la 
terza  delle  grandi  divisioni  del- 
l'Indie orientali.  Gl'inglesi  vi  pos- 
seggono il  Bengala^  il  Bahar  ed  il 
Benaver,  che  sono  il  centro  della 
formidabile  potenza  britannica  nel- 
le Indie;  il  resto  comprende  le 
Provincie  di  Allahahad^  Ude,  A- 
gra ,  parte  del  Delhi  o  Dehly  e 
d'  Agemira,  e  Maleva,  le  quali  pro- 
vi ncie  formavano  già  il  nerbo  del- 
l'impero del  gran  Mogol,  e  degli 
antichi  regni  indiani;  oltre  la  po- 
pola/ione inglese  di  numero  vario 
ed  incerto,  circa  undici  milioni  di 
indigeni  abitano  in  questa  regio- 
ne, i  quali  anche  negli  stabilimenti 
inglesi  si  governano  colle  proprie 
leggi,  e  non  abbandonano  le  su- 
perstiziose pratiche  inculcate  dai  fa- 
natici bramini.  La  provincia  di 
Bengala  ha  ragguardevole  territo- 
rio, diviso  ne' distretti    di    Calcut- 


^74  IND 

la,  Dacca  e  Mursciedebad.  La  set- 
ta (lei  goffi  ignoranti  gentivcs^  che 
giungono  a  farsi  schiacciare  per 
fanatismo  sotto  il  carro  dell'  idolo 
Jagannat,  qnando  trasportasi  per 
le  pubbliche  vie,  ha  in  questa  pro- 
A^incia  molti  proseliti.  Calcutta  o 
Forte  Guglielmo,  città  capitale  dei 
Bengala,  è  residenza  del  governa- 
tore generale  di  tutti  gli  stabili- 
menti inglesi  delle  Indie  orientali; 
fu  fabbricata  nel  principio  del  XVI 
secolo,  ov*  era  il  borgo  di  Govind- 
pur,  in  un  paese  paludoso  ed  at- 
torniato da  foreste,  e  talmente  pro- 
sperò in  poco  tempo,  che  supera 
ora  secondo  alcuni  i  cinquecento- 
mila  abitanti  :  però  si  può  rite- 
nere per  notizie  certe,  che  la  po- 
polazione di  Calcutta  e  delle  sue 
vicinanze  è  stimata  quasi  un  mi- 
lione di  abitanti.  Giace  sulla  spon- 
da occidentale  dell'  Ugly,  distante 
trentasei  leghe  dalla  sua  foce.  Sì 
divide  in  città  nera  detta  Chorin- 
ger,  ove  abitano  gli  europei  in  va- 
sti e  sontuosi  palazzi  con  magni- 
fici giardini ,  ed  in  città  asiatica, 
ove  vivono  gì'  indigeni  in  case  di 
bambù.  Altri  geografi  dicono  che 
Calcutta  è  composta  di  tre  parti: 
il  forte  William  o  Guglielmo  al 
sud  ,  la  città  bianca  o  degli  eu- 
ropei al  centro,  e  la  città  nera  al 
nord  abitata  dagl'indostani.  Il  pri- 
mo forte  costruito  dagl'inglesi  nel 
1696  è  ridotto  a  dogana:  in  esso 
■vi  è  la  famosa  prigione  detta  il 
buco  nero,  in  cui  nel  lySG  il  sa- 
bah  Savajat  Duhia  impadronitosi 
del  forte  fece  rinchiudere  la  guar- 
nigione di  cento  quarantasei  ingle- 
si, dei  quali  perirono  nella  prima 
notte  miseramente  centoventitre  di 
caldo  e  di  sele;  una  piramide  eret- 
ta incontro  là  memoria  di  tali 
barbarie.  Il  nuovo  forte  Guglielmo, 


IND 
così  delfo  dal  re  Guglielmo  III,  è 
rimarchevole  per  la  solidità  e  bel- 
la architettura  :  di  forma  ottagana 
supera  per  forza  e  regolarità  tutte 
le  altre  fortezze  delle  Indie  ;  e  so- 
no necessari  diecimila  uomini  per 
difenderlo.  La  rinomata  e  dotta 
società  asiatica  quivi  risiede,  così 
l'accademia  che  sopraintende  alla 
pubblica  istruzione,  unitamente  al- 
la corte  di  giustizia  o  suprema, 
ed  a  quella  di  appello.  Vi  risiede 
pure  un  metropolitano  anglicano  , 
il  quale  col  titolo  di  vescovo  di 
Calcutta,  ed  assistito  da  tre  arci- 
diaconi regola  gli  affari  ecclesiasti- 
ci della  sua  setta  nelle  Indie.  Il 
contrasto  dei  costumi  europei  col 
lusso  asiatico  che  vi  dispiega  tutta 
la  sua  pompa,  sorprende  ed  inte- 
ressa il  curioso  viaggiatore.  Il  pa- 
lazzo del  governo  è  fra  i  pubblici 
edifìci  il  più  rimarchevole  di  Cal- 
cutta. L'industria  è  nella  maggiore 
attività;  considerabilissimo  quindi 
n'  è  il  commercio.  Dal  nome  di 
Caly  dato  dagl'indostani  alla  dea 
del  tempo,  e  di  Catta  nome  di  un 
tempio  ch'esisteva  in  Caly-Cutta 
villaggio  a  quelli  vicino  di  Tchot- 
tanotty  e  Gobindopore  o  Govind- 
pur,  fra  i  quali  stabilirono  gli 
inglesi  una  banca  nel  1690  in  for- 
za di  un  firmano  d'Aureng  Zeyb, 
è  formato  quello  di  Calcutta.  Av- 
venne al  Bengala  nel  1696  una 
ribellione,  e  gl'inglesi  ne  appro- 
fittarono per  ottenere  la  permis- 
sione di  fortificare  i  loro  stabili- 
menti. Due  anni  dopo  Azyu-Ou- 
chan  nipote  di  Aureng-Zeyb  ce- 
dette alla  compagnia  delle  Indie  i 
tre  villaggi  sopra  nominati.  Nel 
1719  la  colonia  assunse  il  nome 
di  Forte  Guglielmo,  o  Forte  Wil- 
liam, e  da  quel  punto  divenne  flo- 
rida.   Tutta  la    guarnigione    come 


IND 

si  è  detto  perì,  ed  il  nome  di  A- 
lynaglior  rimpiazzò  quello  di  For- 
te William  sino  al  principio  del 
1.757,  in  cui  questa  città  fu  ripre- 
sa dagl'  inglesi.  Nella  stagione  delie 
pioggie,  cioè  dalla  metà  di  giugno 
a  quella  di  ottobre,  grandi  rovine 
produce  il  cholera  morbus,  princi- 
palmente fra  gl'indigeni.  Tuttavol- 
ta  pel  complesso  dei  pregi  di  Cal- 
cutta, essa  viene  chiamata  la  Lon- 
tìra  delle  Indie,  e  viene  adornata 
da  belle  istituzioni  di  scienze,  di 
arti  e  di  commercio. 

Notìzie  del  vicariato   apostolico 
di  Calcutta, 

Dicemmo  già  che  il  Bengala  è 
la  piti  considerabile  delle  tre  pre- 
sidenze politiche,  in  cui  è  diviso  il 
governo  inglese  delle  Indie.  Que- 
sto vastissimo  paese  fu  nel  i834 
eretto  in  vicariato  apostolico  :  prov- 
visoriamente comprende  anche  l'i- 
sola Salsette.  In  Calcutta  risiede  il 
vicario  apostolico.  11  Bengala  con- 
tiene due  milioni  e  cinquecentomila 
abitanti  ;  quelli  di  Calcutta  e  suoi 
dintorni  ascendono  a  centomila,  ed 
i  cattolici  superano  i  ventimila,  tra 
quali  trenta  orientali  di  diverso  ri- 
to. La  principale  chiesa  è  dedicata 
alla  Beata  Vergine  del  Rosario.  E- 
sistono  quelle  fabbricate  dai  porto- 
ghesi ;  una  fu  benedetta  da  ultimo. 
Altra  chiesa  esiste  in  Howrach  sob- 
borgo di  Calcutta,  ed  è  dedicata 
alla  Vergine  del  Buon  viaggio  e 
della  Salute.  Nel  1837  furono  affi- 
date  a  questo  vicariato  le  stazioni 
militari  inglesi  ;  i  quartieri  militari 
hanno  le  loro  cappelle.  In  Durran- 
tullak  la  chiesa  è  dedicala  al  sa- 
cro Cuo»  e  di  Gesù  ;  in  Gazupoure 
alla  ss.  Trinità:  più  vi  sono  altre 
nove  chiese  nel  vicariato.  La  chie- 
VOL.  xxxiv. 


.       IND  225 

sa  principale  di  Calcutta  è  proprie- 
tà del  popolo,  con  fondi  bastevoli 
pel  suo  mantenimento.  Il  vescovo 
anglicano  ha  due  chiese,  una  delle 
quali  bellissima.  Vi  hanno  pure 
chiesa  i  greci  e  gli  armeni  :  vi 
sono  inoltre  templi  idolatri  e  mo- 
schee. Al  presente  n'  è  vicario  apo- 
stolico monsignor  Giuseppe  Carew 
traslato  da  Filadelfia  in  partibus 
all'arcivescovato  di  Edessa  in  par- 
tihus  a'  26  maggio  i843  dal  Papa 
regnante,  il  quale  sino  dai  16  no- 
vembre 1840  lo  nominò  vicario  a- 
postolico;  gli  die  poi  per  coadiutore 
a' 26  agosto  1843  monsignor  Tom- 
maso Oliffe  che  fece  vescovo  di  Mi- 
lene  in  partibus.  Vi  sono  sacerdoti 
secolari,  francescani  e  di  altri  or- 
dini. Sono  pii  stabilimenti  la  casa 
abitata  dal  vicario  apostolico  e  dal 
clero;  la  scuola  aperta  in  Martinier; 
la  casa  per  le  sorelle  della  Carità 
con  scuole  per  l' educazione  delle 
fanciulle;  ospedali  civili  e  militari 
comuni  anche  ai  cattolici;  altri  so- 
no nelle  missioni  di  Gazupoure  e 
di  Silpure.  Alcune  chiese  sono  am- 
ministrate dai  portoghesi  scismati- 
ci, i  quali  non  si  sottomisero  alla 
erezione  dei  vicari  apostolici  fatta 
dalla  Sede  apostolica  con  immenso 
spirituale  vantaggio  di  tanti  popoli, 
restando  perciò  obbedienti  all'arci- 
vescovo di  Goa.  Per  recenti  dispo- 
sizioni, il  suddetto  monsignor  OlifTe 
coadiutore  va  a  risiedere  nella  cit- 
tà di  Chittagong  per  farne  un  nuo- 
vo centro  di  giurisdizione  episco- 
pale onde  amministrare  meglio  la 
cristianità,  e  sopra  tutto  formare  gli 
stabilimenti  d'istruzione  e  di  carità, 
ed  il  seminario  per  il  clero  indi- 
geno, tanto  necessario  e  tanto  ra- 
ro ancora  in  tutte  le  missioni.  Nel 
Bengala  entrarono  i  missionari  ago- 
sliniimi  nel   1572. 


asi6  IND 

La  provincia  di  Bahar  già  8Ì 
disse  Magadha  e  fu  regno  indipen- 
dente; essa  contiene  uno  de'  più 
fertili  territorii  dell'Indoslan,  ed  il 
meglio  coltivato.  In  sette  distretti 
era  divisa  sotto  il  governo  mus- 
sulmano, ed  in  altrettante  giurisdi- 
zioni la  divisero  gli  inglesi.  JN*è 
capoluogo  Patna,  città  grande  e 
popolata  :  essa  è  murata,  con  tem- 
pli, moschee  e  palazzi.  Gl'inglesi 
se  ne  impadronirono  nel  1763.  La 
provincia  di  Benares  è  popolatìssi- 
ma,  come  fertilissimo  è  il  territo- 
rio. Si  risguarda  questo  come  il 
suolo  classico  delle  muse  indiane , 
ed  ivi  dopo  la  distruzione  di  tanti 
troni,  e  replicate  estere  invasioni, 
i  bramini  conservano  il  deposito 
delle  filosofiche  cognizioni  e  del- 
l' immaginosa  mitologia.  La  città 
di  Benares  detta  anche  Cashy  è 
vaga  ,  popolosa  e  ricca.  Sorge  in 
riva  al  Gange,  sulle  cui  sponde 
s' innalzano  molti  superbi  templi , 
ed  altri  sontuosi  edifìci:  vi  primeg- 
gia il  tempio  di  Vivisha  che  gl'in- 
diani si  credono  obbligati  visitare 
almeno  una  volta.  E  celebre  l'os- 
servatorio astronomico,  fondato  dal 
rajah  Djessing,  col  sistema  di  Co- 
pernico. Florido  n'è  il  commercio, 
sano  il  clima,  sereno  il  cielo  ;  la 
hngua  sanscritta  ossia  de'  dotti  ha 
ivi  le  cattedre  più  accreditate.  La 
provincia  à*  Allahabad,  nome  che 
significa  casa  di  Di'Oy  è  irrigata  da 
molti  fiumi,  ed  è  ricca  di  diaman- 
ti ;  il  dominio  inglese  si  estende  a 
tutta  la  contrada,  abitata  da  india- 
ni di  dolci  maniere,  che  gli  euro- 
pei ed  i  mussulmani  scelgono  per 
interpreti  o  sensali  ;  molti  si  danno 
ad  austera  vita  eremitica.  N'è  ca- 
poluogo l'antica  e  ragguardevole 
città  di  Allahabad.  Sul  confluente 
del   Gange   e   del   Jumma    trovasi 


IND 

la  celebre  fortezza  dello  slesso  no- 
me fondala  nel  i583  dall' impera- 
lort  Akbar,  e  fortificala  all'euro- 
pea dagl'  inglesi.  Sonovi  belli  edi- 
fici, giardini  amenissimi,  ed  anti- 
che pagode,  oltre  un  vago  tempio 
sotterraneo,  frequentato  dai  pelle- 
grini: essi  si  accampano  tra'  due 
fiumi,  e  passano  due  mesi  in  pu- 
rificazioni e  cerimonie  religiose.  An- 
ticamente spingevano  il  fanatismo 
sino  a  farsi  decapitare  in  onore  del 
fiume  sacro  a  Sarassati  sposa  di 
Brahma,  ch'è  la  Minerva  indiana  ; 
ma  lo  Shah-Jean  abolì  il  barbaro 
costume  nel  XVII  secolo.  La  pro- 
vincia d'  UdCf  chiamata  dagl'  indi- 
geni Arad,  vasta,  fertile,  con  pae- 
se piano,  è  governala  da  un  rajah 
o  nabab  vassallo  degl'inglesi,  i  quali 
tengono  guarnigioni  nelle  città  prin- 
cipali. N'è  città  capoluogo  Lucknu, 
residenza  del  nabab  e  delle  auto- 
rità inglesi:  ha  palazzi,  superbi 
giardini,  e  molte  fabbriche  d'inda- 
co. La  provincia  d'Agra  nella  sua 
vastità  racchiude  molte  città  e  for- 
tezze importanti;  fu  già  rinomala 
per  le  manifatture  di  seta.  La  sua 
giurisdizione  comprende  più  di  qua- 
ranta piccole  città  e  migliaia  di 
villaggi.  Agra,  già  delta  Akbarad^ 
e  più  anticamente  B adidghur,  óitìi, 
grandissima  che  giace  in  vasta  pia- 
nura sulle  rive  del  Giumna ,  ma 
più  non  le  rimane  che  uno  scarso 
numero  de'  suoi  grandiosi  monu- 
menti. La  fondò  nel  i5oi  Sekun- 
der-Lody  sulle  rovine  di  un  picco- 
lo villaggio,  e  la  fece  capitale  dei 
suoi  stati.  Nel  secolo  XVI  il  mo- 
gollo  Akbar  l'ampliò  e  gli  diede  il 
suo  nome,  onde  acquistò  quello  di 
Agra.  Racchiude  sessanta  atnpi  ca- 
ravanserragli, ottocento  bagni,  set- 
tecento moschee,  e  la  magnifica 
reggia  del  gran  Mogol,  uno  de'più 


IND 
belli  edifici  dell'Asia.  Le  sue  mu- 
ra di  granito  rosso  sono  mirabil- 
mente connesse.  Alla  piazza  del  pa- 
lazzo introducono  sei  archi  di  trion- 
fo, che  formano  reslreniilà  di  al- 
trettante spaziose  vie.  Nel  mezzo 
poi  un  grande  elefante  di  pietra 
getta  acqua  dalla  sua  tromba.  Ven- 
tiquattro colonne  doppie  di  mar- 
mo bianco  con  piedistalli  di  grani- 
to azzurro  e  capitelli  di  mica  gial- 
lo ornano  le  gallerie.  L'oro  e  i  pre- 
ziosi marmi  vi  sono  profusi.  Sette 
altri  palazzi  di  marmo,  già  desti- 
nati ai  principi,  circondano  quella 
sovrana  residenza.  La  maggior  me- 
raviglia d'Agra  però  consiste  ne'suoi 
grandiosi  sepolcri,  fra  i  quali  quel- 
lo di  Tajemekal,  cioè  corona  di 
edafici,  supera  ogni  immaginazione, 
esso  è  la  tomba  che  lo  Shah-Jean 
fece  erigere  alia  defunta  moglie,  ed 
è  riputato  uno  de'  più  splendidi 
mausolei  e  forse  il  primo  del  mon- 
do :  il  pavimento  è  di  marmo  bian- 
co, ed  internamente  ornato  di  pie- 
tre preziose  ;  si  pretende  che  vi  sie- 
no  slati  impiegati  per  farlo  vent'an- 
ni,  e  tre  milioni  e  mezzo  di  scu- 
di. Agra  è  ben  fortificata,  ma  de- 
cadde dal  suo  splendore  tostochè 
nel  1647  la  sede  dell'impero  passò 
a  Dehly.  Fu  dai  mogolli  presa  nel 
r7845  e  nel  i8o3  dagli  inglesi  che 
\i  mantengono  la  guarnigione,  con 
wfficiali  civili.  Gualior  forma  un 
distretto  della  provincia  d'Agra,  ed 
ha  la  più  famosa  fortezza  delle  In- 
die di  egual  nome,  la  quale  appar- 
tiene ad  un  rajah  di  maratli:  nel 
1194  se  ne  impadronirono  i  mao- 
mettani: sotto  l'impero  dei  mogoili 
fu  prigione  di  stato  ,  e  molti  prin- 
cipi vi  perirono  violenleaienle.  Mal- 
grado tutti  i  lavori  fatti  per  assi- 
curarsene il  possesso,  gl'inglesi  han- 
no già  due  volte,    nell'anno   i  780 


IND 


a-zy 


e  nel    1804,  conquistalo  questo  ba- 
leardo. 


Notizie   del  vicariato 


opoi 


'foli 


di  y^gra  ora  lliibet- Indostano. 


Agra  è  la  residenza  del  vicario 
apostolico  con  giurisdizione  su  va- 
sto paese  :  ha  due  chiese  la  città, 
con  seimila  abitanti,  duecento  dei 
quali  sono  cattolici  ;  Momillah  è 
una  stazione  militare  con  cappella. 
Dipendono  da  questo  vicariato, 
Chandernagore  nel  Bengala  con  sua 
chiesa  ;  Ragmall  ha  casa  con  chiesa 
e  trenta  famiglie  cattoliche;  Bul- 
ghelpore  ha  chiesa  ed  ospizio,  così 
Purneah  ed  altri  luoghi  con  chiese, 
case,  ospizi,  cappelle,  ospedali,  ec, 
con  circa  seimila  cattolici.  Vicario 
apostolico  del  Thibet  è  monsignor 
Giuseppe  Antonio  Borghi  de'  cap- 
puccini, fatto  vescovo  di  Betsaida 
in  partìbiis  a'  \/\  agosto  i838  dal 
regnante  Gregorio  XVI ,  cui  die 
a'  2  3  agosto  i843  per  coadiutore 
monsignor  Gaetano  Carli  dell'istes- 
so  ordine,  fatto  vescovo  di  Almira 
in  parlibus.  Leone  XII  a'  27  gen- 
naio 1826  avea  fatto  vicario  apo- 
stolico del  Thibet  e  vescovo  di 
Esbona  in  partibiis  monsignor  An- 
tonino Pezzoni  cappuccino,  di  cui 
fu  coadiutore  il  nominato  monsi- 
gnor Borghi.  Monsignor  Pezzoni  fa 
consacrato  in  Roma  e  successe  a 
monsignor  Zenobio  Maria  Benucci 
da  Firenze  vescovo  di  Hermia  in 
parlibus,  morto  nel  1824.  Nella 
missione  vi  sono  parecchi  cappuc- 
cini missionari  irlandesi  ed  italiani. 
I  pii  stabilimenti  consistono  nella 
vasta  casa  del  vicariato  con  giar- 
dino, in  iscuole  pei  fanciulli  d'ara- 
bo i  sessi,  in  un  piccolo  seminario 
per  gl'irlandesi;  in  Agra  le  sorelle 
della  Carità  hanno   chiesa,   casa  e 


aa8  IND' 

giardino;  hanno  educande  che  pa- 
gano venti  rupie  al  mese,  e  gratis 
educhino  sessanta  bambini  indiani. 
E  slato  aperto  un  nuovo  collegio 
con  ampia  abitazione  e  giardino, 
con  centomila  rupie  di  Tondi  che 
i\e  rendono  quattromila  ;  evvi  pure 
uno  stabilimento  per  le  l'anciulle  in- 
diane. In  Chandernagore,  colonia 
francese,  esiste  un  ospizio  fabbri- 
cato per  comodo  e  riposo  de'  mis- 
sionari che  la  congregazione  di  pro- 
paganda spedisce  nel  Thibet.  la 
Meerat  la  principessa  Begum  fab- 
bricò una  chiesa,  ed  inMirret,  sta- 
zione militare  con  grande  chiesa, 
la  casa  pel  missionario;  di  più  la- 
sciò al  vicario  apostolico  prò  tem- 
pore de  fondi  che  rendono  scudi 
quaranta  annui.  In  Chunar  si  trova 
una  casa,  con  orto  e  cimiterio  pei 
cattolici.  Nei  monti  di  Hymalaya  e 
Laudour,  dove  nei  massimi  calori 
si  ritira  la  nobiltà  inglese  in  luogo 
ameno,  il  governo  ha  concesso  im 
terreno  del  valore  di  scudi  quindi- 
cimila, e  vi  si  fabbrica  una  chiesa. 
I*er  la  fabbrica  d'una  chiesa  in 
Purneah  una  principessa  inglese 
diede  settemila  rupie.  Gli  anabat- 
tisti eretici  aprono  chiese  e  scuole. 
I  cattolici  di  Beltiah  sono  di  ori- 
gine nepalesi  ,  avendo  seguita  la 
sorte  de'  missionari  quando  furono 
cacciati  dal  Thibet.  Questo  vicaria- 
to indo-tibetano  ha  un  procuratore 
in  Francia.  Della  missione  di  Ga- 
walier  sono  benemeriti  alcuni  uffi- 
ziali  francesi,  e  specialmente  il  ge- 
nerale Filose  originario  francese:  ha 
dato  una  somma  di  BySjOOO  ru- 
pie per  fondo  di  pii  stabilimenti  : 
75,000  pel  vicarialo  apostolico,  e 
3oo,ooo  per  pii  stabilimenti  per  i 
poveri  e  per  la  chiesa  d'Agra.  In 
Landaw  vi  sono  due  chiese  prole- 
Stanti,  collegio,  ospedale  miHtare, 


IND 

due  scuole,  e  trecento  case  abitato 
da  inglesi.  Altre  notizie  sul  vica- 
riato del  Thibet  riporteremo  in 
ultimo.  Qui  noteremo  che  ora  è 
stato  istituito  il  nuovo  vicariato 
apostolico  di  Patria  o  Patanày  con 
luoghi  che  facevano  parte  di  quello 
del  Thibet,  di  cui  daremo  qui  ap- 
presso un  cenno  storico.  JNel  i834 
ad  istanza  della  principessa  Begum 
Sombre,  come  abbiamo  detto  di 
sopra,  fu  istituito  il  vicariato  apo- 
stolico di  Sardhanà  coi  luoghi  del 
di  lei  dominio,  e  già  soggetti  al 
vicariato  del  Thibet.  Morta  la  prin- 
cipessa nel  i836,  i  medesimi  luo- 
ghi sono  ritornati  alla  dipendenza 
di  questo  vicariato. 

Notizie  del  vicariato  apostolico 
di  Patria  o  Palanà. 

Ottenuto  monsignor  Borghi  vi- 
cario apostolico  del  Thibet-Indo- 
stano  il  permesso  di  recarsi  in  Eu- 
ropa, non  tanto  per  motivo  di  ri- 
stabilirsi in  salute,  quanto  per  pro- 
curare alla  importante  missione 
Thibet-Indostana  con  la  sua  perso- 
nale eflìcacia  i  piii  copiosi  mezzi 
per  renderne  sempre  più  florido  il 
già  soddisfacente  stato  ;  e  conse- 
guito lo  scopo  di  abbondanti  sus- 
sidii,  come  in  denaro,  così  in  sacre 
suppellettili ,  ed  in  colJaboraton  , 
de'  quali  seco  condusse  nel  ritorno 
alle  Indie  numeroso  drappello;  il 
prelato  fece  e  replicò  anche  nella 
sua  partenza  le  più  vive  istanze, 
aftinché  la  congregazione  di  propa- 
ganda fide,  considerata  la  vastità 
del  territorio  a  cui  si  estende  la 
missione  Thibet-Indostana,  e  la  di- 
stanza de'  luoghi,  si  degnasse  alle- 
viargli il  carico  dell'intiero  regime 
della  medesima,  troppo  gravoso,  e 
pressoché    impossibile    a   sostenersi 


IND 

da  un  sol  prelato,  ripartendola  per 
ora  in  due  vicariati,  che  pur  vasti 
rimangono,  ed  ammettere  possono 
in  seguito  nuove  suddivisioni.  Ac- 
cogliendo la  congregazione  sì  fatte 
istanze,  e  considerando  i  vantaggi 
che  sarebbero  derivati  ai  progressi 
della  religione  cattolica  coll'erezio- 
ne  di  un  nuovo  vicariato,  stante  i 
bisogni  di  una  vasta  regione  ,  ne 
fece  il  decreto,  e  ne  ottenne  V  apo- 
stolica sanzione  nel  corrente  anno 
1845  dal  regnante  Gregorio  XVI. 
Il  novello  vicariato  apostolico  di 
Patna  o  Patanà  venne  pertanto  cir- 
coscritto entro  la  politica  giurisdi- 
zione della  presidenza  del  Bengala, 
prendendo  i  due  punti  di  longitu- 
dine dalla  città  di  Rairaahal  fino 
a  quella  di  Dinapore,  ed  estenden- 
dolo ai  due  più  remoti  punti  di 
latitudine  del  regno  di  Nepal ,  e 
della  gran  provincia  di  Bahar,  con 
che  comprende  i  due  territorii  del 
regno  di  Nepal,  la  piccola  provin- 
cia di  Sikim,  e  la  detta  gran  pro- 
vincia di  Bahar.  La  superficie  del 
vicariato  fu  stabilita  di  cinquecen- 
to miglia  circa  in  lunghezza  sopra 
trecento  in  larghezza,  conlenendo 
im  considerabile  numero  di  catto- 
lici, tanto  europei  che  indigeni,  e 
questi  in  maggior  quantità  de'  pri- 
mi. Sette  chiese  già  stabilite  furo- 
no rinchiuse  nel  nuovo  vicariato , 
cioè  Patna,  Dinapore,  Bettia,  Ciou- 
ri,  Baghelpore ,  Monghyr  e  Par- 
neah.  Sonovi  altresì  otto  case ,  ed 
alcuni  appezzamenti  di  terra  pas- 
sati in  proprietà  di  questo  vica- 
riato. Per  residenza  del  vicario  a- 
postolico,  e  sua  dimora  ordinaria, 
•venne  assegnata  la  città  di  Patna 
dalla  quale  prese  il  nome  il  vica- 
riato. Ai  religiosi  cappuccini  fu  af- 
fidata la  cura  di  coadiuvare  il  nuo- 
vo   vicario    apostolico,    oltre    altri 


IND  229 

cooperatori.  Per  primo  vicario  apo- 
stolico si  destinò  il  suddetto  mon- 
signor  Gaetano  Carli  vescovo  d'  Ai- 
mira,  come  soggetto  il  più  idoneo 
e  sperimentato  all'uopo,  già  coa- 
diutore del  vicario  del  Thibet-In- 
dostano.  Dipoi  la  congregazione  di 
propaganda  darà  a  monsignor  Bor- 
ghi altro  vescovo  coadiutore  per 
sostenere  il  carico  del  rimanente 
ben  ampio  territorio;  ma  eziandio 
attiverà,  secondo  la  brama  di  mon- 
signor Borghi,  due  novelle  cattoli- 
che missioni  nei  distretti  di  Labo- 
re ed  Hymalaya  non  ancora  evange- 
lizzati. 

La  provincia  di  Malwah  è  fe- 
racissima pe*  suoi  fiumi,  per  cui 
ogni  anno  si  raddoppiano  le  rac- 
colte de'  cereali.  E  stata  vicende- 
volmente occupata  dai  maometta- 
ni,  dai  mogolli,  e  nel  1707  dai 
maratti,  i  quali  la  divisero  in  mol- 
tissimi brani  governati  da  piccoli 
capi;  la  maggior  parte  di  questi 
negli  anni  18  17  e  18 18  sono  stati 
costretti  a  porsi  sotto  l'alta  prote- 
zione inglese.  Ugein  si  considera 
come  la  città  principale  della  pro- 
vincia; è  chiusa  da  mura  di  pie- 
tra, con  vasto  mercato,  osservato- 
rio ed  ampio  palazzo  in  cui  il  capo 
maratto  fa  la  sua  residenza.  La 
provincia  di  Nepaid  o  Nepal ,  già 
florido  regno,  è  un'  ampia  regione 
fertilissima,  montuosa  e  sparsa  di 
città  e  villaggi  verdeggianti ,  coro- 
nati da  montagne  con  nevi  perpe- 
tue. Gli  abitanti  sono  coraggiosi  e 
robusti,  ed  appartengono  alla  casta 
dei  bramini  e  rajaputi  :  la  tribù 
di  Newars  segue  la  poliandria,  per 
cui  sovente  le  femmine  cambiano 
il  compagno.  Uno  de'  capi  del  go- 
verno aristocratico  di  Garka,  già 
compresa  nel  regno  di  Nepaul,  im- 
padronitosi   del    supremo    potere  j 


33o  IND 

conquisto  nel    1768  il  Nepnul  e  Io 
iTse  suo  tributario.   La  città    forte 
di    Kirlepur  soIlVì  l'atroce  vendetta 
dcU' usurpatore  ,    che  fece  troncare 
il   naso  a  tutti  gli  abitanti,  cangian- 
done perfino  il  nome  in    Naskata- 
dur,  città  dei  nasi  tagliati.  Fu  quin- 
di   il    Nepaul    sotto    la    protezione 
della   Cina,  e  finalmente  dopo  lun- 
ga lotla  divenne    dominio    inglese, 
(latamandu  è  la   città  capitale,  ove 
nella  invasione  trasportò  la  sua  re- 
sidenza il  i*ajah  di   Gorka  ;  ora    vi 
è    un    reggente    inglese.    Giace    in 
deliziosa  vallata  sul  fiume  Bagmut- 
ty,  con  case  fabbricate  in  pietra,  e 
templi  che  hanno  pavimenti  di  mar- 
mo e  diaspro;  conta  centomila  a- 
bitanti.   L*ultima  provincia  dell'In- 
doslan  gangetico  è  Sirangar^  la  più 
lonlana  della  regione,  le  cui  colli- 
ne abbondano  di  miniere  d'oro,  di 
rame,  di   ferro    e  di    piombo.    Fu 
già    tributaria    dell'  imperatore    di 
Delhy,  e  dopo  la  caduta  del  trono 
mogollo,  lo  divenne  del    Nepaul  o 
sia  del  rajah  di  Gorka,  cui  il   suo 
principe  fa  un  annuo  ricco  presen- 
te.  Siringar  nomasi  pure    la    città 
«ve  risiede  il    rajah,  eh'  è  il  capo- 
luogo della    provincia.    Ha    vicina 
una    ricca    e    famosa    pagoda     del 
rajah    Ishvara  ;  gli  abitanti    si  oc- 
cupano  indefessamente    allo    scavo 
delle  miniere;    e  l'arena  del    fiu- 
me Aliknumdra  contiene  particelle 
d' oro. 

Indostan  meridionale.  È  questa 
ia  quarta  gran  divisione  delle  In- 
die orientali,  circondata  dal  fiume 
Kislma,  e  da  altri  che  gettansi  nel 
Bima.  Vi  si  contiene  la  provincia 
di  Fisapur  o  Bejapur,  la  più  gran 
parte  di  quella  di  Golgonda^  e 
quelle  di  Misere  o  Mysore,  o  me- 
glio Mayssoiirj  di  Carnale^  di  Co- 
efii/i;  i  principati   di   Tanjore  ^  di 


IND 

Ma  dura  o  Madui^-,  di   Travancù- 
re,  dì  Samorin  o  MaUihar,  cioè  di 
Caliciit^  e  le   coste  tli    Canara  e  di 
Concan.  Questa  divisione  compren- 
de   la     parte    maggiore    conosciuta 
s<jtto  il  nome  di  Decan,    e    fu   già 
abitata   da   cinque  grandi    nazioni, 
che  si   nominarono  le  cinque  Dra- 
vire  del    Punyabhumi  o  Terra  san- 
ta dei  bramini,  divise  in  un  numero 
infinito  di  piccoli  principati.    Que- 
sta   diversità    di    popoli ,    indicata 
dalla  diversità  della  lingua    e    dei 
caratteri  scritti,  ha   resistito  all'ur- 
lo delle  conquiste,  e  mostra  in  mez- 
zo a  tutte  le    vicende    la    stabilità 
delle  varie  sue  istituzioni.    I   limiti 
e  r  importanza  dei  regni  della  pe- 
nisola del  Decan  si  sono  cangiati  a 
seconda  delle  politiche  rivoluzioni. 
L'antico  regno  di  Narsinga,  di  cui 
era  capitale  Vjianagra,  comprende- 
va  varie  provincie  sotto  il  nome  di 
Decan,  ed  è  conosciuto  nelle  storie 
de*  portoghesi,    degli    arabi    e    dei 
turchi.  Nell'epoca  dei  gran  mogolli, 
il  Decan    compose   un    vice-reame 
maggiore  o  minore,  giusta  la    for- 
tima  delle  armi.  L'odierno  sovrano 
indica  col  nome  di  Decan,   oltre  i 
suoi  stati,  le  presidenze  inglesi  della 
penisola ,    gli  stati  dei  maratti ,  il 
regno  di   Mysore,   ed    una  molti- 
tudine di  piccoli  principati  che  han- 
no   sovente    portato    nei    geografi 
confusione.    Il    sovrano    che  prima 
si  chiamava  nizam,  era  anticamen- 
te   uno    de'  governatori  subalterni 
del  gran  mogol,  il  quale  nel  1740 
ricusò  obbedienza  all'imperatore,  e 
si  rese  padrone  assoluto   dei  paesi 
a  lui  confidati.  Egli  fu  successiva- 
mente in  guerra  coi    maratti ,    coi 
mysoresi  e  cogl'inglesi  i  quali  mol- 
to ne  diminuirono  la  potenza.  Nel 
trattato  di  pace  firmato  nel  i8o3 
fra  i  maralti  e  gì*  inglesi,  ed  i  pie- 


IND 

coli  slati  deir  interno  del  paese,  i 
di  cui  capi  senza  numero  diconsi 
poligarij  sono  ligi  o  tributari  di 
questa  nazione.  La  costa  orientale 
di  questa  contrada  ha  il  nome  di 
Coromandel,  e  la  occidentale  quel- 
lo di  Malabar.  La  provincia  di 
Visapur  o  Bejapur  ha  suolo  fer- 
tilissimo, per  cui  le  sue  produzio- 
ni sono  a  buon  prezzo.  A  questa 
provincia  appartierje  il  distretto  di 
Coiìcan  sulla  costa  del  Malabar , 
ripieno  di  baie  e  porli,  sovente  in- 
festati dalla  pirateria,  e  dagl'ingle- 
si e  maralli  nel  lyoG  conquistati. 
Furono  già  celebri  le  miniere  di 
di;'. manti  di  questo  regno.  Bejapur 
o  A^isapur  città  capitale,  una  delle 
più  grandi  d'Asia  perchè  contiene 
tre  città  una  dentro  l'altra,  con 
circa  cinque  leghe  di  giro.  Però 
non  offìe  in  gran  parte  che  rude- 
ri e  rovine  :  gli  abitanti  vantano 
la  più  rimota  antichità  e  le  più 
copiose  ricchezze.  I  mar£^lli  sono 
popoli  bellicosi  che  nel  regno  di 
Visapur  hanno  la  città  di  Punah 
per  capitale.  Furono  formidabili 
nell'India,  e  tuttora  sono  alquanto 
potenti.  Appartengono  alla  stirpe 
de'  rajpputi,  e  tengono  il  mezzo  fra 
le  alte  e  basse  caste  ;  essi  gradi- 
scono di  essere  chiamati  gli  abi- 
tanti del  Decan,  e  si  vantano  della 
più  grande  antichità.  I  principi 
maralli  sono  indipendenti  uno  dal- 
l'altro, ma  riconoscono  in  comune 
per  capo  supremo  il  Pescivà,  sup- 
posto ministro  del  re  di  Sattam, 
il  quale  è  un  sovrano  di  puro  no- 
me, da  lui  guardato  qual  prigionie- 
ro. E  questa  la  sola  nazione  guer- 
riera dell'Indie,  che  sempre  ricusò 
sottomettersi  ai  maomettani.  Essi 
stabilirono  il  loro  dominio  nel  1660, 
dopo  un  seguito  di  guerre  disa- 
strose e  lunghe  contro  diversi  prin- 


IND  23i 

cipi,  e  poi  contro  la  compagnia 
inglese  ;  il  loro  impero  già  rag- 
guardevole è  ora  ridotto  ad  uno 
slato  dipendente  dagl'inglesi,  e  go- 
vernato da  due  rajah  residenti  uno 
a  Punah  e  l' altro  a  Najpore.  Pe- 
rò nel  18 19  gì*  inglesi  costrinsero 
il  Pesci  va  di  Punah  ad  abdicare, 
a  con  pensione  lo  rilegarono  a  Be- 
nares.  Altix>  distretto  del  Visapur 
sulla  costa  del  Malabar  è  Goa, 
il  quale  fa  parte  del  governo  por- 
toghese, il  cui  viceré  abita  nella 
città  di  Goa  [Fedi).  La  provincia  di 
Golgonda,  già  Talingana  ed  oggi 
Hyderabad  ,  fu  conquistata  dai 
maomettani,  che  la  eressero  in  re- 
gno indipendente.  Nel  1687  fu 
soggettata  dal  gran  mogol  Aureng- 
Zeyb,  e  fece  parte  del  regno  di 
Delhy.  Nel  secolo  XVIII  di  nuo- 
To  scosse  il  giogo,  il  nizam  fissò 
la  sua  residenza  in  Hyderabad,  no- 
me che  ^  dette  al  regno  di  Gol- 
gonda.  È  governata  la  provin- 
cia da  un  salabar,  al  quale  gl'in- 
glesi aggiunsero  una  specie  di  am- 
busciatore,  e  diecimila  uomini  di 
guarnigione  .  N'  è  capoluogo  la 
città  di  Hyderabad,  con  belli  pa- 
lazzi e  moschee  ;  vi  ha  pure  Gol- 
gonda  fortissima  città  edificata  su 
d'  una  rupe,  considerata  come  la 
cittadella  d' Hyderabad.  Vi  si  con- 
servano i  tesori  del  nizam,  e  n'è 
vietato  ad  ogni  europeo  l'ingresso. 
La  provincia  di  Misore  o  Mays- 
soiir  è  grande,  e  consiste  in  una 
vasta  pianura  circondata  da  colli- 
ne donde  sortono  molti  fiumi; 
clima  temperato,  e  numeroso  be- 
stiame. Prima  del  secolo  XVII  e- 
ra  un  piccolo  stato,  ma  nel  se- 
guente giunse  all'apice  di  sua  gran- 
dezza, la  quale  però  fu  passeggera. 
Gl'inglesi  nel  174^»  clopo  aver  vin- 
to Tippu-Saib  figlio  di  Hyder-Aly, 


^3a  IND 

smembrarono  la  magf![ior  parte  del 
suo  territorio,  e  ridussero  alla  me- 
tà lesile  rendile.  Quindi  nel  1799 
l'intrepido  Tippu-Saib,  1*  inimieo 
più  inveterato  che  gl'inglesi  abbia- 
no avuto  nelle  Indie,  si  seppelPi 
sotto  le  l'ovine  del  suo  trono,  do- 
po che  Seringapatam  aprì  median- 
te un  tradimento  al  vincitore  le 
porte.  La  provincia  di  Misere  fu  al- 
lora conceduta  con  durissime  condi- 
zioni ad  un  rajah,  vassallo  degl'in- 
glesi, i  quali  occupano  le  piazze 
forti ,  e  percepiscono  gran  parte 
delle  rendite.  Seringapatam,  fortis- 
sima città  capitale  del  Misore,  giace 
in  un'isola  formata  dal  Cavery,  e 
racchiude  una  bella  reggia,  ed  altri 
vasti  edifici.  JVella  caduta  di  Tip- 
pu  fu  saccheggiata,  e  le  truppe  as- 
sedianti  vi  raccolsero  immenso  bot- 
tino; parte  dei  tesori,  della  gran- 
de biblioteca,  e  dei  preziosi  ogget- 
ti fu  trasportata  in  Inghilterra.  La 
popolazione  che  allora  giungeva  a 
centocinquantamila  individui,  è  ri- 
dotta a  trentaduemila.  Havvi  un 
bel  tempio  dell'idolo  Visnìi,  la  cui 
costruzione  è  contemporanea  alla 
fondazione  della  città  ;  ed  il  ma- 
gnifico mausoleo  che  racchiude  le 
ceneri  di  Hyder,  di  Tippu  e  sua 
moglie.  Misore  o  Mayssour  appar- 
tiene al  vicariato  di  Pondichery. 
La  provincia  di  Carnate  o  Kar- 
natico  è  considerevole,  e  compren- 
de il  territorio  già  posseduto  dal 
nabab  d'Arcot:  il  terreno  in  qual- 
che parte  è  fertilissimo.  Le  mani- 
fatture ed  il  commercio  attraggo- 
no gli  europei  sulla  costa  poco 
favorita  dalla  natura,  non  poten- 
dovisi  approdare  se  non  con  pic- 
cole barche  piane,  dette  scelinghe. 
]Vcl  1801  gl'inglesi  ne  divennero 
intieramente  padroni,  lasciando  al 
pabab   una  piccola  parte.    Madras 


IND 

o  Forte  s.  Giorgio,  presidenza  in- 
glese deirindoslan  meridionale,  ha 
per  capoluogo  la  città  del  suo  nome 
nel  golfo  di  Bengala.  Questa  cit- 
tà coniprendeva  nel  suo  principio 
una  lingua  di  terra  sabbiosa  ed 
arida,  lunga  due  leghe,  avuta  in 
feudo  dal  re  di  Carnate  ;  mentre 
la  presidenza  ora  contiene  dodici 
milioni  di  abitanti.  È  suddivisa  la 
presidenza  in  ventiquattro  distretti, 
a  ciascuno  de'  quali  è  addetto  un 
giudice  ed  un  ricevitore,  che  di- 
pendono dalla  corte  suprema  di 
Madras,  la  quale  poi,  per  quanto 
riguarda  gli  affari  politici,  è  sotto  la 
suprema  giurisdizione  di  Calcutta. 
La  città  di  Madras  capitale  del 
Carnate,  dopo  la  caduta  d'  Arcot 
fu  nel  1 640  fabbricata  sulla  ste- 
rile area  sopraindicata.  Consiste  nel 
Forte  s.  Giorgio,  o  città  bianca^ 
che  racchiude  cinquecento  case  di 
pietra,  vasti  magazzini  e  varie  ca- 
serme. Ivi  risiede  il  governatore  e 
le  autorità  civili  e  militari  inglesi, 
e  vi  dimora  la  popolazione  europea: 
nella  città  nera  poi  costrutta  al- 
l' uso  indiano  abitano  gì'  indigeni, 
gli  armeni,  i  mistizi  o  meticci, 
i  cinesi,  gli  ebrei  neri,  gli  arabi  ed 
i  mussulmani.  Ciascuno  ha  il  li- 
bero esercizio  di  religione;  gli  in- 
glesi stanno  sotto  la  giurisdizione 
ecclesiastica  di  un  arcidiacono  di- 
pendente dal  vescovo  anglicano  di 
Calcutta.  Sì  calcola  la  popolazione 
di  Madras  a  più  di  trecentomila 
abitanti .  L'  aspetto  di  Madras  che 
fa  mostra  sopra  un  vasto  terreno 
unito ,  è  assai  ameno  per  la  va- 
rietà delle  sue  costruzioni,  la  cui 
architettura  è  generalmente  bella 
nella  parte  abitata  dagli  europei  ed 
inglesi,  ed  irregolare  e  bizzarra  in 
quella  ove  risiede  il  restante  della 
popolazione,  ma  non  ha  alcuna  ri- 


IND 

viera  navigabile,  ne  porto.  II  forte 
che  dà  il  nome  alla  ciltà  bianca 
o  F^orte  s.  Giorgio  è  una  delle  più 
formidabili  fortezze  delie  Indie;  fu 
costrutto  sul  disegno  del  celebre 
ingegnere  Robins,  e  non  ha  biso- 
gno per  la  sua  difesa  che  di  una 
guarnigione  mediocre.  In  vicinanza 
evvi  il  palazzo  di  Tchepak,  soggior- 
no ordinario  del  nabab  dei  Car- 
iiatico.  La  città  nera  nel  1 767 
fu  cinta  da  una  buona  muraglia 
ed  altre  fortificazioni.  Vi  sono  chie- 
se, moschee  e  molti  templi  indo- 
stani:  diversi  importanti  migliora- 
menti si  effettuarono  a  Madras  da 
qualche  tempo,  sia  con  costruzione 
di  nuove  chiese,  sia  con  apertura 
di  nuovi  mercati,  sia  colla  fonda- 
zione di  molti  stabilimenti  di  cari- 
tà e  di  pubblica  istruzione .  La 
ciltà  possiede  la  zecca,  e  fa  consi- 
derabile commercio.  Dal  i8o3  si 
apri  al  nord  di  Madras  un  canale 
navigabile  che  fa  comunicare  que- 
sta città  coll'Enore.  Tra  le  amene 
strade  de' dintorni  vi  è  quella  che 
conduce  al  monte  s.  Tommaso,  do- 
ve si  eresse  un  mausoleo  alla  me- 
moria del  marchese  di  Cornwallis. 
Gl'inglesi  incominciarono  Io  stabi- 
limento di  Madras  «ella  suddetta 
epoca  con  acquistarne  il  territorio 
da  Sry-Rong-Rayil,  discendente  dal- 
la dinastia  indostana  di  Bisnagar, 
col  patto  che  si  ponesse  il  suo  no- 
me allo  stabilimento;  ma  Damer- 
la  Vencatadri,  che  pel  primo  avea 
invitato  gì'  inglesi  a  fondare  una 
nuova  città,  aveva  già  ottenuto  che 
sarebbe  chiamata  Tchenappapatani 
dal  nome  di  suo  padre,  che  di  fat- 
ti restò  alla  città  nera.  Francesco 
Day  capo  della  spedizione  fece  da 
prima  costruire  un  forte  che  chia- 
mossi  Giorgio  9  s.  Giorgio,  indi 
non    lardò    ad  innalzarsi  una  ciltà 


IND  233 

al  suo  lato.  Madras  nel  1744  ^^ 
assediata  dai  francesi  comandati 
da  La  Bourdonnaye,  che  la  fece 
bombardare,  ed  arrendere  ai  io 
settembre,  ritraendone  un  ricco  bot- 
tino. Alla  pace  d' Acquisgrana  fu 
restituita  all'Inghilterra,  ma  i  fran- 
cesi non  la  evacuarono  che  nel 
1749,  dopo  avervi  operato  miglio- 
ramenti nelle  fortificazioni.  Altre 
ebbero  luogo  successivamente,  onde 
nel  1759  il  Forte  Giorgio  potè  sos- 
tenere con  vantaggio  l'assedio,  che 
i  francesi  comandati  da  Lally  spin- 
sero con  vigore.  Dipoi  gl'inglesi  ai 
3  aprile  1769  vi  conchiusero  un 
trattato  con  Hyder-Aly  che  la 
minacciava.  Madras  si  vuole  la 
città  più  florida  delle  Indie  dopo 
Calcutta. 

Notizie   sul  vicariato  apostolico 
di  Madras. 

Era  una  prefettura  apostolica 
dei  cappuccini,  ma  ai  3  giugno  fu 
cambiata  in  vicariato,  il  quale  con- 
ta centomila  cattolici,  e  ventimila 
in  Madras.  La  cattedrale  dedicata 
alla  Beata  Vergine  degli  Angeli,  è 
un  bello  e  ricco  edificio,  oflìciatu 
mattina  e  sera.  Ha  quattro  chiese, 
tre  delle  quali  succursali;  forse  pe- 
rò il  numero  di  queste  si  è  ac- 
cresciuto. Diversi  luoghi  hanno  chie- 
sa ed  ospizio ,  e  due  con  scuole. 
Il  regnante  Gregorio  XVI  nella 
congregazione  de' cardinali  di  pro- 
paganda^V]?e  tenuta  avanti  di  lui  ai 
16  agosto  i83i  decretò  di  affida- 
re la  prefettura  de'  cappuccini  di 
Madras  ad  un  vicario  apostolico 
insignito  del  carattere  vescovile  ; 
quindi  venne  eletto  per  tale  mon- 
signor Giovanni  Poulden  della  con- 
gregazione anglo-benedettina,  fatto 
vescovo  di  Gerocesarea  in  parlibus^ 


^34  IND 

Dipoi  il  medesimo  Papa  fece  ve- 
scovo di  Castoria  in  parùbus  e  vi- 
cario apostolico  a*  ^4  aprile  1841 
monsignor  Giovanni  Fennely  ,  il 
quale  ha,  olire  diversi  missionari, 
gli  oblati  di  Maria  Vergine  della 
congregazione  di  Torino.  Fra  i 
missionari  merita  nominarsi  il  ze- 
lante p.  di  s.  Michele  cappuccino 
di  Savoia,  che  fatica  molto  per 
gl'indigeni.  Per  le  istesse  ragioni 
indicate  parlando  del  vicariato  a- 
postolico  di  Calcutta^  adesso  van- 
no a  stabilirsi  due  coadiutori  o 
pro-vicari  del  vicario  apostolico,  che 
risiederanno  nelle  città  d'Hyderabad 
e  Visagapatnam.  I  pii  stabilimenti 
consistono  in  iscuole  pubbliche  e 
private;  neli'  orfanotrofio  fondato 
specialmente  per  le  figlie  di  sol- 
dati cattolici;  in  molti  ospizi;  nel- 
l'alunnato de' cappuccini  che  man- 
teneva venti  giovani  ;  nel  moni- 
stero  fondato  dalla  vedova  del  co- 
lonnello Smith  j  che  vi  menò  un 
tempo  vita  ritirata  e  virtuosa,  u- 
nita  ad  altre  religiose  sotto  la  re- 
gola della  Visitazione  legate  da  vo- 
ti semplici,  le  quali  istruiscono  cen- 
tosessanta fanciulle;  ed  in  tre  con- 
fraternite. La  vedova  Smith  morì 
nel  maggio  iB44  ^"  Pondichery, 
dove  aveva  fissato  da  qualche  an- 
no la  sua  casa  della  Visitazione.  Il 
seminano  ha  una  rendita  lasciata 
dalla  principessa  Begum.  Nel  semi- 
nario non  vi  sono  che  figli  di  sol- 
dati o  altri  europei,  o  mistizi  o 
meticci,  ma  nessuno  indigeno.  Negli 
ultimi  anni  ebbero  luogo  parecchie 
conversioni  dall'eresia  e  dal  paga- 
nesimo; come  ancora  furono  accre- 
sciute le  scuole,  per  cui  l'istruzio- 
ne religiosa  si  trova  in  prospero 
aumento,  e  vennero  stampati  più 
migliaia  di  catechismi.  Tutti  i  pre- 
ti SODO  tenuti    ad   intervenire  alla 


IND 

conferenza,  alle  lezioni  di  Scrittura 
sacra  ,  storia  ecclesiastica  e  sacra 
teologia.  Tutti  gli  ospizi,  chiese, 
beni  e  ragioni  che  spettavano  ai 
cappuccini,  passarono  in  potere  del 
vicario  apostolico,  la  cui  giurisdi- 
zione si  estende  a  tutti  i  luoghi 
che  costituivano  la  prefettura  di 
essi  cappuccini.  Vi  si  sono  stabili- 
te diverse  comunioni ,  ed  i  prote- 
stanti vi  nìantengono  una  missione 
ben  provveduta,  che  paga  l'acces- 
so e  recesso  dei  missionari.  La  ca- 
sa della  missione,  gli  orfani,  le 
scuolt  hanno  vistose  rendite  ;  se 
ne  hanno  anche  per  altre  opere 
pie  ,  assicurate  nella  cassa  della 
compagnia  dell'  Indie.  11  governo 
britannico  concorre  allo  splendore 
del  cullo  cattolico  con  vistosi  sus- 
sidi, ed  ha  accordati  annui  asse- 
gnamenti. 

Inoltre  nelln  provincia  del  Car- 
natico  vi  è  la  città  vescovile  di  s. 
Tommaso  o  Mdiapor  [Fedi).  Tran- 
quebar  città  posta  sulla  foce  del 
Cavery  con  buon  porto.  Dessa  non 
era  che  un  misero  villaggio  che  i 
danesi  comprarono  nel  16 16  dal 
rajah  di  Tanjore,  con  annuo  tri- 
buto di  duemila  pagodi,  che  paga- 
no tutt'ora.  Vi  fabbricarono  un 
buon  forte,  e  dopo  tale  epoca  la 
prosperità  di  questo  stabilimento 
ha  sempre  aumentato,  contando  da 
ventimila  abitanti.  GÌ'  inglesi  la 
conquistarono  nel  1787,  ma  la  re- 
stituirono alla  Danimarca  nel  181 5, 
indi  la  ricuperarono  nel  1844*  Ani- 
tra città  del  Carnatico  sulla  costa 
di  Coromandel  è  Pondichery,  ca- 
pitale degli  stabilimenti  francesi 
nelle  Indie,  sul  golfo  di  Bengala. 
È  residenza  del  governatore  dei 
medesimi  stabilimenti,  d*  un  ordi- 
natore, d'  un  ricevitore,  e  di  altri 
ministri  ;  è   pur  sede  d*  una  corte 


IIND 
reale    «  d*  un    tribunale     di  prima 
istanza.  Viene  divisa  in   città  bian- 
ca e  città  nera^  le  quali  sono  dis- 
giunte    da    un  canale,  essendo     la 
seconda     abitala     dalla     gente     del 
paese.   In    distanza  di   qualche   mi- 
glia della  città  è  degna   d'attenzio- 
ne la   pagoda     di  Villenour,    vasto 
monumento  d'  un' architettura     in- 
diana e  bizzarra,   le  cui  mura   so- 
no coronate  da  leste  di   vacca  scol- 
pite,   e    coperte    di  ornamenti    del 
medesimo  gusto  :   l'  architettura  di 
questa   pagoda    ha   molte    cose  co- 
muni coU'architettura    egiziana,   e, 
almeno  nelle    disposizioni   generali, 
eoll'antico  tempio  di  Salomone.  Vi 
è  la  zecca,   T  orto  botanico,   parec- 
chi  stabilimenti  d'istruzione.  I  na- 
tivi hanno  la  pelle  di  un  nero  ros- 
sastro, portano    certi    segni  dipinti 
sulla  fronte  e  sul   petto,  secondo   le 
caste  e  sette  religiose  alle  quali  ap- 
partengono;  i    facoltosi  portano  una 
lunga  veste  di  mussolina;  gli  uomini 
mendicanti  vanno  quasi  nudi,   tran- 
ne a  mezzo  il    corpo    che  cingono 
con    un     Rìzzoletto.    Le    donne     in 
Pondichery     e    nelle    vicinanze    si 
fanno  vedere  in  tutti  i  luoghi  pub- 
blici   senza    nessuna    differenza  fra 
le  caste;    l'uso    contrario    si    trova 
particolarmente    stabilito    nei  paesi 
dove  si  parla  la  lingua  tenuge  os- 
sia telinga.  Ordinariamente  le  don- 
ne hanno  lineamenti    regolari,  be- 
gli occhi,  ed  una  bella  taglia  ;   van- 
no decentemente  vestite,  ed  hanno 
generalmente    alle    orecchie    larghi 
buchi    che  adornano  con   quantità 
di   gioielli  ;  portano  pure  alle  dita 
molti  anelli.  Le    donne  indiane  in 
generale  portano  oltre  gli  altri  gio- 
ielli   braccialetti  d' oro,    o  di  altra 
materia    come    di    \etro  ;    portano 
pure  ai  piedi  braccialetti  d'  argen- 
to caricati  di  gioielli,  s' intende   le 


IND  235 

persone  ricche,  dimodocliè  non  pos- 
sono camminare  senza  essere  sen- 
tite un  poco  alla  lontana.  L'uso  di 
questi  ullimi  gioielli  e  quello  dei 
braccialetti  ai  piedi  è  un'invenzio- 
ne che  derivò  dalla  gelosia  de'mari- 
ti .  Esei  citano  questi  popoli  libera- 
mente il  proprio  culto  nella  colo- 
nia; diversi  abbracciano  la  fede 
cristiana,  massime  quelli  delle  clas- 
si interiori.  Quasi  sempre  quivi 
ptu'o  è  il  cielo,  e  1*  aria  dolce  e 
salubre.  Tuttavolta  da  25  o  3o 
anni  a  questa  parte  il  cholera  mor- 
bus visita  ogn'anno  Pondichery  co- 
me altri  luoghi  dell'  India.  Era 
Pondichery  un  villaggio  che  i  fran- 
cesi comprarono  unitamente  al  ter- 
ritorio nell'anno  1627  dal  re  di 
Bcydjapur  ;  popolossi  rapidamen- 
te pei  vantaggi  che  i  nuovi  pos- 
sessori offrivano  a  quelli  che  veni- 
vano a  stabilirvisi.  Gli  olande- 
si presero  Pondichery  nel  1698, 
l' abbellirono  e  ne  accrebbero  le 
fortificazioni  ;  ma  alla  pace  di  Ri- 
swyk  furono  obbligali  a  restituirla. 
Poscia  i  francesi  ne  formarono  u- 
na  delle  più  belle  città  e  piii  for- 
ti dell'India,  e  per  le  sue  ricchezze 
e  per  l'importanza  sua  politica  e 
cominerciale  divenne  la  capitale 
degli  stabilimenti  francesi  nel  paese. 
Slava  in  potere  della  compagnia 
francese  dell'Indie  orientali,  la  qua- 
le la  faceva  reggere  da  un  gover- 
natore patentato  dal  re,  e  da  un 
consiglio  superiore  di  sei  o  sette 
membri;  ispirava  la  prosperità  di 
tal  paese  molla  gelosia  agl'inglesi 
che  pili  volte  vennero  a  porre  di- 
nanzi a  Pondichery  1'  assedio  ;  il 
primo  nel  1748  non  ebbe  alcun 
effetto  ;  ma  dopo  lungo  assedio  nel 

1761  s'impadronirono  della  città, 
e  ne    distrussero     le    fortificazioni. 

Resa  a'  francesi    nel    1763    cadde 


a36  IND 

nuovamente  in  potere  degringlesi 
nel  177H,  e  quindi  fu  nuovamente 
nel  1783  alla  Francia  restituita; 
ma  furono  appena  in  parte  ripri- 
stinate le  fortificazioni  che  al  prin- 
cipio della  rivoluzione  entraronvi 
gl'inglesi  e  la  conservarono  sino  al 
4  dicembre  1816,  epoca  nella 
quale  venne  resa  alla  Francia, 
smantellata  e  priva  d'ogni  specie 
di  difesa;  egli  è  sulle  rovine  di 
«lette  forti tlcazioni,  dalla  parte  del 
mare,  che  Desbassyns  fece  erigere 
un  passeggio  magnifioo. 

Notizie  sul  vicariato  apostolico 
di  Pondichery  e  Madurh. 

Pondichery  è  la  residenza  del 
"vicario  apostolico;  quivi  approdò 
il  nominato  cardinale  di  Tournon 
legato  rt  Intere  visitatore  apostolico, 
ed  ivi  emanò  i  suoi  celebri  decreti 
sui  riti  malabarici.  La  giurisdizione 
del  vicariato  comprende  tutti  i 
Jiioghi  già  commessi  agli  alunni 
del  seminario  di  Parigi  ad  exte- 
ros.  È  per  questo  che  il  Misore 
o  Mayssour  o  Missouri,  di  cui  ab- 
biamo parlato,  ed  il  Madurè,  di 
cui  parleremo  qui  appresso  ,  sono 
compresi  in  questo  vicariato.  La 
{popolazione  di  Pondichery  è  di 
venticinquemila  individui  ,  nove- 
mila de'qnali  cattolici  indigeni.  In 
tutto  il  vicariato  poi  di  Pondi- 
chery, Madurè  e  Mayssour  i  cat- 
tolici sono  duecentotrentamila.  Al- 
tri dicono  Pondichery  molto  più 
popolata,  facendo  ascendere  il  nu- 
mero degli  abitanti  a  quarantamila 
nella  città,  e  altri  trenta  o  qua- 
rantamila nel  resto  del  territorio 
francese  ;  e  che  fra  queste  popo- 
lazioni vi  saranno  diecimila  cat- 
tolici indigeni ,  e  circa  due  o  tre 
mila    europei  o  meticci    o  mestizi 


IND 

cattolici  parimenti.  Pondicbery  ha 
una  vaga  chiesa  capace  di  conte- 
nere seimila  persone,  con  cinque 
preti;  ha  pure  altra  pi«;cola  chiesa 
delle  monache  carmelitane,  in  cui 
vi  sono  de'religiosi  carmelitani  scalzi. 
Altri  luoghi  del  vicariato  hanno  chie- 
se; Pralacoudi  ha  cinquemila  fedeli. 
IVel  vicariato  di  Pondichery,  dove 
a  maggiore,  dove  a  minore  distan- 
za, vi  si  trovano  sparse  molte  cri- 
stianità, che  variano  nel  numero, 
e  dove  sommano  a  millecinque- 
cento, e  dove  arrivano  a  seimila; 
ovunque  si  trova  chiesa  o  cappel- 
la ;  ogni  chiesa  ha  il  suo  catechi- 
sta. Nella  sponda  occidentale  e  pre- 
cisamente nel  Malabar  si  trova 
Mahè,  colonia  francese,  la  quale  di- 
pende dal  superiore  ecclesiastico 
della  colonia  francese  di  Pondi- 
chery ;  vi  è  un  monistero  per 
l'educazione  delle  fanciulle  special- 
mente orfane  ,  fondato  dalla  no- 
bil  vedova  del  colonnello  Smith. 
Il  vicario  apostolico  di  Pondicheiy 
e  Madurè  è  monsignor  Clemente 
Bonnand  ,  alunno  del  seminario 
delle  missioni  straniere  in  Parigi, 
vescovo  di  Drusipara  in  parlihus^ 
succeduto  per  coadiutoria  nel  1837, 
in  virtù  del  breve  di  Pio  VII  del 
2  maggio  18 15,  l'anteriore  vica- 
rio apostolico  o  superiore  della 
missione  per  gì'  indigeni  fu  monsi- 
gnor Luigi  Herbert  vescovo  di  A- 
licarnasso  in  partibus.  Il  regnante 
Gregorio  XVI  fece  coadiutore  del- 
l'attuale vicario  monsignor  Stefano 
Lodovico  Charbonnaux  alunno  del 
detto  seminario,  fatto  vescovo  di 
lassa  in  partibus  a' io  giugno  i84r. 
Prefetto  apostolico  delle  colonie 
francesi  nelle  Indie  è  d.  Giovanni 
Norberto  Calmels  del  seminario 
dello  Spirito  Santo  di  Parigi.  Se- 
condo  le    nuove    disposizioni  della 


IND  IND  237 
santa  Sede,  il  vicario  apostolico  a-  vescovo  residente  nelle  città  cen- 
vrà  due  coadiutori  o  pro-vicari,  trali  delle  missioni.  Vi  sono  in 
uno  risiederà  nel  Mayssour  ,  cioè  Pondichery  cioè  nella  sola  città 
monsignor  Charbonnaux;  e  laltro,  indiana:  r.  Un  seminario  o  colle- 
cioè  monsignor  Lugat  di  cui  an-  gio  con  settanta  scolari  tutti  indi- 
diamo  a  parlare,  dimorerà  in  Pon-  geni  delle  caste  nobili,  fra*  quali 
dichery.  Oltre  a  ciò  il  medesimo  diversi  chierici,  ed  altri  che  si  dis- 
Papa  ha  fatto  recentemente  vesco-  pongono  al  sacerdozio  indigeno  di 
vo  di  Prusa  in  partibus  monsi-  liete  speranze  per  la  missione.  2. 
gnor  Melchiorre  de  Marion  de  Quattro  scuole  gratuite  mantenute 
Bresillac,  e  lo  ha  dato  in  pro-vi-  dalla  missione  come  il  seminario, 
cario  a  monsignor  Bonnand  per  la  e  tutti  gli  altri  stabilimenti  se- 
parte  del  Coimbaltour.  Altri  pii  guenli.  3.  Un  monastero  di  car- 
stabilimenti  sono,  due  case  per  melitane,  dove  si  trovano  circa 
orfane,  un  piccolo  seminario,  più  venticinque  monache  tutte  india- 
scuole,  monte  di  pietà,  e  comitato  ne.  4*  Un'  altra  casa  religiosa  di 
di  beneficenza.  In  queste  provincie  monache  indiane  egualmente  ,  e 
i  gesuiti  aveano  dei  fondi,  che  si  che  si  comincia  adesso  per  for- 
appropriò  la  rivoluzione  francese,  marvi  maestre  pie  per  le  scuole, 
e  che  rendevano  annui  dieciotto-  5.  Due  conservatorii  per  le  zitelle 
mila  franchi.  Nel  Coromandel  e  in  delle  caste  nobili  e  più  basse,  ed 
tutte  le  Indie  i  protestanti  vanta-  in  ciascuna  si  trovano  circa  ven- 
no  quarantamila  proseliti.  Questi  ticinque  zitelle.  6.  Un  ospizio  do- 
uniti  ai  gentili  mettono  in  opera  ve  si  dà  1'  alloggio,  vitto  e  vestito 
ogni  sorta  di  violenza  e  di  seda-  a  quasi  venticinque  poveri  vecchi, 
zione,  sia  per  impedire  le  con  ver-  7.  Un  ospedale  per  altrettanti  ia- 
sioni, sia  per  eccitare  i  convertiti  fermi.  In  una  parte  della  casa  e- 
air  apostasia.  La  divisione  della  piscopale,  dove  abitano  pure  i  mis- 
missione  per  gl'indigeni  e  per  le  sionari,  si  è  stabilita  la  stamperia 
colonie  francesi  fu  fatta  dalla  con-  lamulica,  diretta  da  due  missiona- 
gregazione  di  propaganda  fide  nel  ri,  fra  i  quali  il  dottissimo  sacer- 
1828,  ad  istanza  del  re  Carlo  X,  dote  Dupuis  ha  scritto  e  stampato 
perchè  si  volle  cosi  tornare  al  si-  nella  stessa  lingua  tamulica  una 
stema  osservato  avanti  l'epoca  del-  bellissima  opera  contro  i  prote- 
la rivoluzione,  giacche  le  colonie  stanti,  intitolata  ;  Veda  purattelei 
fino  a  queir  epoca  erano  state  as-  nìkkuin  sangwì,  ossia  Rimedio  con- 
sisti  te  dai  cappuccini  francesi  della  tro  V  eresia.  Nella  città  di  Ben- 
provincia  di  Tours.  guelour  o  Bangalore,  una  delle 
Recentissime  relazioni  sul  vìca-  più  importanti  del  Mayssour,  si  è 
riato  apostolico  di  Pondichery,  ne  stabilito  pure  un  seminario  pei  fi- 
descrivono  l'attuale  suo  stato  nel  gli  degli  europei  o  mestizi.  Colle 
modo  seguente.  11  gran  numero  di  nuove  disposizioni  prese  per  il 
pii  stabilimenti,  chiese,  scuole,  ec.  Coimbattour  si  spera  di  potere 
fondati  quasi  tutti  da  cinquant'an-  stabilirne  presto  un  altro  per  gli 
ni  a  questa  parte  nella  città  di  indiani  delle  caste  che  si  possono 
Pondichery,  fanno  vedere  l'impor-  chiamare  di  secondo  grado.  Tutti 
tanza    di    avere    possibilmente   un  gli  stabihmeuti  fuori  del  seminario 


238  IND 

di  Bengnelour  sono  tìeslinati  ngli 
indiani.  Diverse  scuole  sono  aperte 
in  tutta  la  missione  dove  si  tro- 
vano  allualinente  ctMilovenlimila 
catlolici,  più  di  trenta  missionari 
delle  missioni  straniere,  e  quattro 
soli  sacerdoti  indigeni.  In  tutte  le 
parti  dell'I ndostan  si  trovano  gli 
scismatici  portoghesi.  La  causa  rea- 
le della  decadenza  del  cattolicisnio 
in  diverse  missioni  dell'  Indoslan 
e  delle  altre  missioni  del  mondo 
è  la  mancanza  di  sacerdoti  indigeni 
e  di  un  indigeno  clero. 

li  principale  scopo  del  sinodo  che 
si  è  tenuto  in  Pondichery  nel  me- 
se di  gennaio  i844j  ^^  ci'  provve- 
dere ai  mezzi  eflicaci  di  formare 
un  buon  clero  indiano,  secondo  il 
fine  della  santa  Sede,  quando  sta- 
bilì la  congregazione  ossia  il  semi- 
nario delle  missioni  estere  di  Pari- 
gi. In  questo  sinodo,  che  farà  cer- 
tamente epoca  nella  storia  eccle- 
siastica dell  Indostan,  si  trattò  del- 
l'importanza del  clero  indigeno  in 
generale ,  e  della  necessità  di  un 
tal  clero  nell*  Indostan  particolar- 
mente. Poi  si  discusse  sopra  i 
mezzi  più  adattati  per  stabilire 
con  frutto  i  seminari  per  gli  studi 
di  teologia,  altre  scienze  e  belle  let- 
tere. IVI  a  siccome  la  gioventù  scu- 
ra avere  ricevuta  una  educazione 
buona  nella  prima  età,  di  raro 
può  perfettamente  adattarsi  poi  a- 
gli  studi  ed  anche  alle  virtù  neces- 
sarie allo  stato  ecclesiastico,  e  sic- 
come la  necessità  dell'  istruzione  si 
sente  vivamente  per  tutta  la  popo- 
lazione indiana  tanto  per  gli  uomi- 
ni che  per  le  donne,  cosi  il  sino- 
do ha  fatto  della  questione  delle 
scuole  in  generale  il  soggetto  delle 
sue  più  importanti  deliberazioni, 
dopo  quelle  riguardanti  al  clero 
indigeno.  Le  altre  deliberazioni   del 


IND 

sinodo  spettarono  a  diversi  punii 
di  disciplina,  ma  non  furono  al- 
tro che  (|uasi  T  apertura  d*  una 
strada  che  si  seguirà  poscia,  con 
moltissimo  vantaggio  per  la  chie- 
sa dell' Indoslan,  e  per  il  vicariato 
apostolico  di  Pondichery  special- 
mente. In  seguito  dallo  stesso  si- 
nodo fu  mandato  in  Roma  il  sa- 
cerdote francese  Giovanni  F.  O. 
Luquet  di  Langres,  del  seminario 
delle  missioni  estere  di  Parigi,  ze- 
lante missionario  di  Pondichery,  col- 
l'incaricG  di  umiliare  alla  santa  Se- 
de le  deliberazioni  dell'  assemblea, 
insieme  con  diversi  progetti  impor- 
tanti per  r  incremento  e  maggior 
slabilità  della  religione  cattolica  in 
queste  parti  dell'Indie.  Il  Pontefice 
Gregorio  XVI^  e  la  sacra  congre- 
gazione di  propaganda  fid(i  hanno 
accolto  questi  progetti  con  favore, 
facendo  concepire  le  più  belle  spe- 
ranze ai  missionari  e  benemerito 
vicario  apostolico  di   Pondichery. 

Gli  atti  del  suddetto  sinodo,  do- 
po la  presentazione  di  un  impor- 
tante memoriale  scritto  dal  sacer- 
dote Luquet  sotto  questo  titolo: 
Eclaircissements  sur  le  synode  de 
Pondichery,  furono  approvali  dalla 
congregazione  di  propaganda.  Quin- 
di sulla  proposizione  dei  cardinali 
della  medesima,  fu  proposta  una 
istruzione  generale  per  tutti  i  ve- 
scovi e  missionari  del  mondo  per 
raccomandar  loro  l'applicazione  dei 
principii  esposti  negli  Eclaircisse- 
ments. In  una  adunanza  dei  car- 
dinali di  propaganda  fide^  la  sud- 
detta istruzione  fu  da  loro  esa- 
minata ed  approvata,  quindi  sot- 
tomessa alla  suprema  sanzione  del 
Papa.  In  seguito  dello  stesso  esa- 
me degli  Eclaircissements,  il  sacer- 
dote d.  Giovanni  Luquet  fu  pro- 
posto spontaneamente  dai  cardi na- 


IND 

li  al  Pontefice  per  coadiutore  di 
monsignor  Bonnand  ycscovo  di 
Prusipara:  ed  il  santo  Padre  si 
degnò  confermare  la  proposizione 
della  sacra  congregazione.  Quindi 
il  Papa  ha  fatto  coadiutore  del 
nominato  vicario  apostolico,  e  ve- 
scovo di  Esebon  in  partìbus,  il 
lodato  monsignor  Luquet,  per  cui 
a' 7  settembre  iS/\^  fu  conse- 
crato  nella  chiesa  di  s.  Maria  in 
Vallicella  de'Glippini,  dal  cardinal 
Giacomo  Filippo  Fransoni  prefet- 
to generale  della  congregazione  di 
propaganda  fide,  coll'assistenza  dei 
monsignori  Giovanni  Brunelli  ar- 
civescovo di  Tessa  Ionica,  segretario 
della  medesima,  e  Francesco  Pi- 
chi  arcivescovo  di  Eliopoli. 

In  segno  di  paterna  benevolenza 
il  Papa  si  è  degnato  far  dono  all'il- 
lustre prelato  vicario  apostolico  ed 
ai  suoi  degni  operai  i  sacerdoti  delle 
missioni  estere  nella  missione  di 
Pontlichery,  della  sua  effigie  in  un 
busto  colossale  di  bronzo.  Questo 
busto  venne  scolpito  con  grandissimo 
talento  dallo  scultore  svizzeroVeyras- 
sat  recentemente  convertito  alla  fede 
cattolica,  ed  è  destinato  a  collocarsi 
nella  stessa  città  di  Pondichery.  Il 
busto  pei  tanto  verrà  innalzato  sopra 
di  un  piedistallo  di  granito,  nel  va- 
sto cortile  aperto  avanti  alla  bella 
chiesa  dei  ntissionari  ;  e  diverse 
iscrizioni  in  lingue  europee  ed  in- 
diane conserveranno  la  memoria 
del  benefizio  e  della  benevola  me- 
diazione della  congregazione  di  pro- 
paganda fide.  11  sito  dove  si  col- 
locherà il  busto  si  presta  molto 
perchè  da  tutti  sia  conosciuto  cpie- 
sto  monumento  di  pontificia  be- 
nevolenza, ed  attesterà  la  pietà  fi- 
liale e  la  divozione  dell*  intiera 
chiesa  dell'lndostan  verso  la  roma- 
na   chiesa    madre    e    maestra    di 


IND  239 

tutte  le  chiese,  come  verso  l'augu- 
sto suo  capo.  Dappoiché  al  punto 
precisamente  della  spiaggia  del  ma- 
re,  dove  lutti  sbarcano  quando  si 
approda  a  Pondichery,  si  trova 
una  vastissima  piazza,  dove  fu 
una  volta  costrutta  la  cittadella;  e 
di  là  si  apre  fino  alla  mentovata 
chiesa  dei  missionari  una  belhi 
strada  piantata  d'alberi,  e  in  fijie 
sopra  di  una  piccola  elevazione  del 
terreno,  la  sola  che  trovasi  nella 
città,  si  apre  il  cortile  terminato 
dall'elegante  facciata  della  chiesa, 
in  mezzo  al  quale  si  erigerà  ap- 
punto il  busto  del  Pontefice.  Mo- 
numento che  contempleranno  i  ma- 
rinai europei,  gl'indiani,  gli  abita- 
tori di  queste  regioni,  ed  i  viag- 
giatori d'  ogni  nazione. 

Il  Ma  dure  poi  è  un  distretto,  come 
si  dirà,  nella  parte  sud-est  dell'lndo- 
stan,  nella  presidenza  di  Madras,  e 
chiamasi  anche  Madurè  il  capoluogo 
con  cinquantaquattromila  abitanti  , 
ventimila  de'quali  cattolici.  Dipen- 
de il   Madurè  in  parte  dal   vicario 
apostolico    di    Pondichery,    benché 
esso  sia  affatto  separato  con  comu- 
ne accordo,  confermato  dalla  santa 
Sede,    dal  vicariato    apostòlico    di 
Pondichery.      Il    vicario   apostolico 
ha  solamente  sul  Madurè  una  spe- 
cie   di    giurisdizione    indiretta  che 
consiste  a  dare  una  volta  per  sem- 
pre al  superiore  della  missione  dei 
gesuiti  i    poteri    spirituali    eh'  egli 
poi  trasmette     ai  suoi     missionari. 
JJon  vi  si  trovano  altri  missionari 
europei  che  i  gesuiti,    che    ne    so- 
no   veramente    gli     esclusivi    diret- 
tori.  I  pallers  e  parreas  sono  il  fio- 
re della  cristianità:   in  Pallam-Cot- 
tah    i  sanars  delle  cristianità    sono 
così    semplici    e    buoni     che  quasi 
parrebbe  che  non  avessero  peccato 
in     Adamo.    Nel    resto    di    questi 


a4o  IND 

luoghi  domina  l'idolatria  che  ren- 
de diflìcile  la  conversione  dei  po- 
poli, benché  vi  siano  diverse  chiese. 
Nel  Madurè  gli  scismatici  di  Goa 
occupano  più  cliiese,  e  sono  perciò 
contrari  al  vicario  apostolico  favo- 
rito dal  popolo,  siccome  obbedien- 
te alle  provvide  e  benefiche  ordi- 
nazioni della  santa  Sede.  Il  calto- 
licismo  fu  portato  in  Madurè  dai 
portoghesi;  questa  provincia  passò 
sotto  il  dominio  inglese  nel  1801. 
Nella  provincia  di  Marawa  vi  eb- 
bero nel  secolo  passato  morite  con- 
versioni, ma  soppressa  la  compa- 
gnia di  Gesù,  che  j'ure  suo  se  le 
poteva  appropriare ,  ricaddero  i 
convertiti  nell'idolatria  :  la  città  di 
Marawa  n'è  la  capitale. 

Altra  provincia  dell'  Indostan  me- 
ridionale è  /i/wyore,  popoloso  e  fertile 
distretto  del  Carnatico,che  mantenne 
perlungo  tempo  la  sua  indipendenza, 
né  fu  mai  soggiogata  dai  maomet- 
tani. Verso  la  metà  dell'  ultimo  se- 
colo divenne  tributario  del  Carna- 
tico ,  e  cadde  con  esso  in  potere 
degl'inglesi,  che  lasciarono  la  città 
dello  stesso  nome  al  rajah,  le  cui 
rendite  ascendono  a  circa  sessa n ta- 
niila  scudi.  JXegapatam  è  una  piaz- 
za marittima  del  Tanjore  difesa 
da  buon  porto:  era  il  capo  dei 
possedimenti  olandesi  nella  costa 
di  Coromandel,  ma  col  trattato  del 
1785  passò  in  dominio  degl'inglesi. 
INel  Madurè  si  trovano  una  venti- 
na di  gesuiti,  centodiecimila  catto- 
lici, diverse  scuole  ed  altri  pii  sta- 
bilimenti; e  nella  città  di  Nega- 
patam  un  piccolo  collegio  pei  fi- 
gli degli  europei  o  meslizi.  Pro- 
vincia altresì  dell'  Indostan  meri- 
dionale è  la  costa  della  Peschiera 
o  di  Madiira  o  Madurè;  è  questa 
la  punta  meridionale  della  peniso- 
la dell'  Indostan ,  separata    per   lo 


IND 

stretto  di  Manar  dall'isola  di  Cey- 
lan.  Si  è  resa  famosa  per  la  quan- 
tità di  perle  che  vi  si  pescano,  e 
di  cui  fanno  gì*  inglesi  l'esclusivo 
commercio.  Le  provincie  interne 
dell'antico  regno  di  Madurè  sono 
governate  da  piccoli  piincipi,  a  for- 
ma delle  italiane  istituzioni  del 
medio  evo.  Madura  città  conside- 
rabile possiede  avanzi  di  belli  e- 
difici  e  di  qualche  pagoda.  Fu 
prima  dell'  era  cristiana  capitale 
della  dinastia  degli  auliclii  pandi  : 
gl'inglesi  come  dicemmo  ne  fecero 
il  conquisto  nel  1801,  e  demoli- 
rono le  fortificazioni.  Cochin,  pro- 
vincia dell'I ndostan  meridionale,  è 
il  primo  paese  ove  dai  buoni  in- 
diani si  permise  agli  europei  di 
formare  uno  stabilimento,  e  furono 
i  portoghesi  i  più  solleciti  a  gode- 
re di  questo  vantaggio.  Il  rajah 
nel  1791  si  pose  sotto  la  prote- 
zione o  dominazione  inglese,  di- 
venne vassallo  di  quella  nazione, 
e  potè  a  questo  prezzo  conservare 
un'ombra  di  potere.  Cochiii  o  Goc- 
cino (P^edi)  è  la  capitale  di  qiie- 
sto  piccolo  stato.  Quando  nel  i557 
o  i558  fu  eretta  la  sede  vescovile 
di  Goccino  la  collegiata  di  s.  Cro- 
ce fu  elevata  al  grado  di  catte- 
drale; furono  allora  istituite  cinque 
dignità  e  dodici  canonici,  con  che 
formossi  il  capitolo,  e  tutti  prov- 
veduti con  prebende.  Fu  sua  dio- 
cesi il  regno  di  Travancor,  la  pro- 
vincia di  Goccino  o  Gochin,  le  i- 
sole  adiacenti,  compresa  quella  di 
Geylan.  lìlalabar,  altra  provincia 
dell'Indostan  meridionale,  così  no- 
masi la  sua  costa  occidentale,  che 
componeva  nei  passati  tempi  uà 
polenlissimo  impero.  Goram-Petoa- 
mal  divise  lo  stato  fra 'suoi  parenti, 
ciò  che  ha  dato  luogo  al  gran 
numero  di    regoli  che  oggi  lo  gor 


IND 

-vernano,  ripartito  in  pih  regni  e 
principati.  Il  clima  è  puro  ed  i 
fiumi  che  vi  scorrono  sogliono  dis- 
seccarsi nella  stagione  estiva.  E  a- 
^^      bitato    dagli    indù    divisi   in  tribù, 

'  che  più  di  altrove  serbano  tena- 
cemente la  divisione  delle  caste  : 
la  casta  sacerdotale  o  sia  de'  bra- 
mini   namburini    tiene    il    primo 

^'  luogo,  e  segue  la  casta  militare  o 
dei  nairi,  dalla  quale  si  scelgono 
i  rajah:    grave  errore   esiste  nella 

i  '  casta  de' nobili,  i  quali  hanno  ta- 
le abbominio  per  quelle  degli  agri- 
coltori   e   degli  altri  eh'  esercitano 

'.'    arti  vili,  a  segno  di   crederli  inca- 

'  paci  della  vita  eterna;  essi  voglio- 
no esserne  separati  nelle  chiese  e 
fino  nelle  sepolture.  Il  Malabar  è 
il  primo  paese  calcato  in  questa 
parte  del  mondo  dal  piede  euro- 
peo. Vasco  di  Gama  sbarcò  a  Ca- 
licut  nel  maggio  1498-  ^  paese 
fu  interamente  soggiogato  dai  mao- 
mettani nel  1675  sotto  Hyder- 
Alì,  e  nel  1790  dagl'inglesi,  i  qua- 
li lo  assoggettarono  da  prima  al 
governo  di  Bombay,  e  quindi  a 
quello  di  Madras.  Lo  stato  più 
possente  era  allora  quello  del  Sa- 
morino o  imperatore,  ma  avendo 
questi  per  debolezza  unito  le  sue 
armi  a    quelle   degl'  inglesi    contro 

;  Tippu-Saib,  fu  nel  1792  dai  vin- 
citori spogliato  de'  suoi  possedi- 
menti. La  popolazione  del  Mala- 
bar  si  approssima  ad  un  milio- 
ne   d'  individui.  I  cattolici  che  so- 

^      no  più  di    duecentoquarantatremi- 

l  la  seguono  due  riti,  il  latino  ed 
il    siro-caldaico  ;    i    siri  altri    sono 

i  cattolici,  altri  scismatici.  Le  città 
principali  sono  Calicut,  Cananor 
ed  altre,  oltre  un  numero  grande 
di  castelli,  ed  ovunque  si  trovano 
sparse  le  chiese  de'  cristiani  ed  i 
templi  degli  idolatri.  La  religione 
yoi.  xxiiv. 


IND  24t 

cattolica  approdò  in  questi  lidi  nel 
i5o2,  e  si  può  dire  quando  vi 
giunsero  i  portoghesi.  La  illustrò 
e  dilatò  s.  Francesco  Saverio  e  po- 
scia i  suoi  correligiosi  gesuiti,  per 
cui  nel  i653  era  arcivescovo  di 
Cranganor  monsignor  Francesco 
Garzia  gesuita.  Insorsero  gravi  dis- 
pareri tra  questo  ed  i  popoli,  i 
quali  congregati  vicino  a  Goccino 
giurarono  di  non  ammettere  più 
fra  loro  i  padri  della  compagnia 
di  Gesù.  Nacque  scisma,  giacché 
i  dissenzienti  si  fecero  consacrare 
un  arcidiacono,  secondo  il  rito  di 
Babilonia:  per  apporvi  riparo  la 
congregazione  di  propaganda  fide 
spedì  due  carmelitani  scalzi,  ad  u- 
no  de'quali  riuscì  richiamare  all'o- 
vile molte  chiese,  ma  non  all'ob- 
bedienza del  pastore.  Quegli  ch'era 
il  padre  Giuseppe  di  s.  Maria  fa 
consagrato  vescovo  in  partibus . 
Varie,  lunghe,  difficili  sono  state 
le  vicende  ecclesiastiche  del  Mala- 
bar.  Calicut,  gran  città  della  peni- 
sola, già  capitale  degli  stati  del  Sa- 
morino, posta  sulla  riva  del  mare, 
fu  nel  principio  del  XVIII  secolo 
quasi  interamente  sommersa.  Venne 
quindi  riedificata,  ma  nel  1773 
conquistolla  Hyder-Alì,  il  cui  figlio 
Tippu  nuovamente  la  distrusse, 
e  trasportò  a  Visapour  gli  abitanti. 
Dopo  che  gl'inglesi  s'impadroniro- 
no di  tutto  il  paese,  gli  antichi 
cittadini  ritornarono,  e  fecero  ri- 
sorgere le  patrie  mura,  per  cui 
nel  1800  già  si  contavano  più  di 
cinquemila  c^se.  Il  suo  commercio 
è  florido,  ed  il  porto  frequentato 
dai  vascelli  che  navigano  dalla 
Arabia  e  dal  mare  Rosso. 


iQ 


24^  IND 

Notizie    sul    vicariato     apostolico 
dì  f^erapoli    ossia  del  Maialar. 

Questo  vicarialo  comprende  le 
diocesi  di  Cranganor  e  di  Gocci- 
no, e  si  estende  dal  promontorio 
di  Comorino  fino  al  Canarà  o 
Kanarà.  Verapoli  è  una  piccolis- 
sima isola,  distante  tre  leghe  da 
Goccino,  ed  è  residenza  del  vi- 
cario apostolico.  Questo  vicariato 
ha  molte  chiese  parrocchiali,  altre 
sono  di  rito  latino,  altre  di  siro- 
caldeo,  diverso  dal  rito  de*siri  che 
abitano  1'  Asia  centrale.  I  soriani 
scismatici  hanno  un  vescovo  nel 
Malabar,  con  cento  preti  e  cin- 
quantaquattro chiese  :  alcuni  sono 
nestoriani,  altri  giacobiti.  Vi  sono 
moltissime  cappelle,  e  addette  ai 
carmelitani  scalzi  sono  le  parroc- 
chie di  Verapoli  con  chiesa  dedi- 
cata a  s.  Giuseppe,  di  Gitiate  con 
chiesa  della  Beata  Vergine,  e  di 
Papanale  con  chiesa  di  s.  Giusep- 
pe. Gomprese  queste  le  chiese 
parrocchiali  sono  ventuna,  e  quella 
di  Granganor  è  dedicata  a  s.  Fran- 
cesco d'Asisi  ,  la  quale  ha  pure 
due  oratori! :  anche  altre  chiese 
hanno  oralorii.  I  soriani  hanno 
Irentanove  chiese,  dodici  oratorii,  e 
cattolici  2^679,  ^0"^  novant'  uno 
sacerdoti.  I  cattolici  latini  erano 
ultimamente  39325,  con  ventiset- 
te preti  ;  i  chierici  latini  diciassette, 
i  soriani  quarantaquattro.  Il  re- 
gnante Pontefice  Gregorio  XVI, 
agli  8  marzo  i83i  fece  vescovo 
di  Amata  in  parlibus  e  vicario  a- 
postolico  monsignor  Francesco  Sa- 
verio di  sant'  Anna  dell'  ordine 
dei  carmelitani  scalzi ,  che  poi  ai 
IO  aprile  1840  traslatò  all'arcive- 
scovato in  partibus  di  Sardia.  Il 
medesimo  Papa  nominò  suo  coa- 
diutore monsignor   Lodovico   di  s. 


IND 

Teresa  dello  stesso  ordine,  fallo 
vescovo  di  Europa  in  parlibus  ai 
7  giugno  1839,  il  quale  è  suc- 
ceduto al  precedente  che  mori 
ultimamente.  11  vicario  generale 
latino  ancora  risiede  in  Verapoli, 
ed  esercita  anche  T  uffizio  di  mis- 
sionario. Nel  vicariato  di  Verapoli, 
secondo  le  nuove  disposizioni,  vi 
sarà  un  coadiutore  o  prò -vicario 
residente  in  Mangalore  e  1*  altro 
in  Gulam,  continuando  però  a  ri- 
siedere in  Verapoli  il  vicario  apo- 
stolico .  I  pii  stabilimenti  sono, 
l'ospizio  de'carmelitani  scalzi  dipen- 
dente dai  superiori  d'Italia,  dove 
risiede  il  vicario  apostolico;  un 
seminario  pei  chierici  latini  e  so- 
riani ;  un  piccolo  ospedale  ;  altro 
seminario  in  Paliporto  nel  regno 
di  Travancor,  dove  si  educano  a 
proprie  spese  circa  ventitre  alunni 
soriani.  Quasi  in  ogni  parrocchia 
si  trovano  stabilite  le  scuole  per 
ambedue  i  sessi.  La  pia  vedova 
del  colonnello  Smith  fondò  da 
ultimo  un  monistero  ;  questo  è 
ricco,  ed  è  dedicato  alia  educazio- 
ne delle  fanciulle  specialmente  or- 
fane. Questo  vicariato  dal  1701 
in  poi  è  stalo  sempre  diretto  da 
un  superiore  dell'ordine  de'car- 
melitani scalzi  ,  o  alemanno  o  i- 
taliano.  L'esercizio  del  culto  è  li- 
bero. Amministratore  de' beni  sta- 
bili e  mobili  è  il  vicario  aposto- 
lico pro-tempore.  Non  è  permesso 
di  ammettere  in  queste  provincie 
alunni  all'abito  religioso:  fuori  del 
caso  di  necessità  i  preti  siri  non 
possono  assistere  le  chiese  latine. 
Vi  era  e  forse  vi  è  il  costume 
che  il  parroco  sia  scelto  dal  po- 
polo, e  confermato  dal  vicario  a- 
postolico.  Vi  è  in  uso  una  dot- 
trina stampata  in  Roma  in  lingua 
malabarica    e    portoghese  .    Dalle 


IND 

ultime  nolizie  si  rileva  che  i  cat- 
lolicij  compreso  il  Canaià  e  quei 
cìiciasseltemila  circa  che  lìon  vo- 
gliono l'iconoscere  il  breve  Multa 
praeclaray  ascendono  a  trecento- 
mila,  e  che  vi  hanno  quattrocento 
tra  chiese  parrocchiali  e  cappelle, 
ed  un  clero  assai  numeroso  di  am- 
bi i  riti. 

Altra  provincia  dell'Indostan  me- 
ridionale è  Canarà  o  Kanarày  po- 
sta in  ottimo  clima,  esposta  però 
in  gran  parte  dell'anno  a  violenti 
piogge.  Il  fertile  suolo  produce  quan- 
tità prodigiosa  di  ottima  droga , 
per  cui  è  chiamata  la  costa  del 
pepe.  Gli  abitanti,  tranne  quelli  del- 
le caste  disprezzate,  nuotano  nel- 
r  abbondanza,  e  menano  \ita  feli- 
ce. Nel  1763  Hyder-APi  soggiogò 
questo  regno,  e  nel  1799  §'^  ^^' 
glesi  lo  unirono  ai  loro  possedi- 
menti. Mangalore  è  la  città  capo- 
luogo della  provincia,  che  giace  su 
d'  una  piccola  penisola,  in  mezzo  a 
cui  s'innalza  un  forte  all'imboc- 
catura d'un  fiume,  c^vicino  ad  un 
bel  lago  d' acqua  salsa.  Chiamasi 
anco  Curial-Burider,  ed  è  ben  edi- 
ficata e  propria  al  commercio.  Do- 
po Goa  e  Bombay  è  il  miglior 
porto  della  costa,  dal  1799  ap- 
partiene agl'inglesi.  Mangalore  for- 
se diverrà  la  residenza  del  vicario 
apostolico  che  richiedono  quei  cat- 
tolici. La  provincia  di  Canarà  è 
abitata  da  seicentomila  idolatri  , 
trentamila  maomettani,  e  ventimila 
cattolici.  Nel  Canarà  sono  dieciotto 
chiese,  tutte  con  cura  d'anime;  in 
Mangalore  due.  Per  altro  solo  quat- 
tordici pairocchie  e  mezzo  aveano 
riconosciuto  r  autorità  del  vicario 
apostolico  del  Malabar  :  queste  co- 
stituivano una  popolazione  di  die- 
cisettemila trecento  cinquanta  indi- 
vidui; il  l'estoèforse  ancora  scisraa- 


IND  243 

tico,  dappoiché  anco  in  questa  pro- 
vincia si  fa  opposizione  al  breve  Mul- 
ta praeclara  :  da  ultimo  lo  scisma 
perde  vigore,  e  si  spera  in  breve 
vederlo  estinto.  Quando  seguì  la 
soppressione  de'  gesuiti  che  si  erano 
stabiliti  in  questo  regno ,  vi  s' in- 
trodusse la  giurisdizione  dell'arci- 
vescovo di  Goa,  che  occupò  le  lo- 
ro chiese,  senza  valutare  i  reclami 
del  vicario  apostolico  di  Bombay,  cui 
non  rimase  che  la  chiesa  di  Sunkerì. 
Nella  giurisdizione  ecclesiastica  del 
Canarà  si  comprende  quella  di  Sun- 
da,  piccolo  regno,  la  quale  dipende- 
va da  detto  vicario  apostolico  che 
vi  esercitava  il  ministero  a  mezzo 
dei  carmelitani  scalzi:  i  cattolici  di 
Sunda  sono  piti  di  milleottocento. 
I  cattolici  del  Canarà  e  di  Sunda 
oggi  forse  provvisoriamente  sono 
sotto  la  giurisdizione  del  vicario 
apostolico  del  Malabar.  L' ultima 
provincia  dell'Indostan  meridiona- 
le è  Travancor^  abbondante  di  di- 
versi prodotti,  come  di  biade,  zuc- 
caro,  pepe,  sale,  cardamomo,  noci  di 
cocco,  cassia,  incenso  ed  altri  aromi. 
Mai  i  maomettani  vi  estesero  le  loro 
conquiste,  e  però  la  religione  in- 
diana vi  si  mantiene  nella  sua  ori* 
ginalità.  Il  cristianesimo  ha  fatto 
in  questo  paese  notabili  progressi, 
forse  più  che  in  altra  parte  delle 
Indie.  Il  governo  nel  principio  del 
secolo  XVIII  era  caduto  in  mano 
di  donne,  e  dopo  vari  avvenimen- 
ti vi  si  è  esteso  nel  1809  quello 
inglese.  La  città  di  Trivandapatam 
è  ragguardevole  ed  assai  popola- 
ta :  è  degno  di  osservazione  il  pa- 
lazzo di  residenza  del  rajah  dopo 
averla  dichiarata  capitale,  per  cui 
l'antico  capoluogo  della  provincia, 
e  che  ne  porta  il  nome,  è  in  de- 
cadenza. Il  Capo  Comorino  è  il 
paese  che  ì  malabari  chiamano  Ab- 


a44  ^ND 

marij  e  termina  maestosamente  la 
costa  e  catena  delle  Galle.  Vi  si 
adorava  la  dea  Fervali,  che  la  mi- 
tologia sognava  fra  gì'  indiani  aver 
santificalo  colle  sue  lustrazioni  il 
promontorio  ed  il  mare  sottoposto. 
I  Ma  s.  Francesco  Saverio  in  una 
delle  rupi  piii  sporgenti  vi  edifi- 
cò un  tempio  alla  Beata  Vergine, 
propagandone  mirabilmente  il  culto. 
Indo  China  o  India  esteriore, 
detta  anche  penisola  indiana  al  di 
là  del  Gange,  è  la  quinta  gran  di- 
visione delle  Indie  orientali.  At- 
tualmente comprende  l'impero  dei 
Bìrniannij  nel  centro  il  Siamese, 
all'est  i  regni  di  An-nam,  ed  al 
sud  la  penisola  di  Malacca:  il  Ti- 
bet, ed  i  mari  della  Cina  e  delle 
Indie  ne  segnano  il  confine.  Oscu- 
re sono  le  notizie  antiche  di  que- 
st'ampia contrada:  pare  che  dal- 
l' Indostan  abbiano  ricevuto  l' alfa- 
beto, la  religione  e  la  letteratura  ; 
ma  la  loro  lingua,  ch'è  il  segno  più 
caratteristico  della  derivazione  del- 
le nazioni,  non  è  stata  fin  qui  ab- 
bastanza comparala.  Il  paese  era 
Doto  agli  antichi,  anzi  sembra  che 
qui  appunto  si  arrestassero  le  geo- 
grafiche cognizioni  a  tempo  di  To- 
lomeo :  più  modernamente  la  pri- 
ma contezza  è  dovuta  alle  scoper- 
te dei  portoghesi.  Porta  il  nome 
d' impero  Birmanno  la  vasta  e  bel- 
la regione  occidentale  dell'  Indo- 
China,  antichissima  sede  della  guer- 
riera nazione  dei  birmanni  o  bra- 
mini al  di  là  del  Gange.  Dopo  la 
separazione  dell'Indostan  dalla  Per- 
sia, può  quest*  impero  riguardarsi 
come  la  quinta  grande  potenza  di 
Asia.  Puro  è  il  clima,  salubre  ed 
adatto  al  temperamento  europeo; 
gli  abitanti  sono  vigorosi  e  robu- 
sti. Abbondanti  ne  sono  le  produ- 
zioni;   i    fiumi    del   Pegù   hanno 


IND 

sabbie  d'oro,  ne  mancano  miniere 
di  tal  metallo,  come  di  altri;  ed 
i  zaffiri  ed  i  rubini  sono  così  pre- 
ziosi ch'eguagliano  il  diamante  ia 
valore.  Sei  sono  i  suoi  porti  prin- 
cipali, ma  siccome  il  governo  evita 
le  estere  comunicazioni,  il  solo  por- 
to di  Rangun  è  accessibile  agli 
europei.  Il  governo  è  dispotico,  ed 
i  figli  del  sovrano  sono  nominati 
a  reggere  le  provincie,  delle  quali 
godono  le  rendite,  inviando  un  de- 
putato ad  amministrarle.  V'ha  pe- 
rò un  consiglio  composto  di  nobili, 
ma  le  dignità  sono  personali ,  e 
tornano  alla  corona  dopo  la  morte 
dell'investito.  Il  tsaloe  o  catena 
d'oro,  è  il  distintivo  de'  patrizi,  ed 
il  numero  delle  anella  ne  accenna 
il  grado;  il  re  ne  porta  ventiquat- 
tro. Le  leggi  sono  chiare,  morali 
ed  energiche.  L'alfabeto  birmanno 
contiene  trentatre  suoni  semplici  ; 
scrivono  da  sinistra  a  destra,  come 
in  Europa.  Amano  lo  studio  delle 
leggi  e  della  religione,  ma  trascu- 
rano l'educazione  del  popolo.  In 
ogni  Kium  o  monistero  v'é  una 
biblioteca:  quella  del  re  è  rimar- 
chevole pei  volumi ,  per  1*  ordine 
della  classificazione,  e  per  gl'indici 
regolari.  Le  nozze  tra  fratelli  non 
sono  interdette  nella  famiglia  rea- 
le, per  conservare  la  purezza  del 
sangue  ereditario,  ed  è  pur  per- 
messa la  poligamia.  I  birmanni  non 
sono  seguaci  di  Brahma,  ma  di- 
scepoli di  Budh,  riguardato  nelle 
loro  sette  come  il  nono  A  vaiar,  e 
discendente  dall'idolo  anzi  detto, 
e  suo  mediatore  cogli  uomini.  Dan- 
no air  Ente  supremo  1'  attributo 
della  misericordia ,  ammettono  la 
futura  vita ,  i  premi  e  le  pene,  e 
credono  alla  metempsicosi  ;  preten- 
dono che  Budh  vivesse  mille  anni 
avanti  l'era  volgare. 


IND 

Verso  la  metà  del  secolo  XVl 
questo  popolo  già  soggetto  al  Pegù, 
Bel  tempo  che  i  portoghesi  veni- 
vano dagli  olandesi  cacciati,  ed  in- 
cominciava a  stabilirsi  in  Syriam 
ed  in  Ava  qualche  fattorìa  inglese, 
spiegò  stendardo  di  rivolta,  ed  im- 
padronissi d'Ava  e  di  Marabatan. 
Sino  al  1740  godettero  i  birmanni 
la  fatta  conquista,  ma  in  seguito 
di  civili  discordie  risorsero  nel  lySo 
i  peguani,  e  vinti  i  loro  nemici  fe- 
cero il  re  prigioniero,  mentre  i 
figli  in  Siam  cercarono  asilo;  indi 
Bingandella  re  del  Pegù  trionfò, 
e  lasciò  al  fratello  Apporaza  un  tro- 
no glorioso.  A  quest'epoca  il  famo- 
so birmanno  Alombra  attaccò  in 
dettaglio  e  rotti  i  peguani,  ricon- 
quistò Ava  vincendo  Bingandella,  in- 
di prese  la  capitale  del  Pegii.  Mar- 
ciò contro  Siam,  e  nel  1764  mori 
lasciando  un  bambino  per  nome 
Momien.  Allora  Scherabuen  fratello 
del  defunto  si  fece  reggente,  ed  u- 
surpò  il  trono;  combattè  i  siamesi, 
entrò  nella  capitale  dopo  aver  ro- 
vesciato un'armata  cinese  che  gli 
opponeva  resistenza.  Però  nel  1771 
il  re  di  Siam  colse  contro  i  birman- 
ni onorevoli  allori;  Scherabuen  mo- 
ri in  Ava  nel  1776,  venendo  ucciso 
il  figlio  Chenguza  ch'eragli  succedu- 
to, quale  odiato  per  le  sue  ingiusti- 
zie. Ne  occupò  il  trono  lo  zio  Schem- 
buen-Minderadgi,  che  amando  am- 
pliar i  suoi  dominii,  nel  1783  con- 
quistò Arracan,  e  volgendosi  con- 
tro Siam,  minacciò  con  una  flotta 
r  isola  Junkailon  che  fa  ricco  com- 
mercio di  stagno  e  di  avorio.  Due 
volte  fu  vinto,  per  cui  nel  1793  i 
birmanni  ed  i  siamesi  conchiusero 
im  trattato,  in  virtù  del  quale  tutte 
le  città  marittime  della  costa  occi- 
dentale fino  a  Merghi  restarono  ai 
primi,  e  l'impero  estese  i  suoi  confì- 


IND  a45 

ni  colla  parie  settentrionale  dì  Siam; 
nondimeno  il  regno  de' siamesi  non 
perde  molto  dell'  antico  potere.  In- 
tanto la  colossale  potenza  britannica 
nelle  Indie  cominciò  a  minacciar 
l'impero  birmanno.  Dopo  varie  u- 
milianti  concessioni  alle  quali  si  vi- 
de obbligato^  poco  mancò  che  nel-, 
r  ultima  guerra  non  vedesse  cessa- 
ta la  sua  esistenza.  Gli  inglesi  pa- 
droni del  littorale,  marciando  di  vit- 
toria in  vittoria,  malgrado  l'in- 
trepida resistenza  della  guarnigione, 
s'impossessarono  del  forte  d'Arracan, 
le  di  cui  mura  furono  dal  nemico 
lasciate  vuote  di  abitanti.  Sir  Camp- 
bell coH'esercito  s'innoltrò  per  con- 
quistare Umrapora  capitale  degli  sta- 
ti, ed  il  generale  birmanno  Mung- 
Cra-Ro,  dopo  aver  fatto  la  sua  con- 


giunzione coi    siamesi   alleati 


pre- 


parossi  inutilmente  alla  difesa,  per- 
chè non  ottenendo  soccorsi  dalla  Ci- 
na, fu  costretto  segnare  la  pace  fra 
le  potenze  belligeranti  a' 3  gennaio 
1826.  In  seguito  di  questa  vennero 
cedute  agh  inglesi  le  quattro  Pro- 
vincie d'Arracan,  di  Merghi,  di  Ta- 
vory  e  di  Yea ,  non  che  le  pro- 
vincie  o  regni  d'Assara,  di  Casciar, 
di  Zitung  e  di  Munnipore  per  es- 
sere governati  dai  rajah  nominati 
dalla  compagnia  delle  Indie,  presso 
le  corti  de'quali  assisterebbero  i  re- 
sidenti inglesi  con  una  scorta  di  cin- 
quanta armati.  Fu  inoltre  accordato 
libero  accesso  agl'inglesi  nei  porti,  ai 
quali  fu  promesso  un  compenso  di 
un  milione  di  hre  sterline,  dichia- 
randosi la  pace  comune  alla  nazione 
siamese.  Tali  successi  superarono  la 
aspettazione  degl'  inglesi,  che  però 
a  cagione  della  infedeltà  de'birman- 
ni  sono  obbligati  di  far  loro  ese- 
guire colia  forza  delle  armi  il  trat- 
tato, ed  anche  da  ultimo  hanno  ri- 
portata  segualati   vantaggi    e  coB' 


246  IND 

quiste  sulla  bellicosa  nazione  colla 
quale  ha  avuto  pur  luogo  nuova 
pace. 

L'impero  birmanno  ha  per  capi- 
tale Ummerapoura  o  Umrapora,  od 
anche  Amarapura,  fabbricata  dal- 
l'imperatore Minderais-Prau,  che  vi 
trasferì  da  Ava  la  sua  sede  nel  1 785. 
Giace  sulla  riva  del  fiume  dell'Ir- 
raovaddy,  ed  offre  un  aspetto  pitto- 
resco, perchè  vicina  ad  un  lago  di 
tre  leghe  di  estensione,  onde  alcu- 
ni dicono  somigliare  in  parte  a  Ve- 
nezia. £  cinta  di  fosse  e  di  mura, 
con  fortezza  la  cui  forma  è  un  qua- 
drato perfetto.  Nel  centro  sorge  il 
palazzo  imperiale  composto  di  più 
corpi  di  edifici  in  legno,  sormontati 
da  una  cupola  dorata,  ed  in  ogni 
angolo  vi  è  un  tempio  di  cento  pie- 
di d'alfezza.  Le  torri ,  i  campanili 
e  gli  obelischi  gli  sono  di  ornamento. 
"Vi  sono  ne'dintorni  molte  cave  di 
bel  marmo,  e  la  popolazione  ascende 
a  cento  e  cinquantamila  abitanti.  Il 
lustro  di  Amarapura  ha  causato  la 
rovina  dell'antica  città  d'Ava,  ì  di 
cui  materiali  servono  ad  ampliare 
Amarapura  o  Umrapora.  Era  cele- 
bre in  Ava  la  statua  dell'idolo  Go- 
dama  d'un  sol  pezzo  di  marmo 
bianco,  alta  ventiquattro  piedi.  E  dif- 
clle  fissare  il  numero  degli  abitanti 
dell'impero  birmanno:  un  calcolo  e- 
sagerato  li  portò  a  diciassette  milio- 
ni, altri  a  nove,  altri  a  otto,  altri  a 
sei  milioni.  L'Impero  suole  dividersi 
in  dieci  provincie.  i .  Ava^  che  ha  la 
grande  e  florida  città  di  Proma,  la 
quale  forma  co'suoi  dintorni  l'ap- 
pannaggio del  primogenito  dell'im» 
peratore,  e  possiede  un  serraglio  di 
elefanti.  2.  Cassay  àelidi  anche  Me» 
ekley  o  Muggalow,  ora  soggetta  agli 
inglesi,  ed  ha  per  capitale  Munni- 
pore.  3.  run^Scian,  montuosa.  4- 
Lowascian ,  attraversata   dal  fiume 


IND 

Lukiang.  5.  Àrracan,  una  delle  più 
considerabili  provincie  dell'impero 
birmanno,  con  fertile  paese,  abbon- 
dante di  bellissimi  elellinli:  gli  abi- 
tanti adorarono  Budh  o  Godama , 
e  condannano  a  penosi  lavori  le 
donne.  Nel  i8o3  l'occuparono  i  bir- 
manni  ;  ora  gl'inglesi  vi  nominano  i 
il  rajah,  e  tengono  un  residente  nel  1 
capoluogo.  6.  Pegh  o  Begh,  già  regno 
ora  provincia  birmanna,  con  sudo 
fertile,  e  se  ne  traggono  rubini,  zaffi- 
ri, e  cristalli  di  rocca:  il  legno  tek 
forma  la  sua  principale  ricchezza. 
Gli  abitanti  adorano  Budh  o  Go- 
dama. Alompra  nell'anno  1757 
conquistò  questo  regno,  ne  mise  a 
morie  il  sovrano,  e  rium  gli  sta* 
ti  all'  impero ,  gettando  nell'  op- 
pressione que'popoli  degni  di  mi- 
glior sorte..  I  tre  suoi  porli  prin- 
cipali sono  ora  accessibili  agli  in- 
glesi. Nella  città  capitale  di  Pegù 
il  vincitore  Alompra  condannò  a 
barbara  strage  circa  centocinquan- 
tamila abitanti:  i  soli  templi  per 
la  loro  solidità  rimasero  intatti,  e 
fra  essi  distinguesi  quello  di  Scho- 
niadu,  costrutto  a  foggia  di  pira- 
mide; al  presente  la  città  si  va  ri- 
costruendo. E  meritevole  di  men- 
zione Rangun,  città  della  provincia 
di  Pegù,  per  essere  il  più  importan- 
te porto  dell'impero  birmanno,  si- 
tualo sul  fiume  dello  stesso  no- 
me, e  aperto  agli  europei.  Il  famo- 
so tempio  di  Shoe-Dagun  è  lonta- 
no una  lega  dalla  città,  edificato  in 
forma  di  cono,  e  risplendente  per 
dorature.  Rangun  divenne  prospe- 
ro dopo  la  distruzione  del  Pegù, 
risiedendovi  il  viceré  della  provin- 
cia ;  gl'inglesi  presero  la  città  nel 
1824.  7.  TongOf  vasta  e  fertile  pro- 
vincia eretta  in  principato  che  spet- 
ta al  figlio  dell'imperatore  j  la  città 
dello    stesso  nome   è  il  capoluogo, 


IND 

munita  di  fortezza  con  «n  bel  pa- 
lazzo suir  Irraovaddy.  8.  Marta- 
ban  o  Marlahan,  provincia  conqui- 
stata dai  birmanni  nel  17^4,  sul- 
l'alto Siam,  lungo  la  riva  orientale 
del  golfo  di  Bengala,  fu  già  regno 
indipendente.  Puro  è  il  clima,  fer- 
tile il  suolo,  con  ricche  miniere.  E 
innaffiata  da  più  Humi,  ed  il  capoluo- 
go, che  porla  il  nome  stesso,  ebbe  il 
vanto  di  fiorentissima  città.  9.  Ta- 
iiasserim^  con  capoluogo  di  egual 
nome,  fu  già  ricca  città  commer- 
ciale, posta  sulla  riva  d'  un  bel  fiu- 
É  me.  Vi  è  pure  Merghi,  città  e  por- 
to di  mare,  situata  nel  basso  Siam, 
ove  i  francesi  ebbero  già  una  fat- 
toria; è  in  ottima  posizione  pel 
commercio,  io.  Junk- Ceylan^  il  cui 
capoluogo  è  neir  isola  di  questo 
nome. 

Notizie  sul  vicariato  apostolico 
di  Ava  e  Pegu. 

Gli  avesi  ed  i  peguanì  o  talain 
sono  quasi  tutti  della  setta  diBudda. 
In  Cassay  ed  Assam  si  trovano  mus- 
sulmani in  gran  numero:  ì  monaci 
detti  rachaans  hanno  cura  della  gio- 
ventù; i  sacerdoti  osservano  il  ce- 
libato. E  vietata  la  poligamia,  per- 
messo il  concubinato  ;  dopo  morti  i 
poveri  si  seppelliscono,  i  ricchi  si  bru- 
ciano. Siccome  i  regni  d'Ava  e  Peg-ù 
sono  stati  spesso  il  teatro  delle  guer- 
I  re  tra  quei  popoli,  i  funesti  effetti 
si  provarono  anche  dalla  religione 
cattolica.  Nel  i548  san  Francesco 
Saverio  chiese  missionari  al  p.  Ro- 
driguez  pel  Pegù,  ma  non  si  cono- 
sce se  questi  vi  si  portassero.  For- 
se la  missione  non  ebbe  un  prin- 
cipio più  solido  che  nel  1722,  quan- 
do nel  pontificato  d'Innocenzo  XIII 
(riuscita  non  troppo  felicemente  la 
legazione  di  monsignor  Mezzabarba 


IND  ^4? 

patriarca  d'Alessandria  spedito  da 
Clemente  XI  nel  17 19  alla  Cina  ) 
questi  spedì  da  Canton  il  p.  Sigismon- 
do Calchi  barnabita  ad  evangelizza- 
re i  fedeli  del  Pegù.  I  portoghesi  che 
vi  erano  stati  anteriormente  non  a- 
vevano  che  assistito  i  loro  conna- 
zionali dispersi  nel  regno.  Dopo  non 
poche  avverse  vicende  il  p.  Sigis- 
mondo ottenne  la  libertà  d'esercita- 
re l'apostolico  ministero  dal  sovra- 
no, alla  cui  presenza  non  dubitò 
predicare,  rapito  da  zelo,  la  verità 
della  fede  cattolica;  indi  l'abbate  Vit- 
toni  suo  compagno  e  pio  religioso,  ad 
istanza  dello  stesso  re  si  recò  in  Roma 
con  donativi,  e  sollecitò  i  padri  bar- 
nabiti a  spedire  missionari,  e  pro- 
fittare della  buona  disposizione  del 
governo.  Ai  medesimi  Benedetto 
XIV  nel  1741  esclusivamente  l'af- 
fidò, ed  il  primo  vicario  apostolico 
fu  il  p.  Gallizia,  che  riuscì  benemerito 
della  religione  nel  Pegù.  Ai  nostri 
giorni  i  pp.  barnabiti  formalmente  ri- 
nunzìarono  a  questa  missione,  per  cui 
la  congregazione  di  propagandante 
nel  pontificato  di  Pio  Vili  vi  spe- 
dì come  vicario  apostolico,  con  altri 
missionari,  monsignor  Federico  Cao 
scolopio,  fatto  vescovo  di  Zama  in 
partibus  a' 18  giugno  i83o.  Ultima- 
mente la  medesima  congregazione  di 
propaganda  commise  la  missione  al- 
la congregazione  degli  oblati  di  Ma- 
ria Vergine  di  Torino.  Moulmain, 
città  rinascente  nella  provincia  di 
Tanasserim  ,  ceduta  agl'inglesi,  è  la 
residenza  del  vicario  apostolico,  abi- 
tata da  ventottomila  individui,  es« 
sendo  più  di  mille  cattolici.  Compre» 
si  questi  in  tutto  il  vicariato  d'Ava 
e  Pegù  i  cattolici  sono  circa  due- 
milacinquecento, centocinquanta  dei 
quah  sono  in  Amarapura  ov'è  una 
elegante  chiesa  di  legno.  Altri  dicono 
che  i    cattolici  superano  i  tremila. 


248  IND 

In  Moulinain  vi  è  una  chiesa  ingran- 
dita nel  1B39;  così  l'hanno  Rango* 
ne,  Kiandaroa  eh*  è  di  mattoni  con 
casa,  Mounhla  con  casa,  Kiangoa 
con  casa,  Nabek  anche  con  casa,  e 
isabaroa  fabbricata  da  un  gentile.  Il 
regnante   Pontefice   Gregorio    XVI 
f«ice    vicario    apostolico    monsignor 
Gio.    Domenico   Faustino    Cerretti 
della  congregazione  degli  oblati  di 
Maria  Vergine  di  Torino,  e  vescovo 
di  Autinopoli  in  partibus  a' 5  luglio 
1842.  Olire  i  delti  oblati  vi  sono 
altri  missionari,  alcuni  de'quali  reli- 
giosi. I  pii   stabilimenti  consistono, 
nella  casa  di    Moulmain  capace  di 
tenere  otto  alunni  e  tre  missionari, 
oltre    la    comodità    di    avervi    una 
stamperia;  evvi  altra  casa  destinata 
per  le  maestre.  In  Amarapura  altra 
casa  è  stata  fabbricata  a  spese  dei  fe- 
deli. Anche  inRangonefu  fabbricata 
altra  casa  nell'orto  ov'è  pure  il  ci- 
mi ter  io.  Sono  state  aperte  delle  scuo- 
le; diversi  sono  gli  ospedah  comuni 
a  tutti  gli  abitanti.  La  popolazione 
di  Moulmain  è  un  composto  di  mao- 
mettani, idolatri,  ebrei  e  protestan- 
ti che  vi  si  portano  dalle  isole  bri- 
tanniche e  dagli  Stati-Uniti  di  Ameri- 
ca. Questi  vi  hanno   tante  forme  di 
culto,,  quanti  essi  sono.  Due  alun- 
ni di   questo  vicariato  ricevono  in 
Homa  educazione  nel  celebre  Colle- 
gio  Urbano  (Fedi). 

Siam  è  un  regno  dell'Indo-China, 
il  cui  paese  è  situato  in  fondo  ad 
un  golfo  che  separa  in  due  la  peni- 
sola indo-chinese,  chiamato  dagli 
indigeni  Yudra-Pi,  o  Meuang-Tai, 
cioè  regno  degli  uomini  liberi,  e 
pvima  dell'ingradimento  dell'impero 
birmanno  era  riguardato  come  il 
più  bello  e  il  più  florido  fra  i  paesi 
di  là  dal  Gange.  11  fiume  Menam 
lo  attraversa  e  feconda  con  perio- 
diche iuoudaziouì.  Vi  sono  miniere 


IND 

d'ogni   metallo,    buoni    marmi,  ca- 
lamite, agate  e  zaffiri.  Sommona-Co- 
dom  idolo  de' siamesi,  è  lo  stesso  che 
Buddah  :  la  religione  dominante  è  il 
buddismo  misto  con  alcune  pratiche 
di  bramismo.  Credono  alla  trasmi- 
grazione delle  anime,  ammettono  la 
poligamia,  ma  la  prima  sposa  è  sem- 
pre in  rango  superiore  alle  altre  don- 
ne tenute  in  poco  conto,  e  dedicale 
alla  servitù  ed  ai  lavori.  Hanno  dei 
monaci   detti  telapoini,  a'quali  è  de- 
dicata la  educazione   de'fanciulli  let- 
teraria, civile  e  religiosa:  i  sacerdoti 
o  telapoini  vivono   ne' monisteri,  e 
professano  il    celibato.    Il  trasporto 
pegli  edifizi  sepolcrali  giunge  all'ec- 
cesso ,  si  fonda  nell'opinione  che  il 
godimento  della  vita  futura  sia  in 
proporzione  della  pompa  nel  tumulo 
adoperata.  Mentre  i  grandi  palazzi 
sono  costruiti  in  legno,  si  adoperano 
pietre  per  l'erezione  dei  monumenti 
funebri  e  de'lempli,  i  quali  sono  in 
forma  piramidale.  Famosa  è  la  tom- 
ba di  un  telapoino  presso  Cambuci. 
Consiste  in  un  recinto  di  legno  qua- 
drato, circondato  da  moltissime  tor- 
ri, le  più  alte    delle    quali  sono  le 
quattro  angolari.  Queste  torri  sono 
riunite  le  une  colle  altre,  mediante 
casette  in  cui  sono  scolpite  goffe  figu- 
re di  animali  e  di  mostri  ;  entro  vi  è 
la  cappella,  ornata  anch'essa  di  pic- 
cole   torri    di    legno,  e  nell'interno 
della  medesima  sta    il    cadavere  in 
una  bara  di  legno  aromatico,  posta 
sopra  un    rogo   abbellito    da    varie 
colonne.  Nell'armata  siamese  sonovi 
quattromila   elefanti  addestrati  alla 
guerra:   hanno   molte  galere  ricca- 
mente adorne.    I   siamesi  mostrano 
molto  ingegno  in  ciò  che  intrapren- 
dono; eseguiscono  piccoli  lavori  d'o- 
ro ed  esatte  miniature.  Il  re  è  il  pri- 
mo mercante  dello  stato:  il  governo 
è  dispotico,  ed  ereditario  nella  sola 


IND 

linea  maschile;  al  re  si  rendono 
onori  quasi  divini,  dappoiché  tutta 
la  sua  corte  si  prostra  quand'egli  tre 
volte  al  giorno  fa  una  momentanea 
comparsa.  Egli  sposa  ordinariamen- 
te le  proprie  sorelle,  per  non  offu- 
scare lo  splendore  del  suo  sangue. 
Mantiene  nel  suo  palazzo  gran  nu- 
mero di  elefanti,  e  quello  di  cui  si 
serve  è  tutto  bianco,  venendo  pa- 
sciuto per  distinzione  in  vasi  d'oro. 
I  popoli  sono  sobri  ed  alieni  dal  vit- 
to animale  e  dalle  bevande  spiri- 
tose; le  loro  leggi  sono  severissime. 
La  storia  de'siamesi  non  è  meno  fa- 
volosa degli  altri  asiatici,  e  la  loro 
era  incomincia  544  ^ni^i  avanti  quel- 
la volgare,  prendendo  la  data  dalla 
supposta  disparizione  di  Sommora- 
Codom.  Nell'anno  7 56  dopo  la  na- 
scita di  Gesù  Cristo  si  nomina  il  lo- 
ro primo  re.  Dopo  le  scoperte  por- 
toghesi si  narrano  le  guerre  col  Pe- 
gù,  e  le  sofferte  usurpazioni  di  cui 
facemmo  di  sopra  menzione.  JSel 
i568  dopo  molto  sangue  sparso,  il 
regno  di  Siam  divenne  tributario 
dei  peguani,  ma  nel  1620  il  rajah 
Hapi  liberò  la  corona  da  tale  umi- 
liazione. ]Nel  1680  Costantino  Fal- 
cone da  Cefalonia  aprì  un  comnier- 
cio  colla  Francia  per  ambiziosi  di- 
segni, ma  discoperto  fu  decapitato. 
Prima  il  re  di  Siam  era  tributario 
dell'imperatore  della  Cina,  cui  man- 
dava ogni  anno  solenne  ambasceria 
in  segno  di  vassallaggio.  Sebbene 
i  birmanni  sempre  s'ingrandirono 
col  territorio  siamese,  non  riusciro- 
no mai  ad  interamente  soggiogarlo. 
La  popolazione  è  circa  due  milio- 
ni di  abitanti,  altri  dicono  tra  i  tre 
e  i  cinque  milioni.  11  paese  si  divide 
in  alto  e  basso  Siam  ,  e  contiene 
dieci  Provincie:  cioè  Supthia,  Ban- 
cale, Pogcelon,  Pipli,  Camphin,Rap- 
pri,  Tennaperim,  Ligor,  Camburi  e 


IND  249 

Concauma,  risiedendo  in  ognuna  un 
governatore.  L'antica  capitale  del 
regno  era  Siam  chiamata  pure  Ju- 
thia  o  Odia,  che  giace  in  una  bas- 
sa isola  formata  dal  Menam,  eoa 
centomila  abitanti.  Un  muro  fian- 
cheggiato di  torri  la  circonda,  e  parec- 
chi canali  l'attraversano.  Vi  sono 
tre  grandiosi  palazzi,  e  molte  ma- 
gnifiche pagode.  E  l'emporio  del 
commercio  siamese.  Al  presente  cit- 
tà primaria  e  capitale  del  regno 
è  Bankok  o  Bakok:  essa  è  aperta, 
e  soltanto  difesa  contro  i  vascelli  di 
guerra  dal  riparo  del  fiume  Meinam. 
Vi  sono  delie  belle  strade,  e  mol- 
ti grandi  edifizi,  fra  i  quali  il  pa- 
lazzo del  re,  e  qualche  tempio;  uno 
di  essi  è  rimarcabile  pei  suoi  orna- 
menti e  per  contenere  millecinque- 
cento statue,  ed  alcune  colossali . 
Luvo,  altra  città  assai  popolata,  posta 
in  bella  pianura  sulla  riva  del  fiume, 
è  la  residenza  regia  dell'estate.  Ol- 
tre quanto  dicemmo  di  Siam  nel- 
r  articolo  Cina ,  e  dell'  ambasceria 
mandata  dal  suo  re  al  Papa  Inno- 
cenzo XI,  aggiungeremo  qui  appres- 
so le  notizie  dei  due  suoi  vicariati. 

Notizie  sul  vicariato  apostolico 
orientale  di  Siam. 

La  varietà  di  tanti  popoli  e  di 
tante  lingue,  il  fanatismo  mao- 
mettano, l'affascinamento  in  cui  i 
bonzi  tengono  le  genti  birmanne 
e  siamesi,  il  tolierantismo  del  go- 
verno britanno,  e  quell'  esercito 
di  anabattisti,  episcopali,  presbite- 
riani dell'America  e  dell'Inghilter- 
ra, che  spargono  tanti  errori  nei 
loro  libri  e  nelle  loro  scuole  gra- 
tuite, sono  di  gravissimo  ostacolo 
agli  avanzamenti  della  religione 
cattolica,  che  altronde  vi  è  tolle- 
rata. Tuttavolta    tali  protestanti  a 


a5o  INU 

fronte  delle  loro  prodigalità  non 
hanno  seguaci  che  le  mogli  ed 
ì  figli  :  i  loro  libri  sono  tradot- 
ti in  diciassette  lingue.  I  cattolici 
nel  Siam  soffrirono  crudelissime  per- 
secuzioni massime  nell'  anno  1690, 
nel  quale  fu  disperso  il  collegio  nu- 
meroso che  vi  era  stato  eretto  dai 
primi  vescovi  delle  missioni  stranie- 
re, e  fatto  prigione  il  vicario  aposto- 
lico monsignor  Metellopoli,  sebbene 
i  re  di  Siam  per  lo  più  furono  in- 
differenti nel  permettere  l'esercizio 
della  religione  cristiana.  Tuttavia 
nel  1691  le  cose  cattoliche  tornaro- 
no in  tranquillità,  anzi  nella  malat- 
tia che  condusse  al  sepolcro  il  det- 
to vicario  apostolico,  il  re  lo  fece 
visitare  ed  assistere  dai  propri  medici, 
e  dopo  la  sua  morte  prese  sotto  la 
sua  protezione  le  missioni  ed  il  col- 
legio. Dipoi  nacque  controversia  tra 
il  vicario  e  il  vescovo  di  Meliapor 
intorno  alla  giurisdizione  sul  regno 
di  Pegù,  pretendendola  il  vicario  in 
vigore  delle  sue  facoltà,  ed  il  ve- 
scovo per  le  bolle  dell'erezione  del 
suo  vescovato.  Il  cardinal  di  Tour- 
non  fu  di  parere  appartenersi  la  giu- 
risdizione al  vicario  per  essere  più 
vicino  del  vescovo  al  regno.  Il  vi- 
cariato apostolico  di  Siam  prima  oc- 
cupava una  giurisdizione  maggiore, 
la  quale  oggi  è  divisa  in  due  diocesi 
col  nome  di  vicariato  orientale  ed 
occidentale.  Il  vicariato  orientale 
comprende  l'intero  regno  di  Siam, 
non  che  le  isole  giacenti  nel  golfo 
di  questo  nome,  con  tutte  le  regio- 
ni che  non  si  comprendono  nel  vi- 
cariato occidentale.  La  residenza  del 
vicario  apostolico  è  in  Bakok  capi- 
tale del  regno.  Contiene  tremila 
cattolici  e  cinque  chiese.  Chantabun 
conta  più  di  settecentosessanta  cat- 
tolici; Julhia  sessanta,  e  Jongscilan 
cento.  Il    regnante   Papa   Gregorio 


IND 

XVI  fece  l'attuale  monsignor  Glo. 
Battista  Pallegoix,  alunno  del  semi- 
nario delle  missioni  straniere  in  Pa- 
rigi, vescovo  di  Mallo  in  parlibus 
a*  3  giugno  1 836,  e  vicario  aposto- 
lico a'  IO  settembre  i84i.  Vi  si  tro- 
vano missionari  francesi  ed  indigeni. 
Esiste  in  Bakok  un  collegio  ca- 
pace di  ventiquattro  alunni:  questa 
città  e  Chantabun  hanno  scuole  pei 
fanciulli  d'ambo  i  sessi.  Nella  detta 
capitale  evvi  una  casa  dove  vivono 
coi  lavori  delle  loro  mani  sedici 
vergini,  che  istruiscono  gratuitamen- 
te. Il  seminario  delle  missioni  stra- 
niere di  Parigi  fornisce  di  soggetti 
i  due  vicariati  di  Siam,  e  manda 
loro  sussidi!,  che  uniti  alle  obbla- 
zioni  de'  fedeli  sono  di  sostentamen- 
to al  clero.  Vi  è  una  stamperia  do- 
ve s'imprimono  dottrine,  catechismi 
ed  altre  opere  già  approvate  in  Eu- 
ropa; ed  i  catechismi  vi  si  trovano 
tradotti  nella  lingua  portoghese,  in- 
glese, cinese,  siamese  e  malacense. 

Notizie  sili  vicariato  apostolico  oc- 
cidentale di  Siam  ossia  della 
penisola  di  Malacca, 

La  giurisdizione  di  questo  vica- 
riato apostolico  comprende  l'isola 
di  Sincapur,  la  regione  di  Malacca 
dal  lido  orientale  all'occidentale,  il 
regno  di  Queda,  le  provincie  di 
Merguy,  Tenasserim,  Tavai,  Mar- 
taban,  eccettuata  Moulmain  spettan- 
te al  vicariato  apostolico  di  Ava  e 
Pegù ,  i  territori!  abitati  dai  ca- 
riani,  le  isole  di  Andaman,  Nico- 
bar,  Merguy,  Juncseland,  Lanace, 
Pulo-Pinang,  ed  altre  non  sogget- 
te alla  corona  olandese.  Sincapur, 
isoletta  prossima  all'equatore,  è  la 
residenza  del  vicario  apostolico  : 
spetta  air  Inghilterra.  La  popola- 
zione è  di  circa  diciasseltemila  ahi- 


IND 

tanli,  cinquecento  de^quali  cattolici. 
In  Sincapur  vi  è  una  chiesa  armena 
scismatica  con  più  di  duecento  se- 
guaci. Malacca,  di  cui  parleremo 
in  appresso,  vasta  penisola  la  cui 
città  capitale  dei  suo  nome  ha 
dodicimila  abitanti,  dall'anno  1828 
appartiene  agl'inglesi:  vi  è  un  vi- 
cario generale  portoghese  refrattario 
«.lai  breve  Multa  praeclara.  Queda 
è  un  piccolo  regno  in  cui  si  profes- 
sa la  religione  mussulmana,  avente 
per  capitale  una  citta  del  suo  no- 
me. Merguy  o  Tenasserim  è  la 
provincia  più  meridionale  ceduta 
agl'inglesi  dai  birmanni:  anche  il 
capoluogo  ne  porta  il  nome  con 
ottomila  abitanti ,  centoltanta  dei 
quali  cattolici  con  chiesa.  Tavai, 
piccola  provincia  ceduta  dai  bir- 
manni agl'inglesi,  contiene  quattor- 
dicimila abitanti:  Tavai  capoluogo 
ha  trenta  cattolici.  Martaban,  altra 
provincia  inglese,  con  duemila  abi- 
tanti. Andaman,  Nicobar,  Merguy, 
e  Juncseland  sono  tutti  arcipelaghi. 
Pulo-Pilang  o  Pinang,  o  isola  del 
principe  di  Galles,  è  di  grande 
importanza,  con  trentottomila  abi- 
tanti, duerailacentodieci  de'  quali 
sono  cattolici  che  hanno  un  colle- 
gio ivi  trasportato  nel  1807,  cioè 
l'antico  collegio  generale  fondato 
già  in  Siam  per  il  clero  indigeno 
della  Cina  e  stati  limitrofi.  Vi  so- 
no pure  le  scuole  per  ambo  i  sessi. 
Spelta  agl'inglesi,  che  l'ebbero  in 
dono  dal  re  di  Queda  :  n'  è  capi- 
tale Georgetown.  Di  Queda,  come 
di  Pulo-Pinang,  ne  terremo  ancor 
proposito  sui  cenni  della  penisola 
di  Malacca.  Il  Papa  regnante  Gre- 
gorio XVI  a'  9  settembre  i83i 
dichiarò  vicario  apostolico  monsi- 
gnor Ilario  Paolo  Courvezy  alun- 
no del  seminario  delle  missioni 
straniere   in  Parigi,    fatto    vescovo 


IJND  25i 

di  Bidua  in  partibiis.  Il  vicariato 
è  addetto  al  lodato  seminario,  e  in 
tutta  la  sua  giurisdizione  libero  è 
l'esercizio  della  religione. 

I  regni  di  An-Nan  occupano  la 
vasta  regione  orientale  dell'  Indo- 
China, e  comprendono  i  regni  di  Laos, 
Toiikùii  Cochinchiiia ,  Gambo  scia 
e  Ciampa.  Il  regno  di  Laos  è  cosi 
chiamato  per  la  moltitudine  de'suoì 
elefanti,  il  suo  nome  significando  mi- 
gliaia di  elefanti.  Forse  in  tutta  l'A- 
sia non  havvi  altro  paese  tanto  igno- 
to agli  europei,  malgrado  i  tentativi 
che  vi  fecero  i  viaggiatori  per  pene- 
trarvi. Si  sa  però  aver  territorio 
delizioso  e  ricco ,  con  immensa 
quantità  di  olezzanti  fiori,  che  nu- 
triscono moltitudme  di  api.  Pre- 
ziose sono  le  miniere  d'argento  e 
d'oro  ;  vi  sono  ancora  rubini  e 
smeraldi.  Gli  abitanti  divisi  in  tri- 
bù guerreggiano  di  frequente  tra 
loro  :  il  regno  è  dipendente  dalla 
Cochinchina,  non  interamente  som- 
messo. I  meno  incolti  abitano  pic- 
coli castelli,  il  resto  vive  in  orde 
erranti.  In  quanto  alla  religione 
pare  che  vi  si  segua  il  buddismo. 
Si  vuole  che  il  culto  semplice  che 
prestano  a  un  Dio  creatore  e 
conservatore  del  mondo  sia  stato 
adulterato  dai  bonzi  della  Cina,  i 
quali  eleggono  il  re  considerato  e- 
ziandio  capo  della  religione.  La  sua 
popolazione  forse  non  giunge  ad 
un  milione  e  quattrocentomila  in- 
dividui. Non  apparisce  che  vi  sie- 
no  entrati  missionari  cattolici  ;  so- 
lo negli  ultimi  tempi  si^  pensava 
ad  istituire  un  vicariato  apostolico 
pel  bene  spirituale  dei  popoli  di 
Laos.  La  sua  capitale  è  Hanniah, 
o  Lan-Teahbang,  che  altri  chia- 
mano Lanjangj  situata  sul  fiume 
Micon  o  Matkaung  ch'è  il  princi- 
pale della  regione.  Nel  palazzo  rea- 


a5a  INB 

le,  clie  sembra  un  ampio  castello, 
TÌ  si  dispiega  la  più  ricca  magni- 
ficenza. 1  soli  talapoini  hanno  qui 
licenza  di  costruir  case  di  pietra, 
e  vuoisi  abitata  da  trentamila  in- 
dividui. 

Tonkiiw  è  un  regno  che  forma 
la  parte  orientale  dell'  impero  an- 
namitano:  il  clima  vi  e  sano  e 
temperato,  fertile  il  suolo.  Tutti 
gli  sforzi  degli  europei  per  com- 
iDerciarvi  sono  slati  infruttuosi,  e 
gl'inglesi  ed  olandesi  dovettero  ri- 
nunziare agli  stabilimenti  che  vi  a- 
veano  formato.  11  governo,  religio- 
ne,, lingua,  cifre,  ed  altro  de'  ton- 
kinesi  sono  modellate  su  quelle  dei 
cinesi,  per  cui  all'articolo  Ciìva  vi 
sono  nozioni  che  li  riguardano.  II 
eh  uà  o  prefetto  di  palazzo  si  è 
quasi  impadronito  di  tutto  il  regio 
potere,  onde  la  sua  carica  è  di- 
venuta ereditaria.  In  questo  paese 
è  in  molta  venerazione  Confucio, 
come  lo  è  nella  Cina;  e  dai  suoi 
libri  si  attingono  i  principii  della 
morale  e  della  religione.  Tutto  il 
regno  abbonda  di  templi  consa- 
crati a  questo  filosofo  cinese  :  ivi 
si  ammette  il  domma  della  me- 
tempsicosi. La  setta  di  Confucio  è 
seguita  dalle  persone  civili,  quella 
di  Fo  è  professata  dal  popolo.  An- 
cora qui  si  celebra  la  solenne  fe- 
sta in  onore  dell'agricoltura.  I  ca- 
daveri si  seppelliscono  dopo  sette 
giorni  con  straordinaria  pompa  fu- 
nebre e  festevoli  cerimonie.  Nel- 
l'entrare del  nuovo  anno,  a  mez- 
zanotte, si  aprono  tutte  le  porte 
delle  case,  supponendo  che  le  ani- 
me de'  trapassati  si  rechino  a  vi- 
sitare i  viventi;  l'intemperanza  e 
l'incontinenza  presiedono  a  questa 
pompa  solenne.  Il  Tonkino  faceva 
anticamente  parte  della  Cina,  ma 
se  uè  distaccò  nel  i368  erigendosi 


IND 

in  regno  indipendente,  governato 
da  un  principe  della  dinastia  di 
Le.  Da  poco  tempo  è  caduto  sot- 
to la  soggezione  della  Cochinchi- 
na  per  la  cattiva  amministrazione 
dei  chua  usurpatori  del  potere.  La 
sua  popolazione  è  di  dieciottomila 
abitanti.  Questo  regno  è  diviso  ia 
due  vicariati  apostolici ,  de'  quali 
daremo  le  notizie  non  recenti,  giac- 
ché da  molti  anni  si  trova  in- 
volto nelle  più  luttuose  vicende  di 
una  fiera  persecuzione,  che  il  Papa 
Gregorio  XVI  deplorò  nel  conci- 
storo de'  27  aprile  1840  colla  al- 
locuzione Affllictas  in  Tunquino 
finitiniisque  regionibus  christiano- 
riini  res.  In  questo  regno  ecclesia- 
stici, preti,  religiosi,  terziari,  seco- 
lari, soldati,  hanno  meritato  di  da- 
re la  \ìt^  per  Gesti  Cristo.  W  è 
capitale  Reche  o  Kescho  posta  sul 
fiume  Sai-Gong,  bella  città  che 
vuoisi  grande  quanto  la  capitale 
della  Francia,  sebbene  non  con- 
tenga che  quarantamila  abitanti,  il 
rimanente  essendo  occupato  da  lar- 
ghe strade  e  da  ampli  giardini.  Ir- 
regolare n'è  la  costruzione;  non  ha 
difese,  poche  case  di  pietra,  il  re- 
sto di  legno.  Sono  belli  i  palazzi 
reali;  e  le  grandiose  rovine  del- 
l'antica città  e  residenza  sovrana, 
che  nella  circonferenza  di  due  le- 
ghe erano  cinte  da  triplici  mura, 
attestano  la  più  splendida  ma- 
gnificenza. È  munita  di  buon  por- 
to, sempre  pieno  di  vascelli.  Nel 
1844  ^^  Roma  coi  tipi  del  Salviuc- 
ci  si  è  pubblicata  un'  interessante 
opera  con  questo  titolo  :  Memorie 
delle  missioni  cattoliche  nel  regno 
del  TonchinOj  o  sieno  brevi  notizie 
degli  atti  dei  martiri,  e  delle  per- 
secuzioni che  si  sono  levate  in  quel 
reame  contro  alla  chiesa  di  Dio,  e 
contro  ai  missionari  dell'ordine  di 


IND 

5.  Domenico,  raccolte  dalp.  Alberto 
Guglielmotti  de^  predicatori. 

Notizie  sul  vicariato  apostolico 
del  Toìikino  orientale. 

La  giurisdizione  di  questo  vica- 
riato comprende  la  metà  del  regno 
nella  parte  orientale,  cioè  la  pro- 
vincia orientale,  la  boreale,  Thai, 
Nguyen,  Yen-Quang  o  Lang-Son. 
Di  piti  entra  anche  nelle  altre  tre 
Provincie  meridionale,  occidentale  e 
di  Tuyen-Quangj  ed  il  gran  fiu- 
me Bodè  ne  disegna  il  confine  tra 
i  due  vicariati.  La  residenza  del 
vicario  apostolico  era  nel  castello 
di  Re- Bui  nella  provincia  meri- 
dionale :  ora  si  trova  nella  provin- 
cia orientale.  11  regnante  Gregorio 
XVI  fece  vicario  apostolico  e  ve- 
scovo di  Miletopoli  in  partibus  ai 
27  luglio  1839  monsignor  Giro- 
lamo Hermosilla  dell'ordine  de'pre- 
dicatori,  della  provincia  del  ss. 
Rosario  ;  e  nello  stesso  giorno  di- 
chiarò suo  coadiutore  e  vescovo 
di  Ruspa  in  partibus  monsignor 
Romualdo  Ximeno  del  medesimo 
ordine  e  provincia.  Vi  erano  due 
collegi  che  ha  distrutto  la  perse- 
cuzione. Erano  settanta  gli  alunni 
che  sono  stati  affidati  alla  cura 
de'  missionari  ;  erano  mantenuti  a 
spese  della  provincia  domenicana 
delle  Filippine  e  di  Manila  cui 
spetta  la  missione.  I  missionari  vi 
possedevano  sopra  ottanta  case  o 
residenze,  che  sono  state  tutte  di- 
strutte. Vi  si  trovavano  pure  ven- 
tidue case  delle  sorelle  del  terzo 
ordine  di  s.  Domenico  ;  inoltre  tre 
case  delle  A  matrici  della  croce.  Non 
si  permettevano  i  voti  se  non  a 
chi  era  di  un'eminente  casta  sem- 
plicità, avanzata  negli  anni,  e  col 
permesso    de'superiori  ;    senza  beni 


IND  253 

immobili  si  sostenevano  co'  propri 
lavori.  Per  l'uno  e  l'altro  vica- 
riato ultimamente  si  posero  in  cam- 
mino marittimo  non  pochi  alunni 
del  superstite  collegio  de'  domeni- 
cani di  Ocana  della  provincia  del- 
la nuova  Castiglia.  Questo  vicaria- 
to commesso  ai  domenicani,  ave- 
va chiese  con  campagne  ed  or- 
ti in  comune  bene  delle  missioni  ; 
ma  tutto  è  perduto.  E  accaduto 
altrettanto  dei  fondi  gesuitici,  noa 
che  dei  beni  particolari  del  vicario 
apostolico.  Alcuni  distretti  di  que- 
ste missioni  erano  già  in  potere 
dei  gesuiti  ed  agostiniani;  ma  ces- 
sando questi,  oggi  sono  tutti  am- 
ministrati dai  pp.  domenicani  spa- 
gnuoli.  I  tonkinesi  probi  all'età  di 
trent'anni  sono  ricevuti  nell'ordine 
domenicano.  Vi  sono  in  ogni  di- 
stretto i  catechisti  che  si  ammet- 
tono a  tale  ufticio  dopo  una  lunga 
prova  ed  esame  nell'  età  di  tren^ 
t'anni,  col  permesso  del  provinciale 
dell'ordine.  Vi  si  vive  colle  obbla- 
zioni  de'fedeli,  e  coi  sussidi  dell'or- 
dine. Altre  notizie  su  questo  vica- 
riato si  possono  leggere  nel  voi. 
XI li,  p.  171  del  Dizionario.  Mon- 
signor Lambert  vescovo  di  Berito 
in  partibus  e  vicario  apostolico  del 
Tonkino  celebrò  un  sinodo  ai  14 
febbraio  del  1670.  Gli  atti  furo- 
no esaminati  in  una  congregazione 
particolare  di  propaganda  fide,  ed 
approvati  da  Clemente  X  col  bre- 
ve Apostolatus  offlcìuni,  de'22  di- 
cembre 1673,  riportato  nel  tom.  I, 
p.  198  del  Bollarlo  di  detta  con- 
gregazione. 

Notizie  sul  vicariato  del 
Tonkino  occidentale. 

Comprende   il  vicariato    le  pro- 
vi ncie   seguenti,  cioè:    Quang-binh 


a54  i^'t> 

con  qmllro  parrocchie;  Ha-linh  e 
Ten  linh,  le  quali  avevano  quattor- 
dici parrocchie;  Thanbhoa  con  tre 
parrocchie  ;  Ninh-binh  con  cinque 
parrocchie;  Nam-tinh  con  quattro 
parrocchie;  Ha  noi  con  dodici  par- 
rocchie; Son-tay,  Hung-hoa,  Tuyea- 
quang  o  Cuyenqueng,  le  quali  ulti- 
me tre  Provincie  avevano  quattro 
parrocchie.  Ovunque  si  trovava  al- 
meno vicino  il  missionario  che  avea 
il  nome  di  parroco,  sebbene  impro- 
priamente. Prima  della  persecuzio- 
ne moltissime  erano  le  cappelle  di 
legno  destinate  al  culto.  Ora  non 
rimane  un  oratorio,  un  altare,  e  si 
celebra  occultamente  nelle  case  dei 
fedeli.  Il  Papa  che  regna  Gregorio 
XVI,  nel  i838  fece  vicario  aposto- 
lico e  vescovo  di  Acanto  in  parti- 
bus  monsignor  Pietro  Andrea  Re- 
tord,  alunno  del  seminario  delle 
missioni  straniere  in  Parigi;  quin- 
di nel  1840  nominò  suo  coadiuto- 
re monsignor  Giovanni  Dionisio 
Gautthier,  e  vescovo  di  Emaus  i/i 
partibus.  Per  le  persecuzioni  nel 
i83g  erano  ridotti  a  sei  i  missio- 
nari europei.  Oggi  non  vi  resta  che 
un'abitazione  pel  clero.  Ignoti,  er- 
ranti, ignudi  vivono  i  missionari 
nelle  caverne,  nei  tugurii,  e  nelle 
barche  de'pescatori.  Esistevano  mol- 
ti piccoli  collegi  per  1'  istruzione 
della  lingua  latina:  in  quelli  di 
Vinh-lri  e  di  Doni  s'insegnava  la 
teologia.  Dei  dispersi  alunni,  dicias- 
sette se  ne  sono  raccolti  per  com- 
piere gli  studi.  Vi  erano  scuole  pei 
fanciulli  d'ambo  i  sessi.  L'insegna- 
re era  officio  de' catechisti.  Molte 
abitazioni  delle  Amatrici  della  cro- 
ce sono  distrutte:  ne  rimanevano 
■ventiquattro,  e  le  vergini  erano  sei- 
cento. Gli  arredi  sacri  in  parte  per 
salvarli  dall'aUrui  rapacità  sono  stati 
sepolti.  Anche  in  questo  vicarialo  si 


INO 

sparse,  e  forse  si  sparge  ancora  il  san- 
gue per  la  fede.  In  questo  vicaria- 
to non  si  ordinano  sacerdoti  prima 
dei  trenlacinque  o  quaranta  anni. 
Gl'indigeni  sono  i  soli  che  pos- 
sono vivere  nelle  cristianità,  dove 
si  trovano  misti  i  pagani;  prestano 
grandi  servigi  quando  infierisce  la 
persecuzione,  ma  hanno  essi  biso- 
gno dell*  assistenza  dei  missionari 
europei.  Di  questo  vicariato  anco- 
ra altre  notizie  le  riportammo  in 
questo  Dizionario  al  luogo  succitato. 
Cochinchina  o  Dang-Trong,  con- 
trada marittima  dell'  Indo-China, 
forma  il  regno  più  considerabile  tra 
i  cinque  compresi  nell'An-Nan,  an- 
zi possono  gli  altri  quattro  essere 
attualmente  riguardati  come  a  que- 
sto soggetti,  e  tutti  nel  medesimo 
si  comprenderebbero  se  non  vi  si 
opponesse  la  notoria  instabilità  del- 
le conquiste  asiatiche .  La  Cochin- 
china o  Cocincina  ebbe  tal  nome 
dai  portoghesi  scopritori ,  per  la 
rassomiglianza  al  paese  di  Cocino 
posto  sulle  coste  del  Malabar  e  per 
la  vicinanza  della  Cina.  La  natura 
ha  diviso  la  (!!ochinchina  in  due  di- 
stinte porzioni,  la  pianura  cioè,  e 
la  montagna:  il  piano  è  di  straor- 
dinaria fertilità  ;  le  montagne  sono 
ricoperte  di  boschi,  e  racchiudono 
miniere  d'oro,  d'argento  e  di  ferro. 
Produce  quantità  di  preziosi  legni 
che  si  vendono  ai  cinesi  a  peso 
d'oro.  I  cochinchinesi  sono  abili  ai 
lavori  di  ferro  e  del  vasellame  di 
terra.  Il  governo  è  assoluto  e  di- 
spotico, ed  il  sovrano  usa  titoli  i 
più  orgogliosi.  I  mandarini  come 
nella  Cina  concentrano  in  loro  tut- 
ta l'autorità.  Il  popolo  segue  la 
religione  di  Buddah,  ed  i  manda- 
rini studiano  i  libri  di  Confucio. 
Vi  è  in  vigore  la  poligamia;  il 
matrimonio  non  si  riguarda  se  non 


IND 

come  un  contratto  verbale  fatto  al- 
la presenza  di  amici.  La  Cocbin- 
china  andò  per  lungo  tempo  sog- 
getta al  Tonkino;  ma  l'avo  del  re, 
eh'  era  governatore  del  paese,  si 
eresse  sovrano  indipendente.  I  suoi 
successori  principi  della  dinastia  di 
IVguyen  soggiogarono  la  Camhoscia 
ed  il  Ciampay  ma  abbandonati  ai 
piaceri  soggiacquero  all'  influenza 
de'tonkinesi  cbe  presero  parte  alle 
interne  discordie.  Però  i  tre  fra- 
telli Tayson,  sdegnati  del  giogo 
straniero,  chiamarono  il  popolo  al- 
le armi,  si  proclamarono  liberatori, 
e  finirono  coll'usurpare  il  trono,  e 
col  fare  eziandio  la  conquista  del 
Tonkino.  Mentre  i  loro  figli  eran- 
si  divisi  gli  stati,  il  principe  legitti- 
mo ricoverato  presso  il  re  di  Siam 
si  formò  un  partito.  Il  celebre  ve- 
scovo d' Adran  che  da  missionario 
era  divenuto  vicario  apostolico,  e 
non  primo  ministro  del  regno  come 
alcuni  scrissero,  condusse  a  Parigi 
r  erede  della  corona,  e  domandò 
soccorso  alla  Francia,  la  quale  non 
potè  profittarne  per  lo  scoppio  del- 
la rivoluzione.  Il  principe  col  ve- 
scovo ed  alcuni  francesi  ripatriò , 
e  le  dissensioni  della  famiglia  Tay- 
son contribuirono  a  fargli  ricupe- 
rare il  trono.  Vogliono  alcuni  che 
il  principe  finche  si  fece  guidare 
dal  vescovo  d'  Adran  figurò  guer- 
riero intrepido,  umano,  generoso, 
ma  nella  prosperità  cambiò  tenore 
di  vita,  per  cui  soggiacque  a  disgra- 
zie. Si  aggiunge  che  la  religione 
cattolica  introdotta  dallo  zelo  dei 
missionari  francesi  vi  prosperava , 
quando  la  morte  del  vescovo  e 
del  principe  suo  allievo  non  so- 
lo diminuì  la  propagazione  della 
fede  ,  ma  moltiplicò  i  pericoli  ai 
suoi  seguaci.  Certo  è  che  il  prin- 
cipe nella  sua  ultima   malattia  es- 


IND  255 

sendosi  convertito  fu  battezzato  se- 
gretamente. I  cochinchinesi  si  con- 
siderano superiori  ai  loro  vicini , 
vantaggio  loro  derivato  dall'essersi 
discostati  dalle  massime  che  ten- 
gono inceppati  nella  Cina  i  pro- 
gressi delle  arti  e  delle  scienze. 
Molti  de' loro  navigli  sono  costruiti 
alla  francese,  ed  i  caratteri  europei 
sono  in  uso  presso  i  cristiani  come 
fra'  pagani.  L' imperatore  avendo 
fatto  tradurre  nel  1822  le  migliori 
opere  conosciute  sull'arte  militare, 
introdusse  l'architettura  che  il  fran- 
cese Vauban  apprese  dall'  italiano 
Marchi,  e  fece  costruire  le  migliori 
fortezze  d'oriente,  forse  più  rego- 
lari ancora  del  Forte  Guglielmo 
di  Calcutta,  e  del  Forte  Giorgio 
di  Madras.  Molte  truppe  sono  mon- 
tate all'europea,  ed  un  portoghese 
vi  fece  molti  cannoni  ;  diversi  fran- 
cesi fra' quali  Olivier  assisterono  il 
re  a  formare  un'  importante  ma- 
rina, il  quale  si  occupò  del  detta- 
glio della  costruzione  delle  navi, 
quindi  riportò  molte  vittorie  sui 
nemici.  La  popolazione  di  questo 
paese  ascende  circa  a  due  milioni 
di  abitanti.  Le  principali  provincia 
sono  l'Huè,  il  Quantim  concentra- 
to nelle  montagne,  il  Chang  ov' è 
l'antica  capitale  di  Quin-nong,  Foy, 
ed  il  Niatlang.  La  città  capitale  è 
Huè  o  Ke-Hoa,  detta  dai  man- 
darini Fuscivang,  ove  il  re  o  impe- 
ratore fa  la  sua  residenza.  Sorge  in 
bella  pianura,  ed  è  divisa  da  un 
gran  fiume.  La  corte  è  bella  e  nu- 
merosa, e  nelle  vesti  si  scorge  mol- 
to sfoggio  di  magnificenza.  V'ha  un 
palazzo  di  buona  architettura,  un 
buon  presidio  ed  una  popolazione 
di  trentamila  abitanti.  Faifo,  città 
posta  su  d' un  fiume  navigabile 
nella  baia  di  Turon,  si  considera 
come  r  emporio  del  commercio  co- 


a56  IND 

chinchìnese  specialmente  colla  Cina, 
al  quale  articolo  parlammo  pure 
della  Cocincina.  Si  può  dire  che 
non  \ì  sieno  altre  città. 

Notizie  sul  vicariato  apostolico 
della  Cochinchina. 

La  missione  della  Cochinchina  é 
quasi  tutta  marittima,  e  perciò  n'  è 
facile  l'accesso.  11  vicariato  compren- 
de la  Cocincina,  il  Camboscia,  il  Ciam- 
pa  comprese  nella  parte  meridionale; 
e  pare  che  voglia  dividersi  in  due 
giurisdizioni.  Divisa  la  Cocincina 
in  settentrionale,  media  e  meri- 
dionale, nella  prima  parte  si  trova- 
no ventiseimila  cattolici,  nella  me- 
dia ventiquattromila,  nella  meri- 
dionale ventottomila,  che  vivono 
dispersi  nelle  campagne,  intenti  a 
coltivarle,  impedita  essendo  ogni  co- 
municazione con  esteri.  La  chiesa 
della  Cochinchina  si  gloria  di  molti 
martiri,  ma  anche  piange  grandi 
cadute:  sono  state  distrutte  nella 
persecuzione  quante  chiese  vi  erano. 
Il  Papa  Gregorio  XVI  ai  19  set- 
tembre 183 1  fece  vescovo  di  Me- 
tellopoli  in  parlibus  monsignor  Ste- 
fano Teodoro  Cuenot  alunno  del 
seminario  delle  missioni  straniere  di 
Parigi,  non  che  fatto  coadiutore  di 
monsignor  Lodovico  Taberd  vesco- 
vo d' Isauropoli  inpartibus^  cui  suc- 
cesse nel  1840:  per  cui  lo  stesso 
Pontefice  nominò  a  coadiutore  allo 
stesso  titolo  vescovile  d'  Isauropoli 
ai  26  febbraio  1841  monsignor 
Domenico  le  Febvre  alunno  del 
menzionato  seminario  di  Parigi.  Nel 
i838  vi  erano  sei  missionari  euro- 
pei, ventisei  sacerdoti  indigeni,  ed 
altri  ecclesiastici,  e  studenti  di  lingua 
latina  e  teologia.  Nella  Cocincina 
settentrionale  e  meridionale  teneva 
ii  vicario  apostolico  due  vicari  gene- 


IND 

rali.  In  questa  regione  forse  ancora 
non  è  cessata  1*  atroce  persecuzione 
contro  i  fedeli  :  non  bastò  al  tiran- 
no spogliare  le  famiglie  de'loro  beni, 
li  ridusse  a  morte  preceduta  da 
inauditi  tormenti.  In  molte  cristia- 
nità si  trovavano  orli  o  campi  of- 
ferti dai  cristiani  :  questi  beni  erano 
amministrati  dai  catechisti.  I  soli  sa- 
cerdoti indigeni  assistono  i  fedeli  ; 
nei  tuguri  abitati  da  questi  dimorano 
i  missionari  europei.  Hw  editto  rea- 
le pretendeva  obbligare  i  cristiani  a 
conculcare  la  croce,  e  prescriveva 
r  erezione  di  un  tempio  in  ogni  cri- 
stianità pei  sacrifizi  da  farsi  due 
volte  r  anno.  Altre  notizie  di  questo 
vicariato  le  riportammo  nel  vol.XIlI, 
p.  170  del  Dizionario.  Si  deve  però 
notare  che  in  quest'anno  i84'ì*  il 
vicariato  apostolico  della  Cochinchi- 
na è  stato  diviso  in  due  vicariati 
apostolici,  cioè  della  Cochinchina 
meridionale  o  occidentale j,  e  della 
Cochinchina  orientale.  La  prima 
comprende  la  parte  inferiore  chia- 
mata Gia-dinh  o  Dang-nai,  ed  il 
regno  di  Camboja.  La  seconda  com- 
prende la  parte  superiore  ossia  set- 
tentrionale e  la  media,  unitamente 
al  regno  di  Ciampa,  e  le  così  dette 
terre  di  Laos.  Vicario  apostolico 
della  Cochinchina  meridionale  è 
stato  nominato  il  suddetto  monsignor 
Le  Febvre  vescovo  Isauropoli tano  ; 
e  vicario  apostolico  della  Cochin- 
china orientale  è  stato  dichiarato  il 
mentovato  monsignor  Cuenot  ve- 
scovo Metellopolitano. 

All'  occasione  della  fiera  persecu- 
zione di  Minhmang  nell'  impero  an- 
namitico,  il  Papa  Gregorio  XVI  si 
è  degnato  di  dichiarare  venerabili, 
e  di  autorizzare  l' introduzione  della 
causa  di  beatificazione  di  settanta 
martiri,  fra'quali  due  sacerdoti  an- 
namitici   martirizzati    per    la   fede 


I 


IND 

nel  1 798  ;  il  vescovo  di  Tabraca 
alunno  delle  missioni  estere  ;  quat- 
tro sacerdoti  ;  un  catechista  e  diver- 
si altri  cinesi  del  Su-Tchueu  ;  il  p. 
Triosa  francescano  italiano  missio- 
nario nella  provincia  di  Hu-Quang  ; 
il  francese  Clet  missionario  lazzari- 
sta  della  stessa  provincia  ;  ed  il  mis- 
sionario Perboyre  della  congrega- 
zione di  s.  Vincenzo  de'  Paoli,  tutti 
martirizzati  dall'anno  i8i4all'a"" 
no  1840.  Del  Tonkino  orientale  il 
vescovo  domenicano  spagnuolo  1- 
gnazio  Delgado,  i  due  missionari  pa- 
rimenti domenicani  spagnuoli  Do- 
menico Henarez  e  Giuseppe  Fer- 
nandez  ;  undici  sacerdoti  indigeni 
secolari  e  domenicani,  cinque  cate- 
chisti, tre  soldati  e  diversi  altri  cri- 
stiani. Del  Tonkino  occidentale  il 
"ven.  Borie  vicario  apostolico  ;  il 
francese  Cornay  sacerdote  alunno 
del  seminario  delle  missioni  estere 
come  il  vicario  apostolico;  dieci  sa- 
cerdoti indigeni,  sette  catechisti  e 
qualche  cristiano.  Della  Cocincina 
F.  Gagelin,  Giuseppe  Marchand, 
Francesco  Faccard  alunni  delle  mis- 
sioni estere,  un  catechista,  un  capi- 
tano delle  guardie  del  re,  un  medi- 
co, e  diversi  altri  indigeni. 

Camboscia  regno  dell'  Indo-China 
compreso  nell'  impero  d'  Annan,  il 
cui  paese  è  diviso  in  vallata  feracis- 
sima, in  deserti  montuosi,  ed  in  co- 
ste arenose.  Gli  inglesi  e  gh  olande- 
si invano  tentarono  aprirvi  il  traf- 
fico ;  Solo  ai  portoghesi  in  qualche 
parte  riuscì .  Dipende  dalla  Co- 
chinchina,  la  sua  popolazione  si  fa 
ascendere  ad  un  milione,  e  la  religio- 
ne dominante  è  il  buddismo.  Cam- 
boscia o  Camboja  è  pure  il  nome 
della  capitale  del  regno,  detta  anche 
Levek,  la  quale  è  sulla  riva  del  fiu- 
me ;  non  è  gran  cosa  e  vi  è  un  solo 
ma  vasto  tempio.  Ciampa  o  Tsiampa 
VOI.    xxxiv. 


IIND  257 

piccolo  regno  dell'  Indo-China  con- 
arenoso  ed  ingrato  terreno.  Gli  abi- 
tanti chiamati  loy  sembrano   aver 
comune  V  origine   coi  laos ,  e    coi 
lo  lo  della  provincia  cinese  di  Yun- 
nan.  Come  i  tonkinesi  sono  anche 
essi  idolatri,  credono  alla  metempsi- 
cosi,   hanno  in   pregio  Confucio,  e 
gran  rispetto  mostrano  per  le  anime 
de'  trapassati  ;  nel   resto  seguono  i 
costumi  della  Cochinchina  cui  sono 
soggetti,    e    vuoisi  che  gli  abitanti 
sieno  seicentomila.   Malacca j  lunga 
penisola  dell'  Indo-China,  attraver- 
sata da   una  catena  di  alte  monta- 
gne :  gran  numero  di  piccoli  fiumi 
ne    bagnano  il  paese.   Gli    abitanti 
sono  conosciuti  col  generico    nome 
di  malesi,  fanatici  pel  duello,  dediti 
alla  pirateria,  e  bellicosi  :  la    loro 
armoniosa  lingua  deriva  dalla  san- 
scritta  ,  dall'  araba  e  dalla    porto- 
ghese; è  usala  in  tutta  l'  Asia,  anzi 
impiegata  a  preferenza  dai  negozian- 
ti   esteri    nel  commercio.  I   malesi 
non  sono  già  originari  dell'  isola  di 
Malacca,  ma  dell'  isola  di  Sumatra, 
né  si  stabilirono  nella  penisola  che 
nel  XIII  secolo.   Vi  si  trova  ancora 
un'  altra  razza  di  abitanti  chiamati 
samangs  che  somigliano  ai  papous, 
indigeni    della    nuova    Guinea  nel- 
l'Oceania, abitano  nei  monti  incivi- 
lizzati, e  divisi  in  tribù  guerreggiano 
sempre  tra  loro.  Il  re  di  Siam  ten- 
ne per  lungo  tempo  in  soggezione 
la  penisola,  ma  ora  non  vi  è  che  la 
parte    settentrionale,   che  gli  paga 
tenue    tributo.  Il  governo  consiste 
in  una  specie  di  aristocrazia  feudale, 
ed    i    principi   che  la  costituiscono 
hanno  per  capo  un   rajah  o  re  che 
si  dà  il  titolo  di  sultano.  Malacca 
(  Vedi)    è  pure  il  nome  della  ca- 
pitale della  penisola.  Sono  sei  i  prin- 
cipali o  regni  malesi,  tre  sulla  costa 
orientale  ;  cioè  Patani,  Tronganon^ 
'7 


a58  IND 

e  PaJiang;  quello  di  Tohor  ali*  estre- 
mità meridionale  ;  e  gli  altri  due 
Pevah  e  Queda  sulla  costa  occiden- 
tale, ai  quali  è  da  aggiugnersi  il  ter- 
ritorio e  città  di  Malacca.  Patani, 
capoluogo  del  principato  di  questo 
nome,  è  una  città  forte  con  ottimo 
porto  nella  costa  orientale  della 
penisola  di  Malacca,  abitata  dai  ma- 
ksi  e  siamesi,  i  cui  fabbricati  so- 
no di  legno,  tranne  una  moschea  di 
pietra.  Secondo  le  relazioni  dei  viag- 
giatori, il  governo  è  nelle  mani  d'  u- 
na  donna  di  matura  età,  eletta  dal 
popolo  sempre  nella  stessa  famiglia, 
cui  anche  gli  europei  danno  il  no- 
me di  regina,  che  paga  al  re  di  Siam 
il  triennale  tributo  di  due  arboscel- 
li, l'uno  d'oro,  l'altro  d'argento,  ca- 
richi di  fiori  e  di  frutta.  Gli  abitan- 
ti sono  lottatori  ed  atleti,  passionati 
pure  per  le  corse  de'  bovi  e  de'  buf- 
fali. Tronganotty  capoluogo  del  se- 
condo principato,  è  una  città  i  di  cui 
dintorni  abbondano  di  pepe,  cera 
e  stagno.  PaJiang^  terzo  principato 
ha  la  capitale  dello  stesso  nome,  che 
manda  all'  estero  polvere  d*  oro, 
noci  di  aree,  e  canne  d'  India.  To- 
hor^  regno  malese,  i  cui  dintorni  ab- 
bondano di  pepe  e  d*  avorio  ;  lo 
stesso  nome  porta  la  capitale.  Pevah^ 
capitale  del  regno  malese  di  egual 
nome,é  bagnata  da  un  fiume,  do- 
minata dai  principi  maomettani  che 
per  superstizione  vietano  lo  scavo 
delle  miniere,  per  non  disturbare  i 
geni  delle  montagne.  Queda,  regno 
malese,  che  ha  la  capitale  così  pure 
denominata,  con  porto  assai  fre- 
guentato.  Pulo  Pinang^  di  cui  come 
di  Queda  ne  parlammo  superior- 
mente nelle  Notizie  del  vicariato  di 
Siam  occidentale  ossia  della  peni- 
sola di  Malacca,  detta  ancora  isola 
del  principe  di  Galles,  è  situata  sulle 
coste  del  regno  di  Queda.  Nel  1786 


IND 

un  capitano  inglese  ne  conquistò  la 
sovranità  che  cedette  alla  sua  pa- 
tria, per  cui  ebbe  la  seconda  deno- 
minazione, e  vi  si  formò  un  impor- 
tante stabilimento  sì  per  la  posizio- 
ne che  domina  lo  stretto  di  Malac- 
ca, sì  per  la  fertilità  del  suolo,  che 
pe'  suoi  pregevolissimi  prodotti.  Gli 
inglesi  vi  costruirono  una  città  con 
fortezza,  cui  dierono  il  nome  di 
George-Town  o  città  di  Giorgio. 

L'isole  principali  del  mare  dell'In- 
die ossia  Oceano  indiano  sono  Cef- 
lan,  le  Lachedive,  le  Maldive,  le  Àn- 
danian,  e  le  Nicobar.  L'isola  di  Cej- 
lan,  la  più  magnifica  e  ricca  di 
tutto  il  globo,  è  situata  in  detto 
mare  all'  ingresso  del  golfo  di  Ben- 
gala. Lo  stretto  di  Manaar  la  di- 
vide dal  Coromandel,  ed  un  ban- 
co di  sabbia  noto  sotto  il  nome 
di  Ponte  d  Adamo,  quasi  la  con- 
giunge all'  Indostan  meridionale , 
e  così  al  continente  dell*  Asia. 
Una  catena  di  monti  1'  attraver- 
sa, e  produce  la  varietà  delle  sta- 
gioni ;  il  clima  però  è  salubre,  tran- 
ne le  cattive  esalazioni  dell'in- 
terno. Le  montagne  abbondano  di 
acque  termali,  e  racchiudono  mi- 
niere d'oro,  di  ferro,  di  piombo, 
di  mercurio,  zaffiri  azzurri  e  ver- 
di, rubini,  topazi,  ametiste  e  cri- 
stalli di  rocca  ;  vi  è  pure  il  cora- 
dore  o  spirito  adamantino  che  ser- 
ve a  pulire  il  diamante.  Famoso  è 
il  monte  detto  Pico  d' Adamo, 
chiamato  dagl'indigeni  Hamahtl. 
Nella  cima  vi  è  l'impronta  di  uà 
piede  gigantesco,  che  alcuni  cre- 
dono di  Adamo,  altri  dell'aposto- 
lo san  Tommaso,  ed  i  pagani  di 
Budda:  monumento  che  visitano 
con  venerazione  tutti  i  popoli  del- 
l' Indo-China,  presso  cui  trovansi 
molte  pagode.  Laghi,  fiumi,  boschi 
ameni  e  ricchi  di  produzioni  e  di 


IND 

cannella  forse  la  migliore  che  si 
conosca,  sono  nell'isola.  I  ceilane- 
si  adorano  il  creatore  del  cielo,  ma 
idolatrano  talune  divinità  seconda- 
rie :  prestano  omaggio  a  Budda 
cui  danno  l'attributo  di  salvar  le 
anime,  e  credono  alla  risurrezione 
de'  morti .  La  negromanzia  e  la 
superstizione  è  assai  propagata.  Han- 
no molte  pagode,  e  molte  specie 
di  ministri  del  culto.  Bruciano  i 
corpi  morti  de'nobili,  gli  altri  sep- 
pelliscono nelle  foreste.  Alle  donne 
è  permesso  avere  più  mariti;  il 
sesso  femminino  è  assai  rispettato 
anche  negli  animali.  Gii  abitanti  so- 
no chiamati  cingalesi  o  senalesi , 
e  il  nome  di  vaddahs  o  bedhas  si 
dà  alla  razza  selvaggia:  i  primi 
hanno  diverse  caste.  Condussero  le 
arti  a  qualche  perfezione,  ed  anco- 
ra si  vedono  gli  avanzi  della  loro 
antica  coltura,  in  rovine  di  molte 
città,  in  monumenti,  in  iscrizioni, 
neir  immensa  figura  umana  che 
vedesi  a  Bilingam  Curie,  e  nei  ru- 
deri della  gran  città  di  Anurongi- 
burro,  sede  degli  antichi  re  arabi 
dell'isola,  ove  tutt'ora  esiste  un  tem- 
pio in  cui  erano  le  regie  tombe. 
Quest'isola  fu  dagli  antichi  detta 
Taprohana ,  Salice  o  Sieldeba  , 
Cheisoneso  d*oro^  ed  anche  Sines. 
La  sua  storia  è  coperta  di  tene- 
bre: hanno  creduto  alcuni,  che 
Melchior  re  di  quest'isola  fosse  uno 
de'magi  che  oftiì  al  bambino  Ge- 
sù, co'  compagni,  oro,  incenso  e 
mirra;  e  che  al  suo  ritorno  vi 
predicasse  il  vangelo.  Plinio  rac- 
conta che  sotto  l'imperatore  Clau- 
dio venne  a  Roma  un  ambascia- 
tore di  Darich  re  de'  cindalesi  o 
senalesi,  ch'egli- denomina  Racliiae^ 
forse  confondendo  il  nome  col  ti- 
tolo. Nel  i5o5  i  portoghesi  co- 
mandati   da    Lorenzo    Almeida  la 


IJND  259 

scuoprirono,  e  vi  si  stabilirono, 
essendo  allora  il  principal  monar- 
ca il  re  di  Cotta  residente  a  Co- 
lombo, e  Candea  o  Candy  chia- 
ma vasi  la  provincia  centrale  poi 
capitale  del  regno.  Padroni  delle 
coste  non  cercarono  i  primi  con- 
quistatori di  penetrar  nell'interno; 
ma  nel  1660  gli  olandesi  ne  cac- 
ciarono i  portoghesi  non  che  i  cat- 
tolici, e  guerreggiarono  col  re  di 
Candy,  con  cui  più  tardi  nel  1766 
segnarono  un  utile  trattato  che  ce- 
deva ad  essi  in  pieno  dominio  le 
coste,  rendeva  il  re  loro  vassallo, 
e  l'obbligava  a  vendere  ogni  anno 
a  tenue  prezzo  quantità  di  can- 
nella. Tali  possessi  nel  1801  alla 
pace  d'Amiens  furono  confermati 
ai  nuovi  conquistatori  della  Gran 
Bretagna,  onde  gl'inglesi  nel  i8i5 
soggiogarono  definitivamente  Can- 
dy, e  divennero  padroni  dell'inte- 
ra isola,  che  attualmente  è  uno 
de'principali  governi  delle  Indie 
orientali,  però  interamente  sogget- 
to air  imperio  britannico  non  alla 
compagnia  delle  Indie  orientali* 
La  popolazione  dell'isola  si  fa  a- 
scendere  ad  un  milione  e  duecen- 
tomila abitanti  ;  la  cattolica  a  cen- 
tottantamila.  N'è  la  capitale  Co- 
lombo, città  ben  fabbricata  e  po- 
polatissima,  che  i  portoghesi  pre- 
sero, e  nel  1660  loro  tolsero  gli 
olandesi,  ed  ora  è  sede  del  governo 
inglese  di  tutta  l'isola,  con  fortez- 
za. Quando  il  portoghese  Costan- 
tino viceré  di  Goa  la  conquistò, 
bruciò  r  idolo  Allishanimaa  ve* 
nerato  da  tanti  milioni  d'indiani, 
che  offrirono  trecentomila  ducati 
pel  riscatto.  Candy  antica  capitale 
è  città  ben  costruita.  Jafna  fu  già 
città  capitale  d'un  regno  partico- 
lare, ed  ora  si  considera  fra  le  più 
ragguardevoli,  con  buona  cittadel*- 


26o  IND 

la:  gl'inglesi  se  ne  impadronirono 
nel  1795.  Manuar  piccola  ìsola 
fu  nel  i56o  occupata  dai  porto- 
ghesi, e  venne  tutta  convertita  da 
s.  Francesco  Saverio:  nel  i658 
gli  olandesi  ne  fecero  luogo  di  ri* 
legazione. 

Notizie  sul  vicarialo  apostolico 
di    Cf/ylan. 

Il  vicario  apostolico  risiede  in 
Colombo,  la  quale  ha  più  chiese 
essendo  la  matrice  dedicata  a  s. 
Lucia.  11  Papa  Gregorio  XVI  e- 
resse  questo  vicariato  li  3  dicembre 
1834,  facendone  primo  vicario  a- 
postolico  monsignor  Vincenzo  del 
Rosario  della  congregazione  indi- 
gena di  s.  Filippo  Neri  di  Goa,  ve- 
scovo Taumacense.  Essendo  questi 
morto  nel  1842,  il  Pontefice  nomi- 
nò pro-vicario  il  p.  Gaetano  Antonio 
dell'oratorio  di  s.  Filippo  Neri  del- 
la medesima  congregazione  di  Goa, 
che  ai  24  maggio  i843  dichiarò 
Ticaiio  apostolico,  e  vescovo  Usu- 
lense  in  partibus.  Nell'isola  non  vi 
sono  parrochi,  ma  missionari  in 
numero  di  ventuno,  tulli  filippini 
di  Goa,  Ogni  chiesa  ha  il  suo  ca- 
techista eletto  dal  missionario,  ed 
approvato  dal  vicario  apostolico. 
Vi  è  un  collegio  in  Colombo,  o- 
spedale  militare,  ed  ospizio  pegli 
orfani  :  questi  vi  apprendono  gli 
erudimenti  della  fede,  il  latino  e 
l'inglese.  In  tutta  l'isola  settanta 
sono  le  scuole.  Annesse  alle  cap- 
pelle ed  alle  chiese  vi  sono  le  abi- 
tazioni pei  missionari.  Dall'Europa 
tì  si  sono  trasferiti  gli  episcopali,  i 
presbiteriani,  i  luterani,  i  calvinisti 
e  gli  anabattisti:  essi  vi  hanno  tem- 
pH  e  ministri,  ed  un  vescovo  che 
dalla  sua  sede  di  Madraspatan  si 
reca  ogni  tre  anni  alla    visita  del- 


IND 

l'isola.  I  cattolici  vi  godono  liber- 
tà di  culto.  Durante  il  dominio  o- 
landese  essi  ebbero  a  portare  il 
duro  peso  delle  leggi  penali,  dalle 
quali  ottennero  la  liberazione  nel 
1806  per  opera  di  sir  Alessandro 
Tohaston  governatore  dell'isola. 

Le  Lachcdive,  gruppo  d'isole  con- 
siderevole sulla  costa  occidentale  del 
Malabar,  nel  novero  di  trenladue, 
diecinove  sono  di  maggior  impor- 
tanza, e  tulle  di  difficile  accesso. 
Vasco  di  Gama  le  scoprì  nel  i499' 
Gli  abitanti  sono  malabari  senza 
leggi  e  costumi;  la  principale  isola 
è  Lacondy.  Quando  nel  1664  gli 
olandesi  presero  la  città  di  Cana- 
nore,  la  vendettero  ad  una  fami- 
glia indigena  signora  di  queste  i- 
sole.  Caduta  Cananore  sotto  Tip- 
pu-Saib,  gli  inglesi  accordarono 
la  loro  protezione  alle  La  diedi  ve. 
Le  Maldive^  isole  dell'  Indoslan 
meridionale,  se  ne  contano  fino  a 
dodicimila,  la  maggior  parie  ina- 
bitabili per  la  loio  piccolezza,  e 
e  prive  di  produzioni.  La  pesca  dei 
cauri  o  boli,  specie  di  conchiglie,  è 
importantissima  -,  e  servono  come 
in  alcuni  luoghi  dell'  India  e  del- 
l'Africa in  vece  di  moneta.  Il  go- 
verno è  dispotico,  ed  il  re  osserva 
il  maomettanisiuo  come  i  sudditi. 
I  governatori  delle  provi ncie  si 
chiamano  naibi  :  la  severità  delle 
leggi  non  giunge  a  reprimere  la 
sregolatezza  del  costume.  Alale  è 
la  maggiore  isola,  come  la  più  fer- 
tile: racchiude  una  città  ove  il  re 
fa  la  sua  residenza  in  un  palaz- 
zo ornato  delle  più  fine  tappezze- 
rie della  Cina  e  dell'Indie.  Aiida- 
nian  è  il  nome  di  due  isole  nella 
costa  orientale  della  baia  di  Ben- 
gala. Nella  più  grande  gì'  inglesi 
confinano  i  delinquenti  del  Benga- 
la. Nicohar,  gruppo  d'isole  del  gol- 


1 


IND  IND                    261 

fo  di  Bengala,  sette  grandi  e  do-  se  ne  fabbricano  scialli,  e  sloffe 
dici  piccole.  Gli  abitanti  professano  conosciute  sotto  il  nome  di  tibet, 
l' islamismo,  e  tengono  chiuse  le  ma  la  maggior  parte  si  esporta 
donne.  Daremo  per  ultimo  un  cen-  greggia  a  Casciemira.  Nelle  interne 
no  storico  sul  Thibet,  perchè  di  parti  del  Tibet  vuoisi  che  esista 
sopra  parlammo  di  esso  non  che  il  lioncorno ,  creduto  per  molto 
del  suo  vicariato  apostolico  e  sua  tempo  favoloso.  Gli  abitanti  godo- 
divisione,  con  quello  di  recente  i-  no  sanità  vigorosa ,  sono  di  re- 
stituito di  Palanà.  Il  Thibet  ap-  busto  temperamento  e  meno  bru- 
partiene  alla  Tarlaria  chinese,  la  ni  o  olivastri  degli  indiani  :  sono 
quale  comprende  il  vicariato  apo-  di  pacifico  carattere,  e  trafficano 
stolico  di  Corea,  di  cui  pure  da-  colla  Cina,  col  Nepaul  e  col  Ben- 
remo  breve  indicazione  come  ab-  gala.  La  lingua  differisce  da  quel- 
biamo  fatto  degli  altri  di  queste  la  dei  mongolli  e  mantsiusi:  ha  due 
vaste  ed  importanti  regioni,  ma  alfabeti,  l'uno  per  l'ordinaria  cor- 
all'articolo  Tarlaria  (Fedi).  rispondenza,  e  l'altro  per  le  cose 
Tibet  o  Thibet f  paese  della  sacre.  Scrivono  da  sinistra  a  de- 
Tartai'ia  cinese  che  gl'indigeni  chia-  stra  all'opposto  degli  altri  orienta- 
raano  Piiekokin,  i  cinesi  Dehan,  ed  li.  Studiano  filosofìa,  teologia,  a- 
i  mongolli  Teubet  o  TangiU:  i  na-  stronomia  e  medicina,  ma  le  su- 
turali danno  anche  il  nome  di  perstizioni  religiose  si  oppongono 
Bnt  alla  contrada  situata  ai  due  ai  progressi  delle  scienze.  Conosco- 
lati  dei  monti  Himalaya.  Questa  re-  no  da  gran  tempo  l'arte  tipogra- 
gione  consiste  principalmente  in  fica,  ma  non  se  ne  valgono  che  per 
un  immenso  ripiano,  il  più  elevato  la  stampa  di  libri  divoti.  La  reli- 
di tutto  il  globo  :  lo  circondano  gione  loro  è  il  lamismo,  che  ha 
ed  attraversano  altissime  montagne;  molta  somiglianza  co'  riti  indiani, 
poche  contrade  esistono  men  favo-  Adorano  1'  idolo  Mahanunia  ossia 
rite  dalla  natura  di  questa,  la  il  Budda  del  Bengala,  il  quale  è 
quale  non  è  che  un  ammasso  di  venerato  nel  resto  della  Tartaria 
monti  e  deserti;  il  regno  minerà-  sotto  diversi  nomi.  La  poliandria 
le  però  vi  dispiega  tutte  le  sue  è  seguita  dai  tibetani  a  cagione 
dovizie,  con  miniere  d'oro,  d'ar-  del  minor  numero  di  sesso  fem- 
genio  ,  di  mercurio  ec,  cave  di  minile.  Hanno  la  piti  gran  divo- 
marmo,  sorgenti  sulfuree  e  termali,  zione  pel  gran  Lama,  che  risguar- 
pietre  preziose,  e  fiumi  che  tras-  dano  come  agente  di  Dio  sulla 
portano  polvere  d'  oro.  Prodigiosa  terra,  e  mediatore  tra  i  mortali  e 
è  la  quantità  de'quadrupedi,  fra  i  l'Essere  supremo.  Egli  è  investito 
quali  la  capra  da  scialli.  La  na-  delle  cure  del  governo,  e  la  sua 
tura  ha  provveduto  questi  animali  giurisdizione  spirituale  si  estende 
di  folto  vello  per  guarentirli  dal-  ai  calmucchi  ed  ai  mongolli.  Ri- 
l'estrema  intensità  del  freddo,  e  siede  a  Lassa,  e  percepisce  le  ren- 
dalle  frequenti  variazioni  dell' at-  dite,  ma  non  ha  che  un'ombra  di 
mosfera.  La  materia  per  gli  scialli  potere,  avendo  gl'imperatori  della 
è  una  peluria  o  lanugine  finissi-  Cina  nel  1724,  profittando  delle 
ma  aderente  alla  pelle,  e  preser-  civili  discordie,  acquistalo  un  pre- 
vaia   dal    lanoso  manto  superiore:  dominio  assoluto  sotto  il    nome  di 


a62  IND 

pia  protezione,  col  quale  pretesto 
occuparono  militarmente  le  piazza 
principali.  Il  lamismo  si  è  di  co- 
là diffuso  in  tutta  l'Asia  centra- 
le, ed  in  gran  parte  della  Cina,  e 
delle  Indie.  L'  oggetto  principale 
del  culto  è  l'idolo  Xaca  o  Fo,  il 
quale  essi  suppongono  che  viva , 
e  sia  corporalmente  presente  nella 
persona  del  Dalai-Lama.  Questi  sos- 
tiene la  meraviglia  della  perpetua 
esistenza,  fingendo  che  lo  spirito 
di  Fo  nel  sortire  dal  corpo  che 
abbandona,  passi  in  un  nuovo,  e 
COSI  sotto  forme  successive.  Innan- 
zi a  lui  il  popolo  presta  il  più 
superstizioso  esterno  culto,  e  men- 
tre egli  si  asside  su  trono  d'oro 
circondato  da  lampade  accese,  e 
col  tìso  sempre  coperto,  gli  astan- 
ti moltiplicano  sino  alla  noia  le 
loro  prostrazioni  e  preghiere.  Fra 
quanto  però  si  narra  di  quei  riti, 
trovansi  molle  favole  dai  moderni 
rigettate.  Nell'anno  i  ^92  gl'indiani 
di  Nepaul  invasero  il  Tibet,  e  po- 
co mancò  che  non  s'impadronissero 
del  gran  Lama:  battuti  quindi  in 
più  incontri  dai  cinesi,  dovettero 
ritirarsi,  ed  ora  risiedono  alla  cor- 
te di  Lassa  gli  agenti  della  Cina 
che  vi  esercitano  il  potere,  e  sono 
in  assidua  relazione  con  Pekino. 
La  popolazione  sembra  che  sia  di 
cinque  milioni,  e  non  quanto  cal- 
coli esagerati  stabilirono.  Dopo  le 
prime  notizie  del  celebre  veneto 
Marco  Polo  su  questo  regno,  vi 
sono  alcune  osservazioni  del  cap- 
puccino Orazio  della  Pinna  che  sog- 
giornò per  dieciotto  anni  nella  ca- 
pitale, e  quindi  qualche  nuovo  lu- 
me si  attinse  dall'ambascerie  ingle- 
si, da  alcun  manoscritto  tibetano 
trovato  in  Calmucchia,  e  da  qual- 
che tradizione  di  que*  russi  dedi- 
cati   al   lamismo.    Nel   1821   parti- 


IND 

rono  da  Homa  pel  Tibet  cinque 
religiosi  cappuccini ,  che  si  dissero 
richiesti  dalla  regina  che  regnava, 
ma  giuntivi  dovettero  altrove  cer- 
care asilo.  Varie  isole  si  vedono 
sorgere  in  mezzo  al  lago  di  Palta 
o  JamboOf  in  una  delle  quali  di- 
mora la  reggitrice  di  que'  luoghi, 
cui  si  prestano  i  medesimi  onori 
che  rendonsi  al  gran  Lama.  Lassa, 
città  capitale  del  gran  Tibet,  è  sede 
del  Dalai-Lama^  abitante  un  pa- 
lazzo situato  sulla  montagna  Puta- 
la  detta  Monte  Santo.  La  superba 
cupola  dorata  che  il  ricopre  ha 
sessantadue  braccia  cinesi  di  altez- 
za, la  facciata  è  adorna  da  in- 
numerabili piramidi  d'oro  e  d'ar- 
gento; nel  numeio  immenso  del- 
le camere  interne  vi  sono  molti 
idoli  della  stessa  preziosa  materia. 
È  celebre  il  vicino  monistero  di 
Sera,  e  l'altro  di  Tescu-Lombu  o- 
ve  dimora  il  secondo  Lama.  Nel- 
la città  un  gran  numero  di  prin- 
cipi e  nobili  d'Asia  si  reca  a  fa- 
re omaggio  al  gran  Lama.  Ivi  ri- 
siede pure  il  viceré  ed  i  manda- 
rini cinesi  cui  è  sottoposto.  Il 
Piccolo  Tliibet  sembra  fisicamente 
e  politicamente  distinto  dal  paese 
del  gran  Tibet.  La  città  di  Askar- 
do  o    Ladak    n'  è  la    capitale. 

Le  notizie  ecclesiastiche  delle  In- 
die orientali  sono  sempre  più  con- 
solanti, per  la  propagazione  della 
cattolica  religione,  dappoiché  ol- 
tre di  essere  stato  soppresso  il  de- 
testabile tributo  di  seimila  lire 
sterline  che  da  lungo  tempo  la 
compagnia  delle  Indie  pagava  pel 
mantenimento  del  famoso  tempio 
Hindou  di  Dehaggernauth  e  delle 
abbominevoli  superstizioni  che  vi  si 
praticavano,  ed  oltre  l'accrescimento 
de' vicariati  apostolici,  al  presènte  in 
Roma  nel  celebre  collegio  Urbano  di 


IND 

propaganda  vi  sono  diversi  alunni 
indiani,  uno  di  Pondichery,  due 
del  Madurè,  due  dell'impero  Bir- 
manno  ossia  del  Pegù,  ed  uno  di 
Goa.  Nella  Cina,  poi  secondo  le 
ultime  notizie,  si  dice  che  l'impe- 
ratore ha  accordato  che  non  si 
tormentino  i  sudditi  per  motivi  di 
religione  e  quelli  cinesi  che  pro- 
fessano il  cattolicismo ,  e  che  la 
religione  cattolica  sia  rispettata  ;  si 
aggiunge,  che  nei  cinque  porti  a- 
perti  al  commercio  degli  europei, 
per  convenzione  colla  Gran  Bre- 
tagna, possano  i  cattolici  fabbri- 
carvi chiese.  Recenti  notizie  assi- 
curano, che  il  console  di  Francia 
nella  Cocincina  richiese  con  molta 
dignità  la  liberazione  d'un  vesco- 
vo capo  delle  missioni  cattoliche, 
e  che  ha  inculcato  a  quel  sovrano 
la  tolleranza  del  cattolicismo. 

INDIGENO  CLERO.  Lo  stabi- 
limento del  clero  indigeno  fu  sem- 
pre tenuto  dalla  santa  Sede  e 
dalla  congregazione  di  propaganda 
fide  come  il  solo  mezzo  partico- 
lare e  veramente  efficace  per  sta- 
bilire fermamente  la  religione  cat- 
tolica fra  tutti  i  popoli  del  mondo. 
Perciò  dalle  risoluzioni  delle  dif- 
ficoltà opposte  fino  adesso  alla 
riuscita  compita  di  questa  grande 
opera,  dipende  la  conversione  del- 
la maggior  parte  delle  nazioni  in- 
fedeli. I  decreti  di  propaganda  ft- 
de  che  lo  raccomandano  alle  dili- 
genti cure  dei  missionari  allegano 
le  ragioni  seguenti,  che  hanno  la 
più  gran  forza  per  provarne  T  e- 
vidente  necessità,  i.'*  Questo  fu 
sempre  il  voto  della  Chiesa,  e  la 
sua  pratica  dal  tempo  degli  apo- 
stoli fino  adesso.  2.^  I  missionari 
forestieri  non  saranno  mai  suffi- 
cienti per  la  sola  amministrazione 
ile' sacramenti  ai    ciistiani   già  foi\ 


IND  i63 

matì,  molto  meno  per  la  conver- 
sione de'  gentili.  3.^  I  missionari 
forestieri  non  hanno  la  fiducia 
de'  popoli  come  gli  stessi  naziona- 
li. 4*^  Hanno  molta  difficoltà  per 
imparare  la  lingua,  costumi  ec;  e 
di  raro  vi  riescono  perfettamente. 
5.^  Danno  sospetto  ai  sovrani  che 
temono  sempre  qualche  cosa  dalla 
parte  degli  europei.  6.^  Nel  tem- 
po delle  persecuzioni  non  possono 
celai*si  come  fanno  gì'  indigeni. 

Le  sciagure  della  chiesa  tanto 
già  florida  del  Giappone  (Fedi), 
dove  non  vi  era  un  clero  indige- 
no, e  quello  che  si  è  veduto  ulti- 
mamente nella  persecuzione  del- 
l' impero  annamitico,  sono  due 
prove  evidenti  delia  necessità  di 
lai  clero  da  per  tutto.  Nel  Giap- 
pone, con  un  popolo  naturalmente 
coraggioso,  la  mancanza  di  clero 
indigeno  fu  causa  della  totale  ro- 
vina in  cui  si  trova  ancora  quella 
chiesa.  Nel  regno  annamitico,  del 
quale  parlammo  all'articolo  Indie 
Orientali  (  Vedi  ),  con  un  popolo 
naturalmente  debole,  dieci  anni  di 
fiera  tempesta  non  hanno  potuto 
distruggere  la  fede  mantenuta  da 
cento  ottanta  sacerdoti  indigeni. 
Questi  erano  stati  educati  dai  re- 
ligiosi domenicani  per  il  Tonkino 
orientale,  e  per  il  Tonkino  occi- 
dentale e  la  Cocincina  dai  sacer- 
doti delle  missioni  estere  di  Pari- 
gi. Quest'  ultima  congregazione  de- 
ve la  sua  fondazione  sotto  il  Pon- 
tefice Alessandro  VII,  alla  neces- 
sità di  mandare  nelle  missioni  ve- 
scovi e  sacerdoti  secolari  per  la 
formazione  del  clero  indigeno.  Nel 
1842  pubblicò  in  Paiigi  il  sacer- 
dote (ora  vescovo  di  Esebon  e 
coadiutore  al  vicario  apostolico  di 
Pondichery)  Luquet  della  medesima 
congregazione;  Lcttres  sur  la  congré' 


a64  IND 

gatfon  desviissìons  étrangPrfs.  Il  si- 
nodo tenuto  in  Pondichery  .  nel 
gennaio  i844>  tii  che  trattammo  al 
citato  articolo  Indie  Orientali,  eb- 
be per  iscopo  principale  la  forma- 
zione d' un  buon  clero  indigeno, 
della  sua  importanza,  e  delia  sua 
necessità  massime  nelT  Indostan.  La 
sacra  congregazione  di  propaganda 
fide  non  solo  nel  iS^5  approvò 
gli  atti  di  tal  sinodo,  ma  ordinò 
analoga  istruzione  generale  per  tut- 
ti i  vescovi  e  missionari  del  mon- 
do, per  raccomandargli  V  applica- 
zione dei  principii  esposti  dal  lo- 
dalo sacerdote  Luquet,  qual.  de- 
putalo del  sinodo  medesimo. 

INDIPENDENTI.  Settari  d'In- 
ghilterra e  di  Olanda,  così  chia- 
mali siccome  fanno  professione  di 
non  dipendere  da  alcun'  altra  au- 
torità ecclesiastica,  e  perchè  pre- 
tendono che  ciascuna  chiesa  o 
congregazione  particolare  ha  tutto 
il  potere  necessario  per  governarsi 
da  sé  stessa.  Sì  distinguono  due 
sorta  d'  indipendenti  :  i  primi  so- 
no presbiteriani,  e  non  differiscono 
dagli  altri  che  in  ciò  che  riguar- 
da il  governo  della  chiesa  ;  gli  al- 
tri sono  un  mescuglio  o  di  anabatti- 
sti o  d  altri  eretici,  che  si  uniscono 
agi'  indipendenti.  Considerano  gli 
indipendenti  le  decisioni  de'  sinodi 
come  risoluzioni  di  uomini  saggi 
-e  prudenti,  che  si  possono  seguire 
senza  esservi  obbligati.  Morel  vol- 
le introdurre  fra  i  protestanti  di 
Francia  nel  secolo  XVI  l'indipen- 
dentismo. Il  sinodo  di  Rochelle  e 
quello  di  Charenton  li  condannò 
come  dannosi  alla  Chiesa  ed  allo 
stato,  giudicando  eh'  essi  aprivano 
la  porta  ad  ogni  stravaganza,  e 
davano  adito  a  formare  altrettan- 
te religioni  quant'  erano  le  par- 
rocchie. Gli  indipendenti  di  Olan- 


IND 

da  derivano  dai  brownisti  :  Robin- 
son cominciò  la  setta,  e  Giovanni 
Colton  vi  pose  l'  ultima  mano. 
L' indipendentismo  esiste  pure  nel- 
le colonie  inglesi,  e  nelle  provincia 
unite. 

INDIZIONE,  Indìclio.  Termine 
esprimente  distinzione  di  tempo, 
che  i  notai  sono  obbligati  a  met- 
tere ne*  loro  contratti  ed  altri  at- 
ti pubblici,  e  ogni  anno  si  muta,  e 
cammina  dall'uno  infino  al  nume- 
ro quindici,  e  poi  si  torna  all'  uno. 
I  francesi  dicono  essere  l'indizione 
un  termine  di  cronologia,  che  si 
applica  ad  un  periodo  di  quindici 
anni.  L*  indizione  è  un  Ciclo  {  Kc- 
di),  circolo,  rivolgimento,  o  perio- 
do di  quindici  anni,  dicendosi  in- 
dizione prima,  seconda,  terza,  sino 
alla  decimaquinta,  dopo  la  quale 
s' incomincia  da  capo,  e  così  sem- 
pre ritornandovisi,  terminata  la 
decimaquinta.  Cominciò  a  nume- 
rarsi l'indizione  l'anno  3i2  o  me- 
glio 3i3,  sebbene  alcuni  protrag- 
gono r  epoca  al  3i4  o  3x5, 
dall'  imperator  Costantino  il  Gran- 
de, non  facendosene  prima  di  questo 
tempo  menzione  dagli  autori.  Si 
ha  nei  fasti  dei  greci  che  nell'  an- 
no 3  12  si  cominciarono  a  nume- 
rare le  indizioni,  leggendosi  :  In- 
dictionum  Constanliniariitn  hinc 
exordium.  Si  chiamò  indizione  per- 
chè l'imperatore  la  denunziava  ed 
intimava,  onde  da  Valente  impe- 
ratore si  chiamò  1'  indizione  Va- 
lentiaca,  così  di  altri.  Nelle  scrit- 
ture ecclesiastiche  la  prima  volta 
che  se  ne  parlò,  fu  nel  conci- 
lio romano  sotto  s.  Giulio  I,  ele- 
vato al  pontificato  l'  anno  336  ; 
ed  in  s.  Ambrogio  nell'  epistola  ai 
vescovi  dell'  Emilia.  Certo  è  che 
dal  Papa  s.  Felice  II  detto  IH, 
eletto  nel  4^2  o  4^3,  fu  usata  la 


IND  IND  265 
prima  volta,  e  fu  il  Pontefice  Pe-  dalle  Calende  (  Vedi  ),  o  dal  prir 
lagio  II  del  578  che  la  rese  co-  nio  giorno  del  mese  di  settembre, 
raune  nelle  Bolle  (Vedi);  ma  e  della  quale  si  servivano  gì' im- 
r  uno  e  l'  altro  si  servirono  del-  peratori  greci.  La  seconda  è  Vlni- 
r  indizione  di  Costantinopoli.  Fu  periale  o  Costantiniana,  perchè  se 
introdotto  questo  calcolo,  perchè  ne  attribuisce  V  introduzione  al- 
ogni  opera  incominciata  fra  questo  l'imperatore  Costantino,  e  chia- 
termine,  compiere  si  dovesse  e  re-  masi  pure  Cesarea  a  motivo  del- 
gistrarsene  la  memoria  ne' pubbli-  l'uso  che  ne  hanno  fatto  gì' im- 
ci  archivi  ;  e  perchè  ai  soldati  i  peratori  d'  occidente,  essendo  fis- 
quali  avevano  militato  lo  spazio  di  sato  il  suo  principio  ni  24  set- 
quindici  anni,  fosse  conceduta  la  tembre,  perchè  in  quel  tempo 
libertà,  se  più  oltre  militar  non  finita  la  raccolta  di  tutte  le  biade, 
volessero  ,  godendo  della  franchi-  solevano  gli  imperatori  intimare 
già  del  tributo  detto  capitationis  j  alle  provincie  la  somministrazione 
e  finalmente  perchè  in  ciascuno  di  delle  predette  vettovaglie,  come  pu- 
detti  anni  si  distribuivano  le  vet-  re  si  scorge  da  un  rescritto  di  Gra- 
tovaglie  ossiano  annone  e  stipendi  ziano  1.  8,  De  annon.  et  tribiit.  C. 
a'  soldati,  perciò  anche  V  indizione  Theod.  La  terza  specie  d'  indizio- 
fu  appellata  distribuzione,  distri-  ne  chiamata  Pontificia  o  Romana 
butiOj  e  che  se  ne  mandassero  dai  incomincia  col  25  dicembre,  ov- 
provinciali  fedeli  relazioni  nell'  ar-  vero  col  primo  di  gennaio,  secon- 
chivio  imperiale.  E  benché  i  sol-  do  che  1'  uno  o  l'  altro  di  quei 
dati  fossero  obbligati  a  militare  giorni  prendevasi  pel  primo  dei- 
sedici  anni,  come  si  legge  in  Ta-  V  anno.  Sebbene  le  indizioni  pon- 
cito,  tuttavolta  Costantino  volle  di-  tificie  che  si  leggono  nei  registri 
minuire  un  anno.  Di  questa  mis-  di  s.  Gregorio  1  Magno,  sì  rico- 
sione  si  tratta  in  un  rescritto  di  noscano  che  incominciano  dal  set- 
Costantino,  lib.  IV,  De  veteran.  C.  tembre,  il  che  poscia  continuarono 
T/ieoi/o^.  Da  altri  viene  detta  l'in-  altri  Pontefici,  il  Petavio  però 
dizione  Fusio,  in  rescript.  Honor.  par.  I,  lib.  5 ,  e.  i,  mettendo  in 
imper.:  Usque  ad  initium  fusionis  dubbio  1'  origine  ed  il  primo  au- 
quintae.  Veggasi  il  Baronio  agli  tore  delle  indizioni,  dice  che  tra 
anni  i4j  i5  e  1 6,  e  nel  com-  le  molte  opinioni,  nulla  salis  prò- 
pendio  di  esso  una  dotta  osserva-  habilis  adfertur.  Uomini  dottissimi 
zione  dello  Spondano,  intorno  l' er-  osservarono  che  non  prima  del 
rore  dello  Scaligero  contro  Baro-  sesto  secolo,  nel  quale  anche  assai 
nio.  L'  imperatore  Giustiniano  I  di  rado,  apparve  nelle  scritture 
r  anno  537  ordinò  con  una  costi-  pontificie  l'indizione  romana,  ed  as- 
tuzione  che  in  tutte  le  scritture  seriscono  che  non  poche  volte  ad 
pubbliche  si  ponesse  il  numero  arbitrio  degli  scrinari  o  de'  notai 
dell'indizione  corrente,,  e  che  fos-  una  piuttosto  die  l'altra  indizione 
se  enunciata  «ome  al  dì  d' oggi  ponevasi.  Marino  I,  ossia  Martino 
dai  nostri  si  pratica.  Novel.  47'  IIj  che  successe  nell'  882  a  Gio- 
Ordinariamente  si  distinguono  tre  vanni  Vili,  e  s.  Leone  IX  del 
sorta  d' indizioni  :  la  Costantinopo-  1049  incominciarono  le  indizioni 
Litana    q  greca^  la  quale  comincia  ora  dal  settembre,  ora  dal  gennaio; 


!i66  IND 

prova  ben  certa  che  si  servivano 
indifferentemente  della  indizione  di 
Costantinopoli  o  della  romana  o 
pontifìcia.  La  romana  da  san  Gre- 
gorio VII  del  1073  in  poi  rima- 
se sola  nelle  bolle  apostoliche.  U- 
niversalmente  V  indizione  pontifi- 
cia o  romana  fu  posta  in  uso  la 
prima  volta  nel  concilio  di  Co- 
stanza del  i4'7'  Alcuni  cronolo- 
gisli,  tra  quali  il  Pagi,  Critic.  Ba* 
ron.  an.  3 1 3,  riconoscono  altre  in- 
dizioni prese  o  dal  25  marzo,  o 
dal  giorno  di  Pasqua,  e  se  ne  tro- 
vano molti  esempi  nelle  bolle  pon- 
tificie F,  Anno,  Calendario,  Bre- 
vi PoNTiFicn,  Diplomi,  ed  Era. 

Ottimamente  la  Chiesa  e  gli  an- 
tichi padri  si  sono  serviti  del  com- 
puto ecclesiastico  delle  epoche,  pe- 
riodi, movimenti  solari  e  lunari, 
e  dell'  anno  de'  gentili,  poiché  que- 
ste cose  tutte  conferiscono  a  sta- 
bilire la  certezza  de*principii,  stati 
ed  accrescimenti  della  cristiana  re- 
ligione ;  scrivendo  s.  Agostino  lib. 
2,  De  doctr.  Chris L  cap.  28:  Per 
Olympìadesy  et  consuliim  nomina 
multa  saepe  quaeruntur  a  nohisj  et 
ignorantia  considatus,  quo  natus 
est  Dominus^  et  quo  passus,  non- 
nullos  coegit  errare.  Il  Muratori 
nelle  Dissert.  sopra  le  antichità 
italiane,  diss.  XXXIV,  parla  del 
vario  uso  delle  indizioni  nelle  an- 
tiche carte  e  diplomi.  Dice  egli 
dunque  che  presso  gì'  imperatori 
Carolini  fu  in  uso  1'  indizione  de- 
dotta dalle  calende  di  gennaio,  non 
che  quella  costantinopolitana  che 
incominciava  dalle  calende  di  set- 
tembre, la  qual  varietà  molte  vol- 
te intricò  gli  autori  a  stabilire  il 
vero  anno  de'  diplomi,  e  fece  ai 
dotti  prendere  un  anno  per  l'al- 
tro :  questa  incostanza  diede  mol- 
to  a   fare  al  Coinle,  al  Papebro* 


IND 

chio,  al  Mabillon  e  ad  altre  eru- 
ditissime persone.  Piìi  spesso  tro- 
vasi usata  dagli  antichi  augusti 
r  indizione  romana;  ma  dopo  il 
secolo  IX  quasi  sempre  fu  in  vi- 
gore presso  loro  1'  indizione  gre- 
ca, riportandone  il  Muratori  sì 
dell*  uno  che  dell*  altro  sistema  gli 
analoghi  esempi,  ne  mancarono  re 
d'  Italia  che  segnarono  i  loro  di- 
plomi coir  indizione  pontificia.  Gli 
antichi  non  di  rado  benché  par- 
lassero dell'  anno  ab  Incarnalione, 
pure  in  fatti  cominciavano  taluni 
di  essi  1*  anno  o  dalla  Natività 
del  Signore,  ovvero  dalla  Circon- 
cisione ;  da  ciò  derivò  non  lieve 
imbarazzò  nell*  esame  delle  antiche 
carte.  Talvolta  i  documenti  furo- 
no finti,  tale  altra  furono  guasti 
dai  moderni,  siccome  non  creduti 
conformi  a  qualche  loro  o  storica 
o  cronologica  opinione,  e  perciò 
con  ardire  intollerabile  gli  acco- 
modavano a  questa  o  cassando  o 
aggiungendo.  Vi  sono  inoltre  di- 
plomi o  documenti  che  sembrano 
originali,  né  altro  sono  che  copie 
formate  ad  imitazione  di  quelli,  e 
si  può  facilmente  comprendere 
quanto  si  possa  prendere  abbaglio 
nel  ti-ascrivere.  Sulla  indizione  va 
consultato  il  Glossario  del  Du  Fre- 
sne, 

INDOVINO,  INDOVINA.  Que- 
gli  o  quella  che  pretende  di  pre- 
dire il  futuro  e  che  viene  consul- 
tato per  quest'oggetto.  La  Scrittu- 
ra condanna  la  divinazione,  gl'indo- 
vini e  quelli  che  li  consultano  : 
essa  tratta  questa  arte  di  abbomi- 
nazione ,  ed  ordina  di  lapidare 
quelli  che  la  esercitano.  La  divi- 
nazione ossia  predizione  certa  ed 
infallibile  degli  avvenimenti  con- 
tingenti non  conviene  che  a  Dio 
solo,  onde   proviene   il  dirla  divi- 


IND 

nazione,  come  chi  dicesse  divina 
azione.  La  divinazione  degli  indo- 
vini è  quella  scienza  vana  e  su- 
perstiziosa per  la  quale  alcuni  pre- 
tendono indovinare  le  cose  na- 
scoste o  future,  per  la  invocazione 
esplicita  od  implicita  del  demonio. 
Ecco  alcuni  canoni  di  concilii  con- 
tro gl'indovini  e  la  divinazione. 
»  Quelli  che  fanno  uso  di  divi- 
nazione come  i  gentili,  o  che  fan- 
no entrar  in  casa  loro  persone 
per  isciogliere  incantesimi,  faran- 
no sei  anni  di  penitenza.  Can.  di 
s.  BasiL  ep.  can.  Quelli  che  sie- 
guono  le  superstizioni  de'pagani,  e 
consultano  gì' indovini  o  introdu- 
cono persone  in  casa  sua  per  i- 
scoprire  o  fare  de'malefizi,  staran- 
no cinque  anni  in  penitenza,  tre 
anni  prostrati,  e  due  anni  senza 
offrire.  C.  di  Ancir.  an.  3i4j  c. 
24-  Si  condannano  a  sei  anni  di 
penitenza  gì'  indovini  e  quelli  che 
li  consultano,  i  conduttori  d'orsi, 
i  dicitori  di  buona  ventura,  ed  al- 
tri siffatti  generi  di  ciarlatani.  C. 
in    Trullo  can.  6 1  ". 

INDULGENZA.  Remissione  del- 
la pena  temporale  dovuta  al  pec- 
cato. Il  nome  d'indulgenza  provie- 
ne dal  verbo  indulgere,  far  grazia, 
ch'è  lo  stesso  che  rimettere,  reniit- 
tere ,  perdonare,  accordar  grazia, 
donde  ne  deriva  la  parola  latina 
reniissio ,  remissione,  perdono.  E 
perciò  il  tit.  IO  delle  decretali 
sulle  indulgenze  è:  De  poenitenliis 
et  remissionibiis^  e  le  indulgenze 
sono  dette  dal  Papa  Alessandro 
III  remissione,  remissiones;  termi- 
ne che  la  Chiesa  sembra  aver  pre- 
so non  dair  uso  che  avevano  gli 
imperatori  in  certi  giorni  di  pub- 
blica allegrezza  di  accordare  la  con- 
donazione de'  tributi  che  il  princi- 
pe imponeva  a'popoli,  o  la  remis- 


IND  267 

sione  generale  dei  delitti  e  delle 
pene  alle  quali  i  colpevoli  avreb- 
bero dovuto  essere  condannati  se- 
condo il  rigore  stabilito  dalle  leg- 
gi, come  si  può  vedere  nel  lib.  IX 
del  codice  Teodosiano,  tit.  de  In- 
dulg.,  ma  bensì  dalla  sacra  Scrit- 
tura che  dice  al  cap.  61  d'Isaia: 
Spiritns  Domini. .  . .  misit  me  ut. . . 
praedicarem  captivis  indulgentiam 
seu  remissioneni  ^  come  al  cap.  4 
di  s.  Luca.  La  parola  indulgenza 
presa  in  detto  senso,  riguardo  al- 
la condotta  piena  di  bontà  e  di 
condiscendenza  di  cui  Dio  e  la 
Chiesa  fanno  uso  verso  de' peccato- 
ri col  rimetter  loro  la  pena  dovu- 
ta ai  loro  peccati,  si  trova  ancora 
presso  i  santi  Cipriano,  Paciano, 
Ambrogio,  Girolamo  ed  Agostino. 
Sebbene  la  parola  indulgenza  si 
trovi  presso  gli  antichi  padri  del- 
la Chiesa  nella  maniera  accennata, 
pure  si  deve  riflettere,  che  per 
esprimere  propriamente  ciò  che  si- 
gnifica indulgenza,  hanno  sovente 
fatto  uso  delle  voci  remissione,  ri- 
serva, condonazione  e  perdono.  Il 
che  prova  che  la  stessa  idea  cat- 
tolica era  diversamente,  cioè  con 
diverse  parole,  significata  dai  santi 
padri,  poiché  si  esprimeva  il  dom- 
ma;  ed  in  questo  tutti  erano  d'ac- 
cordo, ma  le  parole  erano  diverse 
e  varie  secondo  i  diversi  autori. 
Come  in  seguito  poi  le  cose  sacre 
andavan  prendendo  formole  scien- 
tifiche e  più  precise,  anche  per 
contrastare  con  la  precisione  delle 
parole  alle  bizzarrie  degli  eretici  e 
de'novatori,  così  la  parola  indul- 
genza si  adattò  dai  teologi  quasi 
da  tutti  concordemente  per  dino- 
tare la  comune  credenza  della 
Chiesa  intorno  a  questo  domma,  e 
se  ne  dettero  definizioni  esatte.  Si 
rinvengono  in  fatti  varie  definizio- 


»68  IND 

ni  dcir  indulf^en/a  presso  gli  sco- 
lastici del  secolo  XII  e  XIII,  co- 
me allresl  presso  i  moderni  dot- 
tori ;  ina  siccome  esse  combinano 
tnlte  tra  di  loro  quando  bene  si 
inleiidaiio,  così  riporteremo  quella 
che  dà  Silvioj  perchè  sembra  som- 
ministrare un'idea  più  chiara  e  più 
distinta  di  questa  sorta  di  grazia, 
che  la  Chiesa  concede  di  tanto  in 
tanto  a*  suoi  figli.  Sì  può  adunque 
definire  1*  indulgenza,  dice  questo 
teologo,  una  remissione  delia  pena 
temporale  dovuta  a' nostri  peccati, 
dopo  esserci  stata  rimessa  la  colpa 
e  la  pena  eterna,  che  la  Chiesa 
benignamente  ci  concede  fuori  del 
sacramento  della  penitenza  per  mez- 
zo del  ministero  di  quelli  a' quali 
da  Gesù  Cristo  è  stata  commessa 
la  distribuzione  ed  applicazione  del 
tesoro    spirituale  delle  sue  grazie. 

Si  dice  indulgenza,  perchè  è  una 
grazia  ed  una  remissione  favore- 
vole, che  fa  la  Chiesa  al  peccatore, 
della  pena,  la  quale  ha  egli  meri- 
tato co'  suoi  peccati.  Si  dice  una 
remissione,  poiché  per  mezzo  della 
grazia  annessa  all'  indulgenza,  la 
Chiesa  perdona  a'  peccatori  le  pe- 
ne che  hanno  essi  meritalo.  Si 
aggiunge  della  pena  temporale  do- 
vuta a  nostri  peccali,  vale  a  dire 
di  quella  che  si  dovrebbe  subire 
dinanzi  a  Dio,  e  secondo  il  rigore 
de' canoni  nel  foro  interiore,  giac- 
ché r  indulgenza  non  ci  esenta  da 
quella^  che  si  deve  subire  nel  fo- 
ro contenzioso  esteriore,  o  eccle- 
siastico o  civile,  essendo  simil  sorta 
di  pene  imposte  per  il  bene  dello 
stato,  ed  il  buon  ordine  della  so- 
cietà. Dopo  esserci  stata  rimessa 
la  colpa  e  la  pena  eterna:  parole 
le  quali  ci  vengono  ad  indicare  che 
per  quanto  ampie  sieno  le  indul- 
genze che    la  Chiesa    concede  a'fe- 


IND 

deli,  queste  non  rimettono  giammai 
la  colpa  del  peccato  né  la  pena 
eterna  la  quale  uno  si  merita,  non 
avendo  la  Chiesa  alcuna  potestà  di 
rimettere  una  tal  pena,  come  rile- 
va il  ven.  cardinale  Bellarmino 
lib.  I,  de  Indulg.  e.  3,  se  non  nel- 
la amministrazione  de'  sacramenti. 
Queste  parole  fuori  del  sacramen- 
to significano,  che  i  vescovi  non 
già  per  virtù  de'  sacramenti,  ma 
bensì  per  virtù  della  giurisdizione 
che  hanno  essi  ricevuta  da  Gesù 
Cristo,  ci  rimettono  la  pena  do- 
vuta a'nostri  peccati  col  concedere 
le  indulgenze.  Questa  remissione 
della  pena  temporale  si  fa  fuori 
del  sacramento,  nel  che  essa  diver- 
sifica da  quella  che  si  fa  nel  sa- 
cramento stesso,  o  che  corrisponde 
alle  disposizioni  più  o  meno  per- 
fette dei  penitenti.  Si  aggiunge  per 
mezzo  del  ministero  di  quelli  a  qua- 
li e  stata  da  Gesù  Cristo  com- 
messa la  distribuzione  del  tesoro 
delle  sue  grazie,  giacche  una  tal 
podestà  non  si  ha  da  lutti  i  mi- 
nistri della  Chiesa,  non  essendovi 
che  il  Papa  ed  i  vescovi,  i  quali 
abbiano  l'autorità  di  concedere  in- 
dulgenze. Finalmente  si  dice,  ai 
quali  è  stata  da  Gesù  Cristo  com- 
messa la  distribuzione  del  tesoro 
delle  sue  grazie;  e  ciò  dimostraci 
che  la  virtù  delle  indulgenze  deri- 
va dai  meriti  sovrabbondanti  di 
Gesù  Cristo,  della  Beata  Vergine, 
e  dei  santi,  come  suoi  membri,  che 
i  prelati  offrono  a  Dio  ed  appli- 
cano a'fedeli  per  soddisfare  ai  loro 
peccati,  e  che  formano,  secondo  la 
espressione  dei  padri  del  conciljo 
di  Trento,  sess.  i,  cap.  9,  un  te- 
soro celeste  della  Chiesa,  la  cui  di- 
stribuzione è  stata  da  Gesù  Cristo 
commessa  a'suoi  pastori,  allorquan- 
do egli  disse  ai  suoi  apostoli,  Matt. 


IND 

1 8  :  Tiittocio  che  scioglier  eie  sulla 
terra  sarà  sciolto  ne'cicli.  Questo 
potere  di  accordare  le  indulgenze, 
non  è  un  potere  di  ordine  ma  di 
giurisdizione,  non  è  un  potére  di 
ordine,  perchè  se  lo  fosse  ogni  sa- 
cerdote ne  potrebbe  accordare;  è 
un  potere  di  giurisdizione,  perchè 
non  può  esercitarsi  che  sopra  per- 
sone le  quali  siano  sottomesse  al- 
l'autorità di  colui  che  le  dà. 

Dell'  origine  delle  indulgenze  _,  e 
dell'  esistenza  o  della  verità  del 
fondamento  delle  indulgenze^  non 
che  delle  loro  diverse  sorta. 

Avendo  Gesù   Cristo  data  ai   pa- 
stori della  Chiesa  la  podestà  di  ri- 
mettere i    peccati,    spelta    ad    essi 
ancora  imporre  ai    peccatori    peni- 
tenze o  soddisfazioni  proporzionate 
al  loro    bisogno     ed    alla    gravezza 
delle  loio    colpe,  e    \i  possono  es- 
sere delle    ragioni  di    diminuire  il 
rigore,    od    abbreviare    la     durata 
di   queste  pene;    conseguentemente 
spetta    al    sommo  Pontefice    ed   ai 
vescovi  concedere  le  indulgenze.   I 
primi  esempi    dell'esercizio    ed  an- 
tichità   di     tale    autorità    risale    al 
tempo   degli    apostoli ,    dalla  quale 
epoca  ha    sempre  la  Chiesa  eserci- 
tata la  podestà  di  concedere  le  in- 
dulgenze.   Questo    si   può   provare 
coir  esempio    di    s.     Giovanni  ,    il 
quale  concedette  senza    dubbio    u- 
na  grande  indulgenza  a  quel    gio- 
vane divenuto    capo  di  ladroni,  di 
cui  riferiscono   la  storia  s.  Clemen- 
te Alessandrino,  ed  Eusebio  di  Ce- 
sarea ,    imperciocché    e'  insegnano, 
che    questo    santo  apostolo  promi- 
se al  giovane  di  soddisfare  per  lui 
dinanzi  a  Dio;  che  lo  fece  colle  sue 
lacrime,  colle   sue  preghiere    e  coi 
suoi  digiuni,   e  finalmente  che  lo 


IND  269 

ristabilì   in  pochissimo  tempo  nella 
chiesa.    Or    ciò    non  si    j)otè    fare 
da  questo   santo    apostolo,  se    non 
in  virtù  delle  indulgenze,  attesi  gli 
orribili    delitti    di     cui    il    giovane 
qual  capo  de'ladroni  era  colpevole. 
L'  altra  prova     per  mostrare    che 
gli    apostoli    si    sono    serviti    della 
podestà  delle    indulgenze,  si  rileva 
dalla  condotta  tenutasi  da  s.  Pao- 
lo   riguardo  all'  incestuoso    di    Co- 
rinto.  Avendo  quest'uomo  con    fe- 
deltà   ed   esattezza    adempito    una 
parte  della  penitenza  che  V  aposto- 
lo aveagli    imposto,  giudicò  questi 
a  proposito    pel    bene    dell'  anima 
sua,  e  in    considerazione    delle  la- 
crime   che  i   coiinti  avevano  spar- 
se pel  suo  delitto,  di  condonarglie- 
la, e  quindi  concedere  l'indulgenza 
di  una  parte  delle   pene,   che  me- 
ritava subire    per    la  colpa  da  lui 
commessa.     Basta  ,    dice    l'apostolo, 
scrivendo  a' corinti  riguardo  a  que- 
sto    incestuoso    penitente,    ch'egli 
abbia    subito   la     correzione    e    la 
pena  impostagli    dalla   vostra  adu- 
nanza ,     ed     ora     dovete     trattarlo 
con    indulgenza,    e    consolarlo  per 
timore  che  non  sia  oppresso  da  u« 
na  eccessiva  tristezza.  Quel  che   voi, 
aggiunse  1'  apostolo,    gli    concedete 
per    indulgenza,    lo  concedo  io  al- 
tresì. Imperciocché  se  io  stesso  mi 
servo  dell'indulgenza,   me  ne  servo 
a  cagione  vostra  in  nome    e  nella 
persona  di  Gesù  Cristo.  Vedesi  da 
questo  passo  :  che    l'incestuoso  era 
stato    penitenziato  per  cagione  del 
suo  delitto;  che  avea  egli  con  u- 
miltà  e  sommessione  subito  la   pe- 
nitenza ;  che  favea  eziandio  adem- 
pita fino  allora  con   tutta   la  esat- 
tezza possibile,  a  segno   di  far  cre- 
dere   che  r  eccesso    della    tristezza 
e  della    penitenza    non  venisse    ad 
opprimerlo;  che    in  vista  di   ciò  e 


a7«  INO 

delle  lagrime  che  i  corinti  aveano 
sparse  pel  suo  delitto,  1'  apostolo 
giudica  conveniente  di  trattarlo  con 
indulgenza,  rimettendogli  una  par- 
te  della  sua  penitenza  ;  che  viene 
a  ciò  fare  pel  bene  e  la  salute 
dell'anima  sua^  e  airmchè  Sata- 
nasso non  riportasse  di  lui  alcuna 
vittoria;  ch'egli  si  serve  di  questa 
podestà  in  nome  di  Gesù  Cristo; 
finalmente  che  i  corinti  non  avea- 
no questa  podestà  di  fargli  questa 
giazia,  ma  che  1'  avevano  da  lui, 
poiché  niuno  vi  ha  se  non  gli  a- 
postoli,  e  quei  che  sono  rivestiti 
della  loro  autorità,  i  quali  abbia- 
no la  podestà  di  concedere  l'indul- 
genze :  Cui  autem  aliquid  donastis, 
et  ego.  Trovasi  dunque,  come  ab- 
biamo detto,  in  questo  solo  passo 
non  solamente  una  prova  incon- 
trastabile che  gli  apostoli  siansi 
serviti  della  podestà  delle  indul- 
genze, ma  altresì  un  perfetto  com- 
pendio di  tutto  quel  che  la  Chiesa 
insegna  riguardo  a  tale  materia. 
Quindi  è  che  i  santi  padri  non 
^mancarono  di  farvi  seria  riflessio- 
ne, e  se  ne  servirono  per  difende- 
re le  indulgenze  che  la  Chiesa  con- 
cede   in    alcune   occasioni    ai    suoi 

figli. 

Il  p.  Chardon  nella  Storia  dei 
sacramenti ,  parlando  nel  t.  II, 
lib.  I,  cap.  Ili,  della  penitenza  e 
del  foro  ecclesiastico,  e  della  facol- 
tà de' vescovi  di  accorciare  il  tem- 
po della  penitenza  in  favore  di 
quelli  che  davano  certi  contras- 
segni del  loro  dolore,  dice  quanto 
segue.  Quantunque  vi  fossero  leggi 
generali,  e  per  cosi  dire  locali,  che 
regolavano  1'  ordine  e  il  tempo 
della  penitenza,  egli  è  certo  non- 
dimeno che  i  vescovi  avevano  di- 
ritto di  accorciarlo,  e  di  fare  al- 
cune mutazioni    nella  maniera    ed 


IiND 
ordine  di  eseguire  la  penitenza  ca- 
nonica. Diritto  fondato  sul  riflesso 
ch'essi  erano  gli  eredi  non  solo 
dell'autorità  di  Cristo,  ma  eziandio 
della  sua  carità,  e  si  considerava- 
no tutto  ad  un  tratto  come  giu- 
dici, padri  e  pastori  de' fedeli  a 
loro  commessi.  Questo  punto  è  im- 
portante, poiché  è  l'origine  di  quel- 
le che  oggidì  chiamiamo  indulgen- 
ze. Bisogna  dunque  provarlo  con 
autorità,  a  cui  replicar  non  si 
possa.  Il  concilio  Niceno  nel  can. 
12  si  espi  ime  così.  Chiunque  pe- 
netrato dal  timore  di  Dio  testifi- 
cherà colle  sue  lacrime,  colla  sua 
pazienza  e  buone  opere  d'  avere 
realmente  cangiata  vita,  sarà  pel 
merito  delle  orazioni  ristabilito  nel- 
la comunione,  dopo  aver  compiuto 
il  tempo  assegnato  per  questa  sta- 
zione degli  uditori.  Oltre  di  che 
è  permesso  al  vescovo  usare  mag- 
gior dolcezza  con  lui.  Ma  per  quel- 
li che  non  sono  compunti,  e  poco 
apprendono  lo  stato  in  cui  la  col- 
pa gli  ha  ridotti ,  e  credono'  che 
basti  venir  alla  chiesa  per  conver- 
tirsi, non  si  diminuisca  loro  il  tem- 
po segnato  per  la  penitenza  ".  Il 
concilio  di  Ancira  non  è  men  chia» 
ro  in  tal  punto,  e  dà  ai  vescovi 
la  facoltà  non  solo  di  sminuire  il 
tempo  della  penitenza,  ma  ancora 
di  prolungarlo,  se  lo  credono  van- 
taggioso pei  peccatori.  Dice  il  can. 
5.  «  Noi  abbiamo  ordinato  che  i 
vescovi,  dopo  aver  esaminato  come 
si  portino  i  penitenti,  possano  u- 
sare  loro  clemenza,  o  allungare  il 
loro  tempo.  Prima  di  tutto  ri- 
cerchino la  loro  vita  passata  e 
la  posteriore,  e  poi  usino  clemen- 
za verso  di  loro".  Cosi  dicono  quei 
padri  i  cui  canoni  fanno  parte  del 
codice  generale  della  Chiesa.  Lo 
stesso  avevano    comandato  nel  se* 


IND 

condo  loro  canone,  che  riguarda 
la  penitenza  de'chieiicì.  «  Voglia- 
mo che  i  vescovi,  esaminata  la 
vita  loro,  possano  usar  clemenza  o 
prolungare  il  tempo  di  loro  peni- 
tenza. Ma  soprattutto  abbiano  mi- 
ra alla  loro  vita  precedente  e  sus- 
seguente, e  si  regolino  sopra  ciò 
nell'usar  clenienza  con  loro'*.  Mol- 
ti altri  concilii,  tra'quali  quelli  di 
Neocesarea  e  di  Laodicea,  suppon- 
gono ne' vescovi  la  podestà  di  usar 
indulgenza  co'penitenti,  abbrevian- 
do loro  il  tempo  di  penitenza,  o 
almeno  permettendo  che  lo  ab- 
brevino :  quello  di  Laodicea  tenu- 
to nel  IV  secolo,  vuole  che  si  usi 
indulgenza  riguardo  a'  peccatori  i 
quali  colla  penitenza  danno  con- 
trassegni di  vera  conversione  ;  e 
quello  di  Neocesarea,  tenuto  poco 
prima  del  Niceno,  concesse  indul- 
genze alle  femmine  eh*  erano  in 
penitenza.  Soggiunge  il  medesimo 
p.  Chardon  lib.  Il,  cap.  8,  trat- 
tando dell*  indulgenza  che  usava 
la  primitiva  Chiesa  verso  i  pecca- 
tori penitenti,  che  i  vescovi  avea- 
no  sempre  avuto  una  somma  au- 
torità circa  la  disciplina  della  pe- 
nitenza, accorciandone  o  prolun- 
gandone il  tempo  per  giuste  ca- 
gioni ,  tre  delle  quali  erano  le 
principali:  cioè,  la  prima  il  fer- 
vore straordinario  de*penitenti,  che 
gli  spingeva  ad  affliggersi  senza  ri- 
sparmio, e  ad  abbracciar  con  gio- 
ia i  prescritti  travagli;  la  seconda 
la  vicinanza  della  persecuzione,  che 
obbligava  i  vescovi  a  riconciliare  i 
penitenti  prima  che  avessero  fini- 
to il  corso  di  penitenza,  per  poter 
loro  dare  la  santa  comunione  co- 
me preservativo  contro  i  pericoli 
a*quali  gli  esponeva  la  furiosa  tem- 
pesta ;  la  terza  era  le  raccoman- 
dazioni o  libelli  de'martiri  e  cou- 


IND  271 

fessori,  in  considerazione  delle  qua- 
li si  rimetteva  a'penitenti  una  por- 
zione delle  pene;  questo  privilegio 
de'martiri  e  confessori  è  assai  più 
antico  di  Tertulliano,  e  tale  prero- 
gativa era  nota  non  solo  in  Roma 
ed  in  Africa,  ma  ancor  nelle  Gallie. 
Nel  terzo  secolo  l'uso  delle  indul- 
genze era  si  comune  nella  chiesa 
romana,  che  s.  Cipriano  e  il  cle- 
ro romano,  essendo  vacante  nell'an- 
no 260  la  sede  pel  martirio  del 
Papa  s.  Stefano  I,  si  credettero  in 
obbligo  di  correggere  gli  abusi  at- 
tesa la  facilità  de'  martiri  di  dare 
biglietti  ai  vescovi  per  chi  era 
caduto,  a  riguardo  de'quali  si  so- 
leva rimettere  ad  essi  la  pena  do- 
vuta alle  loro  colpe.  Pamelio  sco- 
liaste di  s.  Cipriano  dice  che  eb- 
bero principio  le  indulgenze  dai 
libelli  o  biglietti  de'martiri,  ch'e- 
rano suppliche  ch'essi  essendo  rin- 
chiusi nelle  prigioni  facevano  ai 
vescovi,  perchè  a  loro  riguardo  ab- 
breviassero le  penitenze  loro  in- 
giunte. Altre  prove  dell'antico  uso 
delle  indulgenze  l'abbiamo  dal  quar- 
to concilio  di  Cartagine  del  398, 
in  cui  i  padri  le  concessero  ai  pe- 
nitenti infermi  ;  quei  del  primo 
concilio  di  Agde  del  5o6  le  accora 
darono  ai  peccatori  penitenti,  cosi 
quelli  del  concilio  di  Tribur  adu- 
nato nel  IX  secolo.  L'indulgenza 
delle  Stazioni  {^Vedi)  vuoisi  co- 
minciata al  tempo  di  s.  Gregorio  L 
11  Surio  narra  che  s.  Leone  III 
concesse  indulgenze  a  varie  chiese 
di  Germania. 

Quanto  all'esistenza  ed  alla  ve- 
rità del  fondamento  delle  indul- 
genze, è  un  punto  di  fede  deci- 
so contro  i  valdesi ,  i  viclefìsti , 
gli  ussiti ,  i  luterani  e  i  calvini- 
sti, che  la  Chiesa  ha  il  potere  di 
accordai'e    delle  indulgenze,  e   che 


i'}i  IND  IIVD 
quest'uso  è  salutare  a'fedeli.  Tale  logi  che  se  dopo  avere  degnamen- 
polere  della  Chiesa  è  slnhililo  sul-  te  acquistato  un'indulgenza  pleua- 
ia  Scrittura,  sulla  tradizione  dei  ria,  ci  toccasse  la  sorte  di  morire, 
padri,  e  sui  concilii,  ed  a  quelli  direttamente  si  anderehhe  al  pa- 
memorati  aggiungiamo  i  couciiii  di  radiso  ;  lo  stesso  dicasi  delle  ani- 
Carlagine  IV,  can.  2,  17,  54,  e  me  del  purgatorio,  qualora  in  loro 
84;  di  Laterano  del  11 16;  di  sufìragio  da  noi  si  conseguisse  una 
Costanza  sess.  i5;edi  Trento  sess.  indulgenza  plenaria  e  che  ad  esse 
25.  Decretò  quest'  ultimo  conci-  sia  applicahile,  se  si  degna  la  di- 
llo :  M  Avvegnaché  la  Chiesa  len-  vina  giustizia  di  accettarla.  Dell'in- 
ga  da  Gesù  Cristo  la  facoltà  di  dulgenza  plenaria  in  articido  mor- 
accordare  indulgenze  ,  e  fin  dal  tis,  se  ne  tratta  all'articolo  Bene' 
primo  secolo  di  sua  età  abbia  u-  dizione  [Fedi).  11  medesimo  moti- 
sato  di  questo  potere  ch'ella  avea  -vo  poi  che  indusse  Clemente  VI 
ricevuto  da  una  mano  divina;  il  ad  accorciare  il  tempo  alla  cele- 
santo  concilio  dichiara,  che  non  si  brazione  dell'anno  santo  prescritto 
può  dispensarsi  dal  conservarne  Tu-  centenario  da  Bonifacio  Vili,  e  da 
so,  ma  vuol  che  se  ne  faccia  la  lui  ridotto  a  cinquanl'anni,  quello 
dispensa  colla  stessa  prudenza  e  di  Urbano  VI  che  lo  stabilì  ad  0- 
moderazione  ,  come  facevasi  un  gui  trentatre  anni,  e  quello  di  Pao- 
tempo,  affinchè  una  troppa  facilità  lo  li  che  determinò  di  celebrarsi 
Don  introduca  il  rilassamento  nella  l'anno  santo  del  giubileo,  di  ven- 
Chiesa  ".  Le  indulgenze  poi  sono  ticinque  in  venticinque  anni,  affine 
di  diverse  sorfa,  e  si  dividono  in  di  concedere  ad  un  maggior  nu- 
plenarie,  e  non  plenarie  o  parziali,  mero  di  fedeli  il  mezzo  di  poler- 
L'indulgenza  plenaria  è  quella  col-  sene  approfittare  ,  mosse  Alessan- 
la  quale  si  ottiene  la  remissione  dro  VI  e  i  suoi  successori  a  di- 
di  tutta  la  pena  temporale  dovu-  spensarli  dal  portarsi  a  Roma , 
ta  al  peccato,  sia  in  questa  vita,  permettendo  a  ciascuno  di  lucrar- 
sia  nell'altra,  quando  si  ha  la  for-  lo  nella  sua  diocesi,  facendo  in  es- 
tuna  di  guadagnarla  pienamente,  sa  quel  tanto  che  viene  prescritto 
Questa  indulgenza  è  la  stessa  in  dalle  loro  bolle.  Si  deve  ancora 
sostanza  di  quella  delTanno  san-  riflettere  che  i  Pontefici  molto 
to  del  giubileo,  che  il  Pontefice  spesso  concedono  indulgenze  pie- 
Bonifacio  Vili  chiama  più  piena  narie,  le  quali  chiamausi  secondo  al- 
e  pienissima,  plcnioreni  et  plenis-  cuni  impropriamente  Giubilei  [Fé- 
simam,  di  che  trattammo  all'  arti-  di),  perchè  si  concedono  in  forma 
colo  Jnno  Santo  {Fedi)^  da  lui  ri-  di  giubileo,  ad  instar  Juhileì,  co- 
stabilito  nel  i3oo.  Il  termine  di  me  lo  chiama  Sisto  IV  nella  sua 
plenior  aggiunge  soltanto  alla  in-  bolla  del  i^jZ.  Non  havvi  tuttavia 
dulgenza  plenaria  il  potere  straor-  altro  divario  da  queste  indulgenze 
dinario  conferito  ai  confessori  di  a  quelle  del  giubileo,  se  non  che 
assolvere  dalle  censure  e  dai  casi  esse  si  concedono  in  ogni  tempo, 
riservati,  e  quello  di  pienissima  il  né  sono  istituite  soltanto  per  coloro 
potere  di  dispensare  o  commutare  i  quali  visiteranno  le  basiliche  di 
dai  voti  semplici,  e  da  altri  vin-  Roma.  I  Pontefici  sono  soliti  di 
coli    simili.   Affermano  diversi  teo-  concederle    presentemente  eziandio, 


IND 

cioè  da  Sisto  V  in  poi,  neirantio 
delia  loro  esaltazione  al  pontificato, 
come  ancora  nelle  gravi  necessità 
della  Chiesa,  e  per  quelle  altre 
circostanze  che  notammo  al  citato 
articolo.  Sì  possono  consultare  il 
p.  d.  Sebastiano  Fabrini  silvestri- 
no,  nella  Dichiarazione  del  giu' 
hileo  dell'anno  sanlo^  nella  quale  si 
tratta  del  modo  di  conseguirlo  e 
di  fare  il  pellegrinaggio  di  Roma, 
con  la  risoluzione  di  molti  dubbi 
bellissimi  sopra  questa  materia  ^ 
Roma  1600.  Andrea  Vittorelli  , 
Historia  de^  giubilei  pontificii,  ec. 
ove  sono  cose  di  erudizione  eccle- 
siastica e  di  pio  ammaestrafnenio, 
con  una  istruzione  per  prepararsi 
all'acquisto  del  giubileo,  con  l'e- 
sempio di  s.  Carlo,  Roma  i6i5. 
L'odierno  vescovo  di  Le  Mans 
monsignor  Gio.  Rattisla  Bouvier 
è  autore  del  Trattato  dommatico 
e  pratico  delle  indulgenze,  delle 
confraternite,  e  del  giubileo  ad  uso 
degli  ecclesiastici,  la  cui  ottava  e- 
dizione  fu  pubblicata  nel    i843. 

L'indulgenza  non  plenaria  o  par- 
ziale è  quella  la  quale  non  rimet- 
te che  una  parte  della  pena  tem- 
porale dovuta  al  peccato,  come  le 
indulgenze  di  molti  giorni,  di  mol- 
te settimane,  di  molte  quarantene 
o  di  molti  anni  ;  vale  a  dire  che 
questa  sorta  d'indulgenze  rimetto- 
no altrettanti  giorni  o  anni  di  pe- 
nitenza, quanti  se  ne  dovevano  fa- 
re in  questa  vita  o  nell'  altra  di 
pena  temporale,  secondo  gli  antichi 
canoni  della  Chiesa  detti  peniten- 
ziali, per  i  peccati  commessi  ;  esse 
rimettono  anche  la  pena  di  cui 
siamo  debitori  alla  giustizia  divina, 
e  che  corrisponde  alla  penitenza 
canonica  espressa  nell'  indulgenza, 
ma  che  Dio  solo  conosce.  Inol- 
tre le  indulgenze  si  dividono  in 
VOL.   xxxiv. 


IND  oy3 

temporali,  cioè  che  non  sono    che 
per  un    tempo  determinato,    come 
per  sette   anni  ;   in  indefinite,    che 
sono  accordate  senza  definizione  di 
tempo  ;  ed  in   perpetue,  che  si  ac- 
cordano per  sempre.  Le   indulgen- 
ze indefinite  sono  della  stessa    na- 
tura che  le  perpetue,  e  le  perpetue 
lo  sono    veramente,    e    non    han- 
no bisogno  di  essere  rinnovate  do- 
po   venti     o    ventitre    anni    come 
pretendono    diversi    autori.    Le  in- 
dulgenze si    dividono    pure    in  lo- 
cali, reali  e   personali.  L'indulgenza 
locale  è  attaccata  ad   un  dato  luo- 
go, come  ad  una  chiesa,  cappella, 
ec.   Si  acquista   visitando  quel  luo- 
go ed  osservando    tutte   le    condi- 
zioni prescritte.   L'indulgenza  reale 
è  quella  eh'  è  attaccata  a  certe  co- 
se mobili  e  passeggiere,  come  ro- 
sari, corone,  crocefissi    e    medaglie 
benedette,  ed    accordata    ai    fedeli 
che  portano   tali  cose  con  divozio- 
ne osservando    le     opere    ingiunte. 
L' indulgenza     personale    è    quella 
che  viene  accordata  immediatamen- 
te ad  alcune  persone  in  particola- 
re, o  in  comune   alle  persone    per 
esempio  d' una    data    confraternita! 
o  altra  pia  congregazione.  Tali  per- 
sone possono  guadagnare  simili  sor- 
ta d'indulgenze  in  qualunque  luogo 
esse  siano,   sane,  inferme,  o    mori- 
bonde.  Vi  sono  anche  delle  indul- 
genze che  si  chiamano  di  penitenze 
ingiunte,    e    queste    significano  che 
noi  otteniamo  la  remissione  di  al- 
trettanta   pena    dovuta    ai    nostri 
peccati  al  tribunale  di  Dio,  quanta 
ne   avressimo  potuto    pagare   colle 
penitenze  canoniche ,  o   con  quelle 
che  sarebbero  ingiunte  a  tutto  ri- 
gore dal  sacerdote. 


iB 


174 


IND 


Delle  cause  delle  indulgenze^  e  di 
{jitelli  che  hanno  il  diritto  di 
concederle. 

Si  distinguono  dai  teologi  quat- 
tro sorta  di  cause:  l'efficiente,  che 
produce  l' effetto  ;  la  finale  o  mo- 
tiva, che  determina  all'azione;  la 
materiale,  che  consiste  nel  soggetto 
o  materia  della  cosa  ;  la  formale, 
che  costituisce  la  sua  essenza.  La 
causa  formale  delle  indulgenze,  che 
ne  costituisce  la  essenza,  consiste  in 
tutte  le  parti  che  sono  loro  essen- 
ziali, e  che  risultano  dalla  loro 
stessa  definizione.  La  causa  mate- 
riale ex  qua^  è  il  tesoro  stesso  del- 
la Chiesa  j  la  causa  materiale  in 
qua,  è  il  soggetto  di  cui  poi  par- 
leremo. La  causa  finale  o  motiva, 
è  la  ragione  che  determina  il  pre- 
lato ad  accordar  l'indulgenza;  ra- 
gione che  dev*  essere  giusta  e  pro- 
porzionata alla  natura  delle  indul- 
genze che  accorda,  giacche  senza 
questa  proporzione  le  indulgenze 
diverrebbero  perniciose  a'fedeli,  fo- 
mentando la  loro  indolenza  ed  im- 
penitenza, ed  ispirando  anche  dis- 
prezzo verso  le  chiavi  della  Chie- 
sa, come  dice  Innocenzo  III  nel 
concilio  di  Laterano,  e.  cum  ex  eo 
i4,  de  poenit.  D'altronde  i  prelati 
non  sono  gli  arbitri  assoluti  dei 
tesori  della  Chiesa,  essi  non  ne  sono 
che  dispensatoli,  e  non  ne  possono 
disporre  senza  una  giusta  ragione. 
Le  principali  ragioni,  secondo  Sil- 
vio, sono  :  la  costruzione  e  la  con- 
sacrazione delle  chiese,  la  conver- 
sione degl'  infedeli ,  V  estirpazione 
delle  eresie,  la  divozione  de'  fedeli 
\erso  i  santi  e  la  Sede  apostolica, 
la  gloria  de'marliii,  il  pericolo  dei 
mali  spirituali  o  temporali.  Ai  ri- 
spettivi articoli  del  Dizionario  si 
tratta  delle   indulgenze    concesse  a 


IND 

quelli  che  prestarono  aiuto  nelle 
guerre  o  guerreggiarono  contro  gli 
infedeli,  maomettani  e  saraceni,  ere- 
tici ed  altri  nemici  della  Chiesa 
cattolica  ;  e  Nicolò  V  le  concesse 
nel  i4't'3  a  quelli  che  cooperarono 
al  ristabilimento  delle  mura  di  Me- 
dina Sidonia  abbattute  dai  mori. 
Quanto  alle  indulgenze  per  la  co- 
struzione o  ristauri  delle  Chiese 
(P^edi),  non  solo  può  consultarsi 
tale  articolo,  ma  altresì  Fabbrica. 
Anche  qui  noteremo  che  avendo 
Leone  X  nel  iSiy  fatto  pubbli- 
care le  indulgenze  plenarie  in  fa- 
vore di  quelli  che  contribuissero 
limosine  alle  spese  della  guerra 
contro  il  sultano  Selim  I,  che  fa- 
ceva tremare  tutta  l'Europa  dopo 
aver  soggiogato  l'Egitto,  come  alla 
riedificazione  della  basilica  di  san 
Pietro,  fu  cagione  dell'  eresia  dei 
Luterani  (Vedi).  Dappoiché  essen- 
do soliti  gli  agostiniani  promulga- 
re le  indulgenze  per  la  Germania, 
ed  avendone  avuto  questa^  volta 
l'incarico  i  domenicani,  l'agostinia- 
no Giovanni  Staupitz  vicario  ge- 
nerale del  suo  ordine,  ne  concepì 
un  vile  dispetto,  che  fece  passa» e 
nell'animo  impetuoso  del  correli- 
gioso  Martino  Lutero,  il  quale  fu- 
riosamente si  scagliò  contro  l' in- 
dulgenze, e  diede  in  quegli  eccessi 
che  fu  cagione  d' immensi  mali,  e 
della  perdizione  d'innumerabili  ani- 
me. Come  le  indulgenze  possano 
applicarsi  per  le  cose  temporali,  va 
letto  s.  Tommaso  qu.  1 1 ,  ar.  3, 
lib.  IV  Sententiar,  Essendo  poi  la 
causa  efficiente  principale  dell'  in- 
dulgenze Gesù  Cristo,  le  cause  se- 
condarie e  meno  principali  sono 
tutti  coloro  che  hanno  diritto  di 
accordare  delle  indulgenze,  come  i 
concilii,  i  Papi,  i  vescovi  ed  alcu- 
ne altre  persone  nel  modo  che  an- 


diamo  a  dire.  I  conciliì  generali, 
rappresentanli  tutta  la  Chiesa,  han- 
no diritto  di  accordare  ogni  sorta 
d'indulgenze  in  tutta  la  Chiesa,  non 
solamente  quando  il  Pontefice  vi 
assiste  in  persona,  ma  anche  quando 
non  vi  assiste  che  col  mezzo  dei 
suoi  legati  o  quando  è  morto.  Sul- 
la potestà  che  hanno  i  concilii  ge- 
nerali di  concedere  le  indulgenze, 
comprese  le  plenarie,  sono  a  ve- 
dersi il  Bellarmino ,  De  Indulg. 
lib.  I,  cap.  II;  Navarro,  De  Jubii, 
notab.  3  f  ,  n.  2  ;  Domin .  a  Soto 
in  4)  <list.  3i,  q.  I,  art.  4-  Infatti 
r  indulgenza  che  fu  conceduta  nel 
concilio  di  Clermont,  celebrato  sot- 
to Urbano  II,  fu  plenaria,  come  si 
legge  nel  can.  2.  11  concilio  di  Pi- 
sa del  1409  concedette  l'indulgen- 
za plenaria  a  tutti  quelli  che  vi 
avevano  assistito,  e  che  aderissero 
al  concilio.  Quello  di  Basilea  ne 
concedette  parimenti  una  simile.  I 
concilii  provinciali  hanno  sovente 
conceduto  indulgenze.  Quel  di  Ra- 
venna nel  1817  concedette  qua- 
ranta giorni  d' indulgenza  a  tutti 
gli  intervenuti  al  concilio.  I  concilii 
d'Avignone  del  i326  e  di  Beziers 
del  i35i  concedettero  dieci  giorni 
d' indulgenza  a  quei  che  facessero 
un  inchino  di  capo,  allorché  si  pro- 
nunziasse il  nome  adorabile  di  Ge- 
sù. Più  giorni  d'indulgenza,  per 
secondare  simili  esercizi  di  divozio- 
ne, concedettero  ancora  i  concilii 
di  Lavaur  nel  1 368 ,  di  Narbona 
nel  «394,  e  di  Colonia  nel  i^iZ. 
Non  trovasi  per  altro  in  alcun  luo- 
go, che  i  concilii  provinciali  abbiano 
conceduto  indulgenze  plenarie.  Il 
Papa  essendo  il  vicario  di  Gesù 
Cristo  in  terra,  ed  il  capo  della 
Chiesa  universale,  può  accordare  di 
diritto  divino  ogni  sorta  d' indul- 
genze in  tutta  la  Chiesa,  e  questo 


IND  275 

potere  è  egualmente  fondato  sulla 
Scrittura,  sulla  tradizione,  sulle  de- 
cisioni de'concilii,e  sull'uso  costante 
che  i  Pontefici  ne  hanno  fatto. 

Tutti  riguardo  al  Papa  sono 
convenuti  ch'egli  abbia  una  piena 
autorità  di  concedere  indulgenze  a 
tutti  i  fedeli  sì  plenarie  che  altre 
simili,  le  quali  giudica  poter  con- 
tribuire alla  maggior  gloria  di  Dio, 
e  al  bene  maggiore  della  Chiesa. 
I  Papi  sono  stati  sempre  in  tal 
possesso,  e  nessuno  fuorché  gli  ere- 
tici glielo  hanno  contrastato.  Sono 
essi  che  hanno  stabilito  gli  anni 
santi  ed  i  giubilei,  e  che  hanno 
concedute  le  prime  indulgenze  ple- 
narie; per  lo  che  bisogna  conve- 
nire che  la  loro  autorità  non  ha 
in  questo  altri  limiti,  che  l'obbli- 
go in  cui  si  trovano  di  condursi 
come  fedeli  distributori  de'  tesori 
della  Chiesa,  vale  a  dire  del  prezzo 
del  sangue  di  Gesù  Cristo,  il  qua- 
le non  dev'essere  distribuito  se  non 
con  tutta  la  circospezione  e  pru- 
denza possibile,  regolandosi  le  in- 
dulgenze secondo  i  bisogni  della 
Chiesa,  e  con  saggia  proporzione 
per  la  salvezza  de' fedeli.  Alcuni 
celebri  autori  osservano  che  le  pri- 
me indulgenze  plenarie  sono  state 
concedute  in  favore  delle  Crociate 
(Fedi),  come  il  Tomassini,  DiscipL 

eccL  par.  4>  1-  '>  ^^P*  7^*  ^^o"^'  ^^' 
E  in  verità  il  Maldonato,  De  poen. 
qu.  de  indulg.  tom.  Il,  par.  2, 
p.  319,  dice  che  non  si  legge  nei 
concilii  che  sia  stata  conceduta  in- 
dulgenza di  questa  natura  prima 
del  concilio  di  Clermont  del  logS 
celebrato  sotto  Urbano  II,  in  cui 
si  concedette  una  plenaria  indul- 
genza a  tutti  quelli  i  quali  si  ascri- 
vessero alla  crociata  per  riconqui- 
stare la  Terrasanta.  Eugenio  III 
ne  concedette    una    simile ,    e   pel 


276  IND 

medesimo  motivo,  che  pubblicò  s. 
Bemai'do  nel  ii4^»  ed  Innocen- 
zo Ili  nel  12 15;  il  che  si  è  con- 
tinuato a  fare  in  appresso  e  per 
detta  cagione,  o  per  altri  motivi, 
come  si  può  vedeie  ne*  decreti  dei 
concilii  e  nelle  bolle  di  Bonifacio 
Vili,  Clemente  V,  Martino  V,  ec. 
Ma  prima  di  tal  tempo  ossia  delle 
crociate  si  andava  assai  riservato 
in  concedere  indulgenze.  11  mede- 
simo Maldonato  osserva  che  i  con- 
cilii anteriori  a  quello  di  Clermont, 
furono  soliti  concedere  non  più  di 
sette  anni  d' indulgenza.  Ed  i  Pa- 
pi stessi,  giusta  la  riflessione  del 
Baronio,  prima  delle  guerre  di  Ter- 
rasanta  non  concedevano  indul- 
genze più  d'un  anno,  come  ripor- 
ta all'anno  1177,  n.  49-  '^  "me- 
desimo all'anno  11 82  narra  che 
Innocenzo  II  avendo  dedicato  la 
chiesa  del  monistero  de'  cluniacensi , 
nel  qual  tempo  furono  consagrati 
i  ventisei  altari,  concesse  a  chi  nel- 
r  anniversario  della  dedicazione  a- 
vesse  visitato  la  chiesa  ,  la  remis- 
sione di  quaranta  giorni  della  pe- 
nitenza ingiuntagli.  Inoltre  il  Ba- 
ronio scrive  all'anno  847  aver  let- 
to in  un  antico  marmo  che  Ser- 
gio II  avea  concesso  l' indulgenza 
di  tre  anni  e  di  tre  quarantene  a 
lutti  coloro  che  visitassero  la  chie- 
sa de'  ss.  Silvestro  e  Martino  di 
Koma,  alla  quale  avea  trasferito 
molti  corpi  di  santi;  ma  Papebro- 
chio ,  Mabillon  e  Pagi  dubitano 
dell'antichità  della  lapide.  Racconta 
il  Malaterra  che  nel  io63  Ales- 
sandro Il  spedì  al  duca  di  Cala- 
bria Roggiero  vincitore  de'  sarace- 
ni, uno  stendardo  benedetto,  con- 
cedendo a  quelli  che  procurassero 
liberare  dalle  mani  degl'  infedeli 
porzione  della  Sicilia ,  indulgenza 
plenaria,  ed  assoluzione  delie  colpe 


IND 

delle  quali  avessero  intero  penti- 
mento. I  legati  apostolici,  per  com- 
missione del  Papa,  possono  accor- 
dare delle  indulgenze  in  tutti  i 
luoghi  della  loro  legazione.  I  car- 
dinali preti  nei  loro  titoli ,  ed  i 
cardinali  diaconi  nelle  loro  diaco- 
nie possono  concedere  cento  giorni 
d'indulgenza  nel  possesso  che  pren- 
dono di  tali  loro  chiese.  Inoltre 
possono  concedere  cento  giorni  di 
indulgenza  i  cardinali  preti  tutte 
le  volte  che  pontificano  o  assistono 
nei  loro  titoli,  ne'  giorni  della  sa- 
cra, nelle  feste  de*  santi  titolari , 
ed  in  altre  simili  funzioni.  Altret- 
tanto possono  concedere  nelle  dia- 
conie i  cardinali  diaconi,  se  assi- 
stono negli  indicati  giorni  e  feste 
nelle  medesime.  Anticamente  i  car- 
dinali solevano  sottoscrivere  ed  ap- 
porre il  loro  sigillo  alle  bolle  pon- 
tifìcie per  concessioni  d'indulgenze. 
I  vescovi  hanno  anche  per  di- 
ritto divino  il  potere  di  accordare 
delle  indulgenze  ai  loro  diocesani  , 
perchè  essi  ne  sono  i  capi  di  di- 
ritto divino,  e  perchè  hanno  una 
giurisdizione  esteriore,  alla  quale  è 
attaccato  questo  potere  che  i  conci- 
lii possono  nondimeno  restringere, 
come  fecero  in  fatti,  perchè  esso  è 
loro  subordinato  per  l' istituzione 
divina.  Da  ciò  proviene  che  alcu- 
ni vescovi,  avendo  abusato  del  loro 
potere  in  questa  materia  con  con- 
cedere indulgenze  superflue,  il  IV 
concilio  Lateraneuse  celebrato  nel 
12 15  da  Innocenzo  III,  col  can. 
62  li  privò  del  diritto  ch'essi  ave- 
vano di  accordare  delle  indulgenze 
plenarie,  perchè  esponevano  a  dis- 
prezzo le  chiavi  spirituali  della  Chie- 
sa, e  Io  circoscrisse  alla  concessione 
di  un  anno  d' indulgenza  alla  de- 
dica d'una  chiesa,  tanto  se  la  ce- 
rimonia si  faccia  da  un  solo  vesco- 


IND 

vo  che  da  molli,  dappoiché  il  Pa- 
pa stesso  fornito  della  pienezza  di 
poleslà  non  era  solito  concedere 
pili  d'un  anno  ;  e  di  quaranta  gior- 
ni in  altre  occasioni,  e  per  giuste 
ragioni ,  come  per  l' anniversario 
della  dedicazione,  la  quale  resta  in 
perpetuo.  È  incerto  se  questa  re- 
strizione non  riguardi  che  il  foro 
esteriore  e  l' indulgente  pubbliche, 
e  se  i  vescovi  possano  sempre  ac- 
cordare delle  indulgenze  di  molti 
anni  nel  tribunale  e  foro  della  pe- 
nitenza, non  essendo  i  teologi  d'ac- 
cordo su  questo  punto,  diversi  con- 
cedendolo; come  anche  sul  potere 
de'  vescovi  concernente  le  indul- 
genze accordate  ai  defunti,  che  al 
dire  del  Bellarmino,  del  Barbosa, 
del  Sarnelli  e  di  altri  non  può 
affatto  concedersi.  La  restrizione 
di  quaranta  giorni ,  Clemente  VI 
nel  i347  l'ampliò  a  cento  all'ar- 
civescovo di  Benevento  Stefano,  ciò 
che  ritennero  i  di  lui  successori.  Il 
regolamento  del  concilio  Latera- 
nense  passò  in  gius  comune,  giac- 
che fu  posto  nelle  decretali  da  Bo- 
nifacio Vili ,  il  quale  vietò  a'  ve- 
scovi di  oltrepassare  il  numero  pre- 
scritto dal  concilio  generale  nel 
concedere  indulgenze.  Certo  è  che 
il  potere  di  accordare  le  indulgen- 
ze appartiene  al  vescovo  conferma- 
to, benché  non  consacrato,  perchè 
egli  gode  da  quell'istante  del  po- 
tere di  giurisdizione  ch'egli  può 
esercitare  da  sé  stesso  o  col  mezzo 
di  un  delegato,  tanto  nel  suo  pro- 
prio territorio,  che  in  un  territo- 
rio straniero  a  riguardo  soltanto 
de'  suoi  diocesani.  Ora  ciò  che  può 
un  vescovo  nella  sua  diocesi  per 
rapporto  alle  indulgenze,  un  arci- 
vescovo lo  può  in  tutta  la  sua  pro- 
vincia, dovunque  è  ricevuta  la  di- 
sciplina delle  decretali,  la  quale  ac- 


IND  2177 

corda  questo  potere  agli  arcivesco- 
vi.  Quanto  ai  vescovi  puramente 
litolari  o  coadiutori,  essi  non  han- 
no potere  di  concedere  indulgenze, 
perché  tale  autorità  non  al  carat- 
tere ma  alla  giurisdizione  é  attac- 
cato. Il  diritto  ne'  vescovi  di  con- 
cedere indulgenze  dipende  dalla  po- 
testà di  giurisdizione  non  già  di 
ordine,  egregiamente  lo  spiegò  s. 
Tommaso,  qu.  5,  ar.  2,  lib.  IV 
Sententiar.  Lo  stesso  deve  dirsi  di 
alcune  dignità  capitolari,  peniten- 
zieri maggiori,  e  vicari  generali  dei 
vescovi,  che  non  hanno  in  fatto 
d'indulgenze,  se  non  ciò  che  loro 
è  accordato  da  un  permesso  parti- 
colare o  da  una  legittima  costu- 
manza ;  e  non  è  che  su  di  un  tal 
fondamento  che  i  penitenzieri  mag- 
giori ed  altri  accordano  cento  gior- 
ni d' indulgenza.  Per  ciò  riguarda 
i  capitoli  delle  chiese  caltedraU , 
durante  la  vacanza  della  sede  ve- 
scovile, essi  segqono  l'uso  che  tro- 
vano stabilito  nelle  foro  chiese  cir- 
ca alla  concessione  delle  indulgen- 
ze. Il  Sarnelli,  Leti.  eccl.  tom.  IV, 
lett.  XLIX,  trattando  delle  indul- 
genze che  può  dare  un  vescovo, 
spiega  i  casi  in  cui  può  concedere 
nelle  lettere  i  quaranta  giorni  d'in- 
dulgenza, cioè  cause  pie,  come  pei' 
r  edificazione  o  riparazione  delle 
chiese,  e  sostentamento  degU  ospe- 
dali, ed  altre  simili  cause;  e  che 
queste  indulgenze  non  sono  sospe- 
se ne'  giubilei  universali,  peiché  al- 
lora il  sommo  Pontefice  sospende 
solamente  quelle  che  sono  state 
concesse  o  da  esso  o  da'  suoi  pre- 
decessori, come  fu  dichiarato  in  un 
editto  del  cardinal  vicario  d'Inno- 
cenzo XII,  a'  6  marzo  dell'anno 
santo  1700,  tranne  quelle  indul- 
genze che  notammo  ai  citati  arti- 
coli Anni  Santi  e  Gujbii-ei,  ove  si 


ayS  IND 

riportano  molte  analoghe  notìzie  a 
questo  argomento.  Soggiunge  il  Sar- 
nelli,  che  il  medesimo  cardinale  di- 
chiarò, che  le  indulgenze  solite  a 
concedersi  dai  cardinali  legati,  nun- 
zi apostolici  e  \escovi ,  o  neh'  uso 
de*  pontificali,  o  nel  dare  le  bene- 
dizioni, o  in  altra  forma  solita,  re- 
stavano nel  loro  vigore  non  ostan- 
te la  generale  sospensione  delle  in- 
dulgenze. Inoltre  il  Sarnelli  nel 
lom.  Vili,  ci  dà  la  lett.  VI  :  Per- 
che  si  dice,  che  il  vescovo  concede 
quaranta  giorni  della  vera  indul- 
genza. Dopo  aver  spiegato  la  pa- 
rola veraj  conchiude  per  la  tassata, 
per  la  giusta  indulgenza,  sicché 
concedendo  il  vescovo  quaranta  gior- 
ni della  vera  indulgenza,  vuol  dire 
che  concede  quello  che  può  con- 
cedere, secondochè  gli  è  stato  tas- 
sato dal  mentovato  concilio  gene- 
rale, perchè  se  ne  dà  di  più  non 
vale.  JNoteiemo  che  anco  iella  cap- 
pella pontificia  nella  formola  della 
pubblicazione  dell'  indulgenza  vi  è 
la  parola  vera  :  la  formola  antica 
diceva  così.  «  R.mus  in  Christo 
Pater  et  Dominus,  Domiuus  JV.  Dei 
et  apostolicae  Sedis  gratia  hujus 
*anctae  N.  Ecclesiae  episcopus  dat, 
et  concedit  omnibus  hic  praesen- 
tibus  quadraginta  dies  de  vera  in- 
dulgenlia,  etc.  ".  L'odierna  formo- 
la è  questa.  »  Sanctissimus  in  Chri- 
sto Pater,  et  Dominus  Noster,  Do- 
minus Gregorius  divina  providen- 
tia  Papa  XVI  dat,  et  concedit   o- 

ranibus  hic  praesentibus  annos 

et  totidem  quadiagenas  de  vera  in- 
dulgentia,  in  forma  Ecclesiae  con- 
sueta. Rogate  igitur  Deum  prò  fe- 
lici slalu  Sanclitatis  suae,  et  sauctae 
nìatris  Ecclesiae".  Di  quanto  ri- 
guarda le  indulgenze  che  si  conce- 
dono dal  Papa  nelle  pontificie  fun- 
zioni, del  modo,  e   della   loro    di- 


IND 

versa  specie,  a*  rispettivi  luoghi  se 
ne  tratta  all'articolo  Cappelle  Pon* 
TiriciE. 

I  parrochi,  gli  abbati  mitrati,  i 
superiori  degli  ordini  religiosi,  e  qua- 
lunque altro  sacerdote  inferiore  ai 
vescovi,  non  possono  di  diritto  co- 
mune accordare  indulgenze,  secon- 
do l'opinione  più  seguita  dai  teolo- 
gi, appoggiata  a  s.  Tommaso,  Suppl. 
ad  3  p.,  qu.  26,  art.  i ,  il  quale 
dice  non  avere  i  parrochi  la  po- 
destà di  scomunicare,  e  molto  me- 
no per  conseguenza  possono  avere 
quella  di  concedere  indulgenze;  im- 
perciocché vi  ha  di  bisogno  di  una 
podestà  assai  più  ampia  per  conce- 
dere grazia  che  per  punire.  Riflette 
s.  Giovanni  Crisostomo,  honi.  4  in 
12  ad  Cor.,  che  per  concedere  in- 
dulgenza conviene  essere  rivestito 
delia  pienezza  dell'apostolica  auto- 
rità. Vi  é  pure  il  testo  d'Innocen- 
zo III,  can.  60  del  concilio  Latera- 
nense  IV,  riferito  dal  diritto,  e.  1 2, 
de  excessibus  prael.,  decretale  Ac- 
cedentibus  j  col  quale  il  Pontefice 
medesimo  rimprovera  severamente 
certi  abbati,  che  usurpando  i  di- 
ritti de'  vescovi,  osavano  accorda- 
re delle  indulgenze,  e  lo  vieta  loro 
espressamente,  tranne  il  caso  di  un 
permesso  speciale,  o  d'una  legitti- 
ma costumanza.  La  ragione  è  che 
appartiene  ai  soli  veri  prelati,  che 
sono  i  principi  del  popolo  di  Dio, 
il  dispensare  i  tesori  della  Chiesa, 
e  perchè  secondo  s.  Tommaso  i 
soli  vescovi  sono  veramente  prela- 
ti, perchè  essi  soltanto  sono  i  go^ 
vernatori  di  tutto  il  popolo,  e  quasi 
re  d'un  piccolo  regno,  quando  in 
vece  i  curati  e  i  superiori  degli 
oi-dini  religiosi  non  sono  che  come 
padri  di  una  famiglia  e  di  una  casa, 
ed  i  primi  semplicemente  coadiu- 
tori de'  vescovi.  Alcuni  preti  ardi- 


IND 

rono  a'  tempi  di  s.  Cipriano  di 
fare  ciò  in  favore  di  que'  che  ave- 
vano libelli  o  biglietti  di  raccoman- 
dazione de'  martiri,  ma  tale  impre- 
sa parve  a  s.  Cipriano  un  atten- 
tato sì  intollerabile,  che  opponen- 
dosi a  questo  abuso  con  tutta  la 
forza  episcopale,  rimproverò  i  preti 
tanto  per  la  facilità  di  riconciliare 
i  peccatori  senza  aver  fatto  peni- 
tenza, quanto  per  l'usurpazione  d'u- 
na podestà  eh'  essi  non  avevano. 
Cypr.  ep.  9.  Dice  il  concilio  di 
Trento,  sess.  i4»  c-  7  •  i'"so  della 
Chiesa  deve  servirci  di  norma  per 
giudicare  dell'  autorità  che  in  essa 
hanno  i  suoi  ministri  ;  ora  egli  è 
indubitato,  non  essere  giammai  sta- 
to in  uso  presso  la  Chiesa  che  i  par- 
rochi  concedano  indulgenze;  si  de- 
ve dunque  convenire  ch'essi  non  ne 
hanno  la  potestà.  Le  lettere  di  afli- 
gliazione  che  i  superiori  degli  or- 
dini religiosi  accordano  ai  loro  be- 
nefattori per  comunicar  ad  essi  le 
soddisfazioni  o  i  suffragi  de'  loro 
soggetti,  non  sono  dunque  indul- 
genze, giacche  esse  non  applicano 
punto  le  soddisfazioni  passate,  ma 
soltanto  le  future,  e  ciò  anche  in 
via  d'impetrazione,  e  perchè  d'al- 
tronde questa  comunicazione  non 
si  fa  col  tesoro  dei  meriti  di  Gesù 
Cristo  e  dei  santi.  Del  rimanente 
quelle  indulgenze  e  suffragi  a'quali 
per  le  figliuolanze  alcuni  ordini  re- 
golari ammettono  i  loro  amici  spi- 
rituali e  i  benefattori,  non  da  essi 
stessi  religiosi  si  concedono,  come 
per  l'esercizio  di  loro  potere,  ma 
per  privilegio  e  potere  avutone  dai 
sommi  Pontefici.  Il  potere  di  ac- 
cordare delle  indulgenze  essendo 
un  atto  di  giurisdizione,  i  diaconi 
e  chierici  inferiori  sono  abilitati  ad 
esercitarlo  per  commissione,  non 
COSI   i   laici.    11    somalo   Pontefice 


IND  279 

concede  le  indulgenze  a  viva  voce, 
e  per  organo  della  Congregazione 
delle  Indulgenze,  de  Brevi  segre- 
teria ,  e  de'  Memoriali  segreteria 
(Fedi).  La  congregazione  delle  in- 
dulgenze ha  particolarmente  la  rap- 
presentanza di  giudice,  destinata  a 
decidere  le  questioni  che  potesse- 
ro insorgere  intorno  alle  indulgen- 
ze concesse  o  da  concedersi,  come 
si  legge  dalla  costituzione  36  di 
Clemente  IX  de'  6  luglio  1669,  il 
quale  dichiarò  la  congregazione  per- 
petua con  ampie  facoltà.  In  tutti 
i  luoghi  soggetti  alla  Congregazio- 
ne di  propaganda  fide,  ch'enume- 
rammo a  quell'articolo,  il  Papa 
concede  l'indulgenze  per  mezzo  del- 
la medesima  in  virtù  delle  facoltà 
concesse  alla  congregazione  tìf£^<7Mm- 
quenniuni  da  Pio  Vili,  e  conferma- 
te dal  Pontefice  regnante  ;  se  ve  ne 
sono  poi  delle  straordinarie,  si  do- 
mandano al  Papa  dal  prelato  se- 
gretario. Per  breve  concede  ezian- 
dio il  Pontefice  indulgenze  per  or- 
gano della  dateria  apostolica,  cioè 
alle  confraternite  canonicamente  e- 
rette.  Straordinariamente  le  accor- 
da per  qualche  funzione  o  festa 
particolare,  anche  per  rescritto  della 
congregazione  de'  riti. 

Della  virtù  e  degli  effetd  delle  in- 
dulgenze ;  dei  soggetti  delle  in- 
dulgenze  j  e  delle  condizioni  e 
disposizioni  necessarie  per  gua- 
dagnare le  indulgenze. 

Nessuna  indulgenza  limette  la  col- 
pa del  peccato,  benché  veniale,  per- 
chè tutte  le  indulgenze  suppongo- 
no sempre  che  la  colpa  del  pecca- 
to anco  veniale,  sia  rimessa  colla 
contrizione  e  colla  confessione,  giac- 
ché esse  indulgenze  non  accordano 
mai   la   remissione    della    pena   se 


38p  IND 

non  a  coloro  che  sono  contriti  e 
confessati.  Per  il  che  quando  si 
trova  nel  formolario  delle  indul- 
genze la  remissione  della  pena  e 
della  colpa,  ciò  significa  precisa- 
mente che  il  Papa  rimette  la  col- 
pa, in  quanto  egli  accorda  molte 
facilità  di  rimetterla,  come  sareb- 
bero la  scelta  d'un  confessore,  il 
permesso  di  assolvere  dalle  censu- 
re e  dai  casi  riservati,  un  gran 
numero  di  opere  pie  che  dispon- 
gono ad  ottenere  il  perdono  del 
peccato,  e  che  lo  rimettono  per 
conseguenza  non  in  modo  effettivo, 
prossimo  ed  immediato,  ma  in  mo- 
^o  mediato,  dispositivo  e  prepara- 
torio. Parlando  il  Bellarmino,  1.  i 
De  indulg.  e.  7,  di  quelle  concessio- 
ni d'indulgenze,  in  cui  si  dà  la  re- 
missione della  colpa  e  della  pena,  a 
fulpa  et  poenUj  dice  che  queste  pa- 
role altro  non  significano  se  non 
ch'essendo  necessario  per  acquistar 
le  indulgenze,  che  i  peccatori  sia- 
no contriti,  e  siansi  confessati  co- 
me notasi  nella  maggior  parte  del- 
le bolle;  in  questo  senso  si  può 
dire,  ch'essi  guadagnando  le  indul- 
genze, ricevono  la  remissione  della 
polpa  e  della  pena  de'  loro  pecca- 
ti, vale  a  dire  la  remissione  della 
colpa  per  mezzo  del  sacramento 
della  penitenza  eh' è  preceduto,  e 
della  pena  per  mezzo  dell'indul- 
genza che  accompagna  il  sacramen- 
to allorché  si  riceve.  Aggiunge  lo 
stesso  Bellarmino,  che  per  l'istesso 
motivo  allorquando  i  Papi  dicono 
nelle  loro  bolle  che  per  mezzo  del- 
l' indulgenza  eh'  essi  concedono  ri- 
mettono ai  penitenti  i  loro  pecca- 
ti, o  che  ne  rimettono  loro  la  me- 
tà o  la  terza  parte,  questa  formo- 
la  deve  sempre  intendersi  per  rap- 
porto alla  pena  temporale  ai  pec- 
cati dpyuta,  e  -pon   relati ve^meute 


IND 

alia  colpa,  che  suppongono  essere 
slata  già  rimessa  in  viitìi  del  sa- 
gramento  della  penitenza  che  han- 
no prima  ricevuta.  Ma  hanno  al- 
cuni altri  soggiunto:  sebbene  le 
indulgenze  immediatamente  per  sé 
stesse  non  rimettono  la  colpa  del 
peccato,  nulladimeno  si  può  dire 
in  buon  senso,  ch'elleno  contribui- 
scono alla  remissione  de'  peccati, 
non  solamente  perchè  il  desiderio 
che  si  ha  di  acquistarle,  ordina- 
riamente ispira  ai  più  grandi  pec- 
catori sentimenti  di  penitenza,  e 
li  obbliga  ad  accostarsi  a'  sacra- 
menti; ma  eziandio  perchè  venen- 
do elleno  a  supplire  alla  mancan- 
za per  lo  naeno  di  una  parte  della 
soddisfazione,  che  noi  dobbiamo 
alla  giustizia  di  Dio,  esse  ne  pro- 
ducono Teffetto,  il  quale  si  è  di 
riconciliarsi  perfettamente  con  lui, 
e  liberarci  dalle  pene  dovute  ai 
nostri  peccati,  altrimenti  le  indul- 
genze non  ci  sarebbero  di  alcun 
vantaggio  presso  Iddio.  Si  può  di- 
re adunque  in  questo  senso  che 
le  indulgenze  ci  rimettono  i  nostri 
peccati,  e  che  li  cancellano ,  in 
quanto  ch'elleno  ci  dispongono  e 
ci  obbligano  ad  accostarci  con  san- 
te disposizioni  al  sagramento  delia 
penitenza,  e  che  concorrono  alla 
nostra  perfetta  riconciliazione  con 
Dio  nel  supplire  a  quel  che  manca 
alla  soddisfazione  che  dobbiamo 
alla  sua  giustizia,  ed  in  questo 
senso  appunto  si  dà  loro  altresì 
qualche  volta  il  nome  di  perdona^ 
come  si  chiama  la  indulgenza  del- 
la Porzìiincula  (Fedi). 

L'indulgenza  rimettendo  la  pe- 
na canonica,  la  quale  se  non  è  più 
in  uso,  era  stata  stabilita  per  sod- 
disfar la  giustizia  di  Dio,  ed  espiar 
la  pena  dovuta  al  peccato,  ritnet- 
te  altresì    la  pena  che    si    sarebbe 


IND 

sofferta  nel  purgatorio,    secondo    il 
giudizio  di  Dio,  e   che  corrisponde 
alla  pena   canonica  ,    perchè    senza 
di    ciò,  dice  s.  Tommaso    in  Sup. 
qu.  25,  art.    i,  le  indulgenze  del- 
la   Chiesa    sarebbero    più    dannose 
che  utili,    perciocché    esse    non  ri- 
metterebbero le  pene  temporali  di 
questa   vita,  se  non  per  farne    sof- 
frire   delle    più    gravi     e   rigorose 
nell'altra,  e  solo    semplicemente  ci 
dispenserebbero  da  una  pena    mo- 
mentanea,   e    perchè    d'altronde   il 
potere  delle  chiavi  sul  quale  sono 
fondate    le    indulgenze,    appartiene 
alla   vita  futura.  Non  si    dee    pun- 
to   dubitare,    che    questa    dottrina 
non  sia  stqta  sempre    quella    delia 
Chiesa,  come  si  può   vedere  in  san 
Cipriano,  il  quale  ne    rende    pub- 
blica testimonianza  in  vari    luoghi 
delle    sue     opere.     Soggiunge     san 
Tommaso    nell'articolo   2,     essere 
fuor  di    dubbio    che    le    indulgen- 
ze   atibiano     tanto     valore    quanto 
n'esprimono  i  termini,  non  solo  nel 
foro  della  Chiesa,    ma    altresì    di- 
nanzi a  Dio,  purché  chi  le  conce- 
de   abbia    l'autorità     necessaria,    e 
chi  le  riceve  sia  animato  dalla  ca- 
rità, -vale    a    dire  sia    in  istato    di 
grafia;  e  il  motivo  in  fine  sia  buo- 
no e  pio,  atto    cioè  a    contribuire 
all'onore  di  Dio,  e  al  bene  spiritua- 
le del  prossimo.  Né  dicasi  mai,  ag- 
giunge s.  Tommaso,  che  si  è  que- 
sto un  abusarsi  della    misericordia 
di  Dio.  Imperciocché    egli    è  certo 
che    per    mezzo    delle    indulgenze 
non  si  fa    torto   alla    giustizia    di- 
vina, poiché    in    luogo    delle    sod- 
disfazioni,   che    noi    le    dovremmo 
pei  nostri   peccati,    si    sostituiscono 
quelle  di  Gesù  Cristo,  della  Beata 
Vergine    e    de' santi,    che    sono  di 
maggior     valore    delle    nostre.     11 
quale  valore  non   fu  necessario  ai 


IND  281 

santi,    che    tanti    meriti    accumu- 
larono, anche  oltre  il  bisogno  del- 
l'espiazione delle  proprie  colpe;  ed 
in  taluni    né    anche    furono    colpe 
ad  espiare,  ed  ebbero    meriti,  che 
lasciarono  come  un   intatto  e  gran- 
de deposito  nel  tesoro  della  Chie- 
sa. E  di  questi   meriti  fa  parte  la 
Chiesa  applicandoli    a     chi  ne    ha 
bisogno  ;    e    tanto    sarà    il    valore 
quanta     n'  è  V  applicazione.     Bìsot 
gna  dunque  convenire  e  conchiude^ 
re  coi  più  dotti    teologi,    non    do- 
versi dubitare  che  l'indulgenze  non 
abbiano    tanto    valore     quanto    ne 
esprimono  i   termini  co' quali  elle- 
no si    concedono.    Quindi    si  deve 
per    conseguenza     ammettere     che 
un'   indulgenza     per     esempio     di 
quaranta  giorni,  o  di  sett'anni,  ri- 
mette    la    penitenza     che     si    do- 
vrebbe   fare     durante     tutto    quel 
tempo,    e  ciò     primieramente    per 
rapporto  al  tribunale  della  Chiesa, 
perché  sebbene  le  penitenze  cano- 
niche non  sieno  più  in  uso    e  vi- 
gore,  nulladimeno  la  Chiesa  ha  il 
diritto    e   l'autorità  d'imporle,    al- 
lorquando si  commettano  que'pec^ 
cali  pe' quali  imponevansi  un    tem- 
po. Le  indulgenze  finalmente  haa^ 
no  tanto  valore  quanto  ne    espri-» 
mono,  primieramente  per    rappor- 
to alla  Chiesa  rimettendoci  la  pe- 
na    canonica,     e     secondariamente 
dinanzi  a  Dio  rimettendoci  in  real- 
tà quella  parte  della  pena    di  cui 
siamo  debitori  alla  sua  giustizia  pei 
nostri  peccati,    la  quale,    il  ripete- 
remo, corrisponde    alla    remissione 
della  pena  canonica  de'canoni    pe- 
nitenziali espressa  nelle  indulgenze. 
Che  se  taluno    poi    volesse    sapere 
sin  dove  giunge  questa    proporzio- 
ne, si  può    rispondere    con    Estio, 
essere  questa  una  cosa  che  si    co- 
nosce soltanto  da  Dio.  L'indulgen- 


aSa  IND  IND 
za  poi  produce  il  suo  effetto  al  4>  ^'"'.  20,  q.  i,  a.  5,  q.  4  ^'^  "/- 
inonrieolo  in  cui  si  è  fatto  quanto  timwn^  il  Papa  in  tale  occasione 
è  prescritto  per  guadagnarla,  giac-  "on  agisce  come  Papa,  ma  come 
che  si  è  adempito  allora  a  tutte  «"O  della  gregge  di  Gesù  Cristo, 
le  condizioni,  alle  quali  essa  è  al-  Quindi  conchiude  il  Bellarmino  du- 
taccata.  Vedi  Penitenza.  hilar  non  si  deve  che  il  Papa  os- 
Passando  a  dire  dei  soggetti  servando  le  condizioni  che  agli 
delle  indulgenze,  per  soggetto  del-  ^'t^'^  prescrive  per  lucrare  le  iu- 
le  indulgenze  s*  intendono  le  per-  dulgenze,  non  le  venga  egli  me- 
sone che  sono  capaci  di  goderne,  desimo  a  conseguire.  Se  ne  può 
ed  alle  quali  possono  venire  ac-  ^^^  rendere  anche  un'  altra  ragio- 
cordate,  e  queste  persone  sono  i  "e,  che  semhra  fondamentale.  Le 
fedeli  in  istato  di  grazia,  tanto  vi-  indulgenze  riguardano  principal- 
vi,  che  defunti,  giacché  V  indul-  mente  la  maggior  gloria  di  Dio,  e 
genza  non  rimettendo  che  la  pena,  ^^  bene  pubblico  della  Chiesa,  e 
la  quale  resta  dopo  la  remissione  secondariamente  il  bene  dell'  in- 
della  colpa  del  peccato,  è  impossi-  dividuo,  il  quale  poi  ne  parte- 
bile  eh*  essa  sia  applicata  ai  pec-  ^ipa  in  quanto  che  è  membro 
catori  impenitenti  che  persistono  della  società,  che  compone  la  Chie- 
nella  colpa  del  peccato  ;  e  i  fedeli  s^  stessa.  Da  ciò  nasce  che  la 
stessi  che  sono  in  istato  di  grazia,  concessione  dell'  indulgenza  deve 
ron  possono  ottenere  la  remissione  avere  sempre  giusti  motivi  e  giu- 
della  pena  dovuta  ai  loro  peccati  ste  cause,  che  riguardino  general- 
\eniali  prima  che  ne  sia  stata  can-  mente  il  tutto  per  cui  si  concede, 
celiata  la  colpa,  perchè  fino  a  che  e  nelle  quali  non  può  quindi  non 
la  colpa  sussiste  essa  merita  ed  aver  parte,  e  spesso  ancora  la  prin- 
esige  la  pena.  cipale,  il  venerabile  capo  della  so- 
Allorchè  il  Pontefice  concede  cietà  ecclesiastica,  che  Dio  ha  elet- 
un*  indulgenza  ovvero  un  giubileo,  to  in  dispensatore  del  tesoro  cele- 
egli  lo  può  lucrare,  e  riceverne  il  ste  collocato  nella  sua  Chiesa  in 
frutto  medesimo  come  gli  altri  fé-  benefizio  di  tutti,  cui  consegnò  le 
deli.  Si  fa  l'obbiezione,  che  le  in-  chiavi  onde  dalla  terra  apra  e 
dulgenze  essendo  assoluzioni,  il  Pa-  chiuda  le  porle  de*  cieli,  manife- 
pa  non  ha  sopra  di  sé  alcun  su-  standogli  il  potere  che  esercitereb- 
periore,  il  quale  possa  fuori  del  be  anche  ne'  seni  della  terra,  cioè 
sacramento  esercitare  questo  offizio  nel  purgatorio,  dispensando  i  te- 
\erso  di  lui,  e  nessuno  può  assol-  «ori  della  sacrosanta  passione  dei 
Tersi  da  sé  stesso.  I  cardinali  Gae-  Redentore ,  coli'  indulgenze  e  re- 
tano e  Bellarmino  rispondono  non  missione  della  pena,  ed  applicando 
esservi  inconveniente  alcuno  nell'as-  alle  anime,  come  universal  tesorie- 
serire,  che  il  Papa  conceda  al  suo  le,  i  meriti  dello  stesso  Signore, 
confessore  la  podestà  di  applicargli  Se  dunque  il  Papa,  come  capo  di 
le  indulgenze  nella  stessa  maniera  tutta  la  società  ecclesiastica,  e  a 
che  gli  concede  la  podestà  di  as-  proporzione  anche  i  vescovi  nelle 
solverlo,  Cajet.  Iract.  i5,  cap.  5;  loro  diocesi,  come  capi  di  quelle 
Bellar.  lib.  i,  De  indtilg.  cap.  6.  particolari  popolazioni  di  cristiani. 
Ed  in  fatti  insegua  s.  Tommaso  in  debbono  aver  parte  necessariamea- 


IND 

le  nei  bisogni,  nei  motivi  e  nelle 
cause  per  le  quali  si  concedono  le 
indulgenze,  come  non  dovranno  poi 
essere  abili  a  partecipare  anche 
dell'effetto,  che  sono  le  indulgenze 
medesime,  che  vanno  finalmente  a 
risolversi  in  quello  stesso  bene 
pubblico,  che  si  ha  di  mira  io 
concederle  ? 

Quanto  alle  indulgenze  che  ri- 
guardano i  fedeli  defunti  che  sono 
liei  Purgatorio  (f^'edi)j  la  Chiesa 
loro  ne  accorda,  ma  in  diversa 
maniera  dei  fedeli  vivi.  Essa  ac- 
corda ai  fedeli  vivi  le  indulgenze 
per  via  di  assoluzione  e  soluzione, 
in  virtù  dell'  autorità  e  giurisdi- 
zione che  ha  sopra  di  essi,  e  ri- 
mettendo loro  una  parte  della  pe- 
na dovuta  ai  loro  peccati  per 
i'  applicazione  che  fa  ad  essi  dei 
meriti  di  Gesù  Cristo,  della  Beata 
Adergine  e  de'  santi,  presso  a  poco 
come  un  sovrano  prendesse  dal  suo 
tesoro  quanto  abbisognasse  per  li- 
berar de'  prigioni  che  tenesse  nelle 
proprie  carceri.  La  Chiesa  accorda 
a'  fedeli  defunti  le  indulgenze  per 
via  di  suffragi  soddisfàtorii,  offren- 
do a  Dio  in  un  modo  più  parti- 
colare i  meriti  di  Gesù  Cristo, 
della  D.  Vergine  e  de'  santi  pel 
suffragio  de'  morti,  come  un  so- 
vrano che  offrisse  ad  un  altro  il 
riscatto  de'  prigionieri  esistenti  in 
suo  potere  per  liberarli  ;  e  tale 
differenza  deriva  dal  non  avere  la 
Chiesa  giurisdizione  sui  morti, 
quando  in  vece  essa  ne  ha  sui  vi- 
vi. Su  questo  grave  punto  i  teo- 
logi fanno  queste  altre  distinzioni. 
11  Papa  come  dispensatore  del  te- 
soro della  Chiesa  paga  pel  debito- 
re, applicandogli  le  memorale  sod- 
disfazioni, cioè  la  parte  a  ciò  ne- 
cessaria, ciò  che  i  teologi  chiamano 
suluzioucj  il  conferire  poi  a  modo 


IND  283 

di  assoluzione,    è    che  il  Papa  co- 
me  giudice  assolve  e  libera  il  de- 
bitore dal  reato  della  pena,  in  quel 
modo    che    pel     sacramento    della 
penitenza    si    assolve    il     penitente 
dal  reato  della  colpa.   L'  indulgen- 
za   adunque    si    concede  a'  viventi 
per  modo    di  assoluzione    insieme, 
e    di     soluzione;     ai     defunti     per 
modo  di  soluzione.  E  la  ragione  è, 
che     quando    il    Pontefice  concede 
le   indulgenze  a'  vivi  non    solo  co- 
me   dispensatore    del    tesoro  della 
Chiesa    paga  il    loro  debito,  appli- 
cando loro  le  soddisfazioni    riposte 
nel    detto    tesoro;  ma   anche  colla 
potestà    che    ha     di    legare    e    di 
sciogliere    assolve    i    medesimi  dal 
reato    della    pena.  Come  dispensa- 
lore  paga,  e  come  vicario    di  Dio 
accetta    a    nome   di    lui  tal  paga- 
mento,   ed    assolve.  Ma  perchè  in 
quanto  ai  defunti   non  ha  la    facol- 
tà di  legare    e  sciogliere,  però  so- 
lo   paga    per  quelli,     offerendo     il 
prezzo    del    tesoro  pei   loro  debili. 
E    questo    vuol   dire  che  1'  indul- 
genza   giova    a'  morti  per  modiini 
suffraga^    non  per  nioduni  absolu- 
tionis.    Devesi    dunque    tener    per 
certo    che    l'  indulgenze     le    quali 
vengono  applicate    dalla  Chiesa  ai 
morti,  sono  ad  essi   veramente  uti- 
li, sia  che  1'  utiUtà  eh'  essi  ne  ri- 
traggono   non    abbia    altro  fonda- 
mento che  la  pura  misericordia  di 
Dio,  il  quale  essendo  l' offeso  può 
accettarle  o  rigettarle  a  suo    buon 
grado,  non    essendo    tenuto    accet- 
tare   la  soddisfazione  da   un  altro, 
come    opinano  alcuni    teologi  ;  sia 
eh'  essa    abbia   la  sua  sorgente  in 
una  sorte  di  giustizia  fondata  sul- 
la istituzione    e  sulla  promessa  di 
Dio  che  si  è  impegnato  di    accet- 
tarle al  pari  di   tutti  gli  altri  suf- 
fragi   che    gli    souo  offerti  pei  de- 


a84  IND 

funti,  come  credono  altri  teologi. 
Tiene  1*  affermativa  s.  Tommaso 
ÌD  4>  ^'*'-  4^>  ^*''  3,  poste  però 
le  debite  condizioni  di  chi  le  ap- 
plica, e  dell'  anima  per  la  quale 
si  applicano,  cioè  che  non  sia  di 
quelle  che  mentre  erano  al  mondo 
furono  negligenti  di  pregaie  pei 
defunti,  e  di  esibire  le  proprie 
soddisfazioni  per  quelli  ;  essendo 
scritto  Jacob  2,  v.  i3:  Judicìuni 
sine  misericordia  fiet  illi,  qui  non 
fedi  misericordiam.  Erudita  ed  im- 
portante è  la  lettera  XX 1  del  t. 
Vili  di  Sarnelli  :  Che  vuol  dire 
applicare  le  indulgenze  de''  vivi  per 
modo  di  siiffragio  a'  fedeli  defun- 
tij  e  come  chi  le  concede  ne  par- 
tecipa. E  dichiara  che  il  Papa 
concede  immediatamente  e  diretta- 
mente r  indulgenza  a'  vivi  con 
facoltà  che  possano  trasferire  la 
loro  soddisfazione  a'  morti  :  ut  in- 
dulgentianij  quani  semper  optave- 
runtf  piis  supplicaùonibus  conse- 
quantur. 

Il  ven.  cardinal  Bellarmino,  lib. 
I,  De  indulg.  cap.  i4,  sulla  que- 
stione che  la  Chiesa  possa  valida- 
mente ed  utilmente  concedere  per 
i  defunti  indulgenze  il  cui  fruito 
venga  loro  applicato,  dice  che  que- 
sto sentimento  tra  i  cattolici  si  ha 
per  indubitato  e  per  più  certo;  e 
può  essere  provato  e  stabilito  con 
una  solidissima  ragione  fondata 
suir  autorità  della  Scrittura,  de'pa- 
dri  e  de'  concilii  in  questa  forma. 
Egli  è  certo  dalla  Scrittura  e  dalle 
testimonianze  de'  padri  e  de*  con- 
cilii ,  che  si  possono  soccorrere  le 
anime  le  quali  sono  in  purgatorio, 
per  mezzo  delle  orazioni,  de'  suf- 
fragi, delle  limosine,  e  di  altre 
opere  buone  che  si  fanno  per  es- 
se; perciocché,  come  dicono  i  san- 
ti padri,  le  anime  de' fedeli  defua- 


IND 

ti  sono  ancora  unite  co'  vivi  col 
legame  della  fede  e  della  carità, 
col  quale  elleno  non  compon- 
gono con  noi,  che  una  sola  ed 
istessa  Chiesa.  Da  questi  due  prin- 
cipii  ne  segue,  che  ciascun  privato 
può  validamente  e  con  frutto  of- 
frire a  Dio  per  li  defunti,  come 
membri  dello  stesso  corpo,  le  ope- 
re buone  che  da  essi  si  fanno  : 
questa  si  è  una  verità  ben  a  lun- 
go stabilita  da  s.  Agostino  nel  suo 
libro  della  cura  che  si  deve  avere 
pei  molti.  Ma  se  le  persone  par- 
ticolari possono  applicare  ai  defun- 
ti, come  membri  di  un  i stesso  cor- 
po, le  buone  opere  che  da  essi  si 
fanno,  se  elleno  possono  come  tali 
aiutarli  colle  loro  preghiere  e  coi 
suffragi,  se  possono  per  loro  sod- 
disfare alla  giustizia  di  Dio,  per 
qual  motivo  la  Chiesa  ed  il  som- 
mo Pontefice,  il  quale  è  il  dispen- 
satore del  tesoro  spirituale  della 
Chiesa  stessa,  non  potrà  loro  appli- 
care per  mezzo  delle  indulgenze 
le  soddisfazioni  di  Gesù  Cristo  e 
de'  santi  che  formano  questo  te- 
soro ?  Questo  punto  di  dottrina 
viene  confermato  dall'  uso  della 
Chiesa,  la  quale  autorizza  la  prati- 
ca di  concedere  indulgenze  in  suf- 
fragio de'  defunti.  Il  Bellarmino 
inoltre  afferma  che  s.  Pasquale  I 
neir  817  stabili  un'  indulgenza 
pei  defunti  in  Roma  nella  cappella 
di  s.  Zenone  esistente  nella  chiesa 
di  s.  Prassede,  per  quanto  narram- 
mo al  voi.  XIII,  p.  IO  del  Dizio- 
nario. I  dottori  osservano  che  mol- 
ti Papi  hanno  conceduto  simili  in- 
dulgenze; si  possono  vedere  gli 
articoli  Chiesa  de*  ss.  Gregorio  ed 
Andrea  al  Monte  Celio,  Chiesa 
DI  s.  Lorenzo  fuori  delle  mura, 
ed  altri.  San  Tommaso  asserisce 
eh'  era  costume  della  Chiesa  di  far 


IND 

pubblicare  indulgenze  pei    Defunti 
(P^edi).  Essendo    indubitato  che  le 
indulgenze    clie    si    concedono    pei 
defunti    sono    loro    utili,  e    che  la 
pratica    buona  e   religiosa  è  auto- 
rizzata    dalla    Chiesa,     poco     deve 
importare  il  sapere  in  qual    modo 
esse  vengano  loro  applicate,  essen- 
do in   tal    questione  più  di    curio- 
sità che  di  vantaggio.  II  sentimen- 
to  più  comune    si    è    che     venga- 
no    loro     applicate    le     indulgenze 
per  modo  di  suffragio,  per  modum 
siiffragìi^  e  come  spiega  Silvio,  per 
modo  di    aiuto    ecclesiastico;  e  di 
fatto    tale    si    è    il   termine    che  si 
usa  dai  Papi  nelle  loro  costituzioni, 
quando  essi  estendono    le  loro  in- 
dulgenze ancora   riguardo  a' defun- 
ti, come  si  può  vedere  nelle  bolle 
di     Alessandro    VI  ,    di     Clemente 
VII,  e  di  Gregorio  XIII  su    1'  in- 
dizione   del  giubileo.    Non    si    può 
per  altro     senza    temerità    precisa- 
re   e     determinare  sin    dove    si  e- 
stende     la     viitù     delle    indulgen- 
ze per  rapporto  ai  defunti;   per  tal 
motivo,    dice     Maldonato,    sarebbe 
parlare  da   temerario  se    si  dicesse 
che   quegli   il   quale  farà  la  tale  o 
tale  altra  cosa,   libererà  un'  anima 
dal  purgatorio,  dappoiché  niuno  può 
sapere     né   quanto    un'  anima     sia 
debitrice    alla    divina    giustizia,  ne 
ciò  che  faccia  di  bisogno  per  libe- 
rarla.  Clemente  V  attribuì  questa 
sorte    d'  ingannevole     promessa    ai 
questuanti    ed    ai   predicatori  delle 
false     indulgenze,  per     eludere     la 
semplicità  de'  popoli,    e  guadagnar 
denaro  con  assicurar  loro,  che  per 
mezzo  della  tale  o  tale  altra  limo- 
sina   liberavano    tre    o    più  anime 
de'  loro  parenti  ed  amici  dal  pur- 
gatorio;   abuso    che    Clemente    V 
condannò  con    decreto  nel  concilio 
di  Vienna,  siccome  atto  a  rendere 


IND  285 

dispregevole  l'autorità  delle  chia- 
vi. Tuttavolta  la  virtù  dell'  indul- 
genza è  grandissima,  e  maggiore 
degli  altri  suffragi,  i  quali  non  so- 
no applicati  a' defunti  che  dai  pri- 
vati, mentre  1'  indulgenze  vengono 
loro  applicate  dal  Papa  in  nome 
di  tutta  la  Chiesa.  Cosi  Maldona- 
to, De  poen.  q.  6,  De  ìndulg. 
t.  II. 

Quanto  alle  condizioni  e  dispo- 
sizioni   necessarie    per    guadagnare 
le    indulgenze,    primieramente  è  a 
rammentarsi    che    due    amarissimi 
frutti  produce  nell'anima  il  peccato, 
la  colpa  che    ci   priva  della  grazia 
e  amicizia    di  Dio,  e   la  pena  che 
c'impedisce  di  goderlo  in   paradi- 
so :    questa    pena    è    di  due  sorta, 
eterna   una,   tempoi'ale  l'  altra  ;  la 
colpa    insieme  colla  pena  eterna  ci 
viene  totalmente  rimessa   mediante 
i  meriti   infiniti   di   Gesù  Cristo  nel 
sacramento  della  penitenza,  purché  ci 
accostiamo  a  riceverlo  colle  dovute 
disposizioni.  Quanto  però  alia  pena 
temporale,    siccome    comunemente 
non  sempre  tutta  ci  viene  rimessa  nel 
detto  sacramento,  così  in  gran  parte 
ne  rimane  da    soddisfare  in  questa 
vita  per   mezzo  delle  opere  buone  o 
della  penitenza,  ovvero  nell'altra  per 
mezzo  del  fuoco  del  purgatorio.  Ora 
questa    pena   temporale  dell'  una  e 
dell'altra  specie,    si   può  espiare  in 
tutto   o    in    parte    col  mezzo  delle 
indulgenze,  le    quali    furono    chia- 
mate celesti     tesori  dal  concilio  di 
Trento,  sess.    ii,  cap.  9.  Fu   Cle* 
mente  VI  che  nell'  extiavag.    Uni' 
genitus,  chiamò  pel  primo  le  indul- 
genze   infinito    tesoro    lasciato  alla 
Chiesa  militante    qui     in    terra  da 
Gesù     Cristo     coi     sovrabbondanti 
meriti    della    sua  passione;  al  cu- 
mulo del  qual   tesoro  somministra- 
no amminicolo  i  meriti  della    Bea- 


aae  IND 

ta    Vergine,    e   di    tutti  gii    delti 
dal    primo  giusto    fino  all'  uitìnio, 
tanto    de'  santi    del  cielo  che  sono 
nel    possesso   della    gloria,  che    di 
quelli   che  ancor  vivono  sulla  ter- 
ra. Da  tuttociò  sempre  più  rileva- 
si di  quanto  pregio  siano  le  indul- 
genze, di  quanto  valore    ed    ellìca- 
cia,  e  di  quanto  spirituale  vantag- 
gio   riescano     a*  fedeli  ;    e    perciò 
ciascun    cristiano    deve    avere    un 
santo     impegno      per     acquistarle 
quanto  più  gli  sia  possibile   e  per 
proprio  utile  spirituale,   e  per  suf- 
fragio de*  fedeli  defunti.  Per    con- 
seguire   quindi    le    indulgenze  più 
condizioni  si  ricercano.  Sì  richiede 
in  piimo  luogo  in  chi  vuol   parte- 
ciparne, che  sia  in  istalo  di  grazia 
cioè  in    grazia  di    Dio,   perchè  chi 
è  reo    innanzi  al  Signore  della  col- 
pa e  della  pena  eterna,  non  è   né 
può    essere    capace    di    ricevere  la 
remissione    della    pena    temporale. 
Ottimo  pertanto  consiglio  si  è  pri- 
ma   di    eseguire  le  opere  ingiunte 
per     r  acquisto    delle    indulgenze, 
quando  non  si   possa  far  precedere 
la  confessione,  di  fare  almeno  un 
vero    atto    di    contrizione  con  fer- 
mo   proposito    di    confessarsi,     per 
ricuperare  la  divina    grazia  se  mai 
si    fosse    perduta.    Siccome  poi  la 
Chiesa    nell'  aprire  il  tesoro    delle 
sante  indulgenze  ha  sempre  obbli- 
gato   i    fedeli  air  adempimento  di 
qualche    opera   buona  a  certe  cir- 
costanze   di  tempo,  di  luogo  e  si- 
mili ;    così  si    richiede    in    secondo 
luogo    per    il  conseguimento    delle 
indulgenze,  che  si  adempiano  per- 
sonalmente tutte    le  opere  ingiun- 
te,   e    divotamente,    e    quanto    al 
tempo  e  quanto  al  modo    e  quan- 
to   al    fine,    ec ,    secondochè  viene 
espresso  nella  concessione  delle  in- 
dulgenze, come  per  esempio  ginoc- 


IND 

chioni,  in  piedi,  al  suono  della 
campana,  alla  tale  ora,  nel  tal 
giorno,  contriti,  confessati,  comu- 
nicali ec.  Che  se  alcuna  delle  ope- 
re ingiunte  o  in  tutto  ovvero  in 
parte  notabile  per  ignoranza  o  per 
impotenza  si  ommette  ;  se  alcuna 
delle  condizioni  di  tempo,  di  luo- 
go prescritte,  per  qualsivoglia  mo- 
tivo non  si  osserva,  neppure  si 
acquista  quella  indulgenza.  A  s. 
Teresa  fu  poi  rivelato,  che  molto 
pochi  ricevevano  degnamente  V  in- 
dulgenza per  debolezza  di  fede  e 
di  divozione. 

E  qui  sono  d'  avvertirsi  tre  de- 
creti generali  della  sacra  cardinali- 
zia congregazione  delle  indulgenze, 
relativi  alla  confessione,  comunione, 
ed  orazioni,  come  opere  quasi 
sempre  ingiunte  nella  concessione 
delle  indulgenze,  i.^  Quanto  alla 
confessione,  per  quelle  persone  le 
quali  hanno  il  lodevole  costume 
di  farla  almeno  una  volta  alla  set- 
timana, purché  talvolta  non  sieno 
legittimamente  impedite,  tal  con- 
fi^ssione  in  ogni  settimana  basta 
per  conseguire  le  indulgenze  che 
di  giorno  in  giorno  vi  sono,  adem- 
piute bensì  le  altre  opere  ingiun- 
te, senza  fare  nuova  confessione, 
la  quale  però  sarebbe  necessaria 
qualora  si  conoscessero  ree  di  qual- 
che peccato  mortale  commesso  do- 
po r  ultima  confessione.  Si  eccet- 
tuano per  altro  le  indulgenze  del 
giubileo  sì  ordinario  che  straordi- 
nario, e  quelle  che  si  concedono 
in  forma  di  giubileo,  per  consegui- 
re le  quali  oltre  alle  altre  opere 
ingiunte  deve  farsi  anche  la  con- 
fessione sagramentale,  nel  tempo 
stabilito  nella  concessione  di  tali 
indulgenze,  come  consta  dal  decre- 
to della  sacra  congregazione  delle 
indulgenze    de'  9  dicembre     1763, 


IND  IND  287 
approvato  da  Clemente  XIII.  2.*  senza  limiti  di  tempo  a  coloro  che 
Quanto  alla  comunione  da  farsi  visiteranno  una  chiesa,  visitandola 
per  conseguire  le  indulgenze  pie-  più  volte  al  giorno,  purché  ciascu- 
narie  specialmente,  tuttoché  ne  na  visita  sia  moralmente  distinta 
siano  stabiliti  i  giorni,  non  ostan-  dalle  altre,  e  non  già  semplice- 
te  nelle  festività,  quando  cioè  1'  in-  mente  entrando  e  sortendo,  o  pur- 
dulgenza  incomincia  dai  primi  ve-  che  non  si  tratti  di  un*  indulgeu- 
speri,  può  tal  comunione  premet-  za  plenaria.  Fra  le  condizioni  che 
tersi  nella  vigilia  ossia  nel  giorno  sono  soliti  i  Papi  di  prescrivere  ai 
innanzi  di  delta  festività,  secondo  fedeli  per  1'  acquisto  delle  indul- 
la  dichiarazione  della  stessa  sacra  genze  che  concedono,  vi  sono  i  di- 
congregazione, con  decreto  de*  12  giun»>  la  visita  e  frequenza  delle 
giugno  1822  confermato  da  Pio  chiese,  le  limosine,  le  orazioni,  ed 
VII.  3.°  Quanto  poi  alle  orazioni  il  pregare  Iddio  per  la  pace  e  , 
assegnate  per  lucrare  le  indulgen-  concordia  tra  i  principi  cristiani, 
ze,  possono  queste  recitarsi  alter-  1'  estirpazione  delle  eresie,  1'  esal- 
nativamente,  cioè  con  altre  perso-  tazione  della  santa  Chiesa  cattoli- 
ne,  come  il  Rosario^  le  Litanie y  ca,  la  propagazione  della  fede,  la 
V  Angelus  Domini^  il  De  profun-  conservazione  e  santo  governo  del- 
dis  e  simili,  per  dichiarazione  di  lo  stesso  Pontefice,  ec,  oltre  la 
Pio  VII  con  decreto  della  sacra  contrizione  e  confessione  de'  pec- 
congregazione  dell'  indulgenze  dei  cali,  e  dire  il  contrario  sarebbe 
29  febbraio  1820.  Finalmente  si  cadere  nell'errore  di  Lutero  con- 
richiede in  terzo  luogo  per  conse-  dannato  dal  concilio  di  Trento , 
guire  r  indulgenza  plenaria  e  re-  il  quale  eresiarca  insegna  consistere 
missione  di  tutti  i  peccati  anche  la  penitenza  nel  cambiamento  di 
veniali,  che  si  detestino  gì'  istessi  vita,  senza  che  sia  necessario  di 
peccati  veniali,  e  si  deponga  di  più  soddisfare  in  alcun  modo  alla  giu- 
ogni  affetto  a  tutti  ed  a  ciascuno  stizia  di  Dio  coli'  esercitarsi  nella 
dei  medesimi.  Dio  faccia  colla  sua  pratica  delle  opere  della  penitenza, 
divina  grazia,  che  tali  disposizioni  I  teologi  dichiarano  che  le  dis- 
sieno  in  tutti  que' cristiani  che  so-  posizioni  per  ricevere  il  frutto  delle 
no  desiderosi  di  conseguire  le  in-  indulgenze  sono  di  due  specie,  ri- 
dulgenze,  i  quali  sappiano  altresì,  mote  Tune,  prossime  l'altre.  Varie 
come  dice  Benedetto  XIV  nella  se  ne  possono  assegnare  della  pri- 
boUa  De  praeparadone  ad  annum  ma  specie,  e  le  principali  sono.  U- 
jubilaei  lySo,  che  sebbene  procu-  na  ferma  e  viva  fede  della  podestà 
lino  con  tutto  V  impegno  di  la-  da  Gesù  Cristo  conceduta  alla  Chie- 
crare  le  indulgenze,  non  ostante  sa  di  legare  e  di  sciogliere,  di  as- 
devono  sempre  studiare  fare  in-  solvere  dai  peccati,  e  di  rimettere 
sieme  frutti  degni  di  penitenza,  e  le  pene  loro  dovute,  ed  in  conse- 
con  altre  opere  salutari  e  penali,  guenza  bisogna  credere  ferma men- 
e  di  pietà  e  divozione  dare  una  te  che  la  Chiesa  ha  la  podestà  di 
qualche  soddisfazione  alla  divina  concedere  le  indulgenze.  Una  per- 
giuslizia  per  le  colpe  commesse,  fetta  riconoscenza  della  somma  bon- 
Si  può  guadagnare  molte  volte  al  tà  della  Chiesa,  la  quale  ci  apre 
giorno     un'  indulgenza     accordata  i  suoi  tesori  per  supplire  alla    no- 


a88  IND 

stra  impotenza)  e  ci  aiuta  a  sod- 
disfììre  alla  divina  giustizia  colTap- 
plicazione  ch'essa  ci  fa  nelle  indul- 
genze de'  meriti  di  Gesù  Cristo  e 
de'  suoi  santi.  Un'  alta  stima  della 
grazia  dell'  indulgenza,  un  sinceris- 
simo  ed  ardenlissimo  zelo  di  pro- 
fittarne, ed  una  ferma  fiducia  nel- 
la divina  misericordia  di  riceverla 
col  fare  dal  canto  nostro  quanto 
ci  è  possibile.  Conformarsi  alle  in- 
tenzioni che  ha  la  Chiesa  nel  con- 
cederle, le  quali  sono  di  sommini- 
strarci il  mezzo  di  glorificare  Dio 
più  perfettamente,  e  di  unirci  più 
strettamente  a  Gesù  Cristo.  Le  dis- 
posizioni prossime  possono  ridursi 
a  quattro.  La  prima  si  è  una  vera 
e;^«!incera  conversione  a  Dio,  senza 
hi  quale  questo  tesoro  di  grazia  e 
di  benedizione,  pel  cattivo  uso  che 
se  ne  fa,  provocherebbe  Io  sdegno 
del  Signore.  La  seconda  si  è  un 
vero  spirito  di  penitenza  per  sod- 
disfare la  divina  giustizia  con  tutte 
le  nostre  forze,  in  tutto  il  rima- 
nente altresì  di  nostra  vita.  La  ter- 
za è  di  essere  in  istato  di  grazia,  e 
di  avere  una  vera  avversione  al 
peccato  mortale.  La  quarta  si  è  di 
fedelmente  osservare  quanto  viene 
dal  Papa  prescritto  nella  concessio- 
ne delle  indulgenze,  e  di  fare  con 
una  umile  obbedienza  quanto  vie- 
ne su  tal  proposito  indicalo  dal 
vescovo  diocesano.  Quanto  all'uso 
delle  indulgenze,  i  padri  del  con- 
cilio di  Trento  decretarono  come 
articolo  di  fede,  che  l'uso  era  gran- 
demente salutare  al  popolo  cristia- 
no, e  che  conveniva  perciò  osser- 
varlo e  ritenerlo.  Si  è  peraltro  sog- 
giunto, che  quand'anche  il  concilio 
di  Trento  non  ne  avesse  con  tal 
decisione  sempre  più  autorizzato 
l'uso,  i  vantaggi  che  dall'indulgen- 
ze derivano  a  prò  de'  fedeli,  sono 


IND 

sì  rimarchevoli,  che  non  si  potreb- 
bero privameli ,  senza  rapir  loro 
un  gran  tesoro. 

Degli  abusi  delle  indulgenze,  ed 
altre  erudizìoni  che  le  riguar- 
dano. 

Anche  nelle  indulgenze  vi  s'  in- 
trodussero degli  abusi ,  dappoiché 
si  abusa  anche  delle  cose  migliori, 
e  la  Chiesa  in  tutti  i  tempi  ha  con- 
dannato i  relativi  abusi,  come  gli 
eccessi  opposti,  o  di  disprezzo  o  di 
cieca  fiducia,  il  primo  de'  libertini 
ed  eretici ,  il  secondo  di  que'  cat- 
tolici che  considerano  le  indulgen- 
ze come  un  mezzo  di  loro  salvez- 
za senza  convertirsi.  Altri  abusi  del- 
le indulgenze  sono  l'accordarle  sen- 
za causa  legittima;  ma  spetta  ai 
superiori  giudicarne ,  non  ai  fedeli 
che  devono  essere  tranquilli  a  que- 
sto riguardo,  allorché  essi  esegui- 
scono esattamente  e  con  ispirilo  di 
penitenza  le  opere  indicate  nelle 
bolle,  brevi  e  rescritti  d'indulgen- 
ze. Altri  abusi  sono  il  traffico  delle 
indulgenze  come  facevano  gli  anti- 
chi questuanti  condannati  dai  con- 
cilii,  da  Clemente  V  e  da  altri  Pa- 
pi; le  superstizioni,  1'  estrema  cre- 
dulità, il  pubblicarne  delle  indis- 
crete, false,  apocrife  o  die  non  so- 
no più  in  vigore.  Avverte  il  Bel- 
larmino che  l'esistenza  delle  indul- 
genze deve  provarsi  con  bolle  pon- 
tificie, o  con  lapidi  autentiche  del- 
le chiese,  o  per  mezzo  di  scrittori 
gravi  e  critici,  e  non  già  con  iscrit- 
ture  e  libretti  di  autori  ignoti  ed 
oscuri ,  ne'  quali  sono  moltissime 
invenzioni  e  favole.  I  trattatisti  del- 
le indulgenze  riportano  gli  elenchi 
delle  indulgenze  false  o  apocrife,  o 
rivocate  ovvero  nulle  in  qualche 
parte;  come  delle  indulgenze  vere 


IND 

e  comuni  a  tutti  i  fedeli.  Di  molle 
di  quest'ultime  in  Pvoma  se  ne  stam- 
pò la  raccolla  colle  orazioni  e  pie 
opere  per  le  quali  sono  state  con- 
cesse dai  Papi  r  indulgenze.  Il  p. 
Morino,  De  poenit.  lib.  io,  cap.  20, 
osserva  ch'essendo  gli  antichi  Pon- 
tefici parchissimi  nel  concedere  in- 
dulgenze, stima  che  prima  della 
metà  del  secolo  XII  appena  si  tro- 
vino sicure  memorie  di  alcune  con- 
cessioni, essendo  le  altre  nella  mag- 
gior parte  suppositizie  ed  impostu- 
re, massime  quando  sono  larghe. 
11  Muratori  nelle  Dissert.  delUant. 
ital.y  diss.  68,  in  cui  parla  a  modo 
suo  della  origine  delle  indulgenze, 
dice  che  dopo  il  mille,  o  forse  an- 
che prima,  cominciarono  i  sommi 
Pontefici  ed  i  vescovi  allorché  si 
faceva  la  dedicazione  d' una  chie- 
sa, a  rimettere  ai  popoli  concor- 
renti una  parte  tenue  delle  peni- 
tenze. Quindi  copiose  si  distribuì' 
rono  a  chi  visitava  il  santuario  di 
Compostella  od  altri  luoghi  di  gran 
divozione,  o  militavano  contro  i 
pagani  ed  eretici,  o  s' impiegavano 
in  altre  opere  singolari  di  religio- 
ne e  carità  cristiana.  Aggiunge  che 
sul  principio  non  si  concedevano 
se  non  indulgenze  di  pochi  giorni 
ed  anni,  riserbando  le  plenarie  al- 
le sole  crociate.  Da  un  breve  di 
Alessandro  III  del  1177  si  legge 
r  indulgenza  di  venti  giorni,  ch'e- 
gli concesse  a  chiunque  visitasse  la 
chiesa  di  s.  Maria  della  Carità  in 
Venezia,  in  perpetuo.  Maurizio  ve- 
scovo di  Parigi,  che  mori  qualche 
tempo  dopo  il  concilio  di  Clermont, 
ne  concesse  delle  considerabili,  e  ne 
ricavò  molto  denaro  per  fabbrica- 
re la  chiesa  magnifica  della  B.  Ver- 
gine in  Parigi.  Dicesi  ch'egli  se  ne 
gloriasse  un  giorno  avanti  a  Pietro 
pio  cantore  della  sua  chiesa,  il  qua- 

VOI.    XXXIV. 


IND  289 

le  rispose  che  avrebbe  fatto  assai 
meglio  predicare  la  penitenza  al 
suo  popolo,  che  avere  accumulato 
tanto  denaro  per  mezzo  delle  in- 
dulgenze, per  fare  un  tempio  sì 
splendido.  Molti  altri  vescovi,  in- 
coraggiti dall'  esito  di  Maurizio,  a 
larga  mano  profusero  indulgenze. 
Impiegavano  il  denaro  che  ne  ri- 
traevano nell'edifizio  di  chiese,  di 
ponti  e  di  altre  pubbliche  opere  ; 
come  lo  ha  rilevato  il  p.  Morino 
nel  suo  trattato  De  poenit. ,  e  come 
se  ne  può  giudicare  dalla  risposta 
che  Alessandro  IH  diede  all'arci- 
vescovo di  Cantorbery,  che  l'avea 
consultato  per  sapere  se  un  vesco- 
vo potesse  concedere  indulgenze  a- 
gli  operai  che  lavoravano  per  l'e- 
difizio  delle  basiliche  e  de*  ponti, 
sebbene  non  fossero  suoi  diocesani. 
Questa  profusione  d'indulgenze,  che 
distruggeva  tutto  il  vigore  della 
disciplina,  come  dicemmo  costrinse 
il  concilio  lateranense  a  porvi  ri- 
paro, che  confermò  Bonifacio  Vili, 
facendo  il  simile  Sisto  IV,  il  con- 
cilio di  Trento,  Clemente  Vili  e 
Paolo  V,  per  non  dire  di  altri. 

Avendo  Gregorio  Vili  nella  sua 
patria  Benevento  fondato  un  mo- 
ni stero  con  chiesa  sacra  a  s.  An- 
drea, supplicandolo  i  suoi  concitta- 
dini a  concedere  molte  indulgenze 
a  chi  la  visitasse,  giacche  alcuni 
vogliono  che  la  consacrasse,  rispo- 
se loro  :  Tiitius  est  ut  agalis  poe- 
nitentìanìj  quam  vel  tertiam  par^ 
tem^  vel  aliquolam  vohis  remiltam. 
Quando  Celestino  III  nel  i  igo  o 
1191  consacrò  solennemente  la  chie- 
sa di  s.  Giovanni  avanti  porta  La- 
tina, col  maggior  decoro  possibile 
e  con  tutti  i  cardinali,  nondimeno 
non  vi  mise  d'indulgenza  che  soli 
quaranta  giorni.  Ampia  ne  conces- 
se Onorio  IH  nel  di  della  sacra 
19 


390  IND 

della  chiesa  de*  ss.  Vincenzo  ed  A.- 
nastasio,  cioè  di  sette  anni  e  sette 
quarantene.  Bonifacio  IX  fu  largo 
in  concedere  indulgenze  ;  ma  è  da 
avvertirsi,  qualmente  nel  1402  cir- 
ca finem  sui  pontificatus  ontnes^  quas 
conluleratj  revocnvit^  siccome  asserì 
S.Antonino,  Hist.  par.  Ili,  tit.  22, 
cap.  3,  e  meglio  apparisce  dalla 
slessa  sua  bolla  eh' è  nel  registro 
dell'anno  XIV  nell'archivio  secreto 
Vaticano,  dove  specialmente  sono 
rivocale  tutte  le  plenarie,  e  quelle 
concesse  ad  instar  di  altre  chiese 
e  nominatamente  di  s.  Maria  degli 
Angeli  della  Porziuncula  presso  A- 
sisi.  Narra  il  Rinaldi  all'anno  i423 
che  avendo  l' arcivescovo  di  Can- 
lorbery  pubblicata  una  indulgenza 
plenaria  per  tutti  quelli  che  visi- 
tassero la  sua  chiesa,  il  Papa  Mar- 
tino. V  gliene  fece  una  fraterna 
correzione.  Il  cardinale  legato  Ni- 
colò di  Cusa  del  14510,  in  un  si- 
nodo provinciale  che  radunò  in 
Maddeburgo,  essendogli  domandato 
se  era  lecito  al  religioso  andare  a 
Koma  senza  licenza  per  acquistare 
il  giubileo  dell'anno  santo  pubbli- 
calo da  Nicolò  V,  rispose  che  il 
signore  apostolico  Papa  Nicolò  V 
avea  detto:  melior  est  obedientiaj 
quani  indulgentia.  Della  dottrina 
sulle  in^rulgenze  insegnata  in  quel 
sinodo  dal  cardinale,  si  può  vede- 
re il  Rinaldi  all'anno  i4^o>  n.  10. 
Quanto  agl'impostori  delle  indul- 
genze, Bonificio  IX  raffrenò  quelli 
che  profittavano  delle  persone  sem- 
plici ;  Nicolò  V  impose  gravissime 
pene  contro  quelli  che  fìngevano 
bolle  d'indulgenze;  ed  Alessandro 
VI  decretò  che  fossero  severamen- 
te carStigati  gì'  impostori  che  face- 
vaioo  abuso  delle  indulgenze.  Di- 
i*en\o  per  ultimo,  che  la  domenica 
dellt  palme  trovasi  in  alcuni  libri 


IND 

detta  Domiìiica  indulgentìae  ^  ma 
n'è  oscura  la  spiegazione.  Il  p.  Mar- 
lene la  vuole  così  appellata  propter 
ìndulgentiaSy  qnae  hac  die  solenini- 
ter  concedi  solebant.  Ma  il  p.  Vez- 
zosi crede  piìl  verosimile  l'opinio- 
ne del  Du-Cange  che  tal  nome  a- 
vesse  ob  poenìtentium  reconciliatiO' 
nem,  quae  feria  V  soltmni  ritu 
fiebat.  Il  teologo  parigino  Giovan- 
ni Filesaco  nel  raro  suo  opuscolo  : 
Quadragesima  Christiana,  p.  4^^ 
e  seg.,  vuole  che  la  domenica  del- 
le palme  detta  fosse  Doniinica  in- 
dulgentiae,  quod  reìs,  et  nocenti- 
bus  tunc  venia  daretur,  et  carcere 
liberarentur;  ed  ancora  perchè  era 
la  domenica  innanzi  il  sabbato,  nel 
quale  la  notte  da  vasi  il  battesimo 
detto  ancora  indulgentiae.  Delle  in- 
dulgenze concesse  a'  santuari,  ora- 
zioni, festività,  processioni,  medaglie, 
crocefissi  e  corone  benedette,  ordini 
equestri  e  regolari,  ec,  ec,  se  ne  trat- 
ta ai  rispettivi  articoli.  Inoltre  su 
questo  argomento  oltre  i  citati  au- 
tori si  possono  consultare  i  seguen- 
ti. Niccola  Giunchi,  De  indulgentiis 
ut  ad  eas  requisita,  Romae  1760. 
Passerini,  De  indulgentiis,  Romae 
1672.  Pletlemberg,  Nolitia  con- 
gregationum.  Andreucci,  Hierarchia 
ecclesiastica  tom.  II,  diss.  Vili  de 
requisitis  et  non  requisilis  ad  lu- 
crandas  indulgenlìas.  Amort,  De 
origine,  progressuj  valore,  ac  fru- 
ctu  indulgentiarunij  Venezia.  1788. 
La  dottrina  cattolica  dell' indulgen- 
za difesa,  Foligno  1789.  Anche 
il  p.  Teodoro  dello  Spirito  Santo 
carmelitano  scalzo,  che  in  due  to- 
mi ci  diede  un  eccellente  trattato 
sulle  indulgenze,  stampato  in  Roma 
nel    1743. 

INDUMENTI  SACRI.  K  Para- 
menti SACRI ,  e  gli  articoli  che  li 
riguardano. 


INF 
INFANTE  e  INFANTA.  Titolo 
d'onore  che  si  dà  ai  figliuoli  ed  alle 
figliuole  di  alcuni  principi,  massi- 
mamente nella  Spagna  e  nel  Por- 
togallo da  quelle  reali  corti  ai  prin- 
cipi e  principesse  del  sangue  reale. 
Antichissimo  è  il  titolo  d'infante  nel- 
la Spagna,  perchè  non  solamente  at- 
tribuivasi  a  vari  principi  della  fami- 
glia reale,  ma  ancora  ad  alcuna  di 
quelle  famiglie,  che  possedevano  gran- 
di signorie  ed  esercitavano  una  spe- 
cie di  sovranità.  1  grandi  di  Spa- 
gna appellavansi  anticamente  rìcom- 
bri^  ricos-hombres y  cioè  ricchi  uo- 
mini. La  loro  dignità  era  sì  gran- 
de che  come  pari  ed  eguali  al  re, 
non  solo  sedevano  e  si  coprivano 
innanzi  ad  esso,  ma  suggellavano  con 
lui  tutti  gli  atti  in  sigillo  rotondo, 
e  facevano  prendere  a'ioro  figli  il 
nome  d'infante,  ad  esempio  dei  re. 
Tra  le  molte  loro  prerogative  aveano 
quella  di  tenere  al  loro  servigio  dei 
cavalUros  de  honor,  milites,  i  qua- 
li erano  obbligati  a  sempre  accom- 
pagnarli ,  ed  a  marciare  alla  guer- 
ra sotto  le  loro  bandiere.  I  figliuo- 
li di  questi  cavalieri  d'onore  pren- 
devano il  titolo  d'infantini,  infanùo- 
nes^  diminutivo  di  quello  d'infante  u- 
surpato  dai  figli  dei  ricomhri.  V. 
il  De  Marca,  Hist.  de  Bearn,  I.  8, 
num.  6,  pag.  4»  3;  ed  Onorato  di  s. 
Maria,  Disseriazione  sopra  la  ca- 
valleria, Brescia  1761.  Si  crede  co- 
munemente che  il  titolo  d'infante 
passasse  in  Ispagna  in  occasione  del- 
ie nozze  d'Eleonora  d'Inghilterra  con 
Ferdinando  li  re  di  Leone  e  di  Ca- 
stiglia  del  i  iSy,  e  che  quel  re  dasse 
per  la  prima  volta  la  qualificazione 
d'infante  al  principe  d.  Sancio  suo 
figliuolo.  Però  Pelagio  vescovo  di  O- 
\iedo,  che  viveva  nell'anno  1000, 
fa  menzione  in  una  delle  sue  let- 
tere del  nome  d'infante  applicalo  tan» 


INF  ^91 

to  ai  maschi,  quanto  alle  fémmine 
nella  Spagna  fino  sotto  il  regno  di 
Evremondo  o  Veromondo  II  del 
982.  In  un  documento  del  1174 
Alfonso  VIII  re  di  Castiglia  e  di 
Leone,  dà  il  nome  à'infanlissa  ad 
una  sua  figliuola. 

INFÀNZIA  (Figlie  dell').  Le  fi- 
glie dell'infanzia  di  nostro  Signor 
Gesù  Cristo,  era  una  congregazione 
il  cui  oggetto  consisteva  nell'istru- 
zione delle  giovani  e  nel  soccorso 
delle  inferme.  Non  vi  si  accettava- 
no vedove,  non  si  obbligavano  alla 
casa  che  dopo  due  anni  di  prova, 
non  si  rinunziava  ai  beni  della  fami- 
glia obbligandosi  all'istituto;  le  so- 
le nobili  potevano  essere  superiore, 
intendenti  ed  econome.  Quanto  agli 
altri  impieghi  potevano  aspirarvi  le 
ignobili;  molte  però  erano  abbassate 
alla  condizione  di  cameriere  e  di 
fantesche.  Questa  capricciosa  comu- 
nità cominciò  a  Tolosa  nella  parroc- 
chia di  s.  Stefano  nel  1657,  per 
opera  di  Giovanna  Julliard  di  Mon- 
doville  vedova  di  Claudio  di  Tur- 
le  signor  di  Mondoville,  e  del  signor 
di  Ciron  cancelliere  dell'università, 
canonico  della  cattedrale,  e  gran  vi- 
cario della  chiesa  di  Tolosa.  Au- 
mentandosi il  numero  delle  fanciulle 
ottenne  la  fondatrice  dall'arcivesco- 
vo di  Tolosa  regole  e  costituzioni  col 
permesso  di  fare  il  voto  semplice  di 
perseveranza.  Le  costituzioni  ven- 
nero approvate  da  Alessandro  VII 
con  breve  de' 6  novembre  1662, 
essendone  statoli  compilatore  l'abba- 
te Ciron.  Di  poi  le  costituzioni  ven- 
nero dall'abbate  aumentate  con  altri 
regolamenti  che  non  parvero  con- 
venienti, quindi  furono  censurate, 
gli  fu  scritto  contro,  e  fu  consigliato 
l'autore  a  variare  diversi  articoli, 
ma  l'abbate  Ciron  giansenista  non  vi 
si  seppe  indurre.   Tuttavolla  le  va- 


291  INF 

riazìoni  che  poscia  si  fecero  d'ordi- 
ne dell'arcivescovo  di  Tolosa  si  con- 
siderarono di  poco  momento.  Infor- 
mato Luigi  XIV  re  di  Francia  che 
l'istituto  era  occultamente  gianseni- 
stico, nel  1(385  proibì  di  ricevere 
fanciulle  nella  congregazione,  indi 
con  decreto  del  1686  annullò  la  ri- 
provevole fondazione,  cassò  l'istitu- 
to, e  fece  restituire  alle  loro  case  le 
fanciulle:  questa  congregazione  ebbe 
in  poco  tempo  sei  stabilimenti  tanto 
«ella  Linguadoca  che  nella  Proven- 
2a.  La  fondatrice  appellò  inutilmen- 
te alla  santa  Sede  nel  pontificato 
d'Innocenzo  XI,  e  fu  rinchiusa  nel 
convento  dell'ospedaliere  di  Coutan- 
ces,  ove  mori  a' 4  gennaio  1702, 
presso  a  poco  com'era  vissuta,  cioè 
da  buona  e  perfetta  giansenista.  Alla 
morte  di  Luigi  XIV  si  lusingarono 
alcune  figlie  dell'infanzia  che  la  loro 
congregazione  potesse  risorgere;  pre- 
sentarono una  supplica  a  Luigi  XV, 
il  quale  siccome  istruito  del  perchè 
erano  state  soppresse,  non  volle  mai 
neppure  sentire  parlarne,  ond*  esse 
rimasero  soppresse;  dimodoché  si  può 
dire  di  loro  come  della  loro  fonda- 
trice, ciò  che  A  profeta  dice  di  chi 
si  allontana  dalle  vie  del  Signore: 
Sicnt  tela  aranea  rum  fiducia  c/'us. 
Innitetur  super  doinuin  suam,  et 
non  stabit,  fulcìel  eani,  et  non  con- 
surget.  Job  cap.  VII,  v.  i3  e  14. 
V.  il  p.  Helyot ,  iSVorztìf  degli  or- 
dini religiosi^  t.  VIII;  e  l'abbate  Re- 
boulet.  Avventure  di  una  dama  e 
di  un  abbate  ossia  istoria  della  con- 
gregazione delle  figlie  dell'infanzia, 
i833,  traduzione  dal  francese. 

INFEDELI  e  INFEDELTÀ'.  In- 
fedele  dicesi  colui  che  non  ha  la 
fede.  Appellansi  anche  infedeli  quei 
che  non  sono  battezzati,  né  cre- 
dono le  verità  ed  i  misteri  del- 
la   cristiana    religione:    in    questo 


INF 

senso  gV  idolatri  ed  i  maomettani 
sono  infedeli.  I  teologi  ne  distin- 
guono di  due  specie  :  chiamano  in- 
fedeli negativi  quei  che  non  inte- 
sero mai,  né  meno  ricusarono  di  u- 
dire  la  predicazione  del  vangelo;  e 
infedeli  positivi  quei  che  hanno  re- 
sistito a  questa  predicazione,  e  chiu- 
sero gli  occhi  alla  luce.  Chiamasi  in- 
fedeltà la  mancanza  di  fede,  cioè  la 
falsa  religione  di  coloro  i  quali  non 
ammettono  il  battesimo,  né  gli  altri 
misteri  del  cristianesimo.  Trovasi 
questa  mancanza  o  in  quelli  che  han- 
no avuto  il  mezzo  di  conoscere  Gesù 
Cristo  e  la  di  lui  dottrina,  e  non  vol- 
lero profittarne  per  disprezzo  o  per 
negligenza,  e  allora  questa  è  un'in- 
fedeltà positiva  ;  o  in  quelli  che  non 
udirono  mai  a  parlarne,  o  non  è  stata 
loro  sufficientemente  annunziata,  ed 
allora  questa  è  un'infedeltà  negativa. 
La  prima  è  peccato  gravissimo,  poi- 
ché è  una  resistenza  formale  ad  una 
grazia  che  Dio  vuol  fare;  la  seconda 
è  una  sventura  e  non  un  delitto, 
perché  è  Teffetto  d'una  involontaria 
ed  invincibile  ignoranza,  che  in  que- 
sto caso  ella  scusa  da  peccato;  al- 
tri teologi  dicono  che  l'infedeltà  ne- 
gativa non  è  un  peccato,  é  solamen- 
te la  pena  del  peccato  originale. 
Un  eretico  è  differente  da  un  infe- 
dele in  questo,  che  il  primo  è  bat- 
tezzato, altera  o  combatte  alcuni 
dommi,  perciò  non  crede  di  fede  di- 
vina ;  quando  che  il  secondo  non  li 
conosce,  non  ha  potuto  o  non  vol- 
le conoscerli.  Alcuni  teologi  afferma- 
rono che  tutte  le  azioni  degl'infe- 
deli sono  peccati,  e  vizi  tutte  le  vir- 
tù dei  filosofi.  Se  ciò  fosse  vero,  di- 
cono altri,  quanto  più  un  pagano 
facesse  di  buone  opere  morali,  sa- 
rebbe più  degno  di  condanna.  Que- 
sto è  un  errore  condannato  dalla 
Chiesa  in  Baio  e   nei  di  lui  fautori. 


INF 

Dio  concede  a  tutti  gli  uomini  sen- 
za eccezione    delle    grazie    interne  ; 
questa  è    una    conseguenza  che  Dio 
vuol  salvi  tutti,  0  che  Gesti  Cristo 
è  morto  per  tutti;    e  Dio  concede 
delle  grazie   interne  specialmente  ai 
pagani  ed  infedeli.    Inoltre  gl'infe- 
deli pon  possono  fare  alcuna  azio- 
ne meritoria  della  vita  eterna,  per- 
chè essi  non  hanno  la    grazia  san- 
tificante, che    sola    può    dare  que- 
sto merito  alle   umane  azioni.  Di- 
ce s.  Tommaso  2,  2,  qu.  io,  art. 8, 
non  si  devono  costringere  gli  infedeli 
ad  abbracciare  la  fede,  perchè  que- 
sta   dev'essere  libera  e   volontaria; 
puossi  però    impedire    loro  di  mo- 
lestare i  Fedeli  (Vedi)  e   di  perse- 
guitarli, ed  è  per  questo  motivo  che 
viene  loro  dichiarata  la  guerra.  Di 
questa    ne    parlammo    agli    articoli 
Crociata  e  Crociate  diverse,    non 
che  in  altri  articoli,  cerne  Decime  ec, 
nei  quali  dicemmo  degli  aiuti  spi- 
rituali e   temporali  che  i  Papi  die- 
rono  ai  principi    ed  ai   popoli  per 
combattere    gì'  infedeli ,   frenare    il 
loro  orgolio  ,    crudellà  e  conquiste 
a  salvezza  del  cristianesimo.  Quan- 
to agli  Apostati  (  Vedi),  quelli  cioè 
che  hanno  abbandonato  la  fede  cat- 
tolica che  aveano  abbracciato  libe- 
ramente, si  possono  essi  obbligare  a 
mantenere  le  loro  promesse,   Puos- 
si   conversare  cogl'infedeli,    purché 
non  si  tenga  discorso  di  cose  rela- 
tive alla  religione,  e  questo  conver- 
sare non  sia  dannoso  ne  scandaloso. 
Si  può  anche  trafficare  con  essi,  im- 
piegarli  e  prenderli  al  proprio  ser- 
vigio ,  qualora  non    vi  sia    danno 
o  scandalo,  e  salve    le    legg-i  delia 
Chiesa  in  alcuni  casi  :  è  altresì  per- 
messo di  vendere  loro  le  cose  neces- 
sarie, e  di   tollerare  le  loro  cerimo- 
nie, all'oggetto  di  evitare  mali  mag- 
giori. Altre  nozioni  riguardanti  gli 


INF  293 

infedeli  e  la  loro  conversione  sono 
riportate  agli  articoli  Battesimo,  Ca- 
tecumeni, Edrei,  Limbo,  ec. 

INFERNALI.  Appellaronsi  con 
questo  nome  nel  secolo  XVI  i 
partigiani  di  Nicolò  Gallo  e  di 
Jacopo  Smidelin,  i  quali  asserivano 
che  nei  tre  giorni  della  sepoltura 
di  Gesù  Cristo,  l'anima  di  lui  di- 
scese nel  luogo  dove  patiscono  le 
anime  dannate,  e  che  ivi  fu  con 
quelle  tormentata.  Questi  stolti  ap- 
poggiavano il  loro  errore  sopra  un 
passo  degli  Atti  apostolici  e.  2, 
V.  24,  e  nel  salmo  17,  v.  5,  6. 
Questo  è  un  esempio  dell'enorme 
abuso  che  i  predicanti  di  detto  secolo 
facevano  della  Scrittura  sacra. 

INFERNO.  Luogo  di   tormenti, 
dove  i  malvagi    dopo  questa    vita 
andranno  soggetti  alla  pena  dovu- 
ta ai  loro  delitti.   L'inferno  quindi 
è  V  opposto  del  cielo  o  del   Para- 
diso [Vedi),  dove    i    giusti  riceve- 
ranno la  ricompensa  delle  loro  vir- 
tù. L*  ebreo  Scheol,  il  greco  Tar^ 
taros,  il  latino  Infernus    e    Orcus^ 
l'inferno,    esprimono    nella  loro  o- 
rigine  un  luogo  basso  e  profondo, 
e  per  analogia    il  sepolcro,  il  sog^ 
giorno  de'morti.   I  giudei  si  servi- 
rono anche  della  parola   Gehenna, 
Gehinnon  ,    valle     vicina    a  Geru- 
salemme, in  cui    eravi  una  forna- 
ce chiamata  Tophet,  dove  gl'idola- 
tri fanatici  conservavano  del  fuoco 
per  sacrificare   od  iniziare  i   loro  fi- 
gliuoli a  Moloch.  Quindi  nacque  che 
nel     nuovo    Testamento    l'  inferno 
viene  sovente  indicato  per  Geheii' 
na  ignis,  la  valle   del  fuoco,  della 
quale  parlammo    pure  nel  volume 
XXX,  p.   45  del  Dizionario.  Inol- 
tre  la  parola   inferno  si   prende  ia 
generale  per  tutti  i  luoghi  sotterra- 
nei; nello  siile  della  Scrittura,  per  la 
morte,  per  il  sepolcro;  per  il  Iuq- 


'a94  INF 

go  in  cui  dimorano  le  anime,  buo- 
ne o    calli  ve,  dopo    la  separazione 
dal  loro  corpo;    per  il  luogo  par- 
ticolare, in  cui    le  anime  dei  giu- 
sli   aspellavano  la  venula  del  Sal- 
vatore, e  dal  quale  uscirono    dopo 
la  sua    risurrezione,  per  andare  in 
cielo  a  godere  di  un  bene  eterno, 
luogo  che    però    chiamasi    Limbo 
(P^edi)',    per  il     soggiorno  dei     de- 
moni  e  dei   dannati,    cioè  il   luogo 
destinato  nell'altra  vita  per  la   pu- 
nizione eterna     degli   angeli  cattivi 
(de'quali  si  disse    alTarticolo   Coro 
DEGLI  Angeli)    e  degli  uomini  che 
muoiono  in  peccato  mortale.  Vie- 
ne   finalmente  questo    luogo  collo- 
cato nel  centro  della  terra,  e  Tin- 
Icrno  si  prende  altresì  pei   Demoni 
(f^edi).  Alla  questione  stravagante, 
in  quale  luogo  sia  l'inferno,  se  nel 
gran   pianeta  del  sole,    o    nelle  vi- 
scere della  terra,  dell'inglese  Swin- 
denio    che    nel     1714    pubblicò    a 
Londra  un'  opera  Sidla  natura    e 
sul  luogo  dell'  inferno»  rispose  con- 
futandola  l'eterodosso  Federico  Ot- 
tone a  Wittemberga,  ma  senza  buo- 
ne prove,    e    col    mescolamento  di 
molli    errori  ;     fu  parimenti     com- 
battuta    da    altri ,    e    brevemente 
dall'erudito  p.  Fassoni  nel  suo  li- 
bro.  De  pìorum  in  sinu  Abrahae 
beatitudine  ante   Chrislì  mortem;  e 
finalmente    di     maggior    proposito 
il  dottissimo    p.   Patuzzi    nella  sua 
voluminosa    dissertazione  De    sede 
inferni.  We  diede  un  sunto  dell'  o- 
pera  dello  Swindenio  il  p.  abbate 
Biagi  annotatore  del     Bergier    nel 
Dizionario    di     questi,    alla    voce 
Inferno. 

Quanto  alle  pene  dell'inferno  sene 
soffrono  dai  reprobi  due,  la  pena  del 
danno  e  quella  del  senso.  La  pena 
del  danno  consiste  nella  privazione 
della  vista  e  della  presenza  di  Dio. 


INF 

La    pena    del    senso    consiste    nel 
soffiire    i    tormenti    i  più     violenti 
senza  il  più  piccolo  refrigerio.   La 
Scrittura  c'indica  quei   tormenti  per 
mezzo  del  fuoco,  e  ci   dà   hiogo  a 
credere    che  il    fuoco   dell'  interno 
sarà   un     fuoco    reale   e    vero,  che 
per  una  virtù  soprannaturale    agi- 
rà sui    corpi    e  sulle    anime    senza 
distruggerle.  E  questo  il  sentimen- 
to della  maggior  parte  dc'padri   e 
dei   teologi,  ma  non  è  un  articolo 
di  fede.  Però  è  di  fede  che  i  dan- 
nati saranno    eternamente  separati 
da  Dio,  e  privali  del  bene  eterno. 
E  altresì  di    fede    che     soffriranno 
sempre     in  corpo    ed  in     anima   i 
supplizi  i  più  crudeli,    senza  alcu- 
na consolazione,    ed  in  una  totale 
disperazione.  E  di  fede  che  questi 
tormenti  sono  indicati  nella  Scrit- 
tura colla  parola  di  fuoco  eterno; 
ma  non  è  di  fede  che  questo  fuo- 
co sarà  reale  e  vero.  La  privazione 
della  presenza    di    Dio  sarà  eguale 
in    tutti  i  dannati  ;  ma  perla  pena 
del  senso,  il  rimorso  continuo  della 
coscienza,  lo  soffriranno  più  o  me- 
no in  proporzione  che  avranno  es- 
si più  o    meno    peccato.  Dio  pro- 
porziona  le    pene    al    numero    ed 
alla    malizia    de'  peccati.    Le    pene 
dell'  inferno    saranno  eterne,  è    un 
articolo    di     fede    appoggiato    alla 
Scrittuia,  alla  tradizione,  alla  deci- 
sione   della    Chiesa,    e    fu    sempre 
considerato  il  sentimento  contrario 
come    un'  eresia.  Nella    descrizione 
dell'inferno  si  sogliono  talvolta  in- 
dicare altre  specie  di  pene  per  im- 
maginarsi   un  luogo  di    tormenti  ; 
il  pianto  poi,  lo  stridore  de'denti, 
le  tenebre,  1'  immobilità  de' corpi, 
il  fetore,  si  deducono    dalle    sante 
Scritture.  A  quelli  che  dicono.  Dio 
è  troppo  misericordioso  per  punire 
eternamente  un  solo  peccato  naoi> 


INF 

tale,  che  dura  talvolta  un  solo  i- 
slanle,  rispondono  i  teologi  che  la 
rnisericordia  di  Dio  non  è  con- 
traria alla  sua  giustizia,  e  che  la 
sua  giustizia  esige  che  venga  eter- 
namente punito  il  peccato  d'  un 
uomo  impenitente.  Aggiungono  i 
teologi,  chi  vuol  morire  nel  pec- 
cato merita  una  pena  eterna  ;  il 
peccato  mortale  combalte  e  di- 
strugge per  quanto  può  un  bene 
infinito,  dunque  dev'essere  punito 
con  un  supplizio  eterno  ed  infini- 
to, almeno  nella  sua  durata,  giac- 
che l'uomo  essendo  finito  non  è 
capace  d'un  supplizio  infinito  nella 
sua  natura.  Il  domma  di  fede  di 
cui  un  cristiano  non  può  dubitare 
sull'eternità  delle  pene  infernali,  e 
che  non  finiranno  mai,  è  fondato 
sulle  parole  di  Gesù  Cristo  ripor- 
tate da  s.  Matteo  e.  25,  v.  46. 
Questo  divino  maestro  parlando 
dell'ultimo  giudizio  ci  assicura  che 
gli  empii  andranno  al  supplizio 
eterno,  e  i  giusti  nella  vita  eterna. 
Pompeo  Sarnelli  nelle  Lettere  ec- 
clesiastiche parla  in  piti  luoghi 
dell'inferno.  Nel  tom.  IX,  lett.  60: 
Perchè  nel  sìmbolo  della  messa  si 
sieno  tralasciate  quelle  parole  del 
simbolo  apostolico  :  Descendit  ad 
inferosj  ed  al  num.  14  discorre 
come  l'inferno  è  senza  redenzione, 
ripetendo  le  parole  di  santa  Chie- 
sa :  Quia  in  inferno  nulla  est  re- 
demptio.  Nel  tom.  V,  lett.  XLIX: 
Se  alcuno  sia  andato  in  anima  e 
corpo  aWinfemOy  e  della  sua  gran- 
dezza. Nei  tom.I,  lett.  XXXVllI: 
La  liberazione  dell'anima  di  Tra- 
iano dall'  inferno  per  le  orazioni 
di  s.  Gregorio  7,  si  rigetta  come  fa- 
volosa. Il  Cancellieri  nelle  Oisser- 
tazioni  epistolari  bibliografiche  ^  a 
p.  57,  85,  86,  parla  dell'  inferno, 
ed  a  p.    174  riporta  le  opere  prò 


INF  295 

e  contra  sulla  pretesa  liberazione 
dell'anima  di  Traiano  ,  imperatore 
gentile  e  persecutore  della  Chiesa, 
dalle  pene  infernali  :  ivi  ancora 
tjatta  eruditamente  delle  opere  scrit- 
te sulla  fine  del  mondo,  sul  giudi- 
zio universale ,  e  della  valle  di 
Giosafat,  della  quale  noi  parlammo 
al  citato  volume  XXX  del  Diziona- 
rio a  p.  4'2«  Il  P«  Menochio  nelle 
Stuore  tom.  II,  p.  214  ci  dà  il 
capo  XXIX:  Come  s'  intendano  le 
parole  che  usa  la  Chiesa  nelle  mes- 
se de'morti,  colle  quali  prega  che 
Nostro  Signore  liberi  le  anime  de 
poenis  inferni,  et  de  profundo  la- 
cu.  In  Roma  nella  chiesa  di  s. 
Prassede  evvi  una  cappella  dedi- 
cala a  s.  Zenone,  chiamata  Horto 
del  paradiso,  e  s.  31  aria  libera 
nos  a  poenis  inferni,  perchè  si  nar- 
ra che  ivi  celebrandovi  messa  il 
Pontefice  s.  Pasquale  I  vide  l'ani- 
ma di  un  suo  nipote  portata  dalla 
B,  Vergine  in  paradiso.  Egualmen- 
te in  Roma  v'è  la  chiesa  di  s. 
Maria  Liberatrice,  s.  Maria  libera 
nos  a  poenis  inferni,  di  antica  di- 
vozione, posta  nel  Foro  romano 
alla  radice  del  Palatino,  che  dicesi 
edificata  da  s.  Silvestro  I:  ivi  è 
un  aliare  dedicato  alla  B.  Vergine, 
iu  cui  per  pia  tradizione  vuoisi 
che  si  liberi  uu'  anima  dal  purga- 
torio celebrandovisi  la  messa.  Il 
p.  Gio.  Vincenzo  Patuzzi  dome- 
nicano ci  die  r  opera  :  De  futuro 
impiorum  statu.  Veronae  174^» 
et  Venetiis    i764« 

INFRALASSARI  o  INFRALAP- 
Sari.  Settari  che  sostengono  avere 
Dio  creato  un  determinato  nume- 
ro di  uomini  soltanto  per  dannarli, 
senza  accordar  loro  i  necessari  soc- 
corsi perchè  si  possano  salvare.  Si 
chiamano  infralassari  perchè  non 
vogliono  che  Iddio  abbia  preso  que- 


agS  ING 

sta  risoluzione  se  non  che  dopo  la 
previsione,  ed  in  conseguenza  della 
caduta  del  piirno  uomo,  infra  la- 
psum  Adami;  mentre  in  vece  i 
sopralassarì  o  sopralapsari  pre- 
tendono che  Dio  prese  una  tale 
risoluzione  prima  della  caduta  di 
Adamo,  ed  indipendentemente  dal- 
la medesima,  supra  lapsuni  Ada- 
mi. ]\on  è  possibile  conciliare  que- 
sto sistema  colla  volontà  di  Dio  di 
salvare  tutti  gli  uomini,  volontà 
chiaramente  rivelata  nella  Scrittu- 
ra sacra,  e  col  decreto  che  Dio  fe- 
ce ,  prevista  la  caduta  di  Adamo  , 
di  redimere  l'uman  genere  per  mez- 
zo di  Gesti  CiMSto. 

INGELHEIM  OBER,  Inghelhei- 
num.    Borgo    del    gran    ducato    di 
Assia-Darmstadt,  provincia  del  Re- 
no, capoluogo  di  cantone ,    presso 
la  riva  destra  del  Salzbach,  a  qual- 
che distanza  dalla  riva  sinistra  del 
Reno,  nella  diocesi  di  Colonia  tra 
Magouza  e  Bingen.  È  cinto  da  un 
muro  fiancheggiato  da  torri,  e  rin- 
chiude tre  chiese,  una  delle  quali 
del  preteso  culto  riformalo;  essa  è 
antichissima,  possiede  molti  monu- 
naenti  curiosi,  e  belli  vetri  dipinti, 
sui  quali  sono  rappresentati  diversi 
fatti    dell'  istoria    di  Carlo    Magno 
che  nel  774  vi  radunò    la    prima 
dieta,  giacche  i  di  lui  successori  ve 
ne  tennero  delle  altre.    Nella    me- 
desima chiesa  Carlo  Magno  depose 
Tassilo  o  Tassilone  duca  di  Baviera. 

Concila  d*  Ingelheim. 

II  primo  si  tenne  Tanno  778, 
in  cui  il  duca  Tassilone  di  Bavie- 
ra essendo  stato  convinto  di  perfi- 
dia verso  Carlo  Magno  re  de'frau- 
chi,  fu  obbligato  ritirarsi  in  un  mo- 
nistero.  Reg.  tom.  XX;  Labbé  tora. 
\^1I;  Arduino  tom.  IV. 


ING 

Il  secondo  si  adunò  neir8i7  con- 
tro gli  usurpatori  dei  beni  della 
Chiesa.  Reg.  tom.  XXI  ;  Labbé 
tom.  VII;  Arduino  tom.   IV. 

Il  terzo  l'anno  826  contro  colo- 
ro i  quali  commettevano  delle  de- 
predazioni nel  regno.  Ibidem. 

Il  quarto  fu  celebrato  nelT  840 
a'  24  giugno,  ed  in  esso  Ebbone 
arcivescovo  di  Reims  fu  assolto  e 
ristabilito  con  un  atto  dell'impe- 
ratore Lotario  I,  sottoscritto  da  ven- 
ti vescovi  tanto  delle  Gallie  che  di 
Germania  riuniti  nel  palazzo  d'in- 
gelheim.  Ebbone  dopo  il  suo  rista- 
bilimento ordinò  alcuni  chierici  , 
ma  Carlo  il  Calvo  lo  scacciò  da 
Reims  r  anno  appresso.  Concil.  t. 
VII,  p.    1770;  Diz.  de  coite. 

Il  quinto  fu  adunato    a' 7    giu- 
gno del  948,  e  tenuto   in  presen- 
za dei  re  Ottone  I,  e  Lodovico  IV. 
Il  Papa  Agapito  II  vi  spedi  lega- 
to  a    presiederlo    Marino    vescovo 
Polimarziense,   e  v'erano    in  tutto 
trentadue  vescovi,  e  buon  numero 
di  abbati,  di   canonici  e  di  mona- 
ci. Il  re  Lodovico  IV  si  lagnò  del- 
la persecuzione  ch'egli  soffriva  per 
parte  di  Ugo  conte  di  Parigi,  d'Ar- 
taudo  o  Artoldo  di  Reims  e  di  Ugo 
suo  competitore.  Sigiboldo  diacono 
deir  ultimo  vi  fu  deposto  come  ca- 
lunniatore;   Ugo    scomunicato,   ed 
Artaudo  ristabilito.    Ugo    conte  di 
Parigi  doveva  essere  anch'  egli  sco- 
municato,   se  non    si    sottometteva 
al  giudizio  del  concilio.  Si    stesero 
dieci  canoni,  e  vi  si  determinò  che 
si  festeggierebbe  la  settimana  inte- 
ra di  Pasqua,  e    nella    Pentecoste 
il   lunedi,    martedì    e    mercoledì; 
che    nelle    litanie    maggiori    si    di- 
giunei-»  bbe,  vale  a  dire    il    giorno 
di  s.  Marco,  e  così  in  quelli   delle 
rogazioni;   si  proibì  ai  laici  di  ac- 
cordare o  di  togliere   delle   chiese 


ING 

ad  un  sacerdote  qualunque,  senza 
il  permesso  del  vescovo,  e  che  le 
decime  si  dovessero  delìnire  nel  si- 
nodo, non  davanti  i  giudici  seco- 
lari. Agapito  li  nel  949  celebrò 
un  concilio  in  Roma  in  cui  con- 
fermò gli  alti  di  questo  d'Ingel- 
heim ,  scomunicando  il  conte  di 
Parigi  ribeile,  finche  non  ubbidisse 
a  Lodovico  IV.  Reg.  tom.  XXV; 
Labbé  tom.  IX  ;  Arduino  tom.  VI; 
Diz.  de  conc. 

Il  sesto  concilio  ebbe  luogo  nel 
972  in  cui  il  vescovo  Udalrico 
e  suo  nipote  Adelberone,  ch'erano 
accusati  d'aver  violati  i  canoni, 
furono  assolti.  Diz.  de  conc. 

11  settimo  si  adunò  nel  980,  e 
vi  fu  ordinato  che  i  monaci  di 
Otmars  e  di  Mal  medi  non  avreb- 
bero che  un  solo  abbate,  quello 
cioè  d' Otmars,  come  avea  disposto 
il  fondatore  de'  due  monisteri,  san 
Remalo  vescovo  di  Tongres.  Gali, 
christ.  tom.   Ili,  p.  944- 

INGHILTERRA,  GRAN  BRE- 
TAGNA,  o  IMPERO  BRITANNI- 
CO.  Col  nome  d'Inghilterra  s  in- 
tende chiamare  il  paese  piìi  meri- 
dionale ed  il  più  considerabile  dei 
due  regni  dell'  Inghilterra  propria- 
mente e  della  Scozia,  componenti 
l'isola  della  Grande  Bretagna  :  i 
suoi  confini  sono  al  nord  la  Sco- 
zia, al  sud  la  Manica  che  la  divi- 
de dalla  Francia,  all'  est  il  mare 
d'Alemagna  o  del  nord,  ed  all'o- 
vest l'oceano  Atlantico  settentriona- 
le ed  il  mare  d'  Irlanda.  Altri  geo- 
grafi dicono  che  si  dà  il  nome  di 
regno  unito  della  Gran  Bretagna 
alla  grande  isola  dell'  Europa  che 
comprende  i  due  regni  d'Inghilter- 
ra e  di  Scozia^  all'isola  britannica 
e  regno  d'Irlanda,  ed  a  varie  iso- 
le minori  chiamate  Shetland,  Or- 
cadi    ed    Ebridi  ;    ed    aggiungono 


ING  297 

che  questo    stato  e    circoscritto  al 
nord  e  all'est    dal  mare  Germani- 
co, al  sud  dal  canale  d'  Inghilterra 
o  Manica  che  la  divide  dalla  Fran- 
cia, ed  all'ovest  dall'oceano  Atlan- 
tico;  si    estende    dal    49^    ^8'     al 
60°    35'    latitudine   nord ,    e     dal 
io"*    20'    al    22"     4o     longitudine 
ovest.  Anglia   è  chiamata  tale  re- 
gione da  quelli  del  paese,  e  prima 
Engle-Land    e   poscia    Eglis-Land 
o    England,  cioè  terra  degli  angli 
ovvero  anglo  -  sassoni  ;  dai  francesi 
Angleterre,  dai  tedeschi  Engeland, 
e  dagli  spagnuoli    Inglalerra.    Col 
nome  di    Gran  Bretagna,    Britan- 
via  major j  vuoisi     indicare  l' isola 
dell'oceano  Atlantico,  troppo  spesso 
ed  a  torto  disegnata  col  nome  del 
suo  regno  principale    l'Inghilterra. 
Questa  isola    che    rinchiude  la  In- 
ghilterra,   il     principato    di  Galles 
e  la  Scozia,  è  effettivamente  il  cen- 
tro dell'impero  britannico.  Sovente 
anche  si  comprendono  sotto  il  no- 
me di     Gran-Bretagna  tutti     indi- 
stintamente i  possessi  britannici  :  la 
Gran   Bretagna    è    la    più    grande 
tra  le  isole  di  Europa,  la  cui  forma 
è  quasi  triangolare,  e    di  un  trian- 
golo   allungato ,    fattasi    astrazione 
dei     numerosi    incavi     della     costa 
occidentale,  del  quale  la  più  piccola 
parte  sta    al  sud  :    in  tal  modo  le 
coste  presentano  tre  esposizioni  ge- 
nerali air  est,  al   sud  ed    all'ovest. 
L'  impero   britannico    si  estende  a 
tutte  le    parti    del  globo,  con    va- 
stissima    dominazione,     e     maritti- 
ma   preponderanza.     L'  Inghilterra 
è  il  centro    della    monarchia,    che 
fu  eziandio    anticamente    appellata 
Alhion. 

Non  senza  ragione  si  suppose 
che  la  Gran  Bretagna  abbia  fatto 
paite  del  continente  :  la  poca  lar- 
ghezza del  passo   di   Calais,  la  per- 


298  ING 

fella  analogia  che  esiste  fra  le  col- 
line cretose  delle  coste,  le  quali 
formano  queslo  stretto,  e  la  dire- 
zione della  catena  divisoria  d'acqua 
di  quell'isola,  appoggiano  una  tale 
ipotesi.  Tre  catene  di  montagne, 
i  Grampians,  i  Cheviot,  i  Moor- 
lands  orientali,  unitamente  a  molti 
gran  dorsi,  formano  i  principali 
bacini  del  versatolo  orientale.  Le 
montagne  dell'Inghilterra  non  so- 
no né  frequenti  né  alte  se  si  pa- 
ragonano ai  sistemi  montuosi  del 
continente.  Pure  una  ragguardevole 
catena  l'attraversa  dal  nord  al  sud, 
da  cui  partono  in  seguito  tre  di- 
ramazioni, Tuna  verso  la  contea 
di  Norfolk,  l'altra  verso  quella  di 
Kent,  e  la  terza  verso  la  punta  di 
Cornovaglia.  Le  cime  più  elevate 
sono  il  Pico  di  Derby,  il  Cheviot 
sulla  frontiera  scozzese,  il  Cots- 
would  nella  contea  di  Gloucester, 
il  Plinlimmon  e  lo  Snowdon  nel 
principato  di  Galles,  ove  i  monti 
sono  per  Io  più  formati  di  porfido 
e  di  granito.  Le  catene  di  monta- 
gne possono  ridursi:  i.**  alla  Che- 
viot sulla  frontiera  scozzese;  2.** 
centrale  dal  nord  al  sud,  comin- 
ciando sopra  Carlisle  e  passando 
all'oriente  di  Durham  e  Yorkshi- 
re  fino  al  Derbyshire  e  Cheshire. 
Le  contee  di  Cumberland,  West- 
moreland  hanno  delle  montagne 
staccate  da  qualunque  catena.  Una 
catena  centrale  di  elevazióne  mino- 
re si  può  tracciare  quasi  sino  a 
Salisbury  con  due  rami  irregolari 
all'est,  uno  verso  la  contea  di  Nor- 
folk, r  altro  verso  quella  di  Hert- 
ford  fino  ad  Henley  in  quella  di 
Kent;  un  altro  va  verso  il  sud- 
ovest  verso  la  Cornovaglia.  Vi  è 
un  altro  tratto  assai  elevato,  chia- 
malo dei  colli  Chiltern,  steso  dalla 
contea  di  Hertford  fino  ad  Henley 


ING 

in  quella  di  Oxford.  Le  monta- 
gne Malvern  nella  contea  di  Wor- 
cester deviano  dalla  catena  cen- 
trale, ma  quelle  dette  Colfwold 
nella  contea  di  Gloucester  vi  ap- 
partengono. I  colli  Mendisi  ec. , 
della  contea  di  Somerset,  quelli 
della  contea  di  Devon,  e  gli  altri 
della  Cornovaglia  stendono  que- 
sta catena  fino  alle  isole  Scilly.  Vi 
sono  altre  catene  nel  principato 
di  Galles.  Le  foreste  di  Windsor, 
di  Dean  e  di  Sherwood  ,  e  quella 
detta  Nuova  sono  per  la  loro  va- 
stità, e  per  la  pregevolezza  dei  co- 
piosi alberi  d'alto  fusto,  degne  di 
particolare  osservazione.  L*  Inghil- 
terra un  tempo  coperta  di  boschi, 
offre  al  presente  vasti  spazi  che 
conservano  il  nome  di  foreste,  le 
cui  non  molte  piante  bastano  ai 
bisogni  degli  abitanti,  accostumati 
a  far  uso  del  carbon  fossile.  Si 
pensò  da  qualche  tempo  a  creare 
molte  piantagioni  ;  i  numerosi  par- 
chi sono  mantenuti  colla  maggior 
cura,  dimodoché  percorrendo  il  re- 
gno si  vedono  pochi  cantoni  nudi 
internamente.  Agl'indigeni  si  ag- 
giunse l'introduzione  di  molti  al- 
beri stranieri  che  contribuiscono 
ad  accrescere  l'amenità  de'  paesag- 
gi. Il  giardinaggio  é  coltivato  in 
Inghilterra  con  tutto  quel  profitto 
che  si  può  attendere  dalla  mag- 
giore attività;  il  grande  consumo, 
specialmente  della  capitale  di  Lon- 
dra, di  frutta  e  vegetabili,  inco- 
raggisce  talmente  questo  genere  di 
coltivazione  che  ciascun  acro  di 
terra  dà  un  vantaggioso  prodotto. 
In  tal  modo  dobbiamo  principal- 
mente all'Inghilterra  quel  gran  nu- 
mero di  giardini  e  prati  artificiali 
che  tanto  influiscono  sull'  aspetto 
generale  del  paese,  e  dove  la  na- 
tura non    solo  nou  si    vede  offesa 


ING 

dai  ritrovati  di  un'  arte  fredda  e 
meschina,  ma  si  mostra  sempre 
accompagnata  dalTornamento,  come 
per  vivificarla  e  perfezionarla.  De- 
lizioso e  pittoresco  è  l' aspetto  del 
paese  :  le  verdeggianti  pianure,  le 
amene  colline,  la  ricchezza  de'  pa- 
scoli, la  studiata  coltura  de'campi, 
la  moltitudine  delle  città,  castelli 
e  villaggi  presentano  all'occhio  un 
gradevolissimo  spettacolo.  Malgra- 
do però  le  più  diligenti  cure  non 
può  chiamarsi  fertile  il  suolo,  e 
tenue  compenso  offre  all'agricolto- 
re. Però  il  grosso  e  minuto  be- 
stiame prosperosamente  si  alleva, 
e  si  pone  ogni  studio  a  perfezio- 
narne le  razze.  Sì  celebra  la  squi- 
sitezza de'castrati  ;  i  cavalli  sono  i 
più  destri,  vivaci,  robusti  e  docili 
dell'Europa  ;  il  genio  nazionale  per 
le  corse  largamente  premiate,  la 
gara  delle  scommesse,  la  scrupolo- 
sa attenzione  sugli  accoppiamenti, 
e  la  libertà  accordata  a  questo 
ramo  di  commercio,  concorrono 
a  renderne  il  pregio  ognor  più 
singolare.  Propri  della  contrada 
sono  pure  gli  alani,  ed  i  mastini 
che  quelli  eguagliano  in  forza  non 
in  ferocia. 

Qualche  lago  trovasi  al  nord 
delle  contee  di  Cumberland,  di 
Lancaster  e  di  Westmoreland,  il 
Windermere,  il  Bassenthwaite,  il 
Coniston,  r  Hawes,  il  Dervvent, 
r  Ulswater,  e  taluno  di  minor 
conto  nel  Cambridge  e  di  Derby: 
molte  paludi  e  stagni  furono  dal- 
l' industria  disseccati  e  ridotti  a 
coltura.  La  Inghilterra  è  grande- 
mente resa  addentellata  dal  mare 
su  molti  punti  ;  lo  che  sopra  due- 
mila leghe  di  coste,  vi  forma  una 
quantità  di  rade,  baie  e  porti,  con 
cinquanta  riviere  navigabili.  I  mol- 
ti   fiumi    notevolmente  inOuiscono 


ING  299 

alla  prosperità  commerciale  del  pae- 
se. Il  più  ragguardevole  è  il  Ta- 
migi che  sorge  nelle  montiigne 
Cotswold  nella  contea  di  Glouce- 
ster,  e  mantenendo  un  corso  verso 
il  sud-est,  fino  al  mare  Alemani- 
co,  riceve  i  fiumi  Chferwel,  Teme, 
Rennett,  Wye,  Mole  e  Lee.  Il  corso 
si  computa  a  centoquaranta  miglia 
inglesi,  navigabile  fino  a  Cricklade. 
Maestosamente  poscia  entra  nel 
bel  mezzo  di  Londra,  e  dopo  il 
corso  di  altre  venticinque  leghe 
gittasi  nel  mare  di  Alem;igna.  Sos- 
tiene fino  a  Deplford  qualsiasi  va- 
scello da  guerra,  e  conduce  fino 
a  Londra  stessa  le  navi  di  otto- 
cento tonnellate  col  beneficio  del- 
la marea,  che  si  fa  sentire  sino 
alla  città  di  Richmond  a  quattro 
leghe  di  ulteriore  distanza.  La  Se- 
verna  è  il  principal  fiume  del  prin- 
cipato di  Galles,  che  gettasi  nella 
baia  di  Bristol,  è  navigabile  nel 
suo  lungo  corso  di  centocinquan- 
ta miglia  inglesi  fino  a  Welck- 
pool,  e  comunica  col  Tamigi,  col- 
la Trenta  e  con  altri  fiumi  me- 
diante artificiosi  canali .  Il  Med- 
way  dalle  contee  di  Surrey  e  di 
Sussex  passa  a  Rochester,  quindi  a 
Chathan  viene  navigabile,  ed  entra 
nel  Tamigi  presso  la  sua  imboc- 
catura. La  Tienta  dalla  contea  di 
Staffoid  scorre  a  bagnare  la  città 
di  Trentham,  si  naviga  qiiindi  a 
Burton  nella  contea  di  StafFord,  e 
dividendo  poscia  la  contea  di  Not- 
tingham da  quella  di  Lincoln  si 
scarica  nell'  Humber,  altro  consi- 
derevole flumcj  il  quale  dopo  aver 
raccolto  le  acque  eziandio  dell'  Ou- 
se  e  della  Aire,  sbocca  nel  mare 
d'  Alemagna.  Il  Tyne,  il  Tees,  il 
Tweed,  1'  Eden,  l'  Avon,  il  Der- 
went,  il  Ribble,  il  Mersey,  il  Lu- 
ne   ed    il    Dee    formano    la    serie 


3oo,  ING 

de'  fiumi  minori.  Ponendo  gli  in- 
glesi a  profitto  tutti  i  vantaggi 
che  dalle  acque  derivano,  hanno 
fatto  neir  interna  navigazione  i  più 
niaravigliosi  progressi.  Il  canale  di- 
segnato dal  Brindley,  chiamato  il 
Grati  tronco^  cominciato  nel  1766 
e  terminato  nell'anno  1777,  lungo 
tiovantanove  miglia  ;  quello  di 
Worsley,  quello  di  Leeds,  V  altro 
di  Lancaster,  l*  altro  della  contea 
di  Staflbrd  vengono  noverati  fra  i 
principali;  ma  il  più  mirabile  è 
quello  di  Braunston,  detto  anche 
la  Gran  riunione,  il  quale  collega 
insieme  vari  canali,  e  comunica 
per  tal  modo  colle  regioni  del 
centro  e  della  capitale.  Queste 
strade  idrauliche  non  sono  i  soli 
mezzi  immaginati  per  facilitare  le 
relazioni  commerciali  fra  i  diversi 
punti  dell'  isola,  ma  un  gran  nu- 
mero di  battelli  a  vapore  formano 
un  sistema  di  navigazione  assai 
vantaggioso.  Quanto  alle  strade 
ferrate,  dal  i83o  in  poi  questa 
speculazione  ha  assorbito  una  gran 
parte  del  capitale  d'  Inghilterra,  e 
sebbene  vi  voglia  una  legge  parti- 
colare del  parlamento  per  farle, 
il  regno  è  quasi  coperto  della  rete 
di  ferro  da  esse  formata.  Per  la 
sua  struttura  e  composizione,  e  più 
per  la  natura  del  suolo,  V  Inghil- 
terra rinchiude  acque  minerali  di 
specie  e  di  proprietà  differenti.  Le 
più  frequentate  sono  quelle  di 
Bath,  la  cui  celebrità  risale  sino 
al  tempo  dei  romani.  Dopo  ven- 
gono quelle  di  Bristol,  di  Tupbrid- 
ge,  di  Buxton,  di  Scarborough  e 
di  Cheltenham,  non  essendovi  nep- 
pure una  contea  che  non  possa 
vantarsi  di  possedere  almeno  una 
sorgente  di  acqua  minerale.  Vi  so- 
no miniere  di  carbon  fossile  ab- 
bundantissime,  reso  comune  inLoa- 


ING 

dra  sotto  il  regno  di  Elisabetta,  di 
ferro,  di  piortibo,  di  stagno,  di 
rame,  e  di  altri  minerali.  Il  clima 
dell'  Inghilterra  si  distingue  soprat- 
tutto per  la  sua  incostanza,  sicco- 
me bagnata  da  tre  lati  dal  mare. 
Situata  questa  regione  nella  parte 
settentrionale  della  zona  tempera- 
ta, soggiace  a  frequenti  e  foltissi- 
me nebbie,  e  non  gode  che  im- 
perfettamente lo  splendore  vivifico 
del  sole.  Pure  nell'  eguale  latitudi- 
ne il  rigore  del  freddo  è  maggio- 
re verso  le  terre  continentali,  ed 
ordinariamente  mentre  nell'inverno 
sono  accessibili  i  porti  inglesi,  l'O- 
landa e  l'Alemagna  vede  i  suoi 
ricoperti  di  ghiaccio.  In  generale  il 
suo  clima  è  dolcissimo,,  non  essendo 
il  calore  giammai  incomodo,  né  il 
freddo  insopportabile.  Quantunque 
si  trovi  in  Inghilterra  altrettanta 
gente  sana  e  robusta,  e  di  età 
avanzatissima  quanto  nel  restante 
dell'  Europa,  il  clima  di  questo 
paese  inclina  naturalmente  alla  me- 
lanconia. 

Le  differenze  sensibili  che  esi- 
stevano fra  i  costumi,  gli  usi  e  gli 
idiomi  dei  tre  popoli,  gli  inglesi, 
gli  scozzesi  ed  i  gallesi ,  non  sono 
ancora  tolte  del  tutto.  Nella  Scozia 
soltanto  e  nel  paese  di  Galles,  le 
persone  della  prima  classe  adot- 
tarono in  generale  i  costumi  e 
la  lingua  inglese;  non  cosi  però 
i  montanari  di  questi  paesi.  Nel- 
l'Inghilterra il  clima  ha  una  forte 
influenza  sul  fisico  e  sul  morale 
degli  abitanti,  che  Baert  dice  aver 
carattere  tetro,  brusco  e  riflessivo. 
L'educazione  è  quasi  interamente 
uniforme  per  le  persone  di  tutte 
le  condizioni  sopra  la  classe  infe- 
riore del  popolo,  e  mantiene  nel- 
l'età prima  la  uniformità,  modifi- 
cata in  progresso  da   una   costila- 


ING 

zìone  temperata  di  monarchia,  a- 
ristocrazia  e  democrazia ,  da  una 
gran  diversità  di  religioni  e  di  set- 
te, e  da  un  genere  di  vita  solita- 
ria e  ritirata.  L' amore  ed  il  tras- 
porto che  si  attaccano  allo  spirito 
di  libertà  e  di  eguaglianza,  basi 
della  costituzione,  portano  tutte  le 
classi  della  società  ad  uno  spìrito 
d' imitazione  che  in  questo  paese 
è  infinitamente  più  efficace  che  al- 
trove, che  si  scorge  in  tutte  le 
azioni  della  vita,  e  che  dà  luogo 
ad  un  grande  consumo,  una  delle 
cagioni  pili  possenti  della  naziona- 
le prosperità.  Ma  se  il  potere  del- 
l' oro  è  grande  negli  altri  stati , 
nell'Inghilterra  è  onnipotente?  apre 
la  strada  al  parlamento  ed  innalza 
alla  dignità  di  pari.  Il  lusso  degli 
equipaggi,  gran  numero  di  dome- 
stici e  di  cavalli,  nei  gran  signori 
ed  opulenti  è  estremamente  diffu- 
so. Malgrado  i  difetti  dell'educa- 
zione in  Inghilterra  esiste  un  gran 
cumulo  di  cognizioni.  La  classe 
media  non  cessa  di  leggere  molto  ; 
ciascuno  nel  suo  stato  si  sforza  di 
acquistare  in  tal  maniera  quella 
istruzione,  che  può  dargli  la  su- 
periorità sopra  i  suoi  competitori. 
Gli  inglesi  si  credono  la  prima 
nazione  del  mondo,  per  cui  facil- 
mente dispiezzano  le  altre,  non 
esclusi  gl'irlandesi:  questa  preten- 
sione alla  superiorità  non  curano 
di  nasconderla  neppure  allo  stra- 
niero ;  ed  animati  come  sono  dal- 
lo spirito  pubblico,  col  loro  corag- 
gio ed  industria  contribuirono  alla 
prosperità  del  paese.  D'  altronde 
sono  bravi,  intrepidi,  generosi,  e 
malgrado  la  loro  freddezza  obbli- 
ganti. Hanno  lo  spirito  elevato  e 
sottile,  ed  il  giudizio  eccellente;  il 
loro  commercio  è  sicuro.  Vi  sono 
poche    nazioni   come   questa,   che 


ING  3oi 

mostri  un  interesse  più  generale  e 
più  vivo  per  tuttociò  che  è  gran- 
de. Non  si  può  negare  che  1*  In- 
ghilterra eserciti  un'influenza  ed 
un  potere  sovrano  su  grandi  popo- 
lazioni della  terra,  e  che  regoli  da 
qualche  tempo  ancora  talvolta  il  de- 
stino dei  troni.  Gli  inglesi  non  sono 
alieni  dai  divertimenti,  hanno  mol- 
ti spettacoli,  apprezzano  il  tratte- 
nimento del  teatro  ,  e  quelli  della 
campagna  :  le  mascherate,  i  con- 
certi, la  danza,  le  corse  a  piedi  ed 
a  cavallo,  le  lotte  di  vario  genere, 
i  giuochi  di  destrezza,  i  combatti- 
menti de' galli  attirano  la  curiosità 
universale.  La  mania  de'  pugillato- 
ri,  e  le  gare  a  colpi  di  pugno,  mas- 
sime nella  classe  inferiore,  moti- 
vate da  scommesse  o  da  ripara- 
zioni d'ingiurie,  sono  spinte  tal- 
volta ad  eccessi.  Il  carattere  degli 
inglesi  ecco  come  l'espresse  Mac- 
Carthy.  «  Bisogna  confessare  che 
ad  eccezione  dei  loro  pregiudizi 
contro  tuttociò  che  non  è  inglese, 
e  di  un  orgoglio  nazionale  che  li 
persuade  che  la  supremazia  appar- 
tiene loro  in  tutto,  essi  sono  i  più 
abili,  i  più  saggi  ed  i  più  valorosi 
uomini  del  mondo,  e  perciò  degni 
del  posto  che  occupano  nella  ge- 
rarchia politica  di  Europa  ".  Inol- 
tre gli  inglesi  amano  assai  di  viag- 
giare, e  ciò  fanno  con  generosità, 
coltura  ed  intelligenza. 

Questo  regno  frequentato,  popo- 
lato e  conquistato  da  popoli  di 
stirpe  diversa,  offre  ne* suoi  abi- 
tanti le  tracce  visibili  di  questo 
mescuglio  di  nazioni.  La  loro  lin- 
gua è  un  composto  di  celtico,  sas- 
sone, danese,  latino  e  normanno; 
ma  partecipa  principalmente,  per 
la  situazione  del  paese  e  per  altre 
cause,  delle  due  maggiori  sue  sor- 
genti, cioè  del  gotico  e  del  latino, 


3o2  ING 

riunendo  ad  un  cerio  punto  la 
forza  del  linguaggio  de' goti,  alla 
melodìa  di  quello  di  Virgilio.  La 
Inghilterra  possiede  un  gran  nu- 
mero di  nìanoscrilli  in  lingua  an- 
glo-sassone o  antica  inglese ,  e  si 
osserva  che  uno  degli  scrittori  più 
classici  di  quel  tempo  è  il  re  Al- 
fredo il  Grande.  Molte  opere  po- 
steriori alla  conquista  di  Gugliel- 
mo I  provano  che  la  lingua  fran"- 
cese,  quantunque  usitata  solamente 
fra  i  grandi,  non  avea  dato  che 
una  tinta  leggiera  di  mescolanza 
al  nazionale  linguaggio.  Le  con- 
quiste di  Edoardo  li!  in  Francia 
ed  altre  circostanze  operarono  nel 
XIV  secolo  un  cangiamento  inu- 
tilmente tentato  dal  vincitore  nor- 
manno. La  hngua  fece  poscia  dei 
progressi  sì  rapidi ,  che  risalendo 
sino  ad  Enrico  VI  essa  si  trova 
poco  diversa  da  quella  che  Fu  po- 
scia sotto  Enrico  VII.  Al  tempo 
del  regno  di  Elisabetta  la  lingua 
inglese  acquistato  avea  tanta  ab- 
bondanza, nobiltà,  forza  e  melo- 
dia, che  una  remola  posterità  giu- 
dicherà forse  che  gli  scrittori  at- 
tuali non  eclissarono  mai  gli  scrit- 
tori di  quel  tempo  ;  perdendo  pe- 
rò la  lingua  in  forza  ciò  che  ha 
guadagnato  in  eleganza.  La  lingua 
inglese  ha  una  costruzione  parti- 
colare ;  ciò  che  ne  rende  assai  dif- 
fìcile lo  studio  agli  stranieri.  Ha 
essa  alcune  particelle  in  luogo  del- 
le declinazioni  de' nomi,  e  di  più 
"«i  si  trovano  molte  anomalie,  sgra- 
ziatamente troppo  radicali  a  segno 
da  non  poter  essere  corrette  dalle 
regole  della  grammatica.  Conchiu- 
dono  gì'  intelligenti,  che  la  lingua 
inglese  è  un  ramo  misto  della  fa- 
miglia delle  lingue  germano  scan- 
dinave; che  si  è  considerabilmente 
arricchita  a  spese  di  quasi   tutte  le 


ING 

moderne  lingue  d'Europa  e  spe- 
cialmente della  francese;  che  ha 
molta  espressione  ed  energia,  e  può 
chiamarsi  il  più  elegante  fra  i  nor- 
dici idiomi  ;  eh'  essa  si  parla  per 
tutto  il  globo,  essendone  lo  studio 
assai  diffuso  persino  nel  sesso  gen- 
tile, massime  negl'  immensi  domi- 
nii  del  vasto  impero  britannico. 

Appena  gl'inglesi  ebbero  abban- 
donato l'idolatria,  si  posero  a  col- 
tivare il  loro  ingegno,  soprattutto 
collo  studio  delle  scienze  sacre;  e 
vi  riuscirono,  come  è  noto,  in  par- 
ticolar  modo,  come  puossi  provare 
dal  solo  venerabile  Beda.  Molti  si- 
gnori si  recarono  in  Italia  e  in  al- 
tri paesi,  onde  perfezionare  le  co- 
gnizioni già  acquistate  ;  e  quello 
che  era  più  d'ammirarsi  in  essi  si 
è,  che  il  loro  fervore  nell'  adem- 
piere i  doveri  del  cristianesimo  e- 
guagliava,  anzi  superava  l'ardore 
neir  istruirsi.  Studiavano  non  per 
parere  più  dotti,  ma  per  divenire 
migliori.  Siccome  non  c'erano  an- 
cora università  in  Inghilterra,  i 
grandi  monisteri  tenevano  scuole 
pubbliche,  nelle  quali  venivano  i- 
struiti  il  clero  e  i  giovani  nobili. 
Essendo  di  que*  tempi  sconosciuta 
la  stampa,  ogni  monistero  aveva, 
il  suo  scripto  riunì,  dove  si  copiava- 
no i  libri;  e  questa  era  l'occupa- 
zione della  maggior  parte  dei  mo- 
naci, i  quali  v'  impiegavano  quel 
tempo  ch'era  per  gli  altri  destinata 
al  lavoro.  Così  ogni  monistero  ave- 
va la  sua  biblioteca  :  in  quella  di 
Peteiborough  contavansi  mille  set- 
tecento manoscritti  ;  quella  dei  mo- 
naci grigi  di  Londra  era  lunga 
centoventinove  piedi  e  larga  tren- 
tuno, ed  era  molto  ben  provveduta 
di  libri.  Ingulfo  dice  che  quando 
quella  di  Croyland  fu  bruciata  nel 
109 1,  vi    si    perdettero    settecento 


Ij\G 
volumi.  E  da  credersi  che  la  bi- 
blioteca di  Wells  fosse  assai  vasla, 
perciocché  avea  venticinque  flnestie 
da  ogni  lato.  A  s.  Agostino  di 
Canlorbery  sì  pregava  tutti  i  gior- 
ni pei  benefattori  della  biblioteca, 
sì  vivi  che  morti.  Librerie  simili 
erano  presso  gli  altri  religiosi  ;  •  e 
gli  atti  del  parlamento  dopo  V  ar- 
rivo de'  normanni  furono  deposti 
in  quelle  de'  principali  monisteri. 
Sotto  gli  anglo-sassoni  vi  si  posero 
in  custodia  i  principali  decreti  del- 
l' assemblea  generale  degli  stati  , 
detta  TViUena  Gemote  o  Mycel 
Geniote^  come  anco  gli  atti  delle 
assemblee  dei  particolari  distretti 
detti  Gemote.  In  alcuni  monisteri 
si  conservava  una  specie  di  registri 
della  storia  dei  re  e  degli  avveni- 
menti pubblici^  alcuni  de'quali  so- 
nosi  salvati  dalle  fiamme  e  giun- 
sero sino  a  noi,  quali  sono  gli  an- 
nali e  le  cronache  sassoni,  che  Gib- 
son pubblicò  a  Oxford  nel  1692: 
Fiorenzo  di  Worcester  e  Gugliel- 
mo di  Malmesbury  compilarono  la 
loro  storia  coll'aiuto  di  queste  cro- 
nache che  si  guardavano  nei  mo- 
nisteri. Non  si  può  abbastanza  de- 
plorare la  perdita  di  questi  monu- 
menti, dai  quali  gli  storici  avreb- 
bero potuto  trarre  molte  cognizio- 
ni, fatta  sotto  Enrico  Vili  colla 
soppressione  di  tanti  monisteri,  che 
ne  cagionarono  la  rovina.  I  fana- 
tici di  que' tempi)  trasportati  da 
un  furore  di  cui  i  goti  non  sareb- 
bero stati  capaci,  non  rispettarono 
neppure  le  biblioteche  delle  utiiver- 
sità,  specialmente  le  due  pubbli- 
che d' Oxford,  una  fondata  sotto 
il  regno  di  Odoardo  IH  da  Ric- 
cardo di  Burg  o  Aungerville  gran 
tesoriere  d'  Inghilterra  e  vescovo 
di  Durham,  il  quale  avea  speso 
somme  immense  per  faie  delle  col- 


IxNG  3o3 

lezioni  compiute  in  ogni  genere  ; 
l'altra  fu  cominciata  nel  1867  *^^ 
Tommaso  Cobham  vescovo  di  Wor- 
cester, cui  Enrico  IV  ed  i  suoi  fi- 
gli accrebbero  di  molto,  e  vi  riu- 
nirono la  famosa  biblioteca  del  ce- 
lebre Unfredo  duca  di  Gloucesler, 
la  quale  era  piena  di  manoscritti 
preziosi  comperati  a  gran  prezzo  in 
molli  paesi.  L'orrido  sacco  delle 
due  biblioteche,  e  quello  delle  li- 
brerie de' collegi  particolari,  lo  rac- 
conta Chamberlain  nello  Stato  pre- 
sente dell'Inghilterra  par.  Ili,  p. 
45o.  Tommaso  JBodley  con  mira- 
bile generosità  fondò  a  Oxford 
una  nuova  biblioteca  pubblica,  la 
quale  fu  aperta  nel  160*2.  Il  suo 
esempio  ebbe  degli  imitatori ,  ma 
questi  zelanti  protettori  delle  lette- 
re non  hanno  con  tutti  i  loro  sfor- 
zi potuto  ricuperare  gli  antichi 
manoscritti,  la  perdita  de'quali  è 
compianta. 

S' impiegano  al  presente  nella 
Gran  Bretagna  tutti  i  mezzi  pos- 
sibili onde  dilFondervi  la  istruzione. 
Ultimamente  contavansi  nell'Inghil- 
terra e  nel  paese  di  Galles  circa 
quarantamila  scuole  pubbliche,  del- 
le quali  circa  millecinquecento  se- 
guivano il  sistema  di  Lancaster.  La 
cura  che  gì'  inglesi  anche  della  clas- 
se inferiore  pongono  nell'educazio- 
ne della  prole,  e  specialmente  delle 
zitelle,  merita  particolare  encomio. 
Oltre  le  così  dette  scuole  della  do- 
menica, vi  ha  un  buon  numero  di 
collegi,  e  distinguousi  quelli  di  s. 
Paolo,  di  Westminster,  d'Eton,  di 
Winchester,  di  Rugby.  Celebri  poi 
sono  le  due  università  di  Oxford  e 
di  Cambridge,  composte  di  più  colle- 
gi riccamente  dotati.  Quindi  la  let- 
teratura, le  scienze,  le  arti  belle 
hanno  eminente  seggio  in  Inghil- 
terra, ove  sono  tesori  di  collezioni 


3o4  ING 

riguardanti  ogni  genere  cìi  lettera- 
tura, di  scienza,  di  anticliità,  e  di 
opere  artistiche  di  classico  pregio  ; 
dappoiché  è  a  lutti  noto  quanto 
gì'  inglesi  eminentemente  abbiano 
nobile  trasporto  per  tutto  ciò  che 
riguarda  l*  erudizione,  la  dottrina, 
l'antichità  e  le  belle  arti,  e  quanto 
di  esse  sieno  conoscitori,  per  cui 
non  risparmiarono  ne  risparmia- 
no spese  per  gli  analoghi  acquisti, 
massime  in  Roma  principal  sede 
delle  arti  e  degli  artisti.  Conside- 
rando quanti  progressi  il  popolo 
britannico  fece  fare  alla  geografia, 
noi  lo  vediamo  entrare  nel  i497 
nella  carriera  delle  scoperte.  A  que- 
st'epoca gl'inglesi  trovarono  Terra 
Nuova,  e  riconobbero  le  coste  del- 
l'America settentrionale.  Avidi  quin- 
di di  aprirsi  un  passaggio  al  gran- 
de Oceano,  attraversarono  il  con- 
tinente an^ericano,  i  loro  naviga- 
tori esplorarono  successivamente  le 
coste  di  questa  parte  del  mondo, 
e  più  particolarmente  quelle  del 
nord  e  del  nordovest,  alle  quali 
imposero  i  loro  nomi.  Ben  presto 
dopo  percorsero  gli  oceani,  e  fece- 
ro frequenti  viaggi  intorno  al  mon- 
do. Nel  1786  si  stabilì  la  società 
Africana,  ed  i  loro  agenti  non  eb- 
bero appena  percorso  l'interno  del- 
l'Africa, che  ci  fornirono  di  nuovi 
lumi  su  questa  parte  del  globo. 
Intanto  la  Gran  Bretagna  s' impa- 
dronì deirindostan,  o  per  meglio 
dire  aumentò  le  sue  formidabili 
conquiste  nelle  Indie  orientali,  di- 
venendo gli  ufììziali  de'  suoi  eser- 
citi dotti  ed  esperti  geografi:  l'In- 
ghilterra inviò  successivamente  nel- 
le Indie  abili  ingegneri,  onde  il 
velo  che  le  copriva  fu  ben  presto 
squarciato.  Agli  inglesi,  che  ognor 
più  viaggiano  in  tutte  le  parti  del 
mondo,  noi  dobbiamo  le  maggiori 


ING 

e  più  recenti  istruzioni  sulle  con- 
trade meno  conosciute.  Lungi  di 
accennare  i  progressi  delle  arti , 
delle  scienze  e  della  letteratura  del- 
la Gran  Bretagna  ,  ci  limiteremo 
ad  indicare  quali  rami  delle  umane 
cognizioni  furono  maggiormente  col- 
tivati in  questo  paese,  e  quali  uo- 
mini si  distinsero  in  ciascuno  di  essi. 
Il  gran  NcAVton  si  presenta  alla 
testa  de'  più  illustri  promotori  del- 
le scienze  fisiche  e  matematiche. 
Generalmente  meno  cogniti  di  New- 
ton, Taylor,  Coles,  Sterling,  Camp- 
bell scozzese,  Mac- La  uri  n  scozzese, 
Wallis,  Brounker,  Barrow,  Hoo- 
ke,  ec,  fecero  fare  alle  matemati- 
che, all'  astronomia  ,  all'  ottica  ed 
alla  meccanica  considerabili  pro- 
gressi, e  molti  fra  loro,  Mac-Lau- 
rin,  Wallis,  Hooke,  ricanstparisceno 
pur  anco  fra  i  più  celebri  fisici  di 
questo  paese,  a  fianco  di  Derham, 
Jurin,  ec.  Black  scozzese,  Macbri- 
de  scozzese,  Cavendish  e  Priestley 
segnarono  il  cominciamento  di  un'e- 
ra nuova  per  le  scienze  chimiche, 
distinguendosi  dopo  di  essi  fra  i 
chimici  sir  Humphrey  Davy,  Rir- 
waa  e  Cravrfurd.  La  botanica  de- 
ve molto  a  Bay,  Persoon,  Ellis, 
Dillon,  ec;  e  le  scienze  naturali  a 
Bacone,  Villoughy,  Boyle  irlandese, 
Hutton  ,  e  a  molti  di  quelli  che 
già  abbiamo  nominati.  La  forma 
del  governo  inglese  avrebbe  dovuto 
produrre  eccellenti  oratori.  Si  pos- 
sono per  altro  citare,  come  molto 
degni  di  rimarco,  Pilt,  Burke  ir- 
landese, Fox,  O'Connell  irlandese. 
La  poesia  illustrata  nel  XIV  seco- 
lo da  Chaucer,  fu  abbandonata  si- 
no al  secolo  XVI.  Spencer  com- 
parve allora,  e  dopo  di  esso  alla 
fine  di  quel  secolo,  e  nel  principio 
del  seguente  fiorirono  i  poeti  dram- 
matici i  più  rinomati    della   Gran 


ING 

Bretagna  ,    cioè    Shakespear  ,  Ben- 
Johnsoii,  Fletcher  e  Beauraont.  Mil- 
ton ed  il  lirico  Valler    vissero    al- 
l'epoca di  Cromwell,   e    Dryden  e 
Pope  innalzarono  poscia    la    poesia 
inglese  al  più    alto  grado   di  per- 
fezione, al    quale   sia    mai    giunta. 
Dopo    di    essi    Thompson    scozzese 
e  Ifoung    la    sostennero,    e    poscia 
venne  sempre    coltivata,   con  mag- 
giore o  minor  successo,    da  Gray, 
Percy,  Sheridan    irlandese,    Moore 
irlandese,  Byron  e  da  molti  altri.  Gli 
autori  di  materie  controversiali  fra  i 
cattolici  sono  stati  uomini  i  quali  si 
sono  distinti  per  dottrina,  ingegno  ed 
impegno  nella   difesa  della  fede,  fra 
i  quali  si  possono  annoverare  Sta- 
pleton,  Personio  o  Persons,  Walsin- 
gham,  Tommaso  Moore,  i  vescovi 
Fisher  e  Gardiner,    Harding,    Bri- 
stol, Manning,  Sarders,  ed   il  car- 
dinal Alano;  non  che  i  vicari  apo- 
stolici Challoner  e  Milner,  ed  Hay, 
sebbene  questo  appartenga  alla  Sco- 
zia, e  sia  controversista.  Ma  ciò  che 
forma  il  maggiore  onore  all'ingle- 
se letteratura  ,  sono  i    suoi  storici 
politici,  come  Bacone,    Clarendon, 
Hume,  Robertson,  Fergusson,  Gib- 
bon,  Gillies,  ec.  ;  però  in    qualche 
parte  le  loro  prevenzioni   religiose 
tolsero  loro  l'imparzialità  che  con- 
viene allo  storico.    Tra  gli  uomini 
illustri  viventi    nomineremo ,  tra  i 
guerrieri,  oltre    i    defunti    recente- 
mente   Keane   e  Nott,  Wellington 
e  Sale  ;  come  tra  gli  ammiragli  Co- 
drington,  Slopford  e    Napier.    Tra 
gli  artisti,  i   pittori  sono  Stanfield, 
Shee,  Herbert,  Furse,  Croaìek,  Se- 
vern,  Landseer;  gli  scultori  Gibson 
e  tutti  quelli  di  cui  tratta  il  conte 
HaAvks    le    Grice    nella   sua  opera 
sopra  gli    studi    di    Roma.    Tra    i 
chimici  Faraday,  Arnolt,  Lardner, 
e  neir  astronomia    la    signora    So- 
mer ville,  residente  in   Roma.    Tra 

VOI.    XXXIV. 


ING  3o5 

gli  storici  Lingard,  Dunkam,  Reigh- 
tley;    e    tra  i  poeti  Wordfworth. 
Qunnto    ai    santi,    beati  e    martiri 
dell'  Inghilterra,  se  ne  tratta   prin- 
cipalmente nell'opera  intitolata  Bri- 
tannia  sancta,    Londra   174^-     In 
questo  Dizionario  sono  compendia- 
te in  brevi  biografie  tutte    le  vite 
descritte  dal  celebre  Albano  Butler. 
I     cardinali    inglesi     della    santa 
romana   Chiesa    secondo    alcuni  si 
fanno    sino    ad    oggi     ascendere    a 
circa  cinquanta.  Secondo  le  Memo- 
rie storielle   de'  cardinali  del  Car- 
della,  compresi   i    due  creati  dopo 
la  pubblicazione  di   tale  opera,  so- 
no i    seguenti    trentacinque,    enu- 
merando i    quali    cronologicamente 
noteremo     il   Papa  che  li  esaltò  al 
cardinalato  e  l'epoca.   I  trentaqual- 
tro    defunti  hanno    le  biografie  in 
(juesto    Dizionario.  Francesco  Go- 
dwino  scrisse    le  vite  de'  cardinali, 
e  prelati  inglesi.   Il  primo  cardina- 
le di    questa    nazione  fu  Ulfrico  o 
Ulrico  creato    da  Pasquale    H  nel 
1107  che    lo    spedì  legato    in   In- 
ghilterra.   Roberto  Bollen  o  Polleu 
nel  1 133  o  nel  i  i44  ^^^  creato  car- 
dinale da  Innocenzo  li;  nel    1146 
Nicolò  Breakspear  e  Galfrido  Arturio 
ossia   Golfridus    Monumethensis  di 
Eugenio  IH:  Nicolò  nel    11 54  di- 
venne Papa,  prese  il   nome    di  A- 
driano    IV,    e    governò    la    chiesa 
quattro  aimi,  otto  mesi  e   ventino- 
ve giorni  ;    11 55    Boso    o  Bosone 
Breakspear  di    Adriano  IV;    1178 
Ereberto  o  Herbert  de  Bosham  di 
Alessandro  III;    1212   e    1218   Ste- 
fano Langton  e  Roberto  Curson  d'In- 
nocenzo  IH;     1224  o    1246     Gio- 
vanni    Toledo     d'  Innocenzo     IV; 
1278    Roberto    Kilvarbio    o   Kil- 
wardby    di     Nicolò    IH;     1280    o 
1281    Ugone   Atrato    di    Evesham 
di    Martino    IV;     i3o3    Gugliemo 
Maklesfejld  o  Marsfeld;  i3o4  GuaU 
20 


3o6  ING 

lei-o  Winlerborn  e  Winktemburno 
di  Benedetto  XI;    i3o5  Tommaso 
Joyce    o    Joice    di    Clemenle    V; 
i368      Simone    di     Langham     di 
Urbano    V;    iSyS    Adamo    Eston; 
i38i    Guglielmo  Courtney  o  Cor- 
tuney    e    Tommaso    Teobaldi     di 
Urbano  VI;    i4o8    Filippo  Repin- 
don  o  Repinton    di  Gregorio  XII; 
i4ii     Roberto    Alun  o  Halam    e 
Tommaso    Langley     di     Giovanni 
XXIII;    1426    Enrico    Beaufort  o 
Benufort  o    Chicheley    di  Martino 
V;   1439  Giovanni   Kemp  o  Staf- 
ford  di    Eugenio  IV;    1464  Tom- 
maso Bourchier  di  Paolo  II;    r493 
o  i494^'0'''^""i  Moorton  o  Morto- 
ne di    Alessandro    VI;     i5ii   Cri- 
stoforo Urswike  o  Ursovico  di  Giu- 
lio II;    i5i5    Tommaso  Wolsey  o 
Volseo  di  Leone  X;  i53n>  Giovan- 
ni Fisher    o    Fischer,    i536  Rigi- 
«aldo    Fole    e  Polo   di    Paolo  III; 
1557   Guglielmo     Petow  di  Paolo 
IV;    1587  Guglielmo  Alano  di  Si- 
sto    V;    1675    Filippo    Tommaso 
Howard  di  Clemente  X;  1747  En- 
rico  York,  nato  in  Roma,  di  Bene- 
detto XIV;   i83o  Tommaso  Weld 
di  Pio  Vili.  Carlo  Acton,  nato  in 
Napoli,  vivente,  dal  regnante  Pon- 
tefice Gregorio  XVI  nel  concistoro 
de' 18  febbraio   1839  creato  cardi- 
nale e  riservato  in  petto,  indi  pub- 
blicalo   nel    concistoro  de'  24  gen- 
naio  1842.  Ma  il    Catholic  Dire- 
ctory del    1839    dal  cardinale   Ul- 
rico   al    cardinal    Acton    inclusive 
ne    registra  cinquanta,  non    com- 
prendendovi   alcuni    di    quelli     da 
noi  riportati,  ne  il    cardinal  York. 
Ecco  poi  quelli    non    compresi   nei 
sunnominati    secondo  il    medesimo 
Directory.  Henricus  Blesensisj  non 
è  conosciuto  dall'accuratissimo  Car- 
della,  il  migliore  e  il  più  moderno 
biografo  de'cardinali,  la  cui    conti- 
nuazione da  Clemente  XIII  faccio 


ING 
io  nel     Dizionario.  Così    Giovanni 
Cumini  ti    del     11 83.    Roberto   So- 
mercol  del      i?.34;    il    Cardella  lo 
chiama    Uma^arcote  e  1*  avea  om- 
messo     nel    catalogo     de*  cardina- 
li    inglesi.     Anchero    del     1261; 
il  Cardella   lo  chiama  A  utero   Pan- 
taleone    di   Troyes  di  Sciampagna. 
Guglielmo    Bray    del     1262,    così 
detto    dal    luogo  ove  nacque  nella 
diocesi    di  "Reims,    al  dire  di  Car- 
della. Bernardo    de  /tiìguisccll  del 
1281  ;  il  Cardella  lo  chiama  Lan- 
guisset    delle    Gallie.     Berardo  del 
1288;  o  Berardo  de'  Berardi  det- 
to di  Cagli  dal  Cardella.    Teohaldo, 
chiamato  Teobaldo   Stampense  del 
1288,    secondo    il     Cardella,     che 
r  ommise    nel    catalogo.     Arnoldo 
de   Cantilupo  del    1 3o6  ;  dal  Car- 
della   detto    Arnaldo     Frigerio    di 
Cantalupo    nella    diocesi    di   Bor- 
deaux.    Leonardo     Guerunas    del 
i3oo  ;  dal  Cardella  appellato  Pa- 
trasso di  Guercino  zio  di  Bonifacio 
Vili.      Sertorins      Wallensis      del 
i36r  ;  il  Cardella  lo  chiama  For- 
tanerio    o     Seriori o      Vaselli,     ma 
r  ommise  nel  catalogo.    Urbano  V 
del   i362   secondo  alcuni.    Urbano 
V  non  fu  cardinale,  e  come  Ome- 
ro sette  luoghi    si  disputarono  1'  o- 
nore    dei    natali  :    il   VValsinghamo 
lo    disse    inglese;    la    comune  opi- 
nione   lo  fa  di  Grissac  nella    Lin- 
guadoca.    Grinioaldus    de    Grisant 
del    i366;  dal    Cardella  nominato 
Angelico     Grimaldi    o    Grimoardi 
fratello    di    Urbano    V.     Giovanni 
Tliorisby  ;  non    lo  conosce  il  Car- 
della, così  di  Enrico  Chicheley  del 
1426,    anzi    è  lo    stesso  del  Beau- 
fort o  Benufort  rammentato.     Cri- 
stoforo Bamhridge  del    i5ii,  è  \o 
stesso  che    Cristoforo  Urswike    del 
medesimo     Directory,    o     Ursovico 
summentovalo.  11  Godvvino  registrò 
tra    i    cardinali    inglesi   molti    «ali 


ING 

in  Francia  nei  possedimenti  de'  re 
d'  Inghilterra.  Alle  biografie  dei 
cardinali  si  leggeranno  quelle  an- 
cora di  cjLie'  cardinali  riconosciuti 
dal  Cardelln,  la  cui  autorità  se- 
gniamo. 

Non  v'  ha  nazione  che  nella 
commerciale  industria  sostenga  col- 
1'  Inghilterra  il  paragone.  Gli  in- 
glesi sono  arrivali  a  semplificare  il 
meccanismo  dei  loro  lavori  in  mo- 
do tale,  che  malgrado  1'  alto  prez- 
zo della  mano  d'  opera,  pure  ri- 
valeggiano con  tutti  gli  altri  po- 
poli, e  vendono  ali*  estero  a  mi- 
nor prezzo  che  i  fabbricatori  degli 
altri  paesi.  Il  governo  pone  tutto 
in  opera  per  assicurarsi  in  questa 
parte  il  primato,  mediante  esclusi- 
ve leggi,  largizioni  generose,  e 
vantaggiosi  pubblici  tiattati.  Lo 
spirito  pubblico  nazionale  ne  se- 
conda col  massimo  impegno  le 
mire.  Si  erano  instituiti  in  parec- 
chie contee  i  festini  patriottici  coi 
più  .savi  regolamenti.  Le  dame  vi 
si  dovevano  presentare  con  istofFe 
filate,  tessute  e  lavorate  nel  ter- 
ritorio, di  quel  colore  che  veniva 
dalla  direttrice  stabilito  :  altrettan- 
to avveniva  agli  uomini,  di  lavoro 
indigeno  rivestili  ;  con  tali  spetta- 
coli r  utilità  si  univa  al  diletto, 
e  si  manteneva  vivo  T  entusiasmo 
patrio  nell'  universale.  Le  più  an- 
tiche manifatture  d'  Inghilterra  so- 
no quelle  di  lana;  prelendesi  che 
"vi  fossero  stabilite  dai  romani  :  si- 
no dal  secolo  XII  erano  riguarda- 
te come  uno  de'  più  ricchi  pro- 
dolli  del  paese.  Le  manifatture  di 
cotone  vi  furono  stabilite  verso  la 
metà  del  secolo  XVII,  e  risveglia- 
rono in  progresso  V  industria  na- 
zionale, portando  la  prosperità  in 
diverse  contee.  Le  numerose  fab- 
briche, e  le  ricche  manifatture  si 
trovano    pervenute    all'  apice  della 


ING  3o7 

perfezione  ;  i  prodigi  poi  che  V  ar- 
te   ha    da    qualche  tempo    operati 
mercè    l'  applicazione     della    forza 
del  vapore  a  tutti  i  lavori  mecca- 
nici, destano    la  più  gran  meravi- 
glia. Si  deve  al  discoprimento  pro- 
gressivo delle  fisiche  teorie  sul  ca- 
lorico e  suir  equilibrio  del   vapore 
l'utilità  ricavata  ne'moderni   tempi 
da  quelle    macchine,    che   nell*  età 
prische  agli  egizi  conosciute,  e  ripro- 
dotte   con    universale    stupore  dal 
famoso  architetto  Antemio   in  Co- 
stantinopoli   neir  anno  55o,  erano 
sempre  rimaste  nello  stato    di  fan- 
ciullezza e  d'  imperfezione,  e  quin- 
di sepolte  Dell' olDblio.  Neil'  oriente 
ed  in  Asia  ancora  vuoisi  ritrovare 
il    tipo    delle    macchine  a    vapore, 
sebbene    molto    diverse    da  quelle 
in  tempi  a  noi   più  vicini  inventa- 
te,   con    utilissima    e    maravigliosa 
applicazione  del    vapore  alla  navi- 
gazione   ed    a    tanti  rami  d'  indu- 
stria.   Sulle    odierne    macchine    a 
vapore  molte  storie  vennero   pub- 
blicate :  tra  gli  antichi  viene    cele- 
brato Empedocle  che  molto  studiò 
sulle    proprietà    del  vapore;    tra  i 
moderni  primeggia    in  tale    studio 
tra    i    fisici    italiani    il    p.    Danti. 
Fiorirono  poscia  dottissimi  e  bene- 
meriti stranieri.  I    nomi  di    Wor- 
cester,   di    Savery,    di    Papin,    di 
Nowcomen,    di    Watt    scozzese,  di 
Vasco  di  Garay    hanno    acquistato 
diritto  air  immortalità    per    la  ri- 
produzione   e  miglioramento    delle 
diverse    macchine    atmosferiche  ad 
alta    pressione    e   di    doppio   effet- 
to ;    ma    fu    riserbato     al    famoso 
Perkins  il  vanto  di  attingere   pro- 
babilmente la  meta  della   perfezio- 
ne.    Tali     macchine     mediante     le 
opportune    combinazioni    di  ruote, 
di    leve  e   di  altri  organi  si  appli- 
cano ad  ogni  genere   di  mestieri  e 
di     manifatture    specialmente    nel- 


'So8  ING 

1*  Ingliilterra.  Servono  alla  maci- 
nazione, a  trasportare  pesanti  og- 
getti, ad  eslrarre  1'  acqua  dalle  mi- 
niere del  carbon  fossile,  a  dar 
moto  a  pesantissimi  carri,  a  fare 
agire  i  principali  ordigni  delle  fer- 
riere, delle  zecche,  delle  fonderie, 
in  faccende  rurali,  ed  a  muovere 
ingegnosissime  macchine  di  filatoi 
e  tessuti  d'  ogni  specie,  che  a 
un  tempo  filano  lana  e  coione. 
La  parte  piìi  interessante  è  quella 
che  si  adatta  ai  battelli,  ed  alle 
navi  a  vapore.  •  L*  invenzione  si 
attribuisce  dagl'inglesi  al  loro  con- 
cittadino Ulliso  Williso  Wallis  che 
fece  nel  lySS  i  primi  sperimenti; 
ma  Fitche  nel  1787,  e  l'america- 
no Fulton  nel  180 3  coi  più  felici 
successi  ne  assicurano  l'onore  alle 
emancipate  colonie  del  nuovo  emi- 
sfero, lasciando  al  genio  instancabi- 
le di  Perkins  il  vanto  dell'ulterio- 
re perfezionamento  .  Il  generale 
Chasseolup  o  Chasseloup  fu  il  pri- 
mo ad  accreditarne  V  impiego  alla 
difesa  delie  piazze  forti,  ed  il  ca- 
pitano del  genio  Girard  costruì 
nel  i§i4  varie  batterie  di  sei  can- 
noni insieme  uniti.  Perkins  pro- 
pone di  lanciare  col  mezzo  del  va- 
pore grandi  razzi  di  straordinario 
peso,  surrogandoli  ai  proiettili  or- 
dinari. 

Dal  fin  qui  accennato  si  ma- 
nifesta quanto  sia  animato  il  com- 
mercio dell'I  nghillerra  per  le  interne 
manifatture,  e  quanto  vasto  per  la 
esterna  navigazione,  onde  lucrosissi- 
me sono  le  importazioni  ed  espor- 
tazioni d'innumerevoli  oggetti.  Mal- 
grado tante  fonti  di  ricchezze  è  ben 
lungi  dal  trovarsi  in  istato  di  pro- 
sperità il  basso  popolo  inglese,  mas- 
sime nelle  provincie  manifatturiere. 
Molti  hanno  preso  da  questo  dis- 
ordine argomento  di  declamare 
contro  l'abuso  delle  macchine,  che 


ING 

tolgono    a  molte    braccia    la  gior- 
naliera occupazione.  Non  mancaro- 
no profondi  economisti  confutar  la 
obbiezione    e   giustificare  l'uso  del- 
le    macchine,   dimostrando     che  la 
miseria  del   basso  popolo  trae  piut- 
tosto  l'origine    dal  sistema  regola- 
mentano, dai  monopoli,  e  da  altr« 
cause.    Le     manifatture    di    seteria 
furono  stabilite  da  Giacomo  I;  es- 
se    ritirano    le    loro    prime    male-     * 
rie  dal  Bengala  e  dall'Italia,  gl'in- 
glesi   avendo    tentato    in    vano  di 
allevare  bachi  da  seta.   Là    savia  e 
giusta     rivocazione    dell'  editto     di 
Nantes    arricchì  l'Inghilterra  di  un 
gran  numero  di    eccellenti    artisti, 
di  cui  privavasi  la  Francia  con  tal 
misura.  La  sellarla  inglese  è  ricer- 
cata da    per  tutto.    La    carta  che 
s*  introduceva  un    tempo  dal  con- 
tinente, ora    se    ne    fabbrica    non 
solo  pel  bisogno    dell'  interno,    ma 
ancora  per  una  considerabile  espor- 
tazione. I  numerosi    giornali  pub- 
blici, fogli    e  scritti    giornalieri    oc- 
cupano una  gran  quantità  di  tipo- 
grafie, trovandosene    eziandio  nelle 
più  piccole  città:  s'inventarono  nuo- 
vi metodi  di  stampa  che  accelera- 
no   di    molto  la    impressione.    La 
stoviglia    è    un   oggetto    della     più 
alla    conseguenza    pel    gran  consu- 
mo che  ne  se  fa  nell'interno,  come 
per  la  quantità  che  viene   traspor- 
tata, per  la  sua  bellezza  e    finezza; 
i  cristalli    e  le    porcellane  sono    di 
buona   qualità.    I    lavori    di  accia- 
io giunsero    alla    più    desiderabile 
perfezione,  come  l'arte  degli  oro- 
logi.   Molte    arti    meccaniche    sono 
formate  in   corpi,  e  soggette  a  de- 
gli   statuti  particolari,    specialmen- 
te nelle    città,    con    indicibili  van- 
taggi. E  qui  è  luogo  d'  accennare 
le     varie    compagnie    protette    dal 
governo,    che    in    mirabile     modo 
contribuirono    alla    prosperità    del 


commercio     inglese  ,      come    delle 
principali  sue  banche. 

La  compagnia  d'Africa  fondala 
da  Carlo  II,  guerni  di  fortezze  le 
coste  della  Guinea,  ed  intendeva 
specialmente  al  riprovevole  traffi- 
co de'negri,  dall'indignata  umanità 
proscritto.  La  compagnia  di  Tur- 
chia istituita  da  Giacomo  I,  da 
cui  ricevevansi  ,  mediante  tribu- 
to ,  le  patenti  per  esercitare  il 
commercio  nel  Levante.  La  com- 
pagnia del  mare  Australe,  che  a* 
vanti  la  pace  di  Acquisgrana  so- 
leva ogni  anno  spedire  un  vascel- 
lo ad  Acapulco,  nota  per  le  som- 
me esorbitanti  che  al  governo  ha 
nelle  urgenze  somministrato.  La  com- 
pagnia della  baia  d'Hudson,  che  fa 
la  ricchissima  permutazione  con 
merci  europee  d*  immensa  quanti- 
tà di  pelliccie,  le  quali  poi  persi- 
no nell'Asia  e  nella  Cina  diffonde. 
La  compagnia  di  Russia  creata  nel 
1 554  dopo  la  scoperta  del  mar  bian- 
co fatta  da  Chancellor,  di  cui  è  ces- 
sato lo  scopo  colle  posteriori  politi- 
che transazioni.  La  compagnia  o  fat- 
toria d'Amburgo,  composta  in  gran 
parte  di  scozzesi,  la  quale  gode  in 
quella  libera  città  i  più  eslesi  privile- 
gi. La  compagnia  dtWIndie  orientali 
{^Vedi)  sopra  tutte  le  altre  famosa 
per  la  sua  opulenza,  e  per  l'adito 
che  ha  aperto  alla  estensione  del 
dominio  inglese  in  quelle  remote 
e  doviziose  contrade.  Quanto  al- 
l'ultima metà  del  secolo  XVI,  sotto 
il  regno  di  Elisabetta  i  navigatori 
inglesi  incominciarono  effettivamen- 
te a  scorrere  i  mari  utilmente  ed 
a  fare  scoperte  importanti ,  questa 
regina  accordò  la  prima  carta  per 
la  fondazione  delle  colonie  nel  nuo- 
vo mondo:  sotto  i  suoi  auspicii  si 
formarono  la  compagnia  dell'  Indie 
orientali  e  quella  dei  mari  del  nord 
istituite  per  la  scoperta  e  l'eserci- 


ING  3o9 

zìo  di  ancora  ignoti  commerci.  Ver- 
so il  termine  del  suo  regno  e  nel 
i6oi  la  compagnia  dell'Indie  orien- 
tali incominciò  ad  agire  con  cin- 
quanta azioni,  ed  un  capitale  di 
quattrocentomila  lire  sterline.  J\el 
1698  se  ne  stabilì  una  seconda 
che  anticipò  al  governo  due  milio- 
ni sterlini.  Nel  1702  l'una  e  l'al- 
tra insieme  si  riunirono,  formando 
una  sola  compagnia  ;  quindi  rapi- 
dissimi e  felici  furono  i  suoi  pro- 
gressi, e  nel  1780  ottenne  dal  par- 
lamento un  privilegio  per  trenta- 
quattro  anni  successivamente  rin- 
novato. ]\eir  amministrazione  ogni 
azionista  di  mille  sterlini  ha  il  suo 
voto;  deve  esserlo  di  duemila  per 
divenire  eleggibile  fra  i  trentaquat- 
tro direttori.  Il  presidente  ed  i  se- 
gretari scelgonsi  in  mezzo  a  questi, 
e  durano  un  quadriennio  senza  po- 
ter essere  confermati.  Sei  direttori 
sortono  annualmente ,  e  vengono 
rimpiazzati  da  altrettanti.  Vi  sono 
inoltre  molti  comitati  inferiori  che 
si  dividono  le  mercantili  attribu- 
zioni. I  vascelli  della  compagnia 
trasportano  i  pingui  caiichi  delle 
merci  indiane  in  Europa,  e  spac- 
ciano colà  le  inglesi  manifatture. 
La  compagnia  dell'  Indie  è  la  sola 
che  veramente  corrisponda  alla  sua 
rinomanza,  e  trovisi  in  pieno  vigo- 
re e  nel  più  prospero  stato.  La 
banca  d'Inghilterra  fondata  da  Gu- 
glielmo IH  nel  1694,  fa  il  cam- 
bio e  vende  oggetti  d'oro  e  di  ar- 
gento, ogni  altro  commercio  gli  è 
proibito.  Anima  il  traffico  a  cui  è 
destinata  la  cassa  di  sconto,  s' in- 
gerisce ne'  pubblici  fondi,  negl'i rn- 
prestiti  ed  in  ogni  affare  di  finan- 
za. Può  anzi  chiamarsi  il  deposito 
universale  del  numerario  della  na- 
zione e  de'  particolari.  Moltissime 
banche  particolari  tennero  dietro 
all'erezione  della  banca  d'iughilter- 


3io  ING 

ra.  Sonovi  pure  varie  società  di  as- 
sicurazione per  ogni  rischio  eli  mu- 
re, d'incendio,  ed  anche  per  la  vita 
degli  individui. 

I  monumenti  di  tutti  i  paesi  del- 
l'Inghilterra sono  intimamente  legati 
colle  principali  epoche  della  loro  sto- 
ria, e  principalmente  colle  rivoluzio- 
ni occasionate  dai  diversi  conquista- 
tori che  li  soggiogarono,  e  dai  nuovi 
popoli  che  gli  hanno  successivamen- 
te occupati.  Le  antichità  dell'  In- 
ghilterra si  dividono  naturalmente 
in  antichità  dei  celti,  popolo  pri- 
mitivo, delle  colonie  belgiche,  dei 
romani,  dei  sassoni,  e  nei  monu- 
menti danesi  e  normanni.  I  monu- 
menti attribuiti  ai  druidi  consisto- 
no in  pietre  isolate,  piantate  in  pie- 
di, in  idoli  di  pietra  o  di  roccia, 
in  sepolcri  formati  con  tre  o  più 
pietre,  in  circhi  o  piuttosto  chiu- 
sure circolari  di  pietre,  in  mucchi 
di  pietre,  in  bacini  di  roccia  che 
si  crede  servissero  per  le  espiazio- 
ni, ed  in  caverne  che  offrivano  un 
ritiro  in  tempo  di  guerra.  Lo  Ston- 
chengCj  il  quale  corrisponde  al  cam- 
po di  Marte  in  Roma,  monumen- 
to sorprendente  dell'industria  bar- 
bara, è  attribuito  da  alcuni  ai  drui- 
di istessi,  da  altri  ai  romani,  ai 
belgi  e  ai  danesi.  In  molte  parti 
dell'  Inghilterra  e  dell'  Irlanda  si 
trovano  simili  circhi  di  pietra,  ma 
di  minor  grandezza,  che  da  taluno 
si  credettero  luoghi  di  sepoltura.  Al- 
la morte  di  un  monarca  o  di  un 
generale  distinto,  se  gl'innalzava  un 
elevato  sepolcro  sopra  un'eminenza, 
e  la  minore  o  maggiore  altezza  del 
mausoleo  dipendeva  dalla  riputa- 
zione del  personaggio.  In  progres- 
so una  gran  pietra  dritta  fu  il  solo 
segnale  d'onore  che  si  poneva  sulla 
tomba  degli  uomini  distinti.  Que- 
ste pietre  isolate  indicavano  ancora 
il  campo  di  una  battaglia  memo* 


ING 

rabile  ;  noji  erano  però  qualche  vol- 
ta che  semplici  segnali  di  conimi 
o  termini.  Quanto  ai  sotterranei, 
quasi  tutte  le  nazioni  n'ebbero  nel- 
le prime  età.  Le  antichità  roma- 
ne sono  la  maggior  parte  oggetti 
di  pura  curiosila.  Si  dice  che  esi- 
stano alcuni  antichi  anfiteatri  ro- 
mani a  Silchester  ed  in  altri  luo- 
ghi dell'Inghilterra.  Il  castello  ro- 
mano di  Richborough,  l'antica  Ru- 
tupiae^  nella  contea  di  Rent,  offre 
gli  avanzi  di  una  muraglia  massic- 
cia cementata  con  una  solidità  po- 
co comune.  Le  rovine  romane  in 
questo  paese  sono  di  ordinario  com- 
poste di  pietre  o  di  ciottoli  e  di 
letti  di  mattoni  posti  a  gran  distan- 
za. Fra  gli  avanzi  delle  case  di 
delizia,  delle  quali  il  lusso  romano 
decorato  avea  l'Inghilterra,  si  rac- 
colsero lastricati  a  mosaico,  pittu- 
re a  fresco,  ec.  Le  iscrizioni  roma- 
ne, gli  altari,  ec.  furono  ritrovati 
per  la  maggior  parte  nel  nord,  e 
particolarmente  presso  la  grande 
muraglia  frontiera,  che  si  estende- 
va dalle  coste  occidentali  sino  al- 
l'imboccatura del  Tyne.  Con  ra- 
gione si  reputa  questo  vasto  muro, 
che  avea  sessanta  miglia  di  lun- 
ghezza, siccome  il  più  importante 
monumento  della  possanza  roma- 
na in  Inghilterra.  Gli  avanzi  delle 
celebri  muraglie  divisorie  appar- 
tengono a  quelle  erette  sotto  gl'im- 
peratori Adriano  e  Severo  :  gli  a- 
vanzi  del  muro  di  pietra  di  Setti- 
mio Severo,  ornato  in  ispazio  di 
torri,  si  conservano  tuttora,  e  for- 
mano uno  degli  interessanti  mo- 
numenti d'antichità  che  adornano 
la  Bretagna.  Lungo  sarebbe  il  par- 
lare del  gran  numero  degli  oggetti 
lasciati  in  questo  paese  dai  roma- 
ni, come  monete,  pietre  preziose, 
armi,  ornamenti,  ec.  Uno  dei  gran 
mezzi  impiegati   da  essi  per  civihz- 


ING 

zare  le  conquistale  contrade,  fu  la 
costruzione  delle  grandi  strade,  che 
divenne  anzi  un  oggetto  della  loro 
politica.  Sì  scoprono  tuttora  mol- 
tissime tracce  di  queste  grandi  stra- 
de e  delle  loro  diverse  ramifica- 
zioni, che  portavano  l'abbondanza 
da  diverse  parti  in  un  punto. 

Le  antichità  sassoni  in  Inghil- 
terra consistono  principalmente  in 
edifìzi  tanto  sacri  che  profani.  Si 
Tedono  ancora  molte  chiese,  che 
furono  per  la  maggior  parte  co- 
strutte interamente  nel  periodo  sas- 
sone ;  e  ve  ne  sono  che  apparten- 
gono al  nono  e  al  decimo  secolo. 
Le  arcate  elevate  da  Grimbald  ad 
Oxford,  sotto  il  regno  di  Alfredo, 
passano  per  monumenti  curiosi  del- 
l'architettura  sassone.  I  più  anli- 
chi  castelli  consistono  in  una  torre 
qualche  volta  quadrata  ed  altre 
volte  esagona.  11  castello  di  Co- 
ningsburg,  nella  contea  di  York, 
presenta  il  più  informe  saggio  di 
questo  genere.  La  potenza  danese, 
che  gravitò  kmgo  tempo  sul  nord 
dell'Inghilterra,  fu  quasi  passeggie- 
ra  al  mezzodì.  I  campi  dei  danesi 
simili  a  quelli  dei  belgi  e  dei  sas- 
soni avevano  la  forma  circolare, 
mentre  quelli  dei  romani  erano 
quadrati.  Del  restante,  non  si  at- 
tribuisce generalmente  ai  danesi 
che  qualche  castello  al  nord  del- 
l'Humber,  e  qualche  "pietra  carica 
di  runiche  iscrizioni.  1  monumenti 
normanni,  così  chiamati  per  distin- 
guerne r  epoca  ,  incominciano  al 
momento  delle  conquiste  e  finisco- 
no al  secolo  XIV.  Lo  stile  nor- 
manno sorpassa,  generalmente  par- 
lando, il  sassone,  per  la  grandezza 
delle  dimensioni,  degli  edifizi,  e  per 
la  decorazione  delle  parli.  Le  catte- 
drali di  Durham  e  di  Winchester 
sono  monumenti  onorevoli  dell'ar- 
chitetlura  anglo-sassone.  Quanto  ai 


ÌISG  3ri 

castelli  sono  essi  troppo  numerosi 
per  nominarli.  Fra  le  curiosità  na- 
turali dell'  Inghilterra,  quelle  della 
contea  di  Derby  passarono  sempre 
per  osservabili.  Sono  pure  rinoma- 
te le  meraviglie  di  Peak,  la  ca- 
verna di  Casllcton  o  buco  del 
Peak,  quelli  di  Poole  e  di  Bam- 
forth  :  la  caverna  di  Yordas ,  quel- 
la di  Welheicort,  quelle  delle  mon- 
tagne di  Mendip,  quella  di  Rye- 
gate,  quella  di  Wokey,  e  quella  dì 
Gatekirk.  La  cavità  di  Hurtlepot, 
la  calanca  di  Malham,  specie  d'an- 
fiteatro di  pietra  calcarea  ;  nelle 
vicinanze  di  Settle  il  pozzo  curioso 
pel  flusso  e  riflusso  ;  nella  contea 
di  Durham  i  tre  slagni  profondis- 
simi detti  calderoni  dell'  inferno; 
gli  avanzi  di  uua  foresta  som- 
mersa sulla  costa  della  contea  di 
Lincoln. 

Parlando  degli  edifizi,  fra  i  più 
osservabili  che  possiede  la  Inghil- 
terra, nomineremo  per  primo  il  ca- 
stello di  Windsor,  il  quale  innal- 
zandosi sopra  un'eminenza  che  do- 
mina il  Tamigi,  offre  un  aspetto 
per  la  sua  grandezza  e  magnificen- 
za degno  dei  giorni  della  cavalle- 
ria. 11  suo  punto  di  vista  si  esten- 
de fino  alla  cattedrale  di  s.  Paolo, 
e  la  scena  che  presenta  tutto  al- 
l'intorno  colpisce  veramente  l'im- 
maginazione. Questo  palazzo  rin- 
chiude moltissimi  quadri  preziosi  e 
pregiatissime  rarità.  Il  palazzo  di 
Hamptoncourt,  che  pure  possiede 
una  bella  galleria,  eretto  sopra  un 
terreno  più  basso,  ed  ornato  di  ac- 
quedotti pei  quali  scorrono  le  acque 
della  Coinè.  Non  restano  a  Rich- 
mond che  i  giardini  del  re,  i  quali 
però  sono  offuscati  da  quelli  bellis- 
simi e  ben  disposti  di  Revr,  nei 
quali  la  preziosa  collezione  delle 
piante  di  tutti  i  paesi  del  mondo 
fa  provare  all'ammiratore  della   na- 


3ll  INCr 

tura  un  sentimento  misto  di  deli- 
zia e  di  sorpresa.  Il  palazzo  reale 
di  Gree4nvicli,  abbandonato  da  lun- 
go tempo,  come  palazzo  reale,  rin- 
chiude però  l'osservatorio  famoso 
di  questo  nome.  Fra  i  numerosis- 
simi palazzi  signorili  che  si  trova- 
no sparsi  nelle  diverse  contee,  e 
tutti  degni  di  essere  ricordati,  sem- 
bra meritare  forse  il  primo  luogo 
quello  di  Stowe,  residenza  del  mar- 
chese di  Buckingham,  celebre  an- 
che pe'  suoi  giardini  magnifici.  Non 
conviene  om mettere  i  due  superbi 
ospedali,  quello  di  Greenwicli  pei 
marinai  invalidi,  e  quello  di  Chel- 
sea    dietro  il    parco    san    Giacomo 

0  S.t  James  pei  soldati.  Alcune  sale 
in  cui  si  tengono  le  riunioni  delle 
contee  sono  rimarcabili  per  la  lo- 
ro elegantissima  architettura.  Senza 
contraddizione  poi  uno  dei  più  belli 
edifizi  d'Inghilterra  è  quello  che 
si  trova  nel  villaggio  di  Buxton 
nella  contea  di  Derby,  sopranno- 
minato the  crescente  vasto  edi Tizio 
di  forma  semicircolare,  che  il  du- 
ca di  Devonshire  fece  erigere  per 
comodo  di  quelli  che  vanno  a  pren- 
dere le  acque  minerali  di  Buxton. 
La  sua  regolarità  e  le  sue  vaste 
dimensioni  tanto  più  sorprendono 
quanto  che  si  trova  situato  in  un 
paese  quasi  selvaggio,  inabitato  ed 
in  mezzo  a  montagne  sterili  ed  ir- 
regolari ;  contiene  botteghe,  alber- 
ghi, teatro  e    magnifiche    scuderie. 

1  ponti  in  Inghilterra  sono  degni 
della  bellezza  delle  grandi  strade, 
e  conviene  confessare,  che  gl'inglesi 
fecero  in  questo  ramo  notabili  pro- 
gressi ,  specialmente  considerando 
che  alcuni  sono  di  ferro  fuso  ;  il 
primo  di  questo  genere  fu  eretto 
nel  1777  a  Colebrookdale  ,  nella 
contea  di  Salop  sulla  Severna.  Sul 
porto  di  Sunderland  si  costrusse 
un  ponte  di  ferro  che  si  può  dire 


ING 

sorprendente,  ed  in  nitri  luoghi 
pure  se  ne  costruirono  di  bellissimi. 
La  religione  dominante  è  V  an- 
glicana o  episcopale ,  introdottavi 
dai  puritani  o  calvinisti  rigidi  dopo 
la  prelesa  riforma;  per  altro  i  pu- 
ritani vSono  nemici  degli  episcopali, 
e  condannano  la  liturgia  anglicana 
come  un'invenzione  umana.  Gli  e- 
piscopali  sono  principahnente  in  In- 
ghilterra, i  presbiteriani  nella  Sco- 
zia. Quelli  che  pei  domini  o  le 
forme  del  culto  che  professano  dif- 
feriscono dalla  chiesa  stabilita  e  non 
riconoscono  i  trenlanove  articoli 
della  religione  pretesa  riformata , 
possono  essere  compresi  sotto  la 
generale  denominazione  di  dissi- 
denti o  dissenzienti  e  non  confor- 
misti, quantunque  questo  nome  sia 
più  particolarmente  applicato  ai 
presbiteriani  d'Inghilterra  e  agli  in- 
dipendenti. Noteremo  che  i  presbi- 
teriani soli  d*  Inghilterra  si  posso- 
no chiamare  dissidenti,  non  quelli 
di  Scozia,  nella  quale  il  presbite- 
rianismo è  la  religione  stabilita  e 
riconosciuta  dalla  legge,  come  la 
religione  nazionale.  Dice  il  Bergier 
che  il  cristianesimo  in  Inghilterra 
è  diviso  in  due  principali  partiti, 
uno  detto  degli  episcopali  che  si 
chiama  la  chiesa  anglicana  o  Val- 
ta  chiesa;  V  altro  de'  non  confor- 
misti o  separatisti,  che  compren- 
dono i  presbiteriani y  puritani  a  cal- 
vinisti rigidi^  ed  altre  sette.  Egli 
qui  sbaglia,  doveva  dire:  il  prote- 
stantismo si  divide  in  due  partiti, 
il  primo  detto  degli  episcopali  os- 
sia chiesa  anglicana,  suddivisa  nel- 
la chiesa  alta  e  bassa j  l'altro  dei 
non  conformisti,  ec.  Le  altre  prin- 
cipali classi  de'  dissidenti  sono  i 
melodisti,  i  mennoniti,  i  quakeri  o 
tremolanti,  gli  anabattisti,  gli  er- 
nuti  o  fratelli  moravi,  i  metodisti, 
i  sociniani,  i  brownisti    o  indipen- 


ING 

(IcnH,  i  swedènborgi  così  denomi- 
nati da!  barone  Swedcnborg  loro 
capo,  che  abbandonando  la  Svezia 
sua  patria,  si  fissò  in  Inghilterra. 
Vi  sono  ancora,  oltre  un'immensa 
quantità  di  religionari,  gli  unitari, 
i  quali  si  trovano  contusi  colle 
prime  classi,  le  quali  si  allontana- 
rono alquanto  dal  rigore  dell'  ori- 
ginaria disciplina.  In  generale  tutti 
questi  settari  sono  assai  numerosi; 
ed  è  quasi  impossibile  di  valutare 
il  numero  de'  partigiani  di  ciascu- 
no di  questi  culli  diversi.  La  U- 
bertà  di  coscienza  è  intera  :  tutta- 
via prima  dell'atto  del  parlamento 
sull'emaacipazione  dei  cattolici,  bi- 
sognava essere  acattolico  onde  eser- 
citare un  impiego  qualunque,  come 
ancora  per  essere  membro  del  par- 
lamento, atteso  il  giuramento  che 
si  prestava,  il  quale  era  illecito 
ad  un  cattolico.  Nelle  colonie  anco- 
ra tutti  i  culti  sono  hberi.  Il  gover- 
no britannico  ha  pure  interesse  di 
tollerare  nelle  Indie  orientali  quel- 
le dottrine  di  Maometto,  di  Brama 
e  di  Budda  che  abituano  gh  uomi- 
ni alla  obbedienza  e  subordinazio- 
ne. Però  non  ha  guari  il  governo 
delle  Indie  orientali  ha  soppresso 
l'annuo  assegno  di  seimila  lire  ster- 
line, che  pagava  ai  templi  del  cul- 
lo idolatrico.  Nel  17 16  molti  inglesi 
ed  alcuni  scozzesi  aveano  formato 
tra  essi  un  concordato  per  unirsi 
alla  chiesa  greca;  questo  progetto 
però  non  ebbe  alcun  effetto  :  i  greci 
per  certo  non  avrebbero  consen- 
tito, quando  almeno  gli  anglica- 
ni non  avessero  cambiato  la  loro 
credenza  sopra  moltissimi  articoli. 
Vuoisi  che  gli  ebrei  sìeno  poco  nu- 
merosi, cioè  più  di  diecimila  :  essi 
abitano  principalmente  le  città  mer- 
cantih,  inclusive  alla  capitale  Lon- 
dra. 

VOI.    XXXiVi 


ING  3i3 

Nelle  Notizie  letterarie  oltramon- 
tane che  si  pubblicavano  in  Roma 
nel  secolo  passato,  nel  tom.  II,  par. 
II  del    1743  vi  è  l'articolo  XXIX, 
Della    venuta    degli  ebrei   in    In- 
ghilterra.   Ivi    si    dice    che   sino  a 
quel  tempo  non  era  stato  definita 
tra    gli    istorici    inglesi    l' epoca  in 
cui  gli  ebrei    fecero    passaggio    nel 
regno.  Si  crede  comunemente   che 
Guglielmo  I  li  chiamasse  dalla  Nor- 
mandia ;    ma    si    trova'  una  legge 
anteriore  di  s.  Edoardo  in  cui  egli 
dice;  fiulaei,    et    omnia   sua  regis 
sunt;    anzi  negli    excerptiones    ca- 
nonici di   Egberto    arcivescovo    E- 
boracense  del  750  circa,  si  proibi- 
sce   a' cristiani     d'intervenire     alle 
feste  degli  ebrei.  Guglielmo  II  Ru- 
fo cioè  il  rosso,  ch'era  assai   igno- 
rante in  materia  di  religione,  ordi- 
nò una  pubblica  disputa  tra  i  cri- 
stiani e  i    giudei,    promettendo   di 
accostarsi  al  partito  de'  secondi  sé 
avessero  vinto,  il  che  non  essendo 
successo,  non  lasciò  il  re  di  conti- 
nuamente favorirli,  permettendogli 
tra  le  altre  di  aprire  tre  scuole  in 
Oxford.  Ne'  principii  del  regno  di 
Riccardo  I,  per  certi  delitti  commessi 
da  alcuno  di  loro,  non  solo    furo- 
no espulsi  da  Londra  ed  uccisi,  ma 
poco  dopo  si  (ece  il  medesimo    in 
altri  luoghi  del  regno,    bruciando- 
gli e  rovinandogli  le  case.    Nacque 
questa  animosità  contro  quest'infe- 
lice nazione  particolarmente  in  quel- 
li che  si  accingevano  alla  sacra  spe- 
dizione    di    Terrasanta ,    credendo 
far  con  ciò  un  sagrifizio  a  Dio;  noni 
mancando  persone  che   li    tormen- 
tarono  crudelmente,    massime    per 
cavarne  denari,  de'  quali  il  re  era 
in  estrema  necessità.  Costituì   Ric- 
cardo I  certi    giudici    detti    giusti- 
zieri de'  giudei  de  gremio    scacca* 
rii  regisj  i  quali  non    solo  presie- 
di 


3i4  ING 

dessero  alle  riscossioni  delle  impo* 
sto,  ma  ancora  loro  amministras- 
sero giustizia.  Dal  re  Giovanni  tra 
gli  altri  privilegi  ottennero  che  po- 
tesseix)  costituire  un  sacerdote  o 
sommo  rabbino  che  precedesse  a  tutti 
gli  altri  rabbini  d' Inghilterra;  ma 
poco  dopo  il  medesimo  re,  adope- 
rando ancora  atroci  tormenti  ,  li 
spogliò  di  tutti  i  loro  beni.  Enrico 
li  ora  protesse  gli  ebrei,  ora  li  spo- 
gliò de'  beni,  levò  il  capo  della  si- 
nagoga di  Londra,  ed  una  volta 
al  suo  fratello  diede  per  pegno  tutti 
gli  ebrei  del  regno  e  le  loro  robe; 
compensò  poi  queste  violenze  con  fab- 
bricar loro  una  particolare  sinagoga 
in  Londra,  togliendo  Tempio  costu- 
me di  spogliar  de'loro  beni  quelli 
che  si  facevano  cristiani.  Ordinò 
inoltre,  che  per  distinzione  nella  so- 
pravveste duas  tabulas  albas  de 
lino  panno j  vel  parcameno,  doves- 
se portare  ciascun  di  loro.  Odoar- 
do  1  esigeva  un  tributo  sotto  pena 
di  proscrizione  per  aver  essi  croce- 
fìsso  un  fanciullo;  ma  non  poten- 
dolo pagare,  ed  avendo  commesso 
nitri  delitti,  nel  1290  furono  inte- 
ramente cacciati  dal  regno,  e  le 
loro  ricchezze  furono  convertite  in 
usi  pii.  Per  tre  secoli  questa  gente 
fu  tenuta  lontana  dall'  Inghilterra, 
cioè  sino  alla  morte  di  Carlo  I. 
Sotto  Oliviero  Cromwell  cercarono 
gli  ebrei  di  ritornare  in  Inghilter- 
ra, e  finalmente  Carlo  li  angustia- 
to dalle  turbolenze  interne,  e  man- 
cante di  denaro,  concesse  loro  l'in- 
dulto di  tornare  nel  regno,  aven- 
dovi presentemente  varie  sinagoghe. 
Enrico  Vili  separandosi  fatal- 
mente con  scisma  dalla  Chiesa  ro- 
mana, conservò  la  gerarchia  epi- 
scopale. Il  corpo  del  clero  della 
chiesa  anglicana  è  composto  di  tre 
ordini,    cioè    dei  vescovi,    de'preti 


ING 

e  de' diaconi.  Sono  i  primi  in  di- 
gnità ed  in  potere  gli  arcivescovi 
di  Canlorbery  e  di  York,  portan- 
do il  primo  il  titolo  di  primate 
di  tutta  r  Inghilterra,  ed  il  secon- 
do semplicemente  quello  di  primate 
d'Inghilterra:  hanno  i  titoli  di 
vostra  Signorìa  e  di  vostra  grazia. 
I  ministri  degli  episcopali  hanno 
per  rendita  la  decima  sulle  pro- 
duzioni, e  quelli  de'  presbiteriani 
hanno  in  vece  onorari  fissi  pa- 
gati dallo  stato,  almeno  quelli  del- 
l' Irlanda.  Gli  ecclesiastici  possono 
maritarsi.  I  canonicati  de' capitoli 
vi  sono  ancora  bastantemente  buo- 
ni, ma  le  parrocchie  molte  sono 
ricche^  altre  sono  mediocri,  ed  altre 
con  rendite  tenuissime.  Sottomessa 
la  chiesa  riformata  alla  primazia  spi- 
rituale del  re  o  della  regina,  quel- 
lo o  questa  come  capi  supremi 
della  chiesa  anglicana  possono  con- 
vocare, prorogare,  discogliere  i  sino- 
di ecclesiastici,  e  nominare  arcive- 
scovi, vescovi ,  ed  altri  del  mi- 
nistero, che  però  conferiscono  gli 
arcivescovi.  1  detti  due  arcivescovi 
di  Cantorbery  e  di  York  che  restaro- 
no colle  loro  due  provincie  eccle- 
siastiche dopo  la  riforma,  diminui- 
ta però  di  molto  la  loro  antica 
podestà  temporale,  godono  di  tut- 
ti i  privilegi  concessi  ai  pari,  so- 
no membii  del  parlamento ,  e  vi 
siedono  come  i  ventiquattro  vesco- 
vi loro  suffraganei,  non  godendo 
però  di  una  tale  prerogativa  il  ve- 
scovo di  Sodor  e  di  Mann,  il  qua- 
le siede  ma  non  ha  volo  nella  ca- 
mera de'  pari.  I  vescovi  sono  no- 
minati dal  re  ed  eletti  dal  decano 
e  dal  capitolo,  e  ad  essi  soltanto 
appartiene  al  presente  il  diritto  di 
ordinare  i  diaconi  e  i  preti,  di 
consacrar  le  chiese  ed  i  cimiteri, 
e  di  prender  parte  nelle  questioni 


ING 

sulle  nascile,  matrimoni ,  morti  e 
testamenti.  Tutti  i  vescovi  sono 
baroni  e  pari  del  regno,  tranne  il 
solo  nominato,  e  godono  estesi  pri- 
vilegi.  Il  vescovo  di  Winchester 
non  è  che  il  terzo  in  dignità,  ma 
è  riputato  il  più  ricco.  Ciascuna 
cattedrale  ha  prebende  per  cano- 
nicati, ed  un  decano  cosi  chiama- 
to perchè  un  tempo  presiedeva  a 
dieci  canonici  :  questo  ed  il  capi- 
tolo dei  prebendati  assistono  il  ve- 
scovo negli  affari  ecclesiastici.  Vie- 
ne poscia  l'ordine  degli  arcidiaco- 
ni, composto  in  tutto  di  sessanta 
membri,  incaricati  della  ispezione 
de'  beni  mobili  delle  chiese,  di  ri- 
formare i  piccoli  abusi  e  di  met- 
tere in  possesso  i  benefiziati.  L'ul- 
timo ordine  del  clero  in  generale 
è  quello  de*  diaconi,  a  cui  fu  con- 
fidata r  amministrazione  de'  beni 
dei  poveri,  essendosi  oggidì  ristret- 
to il  loro  impiego  a  battezzare,  a 
leggere  in  chiesa  e  ad  assistere  il 
prete  nella  comunione.  11  curato 
non  è  in  Inghilterra  che  un  ec- 
clesiastico che  officia  per  un  altro. 
I  rettori  s' interessano  delle  ripa- 
razioni ed  ornamenti  delle  chiese, 
ed  alle  cose  necessarie  al  servizio 
divino,  riscuotendo  però  le  limosi- 
ne  della  parrocchia  ed  altre  ren- 
dite una  deputazione  speciale.  Le 
rendite  della  chiesa  anglicana  sono 
calcolate  a  tre  milioni  di  lire  ster- 
line, pari  a  sellantacinque  milioni 
di  franchi ,  e  provengono  princi- 
palmente dalle  decime.  Quantun- 
que alcuni  scrittori  abbiano  molto 
encomiato  la  tolleranza  stabilita  in 
questo  regno,  la  cattolica  religione 
fu  sempre  molestata  con  severissime 
leggi.  Sino  agli  ultimi  tempi  un 
cattolico  non  poteva  possedere  al- 
cuna carica,  né  entrare  nel  parla- 
mento senza  aver   prestalo  il    giu- 


ING  3i5 

ramento  del  Test^  con  cui  abiura- 
vasi  il  domma  della  transustanzia- 
zione, e  della  giurisdizione  spiritua- 
le del  Papa.  Ma  a' nostri  giorni 
essendo  sempre  più  illuminata  la 
nazione  degl'inglesi  sopra  la  savia 
condotta  de'caltolici,  ha  grandemen- 
te onorato  se  slessa,  abolendo  cer-!- 
te  irragionevoli  sanzioni  fatte  dai 
suoi  antecessori  contro  de'caltolici, 
i  quali  ora  godono  di  maggior 
tranquillità.  La  chiesa  anglicana 
era  così  lontana  dall'arrogarsi  qua- 
lunque divina  origine,  che  fino  dal 
suo  nascere  si  chiamò  la  chiesa 
stabilita  per  legge;  il  parlamento 
la  fece,  ed  il  parlamento  la  può 
disfare.  Nella  sua  forma  e  legisla- 
zione essa  è  una  istituzione  mera- 
mente umana.  La  carta  legislativa 
sotto  la  quale  questa  moderna  cor- 
porazione spirituale  fu  riformala  e 
costituita  di  nuovo,  fu  fatta  ad 
un'epoca  quando  la  nazione  ingle- 
se era  più  sottomessa  a'  suoi  mo- 
narchi che  a  qualunque  altro  tem- 
po. Essa  dovette  la  sua  esistenza 
come  chiesa  all'  umore  di  Enri- 
co Vili,  agi'  interessi  degli  ammi- 
nistratori di  Odoardo  VI ,  ed  alle 
necessità  politiche  di  Elisabetta. 
Tommaso  Lalhbury  nel  i836  pub- 
blicò in  Londra  l' Istoria  deW  e- 
piscopato  anglicano^  dall'epoca  del 
COSI  detto  lungo  parlamento  sino 
all'  atto  dell'  uniformità  ;  con  un 
ragguaglio  intorno  appartiti  reli- 
giosi di  quel  tempo ,  e  con  una 
rassegna  degli  affari  ecclesiastici 
in  Inghilterra  fino  all'epoca  della 
riforma.  Il  eh.  monsignor  Nicola 
Wiseman  ora  vescovo  Mellipola- 
mo,  dotto  autore  di  parecchie  ope- 
re come  delle  conferenze  sopra  la 
connessione  delle  scienze  colla  re- 
ligione rivelata  ,  delle  quali  come 
di  altre  ne  trattano  gU  Annali  del- 


3i6  ING 

le  scienze  religiose  compilati  nella 
prima  serie  dal  eh.  monsig.  De  Lu- 
ca ora  vescovo  di  A  versa,  nel  1887 
in  Roma  recitò  rtell'  accademia  di 
religione  cattolica  la  Dissertazione 
sullo  stato  attuale  del  protestante- 
simo in  Inghilterra^  e  massime  sul- 
le opinioni  che  esprime  intorno  alla 
regola  di  fede,  e  sul  bisogno  che 
egli  stesso  sente  ed  esprime  di  am- 
mettere un  autorità  suprema  ed 
infallibile  in  materia  di  fede.  Fece 
il  paragone  tra  la  religione  catto- 
lica sempre  una  e  coerente  a  se 
stessa,  ed  il  protestantismo  privo 
d'ogni  stabile  principio  di  fede,  e 
dato  iu  balia  a  discordi  pensamen- 
ti ed  a  cangiamenti  continui  ,  i 
quali  nella  Svizzera  e  nella  Ger- 
mania lo  hanno  fatto  degenerare 
o  in  razionalismo  perfetto,  o  nel 
cosi  detto  pietismo.  Quindi  par- 
lando del  protestantismo  dell'  In- 
ghilterra, ove  l'ambizione  o  la  ra- 
gione politica  suggerirono  ai  primi 
riformatori  l'  idea  di  conservare 
una  forma  di  gerarchia  e  molti 
usi  interamente  cattolici,  fece  cono- 
scere che  i  suoi  seguaci  in  ogni 
tempo,  anche  loro  malgrado,  la- 
sciarono trasparire  il  bisogno  di 
una  autorità  suprema  in  punto  di 
religione,  ma  che  ai  giorni  nostri 
questo  bisogno  potentemente  si  ma- 
nifesta nella  maggior  parte  delle 
loro  opere,  e  nelle  loro  più  rino- 
mate assemblee  religiose.  Dessa  non 
solo  meritò  di  essere  inserita  nei 
lodati  annali ,  ma  di  venire  stam- 
pata a  parte  dal  Salviucci.  Con- 
chiudesi  questa  dissertazione  colle 
seguenti  parole. 

*»  Il  motivo  più  efficace  della 
»  conversione  si  è  quella  infelicità 
w  che  trova  l'  anima  dell'  eretico 
w  nella  incertezza,  e  la  pace  che 
«*  è   sicura    di    trovar  nella    salda 


ING 
credanza  della  religione  cattoli- 
ca. Essa  anima  è  come  quella 
colomba,  che  uscita  dall'  arca 
non  trovava  dove  posare  il  pie- 
de, e  svolazzava  irrequieta  da 
ogni  banda,  fintantoché  vi  rien- 
trò. Ma  quando  trovò  un  qual- 
che altro  ricovero,  in  esso  si 
fermò,  né  più  fece  ritorno  al- 
l' arca.  E  cos'i  questa  nuova 
teoria  tutta  é  diretta  a  provare 
che  la  chiesa  anglicana  presenta 
allo  spirito  tutti  quei  pregi  di 
una  sufficiente  autorità  e  di 
on  insegnamento  apostolico  che 
fin  qui  nella  sola  Chiesa  catto- 
lica si  soleva  sperare.  Perciò  e 
di  somma  importanza  di  alzar 
la  voce,  a  cautelare  quel  popolo 
contro  un  errore,  che  rinveste 
il  lupo  delle  pelli  delle  pecore. 
Vi  vorrà  certo  un*  arte  tutta 
speciale  ed  uno  studio  che  ab- 
bracci insieme  le  co^  moderne 
e  le  antiche.  Ma  la  teologia 
cattolica  non  ischi  vera  una  tale 
fatica,  massime  in  Roma  eh'  è 
slata,  ai  tempi  nostri,  la  prima 
ad  ordinare  un  corso  di  questo 
studio,  in  cui  nessuno  sì  trala- 
scia degli  errori  anche  moder- 
nissimi. Vi  vorrà  un  puro  e  vi- 
vo zelo  nei  banditori  delle  gran- 
di verità  cattoliche;  di  questo 
già  danno  illustri  prove,  e  le 
fatiche  che  durano  que'  fervoro- 
si missionari  del  clero  si  secola- 
re come  regolare,  e  l'erezione 
ogni  giorno  di  nuove  chiese  e 
nuovi  seminari.  Sopra  ogni  altra 
cosa  vi  vorrà  la  copiosa  bene- 
dizione del  cielo.  Voglia  Iddio 
raccorre  ivi  le  pietre  disperse 
del  suo  santuario,  e  restituirlo 
alla  sua  priuiiera  bellezza  ;  co- 
sicché quella  terra,  ora  asilo 
de'  più    fatali  errori  ,     lorui  ad 


ING 

M  essere  ciò  che  fu  un  tempo  il 
M  semenzaio  di  ogni  virtù,  e  la 
«  \eia  delizia  della  Chiesa  di  Ge- 
«  su  Cristo.  Fiat,  fìat  ".  Cosi  par- 
lava il  zelante  prelato  inglese,  do- 
po aver  analizzato  e  discusso  il 
suo  grave  aigomento,  e  di  aver 
dimostralo  con  prove  che  il  pro- 
testantisimo  privo  di  ogni  stabile 
principio  di  fede,  dato  in  balìa 
ai  discordi  pensamenti  degli  uo- 
mini, va  soggetto  a  cambiamen- 
ti continui  non  solo  ne'  suoi  rap- 
porti esterni,  ma  anche  nella  sua 
interna  forma  ed  essenza. 

Altro  illustre  prelato  inglese  e 
come  il  precedente  già  rettore  del 
celebre  collegio  inglese  in  Roma, 
cioè  monsignor  Carlo  Baggs  ora 
vescovo  di  Fella,  ci  diede  interes- 
sante ed  analoga  dissertazione,  che 
fu  stampala  nel  i843  in  detta 
città,  ed  anche  riprodotta  dai  pre- 
detti Annali^  la  quale  porta  il  ti- 
tolo :  Sullo  stato  odierno  della 
chiesa  anglicana.  Il  dotto  eccle- 
siastico, autore  di  altre  opere,  ma- 
gistralmente dichiarò  nella  sua  dis- 
sertazione «  come  la  Chiesa  cattoli- 
ca spande  incessantemente  fra  gli 
uomini  diffusi  per  il  nostro  globo 
la  luce  della  verità,  ed  il  calore 
della  carità,  perchè  essa  ricevette 
qual  sacro  deposilo  la  grazia  e  la 
verità  dell'  eterno  Verbo  incarnato, 
pieno  come  egli  è  di  grazia  e  di  ve- 
rità. Quindi  siccome  il  sole  costante- 
mente diffonde  la  luce  ed  il  calo- 
re sulla  terra,  così  la  Chiesa  è 
fonte  perenne  ed  immutabile  di 
Terità  e  di  celeste  amore.  Le  sette 
eterodosse  al  contrario  sono  muta- 
bili come  la  luna:  cosicché  se  in 
mezzo  alle  tenebre  tramandano  una 
qualche  debole  luce,  questa  tutta 
deriva  dalla  cattolica  Chiesa  ;  e  se 
qualche  tenue  raggio  di  calore  si  u- 


ING  3i7 

nisce  con  quella  pallida  luce,  esso 
proviene  da  qualche  sacramento  di 
santa  madre  Chiesa  che  esse  han- 
no conservato.  E  non  presentano 
forse  fasi  sempre  variate  come  quel- 
le del  minore  ed  opaco  astro  de- 
stinato ad  illuminare  in  tempo  di 
notte  ?  Quando  al  contrario  la 
chiesa  romana  è  quale  splendido 
sole  immutabile  nel  suo  insegna- 
re". Discusse  poi  che  mentre  tutto 
il  mondo  cristiano  si  divide  in 
due  distinte  porzioni,  la  cattolica 
e  la  protestante ,  la  sola  chiesa 
anglicana  ha  un  carattere  misto; 
misto  cioè  quanto  alle  opinioni  dei 
suoi  membri,  misto  nelle  sue  for- 
mole,  e  misto  ne'  suoi  rapporti  e- 
sterni  e  nelle  sue  simpatie  stra- 
niere ,  secondo  1'  espressione  del 
Critico  Britannico,  giornale  teologi- 
co anglicano.  Soggiungendo ,  che 
non  solo  però  è  la  chiesa  anglica- 
na composta  di  elementi  eteroge- 
nei, ma  pure  si  modifica  continua- 
mente per  le  influenze  tuttora  vi- 
venti, alcune  di  carattere  cattolico, 
altre  di  carattere  protestante.  «  Es- 
»  sa  è  di  fatti,  prosegue  il  giorna- 
»  le,  sempre  in  istato  di  cambia- 
«  mento  e  d'  incertezza.  Così  non 
»  si  può  pretendere,  che  sia  la 
«  medesima  che  fu  lasciata  dai 
M  riformatori.  Essa  ha  subito  mol- 
»  te  alterazioni  fondamentali.  Vi 
M  è  ora  un  progresso  visibile  da 
«  un  anno  ali'  altro.  Gran  confes- 
»  sione  è  questa  della  verità  "  1 
Chiude  il  prelato  la  dissertazione 
con  queste  memorabiH  espressio- 
ni. «  Faccia  il  Signore  che  le  peco- 
M  relle  smarrite  tornino  all'  uni- 
«  co  ovile  dell'unico  pastore  :  che 
»  i  nostri  cari  fratelli  si  sottomet- 
«  tano  una  volta  all'  autorità  di 
«  Pietro  destinato  da  Cristo  no- 
«  stro    Signore    a   pascere    le  sue 


3i8  ING 

»»  pecoi-e  ed  i  suoi  agnelli.  Nel 
M  tornare  al  seno  della  cattolica 
M  Chiesa,  troveranno  la  certezza 
»»  della  fede,  e  quella  unità  per 
*•  conservare  la  quale,  al  dire  del- 
>»  l'antica  chiesa,  la  suprema  cattedm 
»  di  s.  Pietro  fu  stabilita.  Essa  non  è 
»  soggetta  alle  variazioni  che  ab- 
M  biamo  considerate  nella  chiesa 
»  anglicana  ;  ina  resta  immobile 
»>  quale  inconcussa  pietra  e  fonda- 
»  mento  saldissimo  della  Chiesa, 
»  contro  la  quale  le  porte  del- 
«  r  inferno  non  prevarranno  giam- 
»  mai.  In  essa  troveranno  la  vera 
>*  apostolica  successione,  e  nella 
>*  comunione  con  essa  quei  mezzi 
w  abbondanti  di  grazia  che  li  li- 
»»  bereranno  dai  loro  mali,  e  che 
»>  saranno  per  essi  fonti  di  eterna 
»  salvezza  '*. 

In  un'  altra  dissertazione  sul 
sistema  degli  anglicani  detti  Pu- 
scisti  (Fedi)^  monsignor  Baggs  die- 
de un  saggio  delle  divisioni  nella 
chiesa  anglicana,  parlò  degli  evan- 
gelici, ossia  della  chiesa  bassa  ; 
della  chiesa  collegata  collo  stato, 
ossia  delia  chiesa  alta;  e  dei  pu- 
seisti  ossia  trattatisti,  uniti  tutti 
n^lla  stessa  comunione  esterna, 
benché  insegnino  dottrine  contra- 
rie. Qui  però  non  finiscono  le 
contraddizioni,  le  varietà  di  dot- 
trina. La  così  detta  chiesa  angli- 
cana racchiude  nel  suo  seno  glt 
estremi  i  più  opposti  :  non  solo  i 
pretesi  papisti,  i  quali  non  ricono- 
scono il  Papa,  ma  anche  gli  uni- 
tari ossia  gli  anti-trinitari.  Ne  si 
creda  che  questa  sia  una  calunnia 
o  invenzione;  sono  gli  anglicani 
medesimi  quelli  che  attestano  la 
verità  di  tale  asserzione.  Di  fatti 
nel  Critico  Britannico  ^  giornale 
teologico  de*  puseisti,  si  legge  che 
m    loghil terra    regna   angora  nella 


ING 

gente  religiosa  questa  opinione, 
che  levando  il  socinianismo  ed  il 
pelagianismo  non  vi  è  eresia  vera- 
mente pericolosa.  Nel  tomo  XVII 
p.  4^3  degli  Annali  delle  scienze 
religiose  si  parla  del  celebre  pro- 
fessore Pusey  e  della  chiesa  angli- 
cana. La  fama  in  che  è  venuto 
questo  nuovo  riformatore  della  già 
riformata  chiesa  anglicana,  ci  per- 
suade non  dover  essere  disgradevo- 
le la  versione  di  un  brano  di  una 
sua  recente  opera,  in  cui  descrive 
la  condizione  di  essa  chiesa  nei 
passato  secolo;  versione  che  si  leg- 
ge nel  citato  luogo.  Queste  parole 
del  dotto  professore  metteranno  il 
suggello  alla  verità,  che  le  chiese 
dal  centro  dell'  unità  distaccate, 
sono  come  tralci  recisi  dal  vivifico 
tronco  della  vite^  che  se  ne  muo- 
iono per  mancanza  di  alimento. 
»  Di  grado  in  grado  la  chiesa  angli- 
cana prese  un  andamento  secola- 
resco, il  quale  fu  poco  combattuto 
air  entrare  del  secolo  presente,  e 
di  cui  abbiamo  tuttora  traccie  as- 
sai numerose.  Ne'  trascorsi  tempi 
non  sentivamo  mai  parlare  di  an- 
negazione  di  se  stesso,  o  di  qual- 
sivoglia altro  malagevole  dovere; 
finanche  quando  facevansi  questue 
per  oggetti  di  carità,  sacrifizio  era 
nome  sconosciuto  fra  noi  ;  ogni 
cosa  procedeva  dietro  le  norme 
dell'  agiatezza  ;  il  decoro  e  il  con- 
venevole erano  la  misura  e  il  suc- 
cedaneo della  santità;  appena  cre- 
devasi  possibile  il  giornaliero  avan- 
zarsi nella  pietà  ;  nemmeno  pensa- 
vasi  a  vivere  regolatamente  ;  il 
digiunare  cadeva  visibilmente  in 
disuso  ;  il  servizio  divino  non  si 
celebrava  più  in  lutti  i  giorni, 
per  mancanza  di  adoratori,  e  ciò 
finanche  nelle  città  ;  e  nelle  par- 
rocchie   di   coloro   che  ne  avevano 


ING  INO                  3i9 

r  agio,  trascuravasi  spesso  eziandio  rimprovero  a'  mondani  ;  i  lamenti 
i'  uffizio  divino  nella  quaresima,  contro  la  lunga  durala  dei  divino 
imperocché  non  potevansi  indurre  servizio  eran  segno  della  mancan- 
due  o  tre  a  convenire  insieme,  za  di  divozione,  e  le  costanti  pro- 
Nelle  campagne  e  in  intieri  distret-  poste  per  alterarlo,  addimostravano 
ti  lo  stesso  venerdì  santo  era  ne-  la  tiepidezza  spirituale.  Nello  sta- 
gletto  ;  non  piti  usavasi  il  cale-  to  il  nostro  impero  era  1'  idolo  ; 
chismo.  Il  popolo  cadde  in  una  mentre  in  ogni  anno  spendevansi 
quasi  irreligiosa  barbarie  ;  ed  i  cinquanta  milioni  di  lire  sterline 
zelanti  nelle  classi  inferiori  si  a-  per  guerreggiare,  nemmeno  una 
scrissero  alla  parte  dei  dissidenti,  centesima  parte  di  questa  somma 
Le  comunioni  più  non  si  facevano  si  poteva  ottenere  in  un  anno  in 
pubblicamente,  e  il  nostro  pane  servigio  del  culto  ;  sentivamo  ver- 
(^uotidiano  non  si  offeriva  che  sole  gogna  di  confessare  in  presenza  dei 
due  o  tre  volte  all'  anno.  La  dot-  nostri  sudditi  pagani,  che  eravamo 
trina  e  la  pratica  decaddero  insie-  Cristiani;  tributavamo  onori  milita- 
me  ;  il  servizio  divino  divenne  ri  a'  loro  idoli,  e  ricusavamo  di 
freddo,  e  pochi  vi  accorrevano  ;  il  riconoscere  il  nostro  Dio  ;  V  invia- 
fervore  religioso  sembrava  essere  re  un  vescovo  nelT  India  eccitò 
più  presto  fuori,  anzi  che  entro  la  un  panico  timore  ;  e  il  nostro 
chiesa.  Mai  parlavasi  di  religione,  istesso  clero  sembrava  che  avesse 
ne  degli  affari  temporali  si  parla-  paura  del  troppo,  anziché  del  po- 
va  in  senso  religioso  ;  pareva  che  co  fervore  nel  fatto  di  religione, 
una  parte  del  popolo  si  fosse  di-  Una  delle  due  grandi  sezioni,  ia 
menticato  del  conto  finale  da  ren-  che  spartivasi,  sembrava  aderire 
dersi  a  Dio,  ed  un'  altra  negava  ad  uno  scheletro  di  un  sistema  tra- 
che  noi  abbiamo  ad  essere  giudi-  dizionale,  tenendo  spesso  una  verità 
cati  secondo  le  opere  nostre;  pa-  per  la  negazione  di  un'  altra  veri- 
revano  egualmente  terrene  la  mi-  th  :  l'  altra  sezione,  disperando  che 
suia  de'  nostri  doveri,  1'  insegna-  queste  aride  ossa  potessero  aver 
mento,  i  fini,  i  molivi  e  le  spe-  vita,  si  appigliarono  ad  un  sistema 
ranze  ;  ovvero,  in  contrario,  gli  estraneo  alla  nostra  chiesa,  s*  in- 
uomini erano  invitati  a  confidar  formarono  delle  dottrine  de'  non. 
nel  sangue  del  nostro  Redentore,  conformisti,  ed  in  questa  guisa 
senza  che  fossero  ammaestrati  del  spesso  si  lasciarono  trarre  alla  par- 
come  dovessero  seguire  i  benedetti  te  dei  dissidenti.  I  sagramenli,  per 
esempi  della  sua  santissima  vita,  valermi  del  Hnguaggio  di  un  anti- 
Da  un  canto  eravi  un  fondamento,  co  scrittore  addimesticato  colla 
senza  edifizio  posatovi  sopra  ;  dal-  scuola,  altri  eran  negati,  altri  te- 
1'  altro  un  umile  edifizio,  umiltà  nuti  come  mezzo  idoneo  a  eccitar 
ben  intesa,  che  non  eravi  fonda-  un  religioso  entusiasmo.  Le  anzi- 
mento  alcuno.  Scarsi  erano  i  soc-  dette  cose,  tuttoché  sieno  soltanto 
corsi  largiti  per  l'  educazione  reli-  un  saggio  di  molte  altre  che  si 
giosa,  per  la  costruzione  delle  chic-  tralasciano^  sono  tali  da  stringere  il 
se,  e  per  V  opere  di  carità,  di  cuore  di  afflizione,  e  da  far  veni- 
nianiera  che  se  taluno  sommini-  re  il  rossore  al  volto", 
strava   laicamente,   era    un    tacito  Tanto  fu  estratto  dal  compilato- 


320  ING 

re  dell  articolo  dalla  Letter  lo  the 
archbishop  of  Canterbury,  hy  the 
rev.  E.  B.  Pusey ,  D.  D.,  Oxford 
1842.  Quindi  il  compilatore  fa  i 
seguenti  riflessi.  »•  Or  qual  riparo 
appresteranno  i  puseisti  ai  già  de- 
scritti mali  ?  Con  quali  sostegni 
manterranno  il  vacillante  edifìzio 
delia  chiesa  anglicana?  forse  col 
predicare  la  necessità  delle  aposto- 
Jiche  tradizioni?  Ma  questo  espe- 
jdiente  non  risponderà  alle  inten- 
zioni loro;  essendoché,  se  alle  sum- 
ineulovate  tradizioni  vorranno  gli 
anglicani  accordare  forza,  si  trove- 
ranno astretti  ad  abbandonare  lo 
scisma,  per  rientrare  nel  seno  della 
Chiesa  cattolica  romana,  alla  cui 
autorità  le  testimonianze  de' padri 
ne'primi  quattro  secoli  rendono  un 
.concorde  ed  amplissimo  omaggio. 
Ma  i  puseisti  fanno  aperte  prote- 
stazioni della  loro  avversione;  e  per 
conseguenza  si  troveranno  impasto- 
iali da  una  manifesta  contraddizio- 
ne con  loro  medesimi.  Prediche- 
ranno forse  una  maggior  frequen- 
za di  esercizi  e  pratiche  spirituali? 
Nemmeno  questo  arrecherà  loro 
giovamento ,  imperocché  l'arida  e 
fredda  indole  del  culto  anglicano  am- 
morta il  fervore  religioso.  E  finché 
non  sarà  ripristinato  il  quotidiano 
p  mistico  sacrifizio  dell'altare,  vana 
è  la  speranza  che  ogni  di  gli  an- 
glicani abbiano  a  convenire  insieme 
ne'  tempii  per  recitare  colie  lab- 
Jjra  una  languida  preghiera.  E  se  i 
puseisti  avranno  tanto  di  vigore  da 
ripristinare  l'incruento  sacrifizio  o- 
gni  dì,  potranno  eglino  proseguire 
nella  bestemmiatrice opinione,  che  la 
rnessa  sia  un  diabolico  trovato,  sic- 
come Io  chiamano  i  XXXIX  arti- 
cpli  anglicani?  La  pretesa  riforma 
piotestaute  è  giunta  ora  mai  a  un 
ciuro  passo,   cui  essa  non  potrà  var- 


ING 

care.  L'antico  dilemma  stringe  ogni 
dì  con  novello  vigore  i  nostri  tra- 
viati fratelli  :  o  cattolico  ovverà- 
mente  ateo;  non  c*è  via  di  mezzo 
per  un  uomo  di  senno  ".  Del  catto- 
licismo,  ed  altro  riguardante  la  chie- 
sa anglicana  e  sue  numerose  sette, 
oltre  quanto  diremo  agli  articoli 
Irlanda  e  Scozia  {f^edi),  ne  ripar- 
leremo nei  cenni  storici  civili  ed  ec- 
clesiastici sul  regno  d'Inghilterra,  e 
delle  relazioni  di  questo  con  la  santa 
sede  che  in  progresso  tratteremo; 
come  ancora  dopo  avere  riportato 
i  concini  d'Inghilterra  ed  il  nove- 
ro delle  sue  sedi  arcivescovili  e  ve- 
scovili, in  discorrere  dei  vicariali 
apostolici  d'Inghilterra  ed  analoghe 
notizie.  Passiamo  ora  a  dire  del 
sistema  governativo,  e  delle  varie 
costituzioni  che  si  succedettero  in 
questa  monarchia. 

La  gran  carta  istituita  da  En- 
rico I  nel  1 100  per  restringere  l'au- 
torità reale,  quella  concessa  da  Gio- 
vanni Sema-terra,  che  fu  forzato 
di  accettarla  nel  12 15,  confermala 
poi  sei  volte  da  Enrico  111,  il  quale 
stabilì  i  comuni  nel  i265,  e  li  fece 
entrare  nel  parlamento;  tre  volte  da 
Odoardo  I,  quindici  volte  da  Odoar- 
do  IH,  sei  daRiccardoll,  sei  da  En- 
rico IV,  una  da  Enrico  V  ed  una  da 
Enrico  VI,  è  il  fondamento  della 
monarchia  costituzionale  della  Gran 
Bretagna  ;  conviene  aggiungervi  la 
dichiarazione  dei  diritti  del  1688. 
La  potenza  sovrana  della  nazio- 
ne britannica  è  esercitata  dal  re 
e  dal  parlamento  dei  regni  uni- 
ti della  Gran  Bretagna  e  dell'Irlan- 
da ,  composto  dalla  camera  alta  o 
dei  pari,  e  da  quella  dei  comuni. 
La  corona  è  ereditaria,  ed  in  man- 
canza di  maschi  passa  alle  donne: 
la  fuga  di  Giacomo  II  dall'Inghil- 
terra indusse  il  parlamento  a  dichia- 


ING 

rare  ia  vacanza  del  trono,  e  Gu- 
glielmo III  d'Orange  stabilì  defini- 
tivamente la  monarchia  tempera- 
ta ereditaria  ne'due  sessi.  Per  spie- 
garsi meglio  e  con  brevità,  le 
principali  epoche  della  costituzione 
inglese  sono  le  seguenti.  Enrico  I 
mitigò  il  rigore  delle  leggi  feu- 
dali. Enrico  li  stabih  il  sistema 
della  procedura  criminale  per  giu- 
rì. Giovanni  non  rese  il  parla- 
mento indipendente  dalla  coro- 
na, ma  meno  dipendente  dalla  co- 
rona, e  la  corona  dipendente  dal 
parlamento  quanto  alla  legislazione. 
Enrico  III  ed  il  suo  successore  O- 
doardo  1  convocarono  i  deputati 
di  tutte  le  provincie,  città  e  bor- 
ghi del  regno,  ed  institu irono  in 
tal  guisa  la  camera  dei  comuni, 
la  quale  crebbe  in  potere  sotto  i 
regni  seguenti.  Carlo  I  accordò 
l'alto  detto  petizione  di  diritto  che 
aboliva  le  tasse  arbitrarie  e  le  pri- 
gionie illegali.  Carlo  II  emanò 
r  atto  chiamato  habeas  corpus^ 
eh' è  l'egida  della  sicurezza  d'ogni 
cittadino .  Guglielmo  IV  in  fine 
consolidò  la  costituzione  come  sta 
e  vige  oggidì.  Ne'successivi  cenni 
storici  civili  ed  ecclesiastici,  tali 
disposizioni  ed  altre  analoghe  s'in- 
dicheranno meglio.  Il  re  deve  pro- 
fessare la  religione  angUcana,  che 
partecipa  degli  errori  di  Calvino 
e  di  Lutero.  Egli  è  maggiore  a 
dieciotto  anni.  Alla  sua  incorona- 
zione deve  confermare  tutte  le 
leggi  fatte  durante  la  sua  minori- 
tà ;  e  giura  eziandio  di  governare 
secondo  le  leggi  anteriori,  e  di 
osservare  la  carta  delle  libertà  an- 
glicane. La  persona  del  re  è  in- 
violabile e  sacra.  Egli  è  ancora 
il  capo  della  religione.  I  soli  suoi 
ministri  sono  responsabili.  Ad  esso 
solo  appartiene  il  diritto  di  dichia- 


ING  321 

rare  la  guerra,  di  fare  la  pace,  e 
di  conchiudere  alleanze  e  trattati  ; 
di  fare  leve  di  truppe  terrestri  e 
marittime  ;  di  far  grazie  o  miti- 
gar la  pena,  di  crear  nobili,  di 
nominare  agli  impieghi  civili,  co- 
me a  molti  ecclesiastici,  e  a  queir 
li  tutti  dell'  esercito  di  terra  e  di 
mare.  Può  disporre  delle  fortezze, 
arsenali,  flotte,  munizioni  da  guer-, 
ra  ,  coniare  monete,  convocare  i 
sinodi  provinciali  o  nazionali.  Al- 
cuna legge  non  può  essere  in  vi- 
gore se  egli  non  l' acconsente,  ed 
il  potere  esecutivo  sta  lutto  intero 
nelle  sue  mani  ;  ma  il  parlamento 
ha  il  diritto  di  censura  verso  tut- 
ti i  pubblici  funzionari.  Le  prin? 
cipali  restrizioni  alla  grande  auto- 
rità del  re  consistono  nel  non  po- 
ter fare  nuove  leggi,  ossia  bill  aclSy 
ne  impor  nuove  tasse  senza  ri- 
portarne il  consenso  delle  due  ca- 
mere del  parlamento,  cui  le  do- 
manda a  mezzo  de'  ministri.  Può 
adunare,  prolungare,  aggiornare  e 
sciogliere  il  parlamento  a  suo  be- 
neplacito. I  pari  sono  creati  dal 
re,  e  godono  grandi  privilegi,  su 
di  che  si  può  consultare  l'opera  di 
Debrett,  intitolata  :  Genealogia  dei 
pari  del  regno  unito ^  Londra  i836. 
Ogni  nobile  inglese  in  età  di  ven- 
tuno anni  compiti,  ed  il  maggiore 
della  famiglia,  diviene  l'erede  dei 
titoli  paterni.  La  nobiltà  dividesi 
in  cinque  classi:  duchi,  marchesi, 
conti,  visconti,  e  baroni,  classi  a 
cui  erano  anticamente  promossi 
per  investitura  o  per  certe  forme 
simboliche ,  ma  che  oggidì  ven- 
gono conferite  per  patenti.  Sonovi 
altresì  dei  baronetti,  i  cui  titoli 
sono  ereditari,  e  per  la  prima  vol- 
ta vennero  creati  nel  1 6 1 1  da 
Giacomo  I,  come  dicemmo  all'  ar- 
ticolo Barone,  mentre  a  quello  di 


322  ING 

CowTB  parliamo  de*  conti  e  de*  vi- 
sconti ;  a  quello  di  Lord  ,  dei 
lordi;  ed  a  quello  di  Corte,  delle 
antiche  corti  d'Inghilterra.  I  pari 
votano  in  una  camera  separata  da 
quella  de*  comuni,  quando  nell'o- 
rigine del  parlamento  votavano  in 
uno  stesso  luogo.  I  membri  della 
camera  alta  o  de'  pari  sono  lordi 
ecclesiastici  e  lordi  secolari,  nomi- 
nali dal  sovrano  ed  ereditari,  né 
-v'  è  alcun  limite  fissato  al  loro 
numero.  I  rappresentanti  o  comu- 
ni dovrebbero  essere  eletti  dal  po- 
polo, ma  noti  sono  i  disordini  che 
tengono  dietro  ordinariamente  ai 
sistema  elettorale.  Una  parte  in- 
teressantissima della  nazione,  che 
è  quella  de'  proprietari  agricoltori, 
v'è  appena  rappresentata,  non  es- 
sendovi che  ottanta  deputati  delle 
contee,  appartenenti  a  tale  classe. 
Nella  camera  alta  sedici  pari 
scozzesi  rappresentano  nel  parla- 
mento sino  dal  1706  siffatta  di- 
gnità per  parte  della  Scozia,  e 
^entotto  rappresentano  quella  del- 
l'Irlanda dal  1800.  Sonovi  inoltre 
ventisei  lordi  spirituali  d'Inghilter- 
ra e  cinque  d'Irlanda.  La  camera 
de'  comuni  è  composta  di  cavalie- 
ri, di  cittadini  e  di  borghesi  eletti 
dal  popolo  nelle  contee  e  nelle 
città.  Essa  avea  cinquecento  cin- 
quant'  otto  membri,  ma  dopo  la 
unione  della  Irlanda  n'  ebbe  sei- 
cento cinquant'otto,  cioè  4^9  rap- 
presentanti dell'  Inghilterra  ,  24  di 
Galles,  4'>  <^'  Scozia  e  100  di 
Irlanda  :  si  calcola  che  gli  elettori 
reali  della  camera  de'  comuni  non 
sommino  che  a  quindicimila .  li 
sistema  della  rappresentazione  ossia 
elezione  fu  regolalo  dalla  legge  di 
Guglielmo  IV,  chiamala  la  legge 
della  riforma  (reform  bill),  Teffelto 
della  quale  è  stato   di    aumgitare 


INO 

il  numero  dei  deputati  delle  con* 
tee  e  di  darne  ai  borghi  recenti 
di  forte  popolazione,  essendosi  tol- 
to ai  borghi  decaduti  il  privilegio 
che  prima  di  questa  legge  gli  era 
rimasto.  Quanto  al  numero  dei 
mentovati  membri,  secondo  VAI' 
manach  de  Gotha  del  i845,  il 
complessivo  è  di  seicento  sessanta- 
quattro  nella  camera  de'  comuni, 
perchè  dopo  la  legge  di  Guglielmo 
IV  la  distribuzione  fra  le  tre  parli 
del  regno  unito  fu  così  stabilita  : 
Inghilterra  i44  pei"  4^  contee,  32  3 
per  187  città,  e  4  per  due  uni- 
versità. Galles  i5  per  12  contee,  e 
i4  per  56  città.  Scozia  3o  per  3o 
contee,  e  29  per  76  città.  Irlanda 
64  per  32  contee,  39  per  33  cit- 
tà, e  due  per  una  università. 

La  camera  dei  comuni  forma 
la  gran  corte  d'inquisizione  del  re- 
gno, e  può  mettere  in  istato  di 
accusa  i  pari  più  polenti  :  ma  il 
primo  privilegio  dei  comuni,  da  cui 
dipende  il  vero  loro  potere,  con- 
siste nel  levare  le  tasse.  Uno  stes- 
so parlamento,  se  non  è  disciollo 
dal  re,  esiste  per  sette  anni;  ma 
dopo  questo  periodo  la  costituzione 
esige  una  nuova  elezione.  Prima 
del  1 7  1 6  il  parlamento  era  trien- 
nale. All'apertura  di  ciascun  nuo- 
vo parlamento  la  camera  si  sce- 
glie un  oratore  o  presidente,  che 
d' ordinario  è  mantenuto  da  un 
parlamento  all'  altro,  perchè  un 
tale  impiego  esige  gran  talenti,  ed 
una  perfetta  conoscenza  delle  for- 
me e  delle  loro  applicazioni  diver- 
se. Gli  atti  del  parlamento  che  co- 
stituiscono le  leggi  del  regno,  pos- 
sono introdursi  in  una  o  l'altra 
Camera,  essendo  però  sempre  ne- 
cessario il  consenso  dell'altra,  ma 
però  generalmente  in  quella  dei 
comuni  si  fa   la  prima  proposizio- 


ING 

ne.  Ciascun  anno  il  parlamento 
vota  il  budget.  La  lista  civile  fu 
regolata  soltanto  verso  il  principio 
del  regno  di  Guglielmo  IH. 

Varie  modificazioni  ha  dovuto 
subire  la  costituzione  dopo  il  re- 
gno di  Giorgio  I,  fra  le  quali  so- 
no rimarchevoli  la  durata  setten- 
nale de'  membri  della  camera  dei 
comuni,  il  riot  actj  che  disperde 
le  popolari  assemblee,  e  le  frequen- 
ti sospensioni  dell'  habcas  corpus^ 
privilegio  considerato  quasi  palladio 
della  libertà  individuale.  Le  due 
antiche  fazioni  dei  whigs  e  dei 
tories  si  riprodussero  colla  que- 
stione della  riforma  parlamentaria. 
A\  dire  di  alcuni  scrittori,  entrano 
ordinariamente  nella  classe  dei 
whigs  i  membri  dell'  opposizione 
ma  più  propriamente  sono  essi  i 
discendenti  dalle  famiglie  che  ope- 
rarono la  rivoluzione  del  1688. 
Non  si  può  dire  che  i  soli  whigs 
entrano  ordinariamente  nell'  oppo- 
sizione al  ministero,  quando  esso 
è  formato  da  persone  appartenenti 
al  partito  contrario.  Per  esempio  : 
nel  regno  di  Guglielmo  IV  il  mi- 
nistero era  composto  dei  whigs  e 
l'opposizione  di  tories;  adesso  gover- 
nano i  tories  e  stanno  in  opposizione 
ai  whigs.  I  tories  che  furono  già 
partigiani  dell'assoluto  regalismo,  e 
che  si  arrogano  ora  il  titolo  di 
amici  del  re,  si  distinguono  per 
r  attaccamento  alla  disciplina  epi- 
scopale. Nemici  acerrimi  d'  ogni 
specie  di  dissidenti,  cospirarono 
co*  loro  sforzi  ad  impedire  che  i 
politici  diritti  fossero  alla  parte 
cattolica  della  nazione  compiuta- 
mente renduti.  Tutta  volta  il  par- 
tito tories  fu  quello  che  introdus- 
se e  fece  stabilire  colla  nazione  la 
decretata  emancipazione  de'  catto- 
lici nel   1829,  e    con  essa  un  pie- 


ING  323 

no  trionfo;  laonde  il  culto  roma- 
no non  fu  più  di  ostacolo  ai  pub- 
blici ufììzi,  tranne  due  o  tre  degli 
uflìzi  pubblici  di  maggior  impor- 
tanza. 

Il  re  porta  il  titolo  di  re  del 
regno  unito  della  Gran  Bretagna 
e  d'  Irlanda  ;  e  portava  quello  di 
Ànnover  (Vedi),  finche  questo  re- 
gno restò  unito  alla  corona.  Tut- 
tora usa  il  titolo  di  Difensor  della 
fede  [Vedi).  Il  suo  figlio  maggiore 
è  nato  duca  di  Cornovaglia,  conte 
di  Chester,  duca  di  Rothsay,  ba- 
rone di  Rehfrew  e  conte  di  Car- 
rick ,  e  riceve  ancora  il  titolo  di 
principe  di  Galles.  Il  re  è  gran 
maestro  degli  ordini  equestri  del 
regno,  cioè  della  Giarrettieraj  del 
Bagno,  del  Cardo  o  di  s.  Andrea^ 
e  di  s.  Patrizio  (Vedi).  I  mini- 
stri sono  tutti  responsabili  e  si  di- 
vidono in  due  classi,  la  prima  del- 
le quali  è  formata  da  quelli  detti 
di  gabinetto,  e  per  lo  più  vi  han- 
no luogo  il  primo  lord  delia  te- 
soreria o  dello  scacchiere,  il  quale 
generalmente  è  capo  del  ministero, 
e  da  cui  dipendono  oltre  la  teso- 
reria, la  dogana,  f  excise  o  tassa 
sulle  derrate,  il  bollo  e  la  posta  ; 
il  lord  cancelliere;  il  cancelliere 
dello  scacchiere,  ed  i  tre  segretari 
di  stato ,  cioè  il  segretario  di  sta- 
to al  dipartimento  dell'  interno,  il 
segretario  di  stato  delle  colonie, 
tranne  le  Indie  orientali,  e  il  segre- 
tario di  stato  al  dipartimento  de- 
gli affari  stranieri.  Vi  sono  pure 
diversi  dicasteri  annessi  al  ministe- 
ro, cioè  quello  della  tesoreria,  il 
primo  lord  della  quale,  come  è 
stato  detto,  è  per  lo  più  capo  del 
ministero  ;  dell'  ammiragliato  ;  del 
commercio;  degli  affari  delle  Indie; 
della  guerra,  oltre  quelli  che  di- 
pendono dai  tre    segretari  di  stato 


524  ING 

per  gti  affari  da  essi  dipendenti. 
Si  noti  che  il  titolo  di  lord  dato 
ai  capi  di  alcuni  di  questi  dicaste- 
ri può  appartenere  ai  ministri 
scelli  nella  camera  dei  comuni,  e 
non  importa  che  tali  lords  abbiano 
diritto  di  entrare  nella  camera  dei 
pari.  Evvi  inoltre  un  consiglio  di 
commercio  e  delle  colonie,  ed  uno 
per  gli  affari  delle  Indie.  L' Inghil^ 
terra  e  il  principato  di  Galles  so- 
no divisi  in  contee,  in  ciascuna 
delle  quali  evvi  un  lord  luogote- 
nente nominato  dal  re  per  la  po- 
lizia, e  le  cui  funzioni  sono  gra- 
tuite. In  Irlanda  il  re  è  rappre- 
sentato da  un  viceré.  Le  colonie 
sono  divise  in  governi,  eccettuan- 
dosi le  Indie  orientali,  che  Io  sono 
in  tre  presidenze.  Quanto  alle  cor- 
ti di  giustizia,  esse  non  sono  le 
medesime  nella  Scozia,  che  nel- 
r  Inghilterra  e  nel!'  Irlanda.  La 
tolleranza  religiosa  ammessa  nei 
tre  regni,  lo  è  pure  negli  altri 
dominii  soggetti  all'  impero  britan- 
nico, ma  il  re  non  può  prendere 
in  moglie  che  una  donna  della 
religione  riformata. 

Le  forze  di  terra  e  di  mare  sono 
formidabili.  Si  contano  nell'  Inghil- 
terra sei  grandi  arsenali  di  mari- 
na nei  porti  di  Deptford,  Wool- 
T\ich,  Chathan,  Sheerness,  Ports- 
mouth, e  Plymouth;  gli  altri  por- 
li che  servono  alla  marina  milita- 
re, sono  Dealj  Harvrich  e  Leith, 
come  pure  il  porto  di  costruzione 
di  Pembrock.  I  principali  porti 
stranieri  sono  quelli  di  Gibilterra, 
della  Giamaica,  del  Capo  di  Buo- 
na Speranza,  di  sant'  Elena,  di 
Malta,  della  Nuova  Scozia,  delle 
Bermude,  di  Antigua,  di  Halifax, 
di  Bombay,  di  Trinqueraale,  e  di 
Quebec  che  è  il  più  considerabile. 
Le    divisioni    amministrative    non 


ING 

cangiarono  minimamente  dopo  del 
re  Alfredo  il  Grande.  Questo  mo- 
narca divise  r  Inghilterra  in  qua- 
ranta shire^  parola  sassone  che  si- 
gnifica divisione,  e  che  furono  po- 
scia chiamate  contee,  perchè  go- 
vernate ciascuna  da  un  aldcnnan 
particolare,  parola  corrispondente 
alla  latina  comes  o  coiìte,  e  che 
gli  autori  anglo-sassoni,  che  scri- 
vevano in  latino  tradussero  qual- 
che volta  per  consid ,  ed  altre 
per  Comes.  Dopo  la  conquista  dei 
danesi  questo  ufHziale  o  signore 
fu  conosciuto  sotto  il  nome  di 
eaii^  dalla  parola  danese  iarl,  che 
come  quella  di  barone,  nel  suo 
senso  primitivo  significava  sempli- 
cemente, ma  in  via  distintiva,  wo- 
mo.  Questi  titoli  divennero  altret- 
tante dignità  verso  il  principio 
dell'  undecimo  secolo,  ed  il  gover- 
no di  uno  shire  fu  devoluto  al 
deputato  dell' e^frZ  o  cqnte,  chia- 
mato vice-comeSy  sceriffo  o  inten- 
dente dello  shire.  La  suddivisione 
della  vasta  contea  di  York  è  mol- 
to curiosa;  fu  dessa  divisa  in  tre 
porzioni,  designate  in  lingua  sasso- 
ne col  nome  di  trilhings  ossia  ter- 
zi, e  per  corruzione  poscia  chia- 
mate rìdings.  Si  crede  generalmen- 
te che  Alhedo  sia  stato  pure  T  au- 
tore delle  suddivisioni  delle  contee 
in  hundreds,  centurie,  tylhings, 
decurie,  wards ,  wapentakes.  la 
generale,  la  divisione  amministrati- 
va dell'  Inghilterra  è  un  poco  im- 
brogliata. Una  parrocchia  dipende 
qualche  volta  da  due  ed  anche  da 
tre  contee  diverse,  e  gli  abitanti 
talora  non  sanno  precisamente  a 
qual  giudice  ricorrere.  Delle  qua- 
ranta contee  comprese  nell'  Inghil- 
terra propria,  sei  sono  del  nord; 
quattro  limitrofe  al  principato  di 
Galles  ;    dodici    del    centro  ;     otto 


ING 

dell'  est  ;  tre  del  sud  ;  quattro  del- 
l' ovest,  e  tre  del  sud-ovest.  Altre 
dodici  formarono  il  principato  di 
Galles,  e  queste  vengono  divise 
in  sei  cantoni  settentrionali  e  sei 
meridionali,  comprendendo  i  primi 
le  contee  di  Flint,  Denbigh,  Caer- 
narvon,  Anglesey ,  Merioneth,  e 
Montgomery  ;  ed  i  secondi  quelle 
di  Pvadnor,  Cardigan,  Pembrock, 
Caermartben,  Brecknock  e  Gla- 
morgan.  Tutte  queste  cinquanta- 
due contee  contengono  diecimila 
cenlotrentatre  parroccbie;  ogni  con- 
tea comprende  molte  città,  city, 
che  hanno  sede  vescovile,  de'  bor- 
ghi ,  borough-town^  che  godono 
come  dicemmo  del  diritto  d'  in- 
viar membri  al  parlamento,  e  dei 
borghi  da  mercato,  market- town, 
oltre  i   minori  villaggi. 

Inoltre  le  città  di  Londra,  York, 
Chester,  Bristol,  Exeter,  Norwich, 
Worcester,  Kingston-upon-HulI  e 
JVewcaslle,  sono  tante  altre  distin- 
te contee,  separate  da  quelle  sotto 
il  cui  circondario  si  trovano,  for- 
mando ognuna  una  giurisdizione 
particolare  sopra  un  territorio  più 
o  meno  esteso.  Ecco  i  nomi  delle 
quaranta  contee.  Bedford,  Berks, 
Buckingham,  Cambridge,  Chester, 
Cornovaglia,  Cumberland,  Derby, 
Devon,  Dorset,  Durham,  Essex, 
Gloucester,  Hereford,  Hertford, 
Huntington,  Kent,  Lancaster,  Lei- 
cester, Lincoln,  Middlesex,  Mon- 
niouth,  Norfolk,  Northampton,  Nor- 
thumberland,  Nottingham,  Oxford, 
Rutland,  Salop ,  Somerset,  Sout- 
hampton, Staftord,  Suffolk,  Surrey, 
Sussex,  Warwick,  Westmoreland, 
Wilts,  Worcester,  York,  oltre  le 
isole  Guernsey,  Jersey,  Alderneuy, 
Sark,  e  Mann.  Altri  geografi  divi- 
dono r  ìnghiUerra  in  contee  orien- 
tali,   meridionali,  centrali,    selten- 


ING  3?5 

trionali,  ed  occidentali  o  principa- 
to di  Galles  :  la  Scozia  la  divido- 
no   in    parte    meridionale,    media, 
e  settentrionale  ;  e    1'  Irlanda  nelle 
quattro  grandi  provincie  di    Lein- 
ster,  Ulster,  Connaught,  e  Munster. 
Quanto   all'  impero   britannico  che 
si  estende  in  tutte  le  parti  del  glo- 
bo, neir  Europa  comprende    1'  In- 
ghilterra, la  Scozia,  1'  Irlanda,  V  i- 
sola   d'Heligoland    sul    mare    Ger- 
manico, il  regno    d'  Annover    sino 
al    1837,  la  città  e    territorio  del- 
l' importante    Gibilterra,     1'  eptar- 
chia  Jonica,  e  le    isole  di  Malta  e 
Gozo    sul    Mediterraneo.   In    j^sia 
tutto  r  Indostan  o    Indie   orientali 
dal     2  3     latitudine    nord    fino    al 
capo  Comorino,  1'  isola  di   Ceylan, 
quella  di  Pulo-Pinang,  o  del   prin- 
cipe di  Galles,  e  1'  altra  di    Soco- 
tora.  L'  influenza  inoltre  ed  il  mo- 
nopolio    commerciale,    che     quasi 
esclusivamente  esercita  ne'  migliori 
porli  dell'  Asia  occidentale,    rendo- 
no alla  potenza  inglese  subordinati 
eziandio    i    due    interessanti     golfi 
Persico  ed  Arabico.  Ha  x\e\V Àfrica 
la  gran  colonia  di     Serra-Leona,  i 
vari  stabilimenti   lungo  la  Cambia, 
ed  il  Senegal   sulla   Guinea,  il  Ca- 
po   di     Buona      Speranza,     V  isola 
Maurizio  o  di    Francia,    e    1'  isola 
di  s.  Elena.    Neil'  America   selten- 
trionale  il  Canada,    la  Nuova  Bre- 
tagna o  Nuova   Galles  settentriona- 
le   e  meridionale,  il   Nuovo-Bruns- 
wick,    la   Nuova-Scozia,  e    le  isole 
di  Terranova;  s.  Giovanni,  la  Rea- 
le e    le     Bermudi     sull'  Atlantico  ; 
sul  golfo  Messicano  poi  od  arcipe- 
lago delle  Antille,  le  isole  Lucaye, 
la  Giamaica,   l' isola    delle  Vergini, 
l'Anguilla,  la  Barbuda,  s.  Cristoforo, 
Nievre,    Antigoa ,    Monserrato,    la 
Domenica,  s.   Vincenzo,  la    Grana- 
ta, la  Barbada,  Tabago,  s.  Lucia 


326  ING 

e  la  Trinità.  Neil*  America    meri- 
dionale gli  stabilimenti  di  Berbice, 
Deuaerary,  ed  Esseqiiibo  sulla  Gli- 
lana.  Neil'  Oceanica    la    Nuova  O- 
landa  o  Nuova  Galles  meridionale, 
risola  di  Norfolk,  la  Terra  di  Van- 
Djemen  ,  la    Nuova-Zelanda  ,   oltre 
"vari  stabilimenti  in  più  luoghi  del- 
la Polinesia.  Tutte  queste  contrade 
compongono     una     approssimativa 
superficie  di    1 5 i,i 56  leghe  qua- 
drate, ed  una  immensa  popolazio* 
ne  di  più  di  centoquarantanove    o 
secondo      altri     centocìnquantadue 
milioni  di  abitanti.  Cioè,    in    Eu- 
ropa   più     di    venticinque     milio- 
ni ,    in  Asia    centoventìcinque    ed 
anche  più  milioni,   in   Africa  circa 
trecentomila,    in  America  circa  due 
milioni,    neir  Oceanica    forse    tren- 
tamila abitanti.  De'  quali  ne  conta 
l'Inghilterra  e  la  Scozia  (la  quale 
vuoisi  contare  quasi  due  milioni  e 
settecento  mila  abitanti)  comprese 
le   isole    circa    dieciotto    milioni    e 
settecento  mila  abitanti;  e  l'Irlan- 
da da  sette   milioni    ollocentomila 
abitanti.    Questi    calcoli    sono    ap- 
prossimativi, non   esatti.    Si    vuole 
che  dopo  l'impero  cinese  niun  regno 
o  impero  conti  tanti  sudditi  quan- 
to r  inglese  :  se  non  fossero  questi 
divisi    da    tanti    mari    e    da    tante 
terre,    chi    potrebbe    resistere    alle 
armi  britanne?  La   sua    grandezza 
senza  la  defezione  di    Enrico  Vili 
sarebbe    stato    un    mezzo    polente 
per   portare    la    luce    evangelica  a 
tanti    lidi    stranieri.    Sembra    però 
che  cominci  a  conoscere  gli  errori 
in  cui  trovasi,    e  perciò    sono  fre- 
quenti  le  abiure    di    persone    illu- 
minate e  dottCj   che   s' inducono  a 
questo    passo    salutare    per    intimo 
convincimento.  Possa  tutta  la  glo- 
riosa nazione  e  pel  suo  e  pel  be- 
ne altrui  aprire  gli  occhi   alla  ve- 


ING 

rita,  e  dissipare  quella  caligine  che 
vi  sparse  Enrico  Vili  ad  istigazio- 
ne d'  una  rea  passione! 

Siccome  sopra  la  storia  de'  bri- 
tanni e  degli  anglo- sassoni,  la  me- 
desima storia  si  trova  confusa  par- 
te per  la  parzialità  che  gli  scrittori 
britanni  ebbero  per  la  loro  patria, 
e  parte  per  le   numerose   suddivi- 
sioni di  regni,  ed  in  epoche  remo- 
te di  cui  la  storia    non    può  dare 
positive  notizie,  così  ci  sembra  op- 
portuno di  qui  premettere,  a    mi- 
gliore intelligenza,  un'idea  dei  pri- 
mordi dei  regni  anglo-sassoni,    se- 
guendo le  autorità  più   recenti  ed 
accreditate.   In  quanto    a    ciò   che 
diremo  in  appresso  sugli  stessi   re- 
gni con  qualche  maggior    diffusio- 
ne, cioè  in  proporzione  allo  stretto 
compendio  che  ci  è  imposto     dal- 
la natura    di    questo    Dizionario^ 
esso  egualmente  è  tolto    da    molti 
autorevoli    scrittori  ;     laonde    non 
desti  meraviglia  se  inevitabilmente 
s' incontreranno  poi  alcune    ripeti- 
zioni e  forse    ancora    qualche  con- 
traddizione, dappoiché  queste  deri- 
vano   dalle    differenti     opinioni    in 
argomento  sì  vario  ed  importante. 
Quando     i     britanni    divennero 
indipendenti  nella  prima  parte  del 
secolo  V,  i  pitti  e  scoti  comincia- 
rono a  fare  delle    incursioni ,    alle 
quali  lasciarono  libero  il  campo  le 
dissensioni  dei  capi    nativi.    Alcuni 
dei   popoli  meridionali  si    rivolsero 
invano  ad  Aesio  generale    romano 
in  Gallia;  ma  Vortigerno,  il    più 
potente  dei    re    britanni,  chiamò  i 
sassoni,  alcuni  de'quali    arrivarono 
e  furono    alloggiali     coi     loro  ca- 
pi  Hengist  ed  Horsa  nell'  isola    di 
Thanet  l' anno  449    ^  coloni  della 
Britannia     furono     principalmente 
juti,    angli  e  sassoni.   I  sassoni  nel 
secondo  secolo  aveano  occupato    il 


distretto  tra  l'Elbe  e  l'Eryde,  sul 
collo  del  Chersoneso  Cimbrico,  e 
fra  duecento  anni  questo  nome  si 
era  esteso  a  tutte  le  nazioni  del- 
restremità  della  penisola,  peninsida, 
fino  al  Weser,  all'Ems  ed  al  Re- 
no. Gli  angli  furono  micini  alla 
sede  originaria  dei  sassoni  verso  il 
nord  fino  al  sito  del  borgo  attuale 
di  Flensburgh:  ed  oltre  gli  angli 
la  nazione  dei  juti  arrivava  fino 
all'oceano.  I  sassoni  servirono  Vor- 
tigerno  fedelmente  per  sei  anni, 
ma  il  loro  numero  crebbe  a  segno 
che  i  britanni  cominciarono  ad  es- 
serne gelosi,  e  finalmente  la  repulsa 
di  questi  a  somministrargli  altri 
sussidii ,  fu  una  dichiarazione  di 
guerra.  La  prima  opposizione  dei 
britanni  produsse  una  battaglia 
sul  fiume  Medway  verso  il  /^55, 
nella  quale  restò  morto  Horsa,  a 
cui  successe  Oise  figlio  di  Hen- 
gist  ;  ed  un'  altra  battaglia  fu  fatta 
sul  fiume  Cray;  dopo  la  quale  la 
provincia  di  Kent  fu  lasciata  ad 
Hengist.  L'ultima  vittoria  di  Hen- 
gist  fu  nel  473  ;  e  morto  questo 
nel  ^SSy  il  regno  di  Kent  passò 
al  suo  figlio  Oise.  Si  vuole  che  la 
storia  della  figlia  di  Hengist  Rowe- 
na,  data  come  moglie  a  Yortigern, 
e  la  concessione  da  questo  fatta 
ad  Hengist  del  regno  di  Rent,  le 
tre  battaglie  fra  Vortemir  figlio 
di  Vortigern  coi  sassoni,  l'espul- 
sione di  questo  dal  Kent,  e  final- 
mente la  cessione  fatta  dai  britanni 
a  favore  di  Hengist  del  territorio 
che  ora  forma  le  contee  di  Kent, 
Essex,  Sussex  e  Middlesex ,  sieno 
tenute  come  fatti  favolosi  inventa- 
ti dai  britanni  per  spiegare  il  pri- 
mo stabilimento  de'  sassoni  senza 
l'ammissione  di  conquisto.  I  suc- 
cessori di  Hengist  si  contentarono 
del  regno  di  Kent.  Nel  477  un'al- 


ING  327 

tra  incursione  fu  fatta  verso  l' oc- 
cidente di  Kent  da  Aella  coi  suoi 
tre  figli.  Dopo  una  battaglia  nel 
485»,  della  quale  non  si  dice  il  ri- 
sultato, e  l'assedio  e  presa  di  An- 
derid  verso  il  490»  egli  fondò  il 
regno  di  Sussex.  Cinque  anni  do- 
po un'  altra  truppa  d'invasori  ven- 
ne sotto  Cerdic  e  si  diresse  più 
verso  r  occidente,  ma  incontrando 
la  forte  opposizione  del  re  Natan- 
leod,  Cerdic  dovette  invitare  altri 
ausiliari.  Nel  5oi  arrivò  Porta, 
ma  resistette  sempre  Natanleod,  e 
nel  5o8  Cerdic  fu  vinto  da  esso, 
sebbene  lo  stesso  Natanleod  fu  su- 
bilo dopo  superato  da  Cynric  figlio 
di  Cerdic.  A  questi  si  unirono  due 
nipoti  di  Cerdic,  Stuifa  e  Whitgar 
nel  5i4j  e  finalmente  la  battaglia 
di  Charford  suil'  Avon  lo  lasciò  in 
possesso  del  regno  di  Wessex  o 
dei  sassoni  occidentali. 

Intanto  Erkenwin  nel  53o  as- 
sunse il  governo  di  Essex  ossia  dei 
sassoni  orientali.  Gli  angli  sbarca- 
rono al  nord  dei  sassoni  orientali, 
ed  uno  dei  loro  capi  Ida  divenne 
re  nel  547,  ^  •'  regno  suo,  dal 
nome  Bryneich  ch'avea  portato,  nel- 
la lingua  dei  britanni  fu  chiamato 
Bernicia,  del  quale  il  confine  me- 
ridionale fu  il  fiume  Tees.  I  bri- 
tanni  posti  sulla  sponda  destra  del 
Tees  si  chiamavano  deiri.  Erano 
stati  assaliti  e  vinti  dal  principe 
anglo  Seomil,  ed  Aella  uno  dei 
discendenti  di  Seomil,  ebbe  il  pos- 
sesso pacifico  del  regno  nel  56o , 
il  quale  regno  ritenne  il  nome  di 
Deira.  1  sassoni  della  Deira  si  este- 
sero sino  air  Humber ,  e  nel  586 
una  colonia  sotto  Creoda  passò 
questo  fiume,  e  si  diresse  dietro  i 
sassoni  orientali  fino  al  centro  del- 
l'isola.  Si  chiamarono  in  genere 
raerciani  o  Middle-angles,  cioè    an- 


^ttbUD^ 


3:>.8  ING 

gii  (li  mezzo.  Nei  centocincjunnt'nn- 
ni  (lall'aiTivo  di  llengi«>t  niriillima 
irittoria  di  Creoda,  otto  regni  niio« 
vi  erano  stati  fondati,  i.  Rent, 
ossia  la  contea  attuale  di  Kent. 
2.  Sussex,  ossia  l'odierna  contea  di 
Sussex.  3.  Sassoni  orientali  i  quali 
aveano  le  contee  attuali  di  Essex, 
Middlesex,  ed  il  meridionale  di 
Hertford.  4-  Anglia  orientale,  equi- 
valente alle  presenti  contee  di  Nor- 
folk, SulFolk  e  Cambridge,  coll'isola 
di  Ely.  Questi  regni  non  poterono 
mai  dilatarsi ,  ma  i  seguenti  tro- 
vandosi sui  confini  dei  britanni  si 
aumentarono  successi  va  mente.  Quin- 
di arrivati  alla  loro  più  grande 
estensione.  5.  Il  regno  di  Bernicia 
sul  nord.  6.  11  regno  di  Deira  al 
sud  del  Tees  :  si  estendevano  dal 
Forlh  air  Humber  e  dal  mare  o- 
rientale  all'occidentale.  7.  Wessex 
confinava  coi  fiumi  Tamigi  e  Se- 
verna  al  nord,  e  si  estendeva  dal 
Rent  e  Sussex  fino  alla  punta  della 
Cornovaglia.  8.  Mercia  aveva  tutto 
il  centro  fino  alle  montagne  di 
Galles.  Le  nazioni  sassoni  si  sco- 
prono dai  loro  nomi  :  i  vincitori 
di  Rent  e  di  una  parte  di  Hants 
erano  juti  ;  gli  altri  vincitori  e  re- 
gni erano  angli.   Questi    regni   fu- 


ING 

rono  otto,  ma  dalla  unione  fre- 
quente di  Bernicia  e  Deira  si  sono 
per  lo  più  considerati  come  sette, 
onde  il  nome  di  hcplarchia  deno- 
tante sette  governi.  I  capi  che  si 
opposero  ai  sassoni  erano:  i.  Aure- 
lio Ambrosio,  il  quale  sembra  aver 
combattuto  contro  Hengist.  2.  Na- 
tanleod,  oppositore  di  Cerdic,  il 
quale  lasciò  il  suo  nome  ad  un  di- 
stretto dell'Hampshire.  3.  Urien , 
il  quale  si  oppose  ad  Ida  ed  agli 
angli,  nella  provincia  settentriona- 
le. 4-  Arturo,  il  più  celebre  di 
tutti,  il  quale  fece,  per  quanto  di- 
cesi, dodici  battaglie  di  cui  la  mag- 
gior parte  sembrano  essere  state 
contro  gli  angli  nel  Lincolnshire; 
e  l'ultima  al  monte  Badon  contro 
i  sassoni  sotto  Cerdic  o  Cynric. 
Questa  battaglia  o  fatta  da  Artu- 
ro o  no,  restrinse  gli  stranieri  per 
quarant'anni.  Finalmente  i  britan- 
ni si  ritirarono  verso  la  parte  oc- 
cidentale ,  e  gli  altri  nella  provin- 
cia di  Armorica,  alla  quale  è  ri- 
masto il  nome  di  Bretagna  o  Bri- 
tannia  minore. 

Nel  volume  seguente  si  daranno 
i  cenni  storici  sul  regno  d'  Inghil- 
terra, sui  concilii  e  vicariati  apo- 
stolici* 


riNE    DEL    VOLUME    TRI GESIMOQU ARTO. 


BX   841    .1167   1840 

sncR 

Moroni ,  Gaetano, 

1802-1883. 
Dizionario  di  erudizione 

storie o-ecclesiastica 
AFK-9455  (awsk)